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Editoriale


Le ragioni della deriva nazionalista e il ruolo dei “DC non pentiti”

 

All’inizio si parlava di una deriva sovranista e populista, ma dopo le esternazioni bislacche di  Di Maio contro la Francia e di Salvini contro il FMI, siamo alla riproposizione del più stupido  nazionalismo che non si conosceva in Italia dal tempo del ventennio. Allora era “la perfida Albione” oggetto degli strali del Duce, ora la volubile “Marianna d’Oltralpe” che, proprio oggi, ad Aquisgrana, si appresta a siglare il rinnovo del patto con la Germania, che ripropone quello precedente tra il gen. De Gaulle e Adenauer che segnò la fine delle storiche ostilità tra i due Paesi. Altri tempi e altri giganti della politica europea. Ora è il tempo degli gnomi senz’arte né parte, quello per dirla con Mauro Mellini,  “dei quattro amici al Bar Sport”.

 

Ora, però, è giunto il tempo di chiederci come mai siamo arrivati a tanto in Italia? Come e perché si è avuto un cambiamento di atteggiamenti e di comportamenti, in una parola, di una cultura o sub cultura politica, contrassegnato dal voto del 4 Marzo 2018 e dalla successiva formazione della maggioranza trasformista giallo verde, motivata dalla “condizione di necessità”, a sostegno del “governo del contratto e del cambiamento”? Prima di porci il tema del se e quando questa maggioranza potrà collassare, credo si debbano approfondire le ragioni di questa affermatasi realtà effettuale.

 

Ci aiuta in quest’analisi quanto hanno scritto sul tema, due “osservatori partecipanti” della politica nazionale, come Michele Boldrin, del gruppo “Noise from Amerika” e il più noto Enzo Scotti, già ministro di vari governi ed esponente di spicco della DC storica.

 

Il gruppo “ Noise from Amerika” si auto definisce così nel sito: www.noisefromamerika.org. : “Siamo un gruppo di italiani che vivono e lavorano (o l'hanno fatto in passato) negli Stati Uniti d'America. Oltre a questo abbiamo, con l'eccezione della solita pecora nera, un certo numero d'altri attributi comuni: i) un Ph.D. in economia preso negli USA, ii) attività di ricerca nello stesso campo ed in istituzioni USA”.

 

Il Dr Bordin in un interessante articolo del 1 Agosto 2018 ( “ Il governo rosso-brunato”) spiega così le ragioni che stanno alla base della nascita del governo giallo verde: “Questo governo nasce sotto il triplice segno del Nazionalismo ideologico ("prima gli italiani", "fermare l'invasione", "basta diktat da Bruxelles" ...), del Socialismo economico ("contro il mercato globale", "contro il neoliberismo", "più stato e più spesa" ...) e del Populismo politico ("uno vale uno", "noi siamo i difensori del popolo", "basta tecnici, decide il popolo" ....). Dopo due mesi di martellante propaganda non possono esserci, a questo riguardo, dubbi residuali. Meno evidente il "Moralismo cattolico", che è invece sia ben presente che essenziale. Qui uso la parola "cattolico" in senso molto ristretto, con riferimento alla corrente dominante del cattolicesimo politico italiano, in particolare alla sua versione "Vaticano-CEI". Mi rendo conto che questo susciterà controversie ma per giustificarlo in dettaglio dovrei scrivere pagine e non ne ho voglia. Quindi mi prendo il lusso di procedere in modo apodittico e di affermare semplicemente che nel cattolicesimo politico italiano, nonostante le chiacchiere, il punto di vista dominante non è mai stato quello di Sturzo, bensì quello di Gedda. In ogni caso, il ruolo del moralismo cattolico lo si trova negli slogan sulla "onestà" personale dei nuovi eletti a fronte della corruzione dei loro predecessori, nei rosari e vangeli di Salvini, nel continuo appello ad una "difesa" dell'Italia cattolica dall'assalto nero o musulmano e, più generalmente, nel continuo apparire di migliaia di "cattolici veri" a teorizzare che le affermazioni di Bergoglio o di Famiglia Cristiana o di chiunque nella chiesa italiana si opponga alla loro ri-definizione di "cattolicesimo" ... costituisce un tradimento del medesimo. 

Culturalmente più importanti, nella creazione di un nuovo regime guidato da un partito della nazione, sono due narrative fondamentali del cattolicesimo politico italiano. La prima, che ha le sue radici nella Controriforma, vaneggia il ritorno ad una condizione "rifondativa" in cui un popolo (omogeneo e privo di stratificazioni socio-culturali, mare di anime pure ed uguali) si affida alla guida, direzione e protezione dei suoi leader politici (che all'origine erano i preti ed i vescovi). La seconda narrativa, figlia della cosiddetta "dottrina sociale della chiesa" vaneggia anch'essa di formule economiche nazionali specificamente italiane, capaci di rigettare sia il mercato che il collettivismo dei soviet a favore di una terza via in cui lo "stato buono" e le varie associazioni del "terzo settore" programmano e gestiscono il sistema economico nazionale. Da Leone XIII a Fanfani e Dossetti passando per l'IRI prima e CL dopo, questa costellazione di confuse "teorie economiche" costituisce, di fatto, la comune cultura economica sia del "popolo leghista" che di quello "pentastellato". I quali non sono apparsi ieri in Italia: vi risiedono da decenni e, prima, votavano DC , PCI, PSI ed MSI i quali, forse, poco avevano in comune ma la visione di una "economia sociale nazionale", quella ce l'avevano di certo.  “

Drastiche le sue conclusioni: “Questa cultura è la "cultura politica degli italiani", quella che si è venuta formando da quando le élites italiane, seguendo l'invito di D'Azeglio, si misero all'opera per inventarsi il popolo italiano, che allora non esisteva proprio. Non è arrivata dal cielo questa visione del mondo condivisa dall'80-90% dei cittadini italiani. Essa è il frutto, certamente, della situazione esistente attorno al 1860-70, ma anche e soprattutto delle scelte politiche, economiche e culturali che le élites italiane, da allora sino all'altro giorno, hanno compiuto. Nazionalismo ideologico + Socialismo economico + Populismo politico + Moralismo cattolico sono le sue quattro colonne portanti, collegate tra loro dal mito che gli italiani siano il  "popolo erede", al contempo, del mondo Classico e del Rinascimento.”

Ora, a parte i giudizi sommari sul cosiddetto “ moralismo cattolico”, che non tiene assolutamente conto di quella che è stata e ancora potrà essere la straordinaria esperienza politica dei cattolici democratici e cristiano sociali da Sturzo a De Gasperi , compresa la più che quarantennale posizione dominante della DC nel governo dell’Italia, non v’è dubbio che nella maggioranza dei voti espressi da poco più del 50% degli elettori che il 4 Marzo hanno partecipato al voto, quelle quattro culture, o se meglio vogliamo connotarle sociologicamente in termini weberiani, quei quattro “ideal typus”, sono senz’altro presenti.  Nulla in politica, come in molte altre espressioni dell’attività umana, nasce per caso o per improvvisi e  drastici salti, ma finisce col rappresentare quasi sempre nel nuovo che emerge, qualcosa che già esisteva nelle radici profonde di un popolo in continuo mutamento tra conservazione e innovazione, tanto sul piano strutturale che su quello sovrastrutturale.

Si tratta di comprendere, tuttavia, se l’attuale politica, che è sempre espressione dell’equilibrio tra gli interessi e i valori prevalenti in termini di consenso in una determinata situazione storica, sia in grado di conservare quell’equilibrio che, analizzando la composizione geo territoriale, economico sociale e culturale dell’elettorato della Lega e del M5S, appare largamente difficile da sostenere; come dimostrano le quotidiane difficoltà nelle scelte politiche del governo e l’arrembante strategia e tattica politica dei due partiti, ormai uniti in un becero nazionalismo d’altri tempi, con cui si preparano all’attacco delle istituzioni europee.

Più politica la lettura che Enzo Scotti fornisce, in un articolo pubblicato sulla rivista on line: www.formiche.net, il 15 Gennaio 2019 dal titolo: “ Obiettivi e strategia per vincere la sfida del Governo Conte”. La premessa di Scotti è che: “Le prossime elezioni europee rappresenteranno, inevitabilmente, uno spartiacque per tutti i governi nazionali dei Paesi che fanno parte dell’Europa. Sono evidenti i contrasti all’interno dei Paesi che fanno parte dell’Unione europea: questi vanno dal confronto sul trasferimento all’Unione di maggiori poteri sovranazionali a questioni che toccano l’esistenza stessa dell’Unione, sino al contenuto e alla gestione delle politiche per fronteggiare la crisi economica esplosa negli Usa nel 2008 e, infine, al contrasto sulle politiche, e relativa gestione, dei flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Mediterraneo.”

Se questa è la situazione aggravata dalla guerra dei dazi Cina-USA e dalla vicenda Brexit, Scotti conclude così:  “Se è vero che siamo in una fase di profonda transizione di un cambio d’epoca, l’unico dato certo è che nei Paesi euro-atlantici tira – tra mille spifferi – un vento con una chiara direzione. Una quota crescente di popolo non punta a una rivoluzione, come l’abbiamo conosciuta negli ultimi secoli, ma partecipa a movimenti che hanno come unico obiettivo la distruzione delle tradizionali élite conservatrici e riformatrici che non sono più capaci di assicurare sicurezza, crescita e benessere. E aggiunge: A essere politicamente messa in discussione nella pratica di governo è stata innanzitutto la democrazia rappresentativa di stampo liberale. E poi, in successione, la mediazione, l’accordo e le forme di new deal perché ritenute tutte  incompatibili con la necessità di un’economia e di una società moderne. Questa forte turbolenza non poteva non mettere in crisi l’Unione europea, la costruzione politica frutto della scelta di mettere insieme le risorse economiche, sociali e soprattutto quel patrimonio culturale dell’umanesimo liberale. E la mette in difficoltà di fronte alla prima grande crisi economica del 2008, neppure prevista dal Trattato europeo del 1992.

Solo approfondendo le ragioni di quel vento contro le élites si può capire, prima di giudicare con supponente onniscienza, la nascita di movimenti, certamente non omogenei né con una forte radice culturale perché non derivanti da ideologie tipiche degli ultimi decenni, ma che cercano una legittimità a partire da temi specifici (l’ultima esperienza è quella dei gilet gialli in Francia). Conseguentemente, solo alla luce di questo contesto si può capire il governo di due forze tra loro così diverse per sensibilità e obiettivi, ma ambedue alla ricerca di una risposta alle sfide del cambiamento.”

Credo che proprio da queste conclusioni noi “DC non pentiti”, eredi della migliore tradizione politica dei cattolici democratici, cristiano sociali e popolari, si debba ripartire, tenendo presente che un vento nuovo sta soffiando oltre Tevere. Un vento che ci impegna tutti, appartenenti alle diverse casematte diventate inutili obsolete sopravvissute della diaspora  democratico cristiana, a metterci in discussione, per ritrovare, al centro, come a destra e a sinistra, le ragioni essenziali per ricomporre la nostra unità che, in questo tempo di sub cultura politica, è indispensabile per l’Italia e per l’Europa.

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 22 Gennaio 2019

Centenario dell’appello sturziano: prime prove per l’unità dei DC

 

Si è celebrato ieri nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera in forma solenne il centenario dell’appello sturziano “ Ai Liberi e Forti”. Presenti alcune centinaia di militanti democratici cristiani, l’evento organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo, è stato caratterizzato dagli interventi di Gianfranco Rotondi,  Presidente della fondazione Sullo, Renato Grassi, segretario nazionale della DC e di Mario Tassone, segretario nazionale Nuovo CDU. Le relazioni sono state tenute dagli Onn. Calogero Mannino, Rocco Buttiglione e Roberto Lagalla con quella introduttiva del dr Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2.

L’On Vitaliano Gemelli ha illustrato il documento che, il 5 Dicembre 2018, era stato da me redatto e condiviso da Grassi, Rotondi, Tassone, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Ivo Tarolli, Giuseppe Rotunno e da molti altri esponenti di diversi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolica e popolare italiana. Il documento, che abbiamo connotato come il “ patto programmatico federativo costituente”, si propone, tra l’altro: “l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori. Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”. Sulla base di tale condivisione siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.”

L’incontro di ieri non è stato, dunque, una semplice ricorrenza liturgica di una data che ha segnato la storia della politica italiana e il ruolo che da allora assunsero i cattolici nella politica del nostro Paese, ma, come ha ben evidenziato Renato Grassi, nel suo intervento: “A distanza di cento anni dalla divulgazione dell'Appello sturziano, torna alla luce lo stesso senso di responsabilità: guardare avanti per la ricomposizione politica dell'area cattolica e popolare cercando, tutti insieme, le più ampie aperture al confronto e al dialogo.  È nostro convincimento preciso che si debbano trovare convergenze unitarie e promuovere scelte aggregative che superino il tradizionale recinto della diaspora democristiana, al fine di ricercare e ritrovare la più ampia convergenza di partiti, movimenti e aggregazioni anche ecclesiali che abbiano, quale obiettivo specifico, la costruzione di un nuovo umanesimo cristiano capace di interpretare i fermenti evolutivi della Dottrina Sociale cattolica e di tradurre in politica i caratteri sociali ed etici dello stesso Magistero della Chiesa. Siamo di fronte, ha continuato il segretario nazionale della DC,  a un’ evoluzione epocale di cui non se ne intravede agevolmente l'esito, e proprio per questo la Democrazia Cristiana intende dare un contributo convinto alla rinascita del Paese. A tal fine infatti abbiamo promosso e sottoscritto un Patto Federativo Programmatico con partiti movimenti e associazioni che si richiamano all'area del popolarismo europeo. La DC guarda infatti, con attenzione e in piena autonomia, alle prossime scadenze elettorali per il Parlamento Europeo”.

 

Ieri a Roma si è compiuto, dunque, un passo importante per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, premessa funzionale a quella più ampia dell’area cattolico popolare, finalizzata alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva sovranista e populista che attualmente guida l’Italia.

 

Ora si tratta di avere piena consapevolezza che  da soli, con ciò che rimane della propria realtà associativa e politico culturale, non andremo da nessuna parte, specie se consideriamo le scadenze dei prossimi impegni elettorali, a partire dalle elezioni europee del 23 Maggio p.v.

 

Ricordare Don Luigi Sturzo per noi vuol dire, dunque, impegnarci oggi, come lui fece cent’anni fa, a inverare nella città dell’uomo, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione. Dovremo tutti fare lo sforzo di superare le nostre attuali casematte per ritrovarci INSIEME nel nuovo soggetto politico. 

 

Guai se qualcuno pensasse di egemonizzare il pezzettino di residuo democristiano da portare in dote a Berlusconi o a sinistra. Siamo fieri e orgogliosamente difensori della nostra autonomia, pronti a concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, riproponendo un nuovo appello ai Liberi e Forti dell’Italia del XXI secolo e a consegnare il testimone di questa straordinaria esperienza e cultura politica a una nuova generazione di democratici cristiani e di popolari.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 19 Gennaio 2018

Cattolici popolari, parte la Rete dei "liberi e forti". No ai listoni e alla confusione.

 

 

"Rete Bianca, il movimento politico e culturale nato per favorire la ricomposizione della frantumata presenza politica dei cattolici democratici e popolari, promuove la formazione della rete dei 'liberi e forti' organizzando e raccordando associazioni, movimenti, comitati e circoli in tutto il paese.

Una presenza politica e culturale e non partitica, aperta, inclusiva, laica e finalizzata a rilanciare un rinnovato protagonismo dei cattolici popolari in un contesto storico e politico confuso e, per certi aspetti, delicato per le stesse sorti della democrazia italiana.

Una proposta che si inserisce nelle molteplici iniziative disseminate in tutto il paese per ricordare, rileggere e riattualizzare lo storico "appello ai liberi e forti" e la costituzione del Partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo fondato nel gennaio del 1919. E, soprattutto, una proposta che non può essere confusa con i listoni e le aggregazioni indistinte che creano solo confusione e disorientamento tra gli elettori.

Uno strumento, appunto, politico e culturale che Rete Bianca mette in campo con l'obiettivo, da un lato, di non disperdere un patrimonio ideale che continua ad essere attuale e moderno e, dall'altro, di gettare le premesse per un rinnovato impegno, laico ed autonomo, dei cattolici italiani nella società contemporanea. Una società dominata da simboli, parole d'ordine e metodi che rischiano, se non arginati, di travolgere gli stessi capisaldi di una politica democratica e costituzionale. E che richiede, oggi più che mai, una forte, coerente e convinta opposizione all'attuale equilibrio politico.

E la cultura popolare e cattolico democratica può, al riguardo, svolgere un ruolo decisivo e determinante.

E, sotto questo versante, l'apporto del popolarismo di ispirazione cristiana attraverso la rete dei 'liberi e forti' può dare un contributo decisivo alla intera politica italiana.

Non per il bene dei cattolici  ma per la salute e la qualità della democrazia".

 

 

Giorgio Merlo

Rete Bianca

Roma 20 Gennaio  2019

 

 

Centenario dell’appello sturziano: prime prove per l’unità dei DC

 

Si è celebrato ieri nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera in forma solenne il centenario dell’appello sturziano “ Ai Liberi e Forti”. Presenti alcune centinaia di militanti democratici cristiani, l’evento organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo, è stato caratterizzato dagli interventi di Gianfranco Rotondi,  Presidente della fondazione Sullo, Renato Grassi, segretario nazionale della DC e di Mario Tassone, segretario nazionale Nuovo CDU. Le relazioni sono state tenute dagli Onn. Calogero Mannino, Rocco Buttiglione e Roberto Lagalla con quella introduttiva del dr Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2.

L’On Vitaliano Gemelli ha illustrato il documento che, il 5 Dicembre 2018, era stato da me redatto e condiviso da Grassi, Rotondi, Tassone, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Ivo Tarolli, Giuseppe Rotunno e da molti altri esponenti di diversi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolica e popolare italiana. Il documento, che abbiamo connotato come il “ patto programmatico federativo costituente”, si propone, tra l’altro: “l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori. Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”. Sulla base di tale condivisione siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.”

L’incontro di ieri non è stato, dunque, una semplice ricorrenza liturgica di una data che ha segnato la storia della politica italiana e il ruolo che da allora assunsero i cattolici nella politica del nostro Paese, ma, come ha ben evidenziato Renato Grassi, nel suo intervento: “A distanza di cento anni dalla divulgazione dell'Appello sturziano, torna alla luce lo stesso senso di responsabilità: guardare avanti per la ricomposizione politica dell'area cattolica e popolare cercando, tutti insieme, le più ampie aperture al confronto e al dialogo.  È nostro convincimento preciso che si debbano trovare convergenze unitarie e promuovere scelte aggregative che superino il tradizionale recinto della diaspora democristiana, al fine di ricercare e ritrovare la più ampia convergenza di partiti, movimenti e aggregazioni anche ecclesiali che abbiano, quale obiettivo specifico, la costruzione di un nuovo umanesimo cristiano capace di interpretare i fermenti evolutivi della Dottrina Sociale cattolica e di tradurre in politica i caratteri sociali ed etici dello stesso Magistero della Chiesa. Siamo di fronte, ha continuato il segretario nazionale della DC,  a un’ evoluzione epocale di cui non se ne intravede agevolmente l'esito, e proprio per questo la Democrazia Cristiana intende dare un contributo convinto alla rinascita del Paese. A tal fine infatti abbiamo promosso e sottoscritto un Patto Federativo Programmatico con partiti movimenti e associazioni che si richiamano all'area del popolarismo europeo. La DC guarda infatti, con attenzione e in piena autonomia, alle prossime scadenze elettorali per il Parlamento Europeo”.

 

Ieri a Roma si è compiuto, dunque, un passo importante per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, premessa funzionale a quella più ampia dell’area cattolico popolare, finalizzata alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva sovranista e populista che attualmente guida l’Italia.

 

Ora si tratta di avere piena consapevolezza che  da soli, con ciò che rimane della propria realtà associativa e politico culturale, non andremo da nessuna parte, specie se consideriamo le scadenze dei prossimi impegni elettorali, a partire dalle elezioni europee del 23 Maggio p.v.

 

Ricordare Don Luigi Sturzo per noi vuol dire, dunque, impegnarci oggi, come lui fece cent’anni fa, a inverare nella città dell’uomo, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione. Dovremo tutti fare lo sforzo di superare le nostre attuali casematte per ritrovarci INSIEME nel nuovo soggetto politico. 

 

Guai se qualcuno pensasse di egemonizzare il pezzettino di residuo democristiano da portare in dote a Berlusconi o a sinistra. Siamo fieri e orgogliosamente difensori della nostra autonomia, pronti a concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, riproponendo un nuovo appello ai Liberi e Forti dell’Italia del XXI secolo e a consegnare il testimone di questa straordinaria esperienza e cultura politica a una nuova generazione di democratici cristiani e di popolari.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 19 Gennaio 2018

 

 

 

 


Domani, 18 Gennaio 2019 è il centenario dell’Appello sturziano “ Ai Liberi e Forti” il cui testo pubblichiamo dopo  una riflessione del prof Antonino Giannone, V.Presidente ALEF, sull’Etica politica di una gran bella persona i cui insegnamenti  sono attualissimi per chi volesse servire la politica e non servirsi della politica: Don Luigi Sturzo

 

Perché dopo 100 anni l’attenzione verso un Cristiano, un Sacerdote, un politico laico per l’Italia di oggi e di domani? Ci riferiamo a Don Luigi Sturzo. 

Ci sembra che questa attenzione non sia casuale, ma esprima il crescente bisogno di riferimenti forti, di maestri, proprio di un’epoca di grande smarrimento, di grandi “rumori”, di grandi e giustificate paure, di assenza di pensiero. 

Studiare i grandi personaggi ci fa scoprire talvolta dei veri maestri, non solo del passato, ma per il presente e per il futuro.

Don Luigi Sturzo e’ stato ed e’ ancora oggi un maestro di Etica politica per chiunque volesse “servire la politica e non servirsi della politica” come affermava spesso.

Sturzo è stato: filosofo, sociologo, profondo economista, amministratore pubblico, politico tra i più importanti del Novecento italiano. Sturzo resta sempre e soprattutto sacerdote: intenso, totale, dedito a Gesù Cristo e alla rigorosa fedeltà alla Chiesa, anche quando questa lo farà soffrire.

Organizzò i cattolici del suo comune siciliano: Caltagirone in un progetto culturale e politico di largo respiro, fece comprendere ai suoi concittadini che il Comune non era proprietà privata dei notabili, ma bene comune, attore dello sviluppo, pilastro del vivere civile. 

Ancora oggi, dopo 100 anni dall’Appello ai Liberi e Forti (18 gennaio 1919) il suo insegnamento sarebbe da svolgere in tantissime realtà territoriali in tutta Italia.

Sturzo organizzo’  cooperative rurali e bancarie, creò scuole, fondò giornali, costruì una rete di “complicità” con altri giovani sacerdoti della sua età. Dalle sue iniziative emerse la sua figura come un leader nazionale. Riceve il messaggio dell’impegno sociale e politico dall’enciclica Rerum Novarum, che è del 1891. 

La Rerum Novarum è l’enciclica che spiega con grande chiarezza che prima di tutto viene la persona, la libertà della persona, la dignità della persona, e che per preservare ciò ci sono le società intermedie, che non derivano dallo Stato, perché sono le cellule primordiali della società: la famiglia, il Comune, e da lì via via si sale con il principio di sussidiarietà verso l’“organismo Stato”.

A Caltagirone fu “pro Sindaco” 

(perché come sacerdote non poteva essere Sindaco, ma di fatto vuol dire Sindaco) dal 1905 al 1920, e offri il suo impegno straordinario al servizio della sua città’.

Sturzo sente la necessità di costruire una rete di contatti e di pensiero, perché egli è anche un grande realista e sa che restando soli si è sconfitti, non si va da nessuna parte quindi avvia contatti con i socialisti, la DC iniziale di Murri.

Per Don Sturzo, il Comune non è soltanto un organo amministrativo; ma è una cellula politica, è una comunità; il Comune, i servizi comunali sono al servizio della comunità; questa comunità non è derivata dallo Stato, ha la sua forza originaria, la sua autonomia, la sua sfera di libertà e di energia che devono essere liberate.

Grazie Don Luigi Sturzo per quanto hai lasciato in eredità a tutti, non solo ai democristiani. 

Antonino Giannone

Vice Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)

Componente della Direzione Nazionale DC


L'APPELLO AI "LIBERI E FORTI" DI DON LUIGI STURZO

 

Pubblichiamo integralmente l'appello ai "liberi e forti" del gennaio 1919, fatto dalla Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo.

* * *

Partito Popolare Italiano

Descrizione: http://www.democraticicristiani.it/copertine/liberieforti_small.jpgA tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le enrgie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della "Società delle Nazioni".

E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.

Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.

Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.

Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.

Le necessarie e urgenti rifrome nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

LA COMMISSIONE PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini - Avv. Giovanni Bertone - Stefano Gavazzoni - Rag. Achille Grandi - Conte Giovanni Grosoli - On. Dr. Giovanni Longinotti - On. Avv. Prof. Angelo Mauri - Avv. Umberto Merlin - On. Avv. Giulio Rodinò - Conte Avv. Carlo Santucci - Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.

 



Centenario della nascita di Giulio Andreotti

 

 

Il 14 Gennaio 1919 nasceva a Roma Giulio Andreotti, una figura straordinaria della storia democratico cristiana. Di  Andreotti, che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare negli della partecipazione ai lavori del Consiglio nazionale della DC,  vorrei evidenziare una delle caratteristiche più attrattive della sua personalità: la straordinaria disponibilità all’ascolto e a insegnare a noi più giovani esponenti della quarta generazione democristiana, i passaggi più difficili della vicenda politica, così come la discutevamo con grande passione e assoluta libertà nei Consigli nazionali della DC a Piazzale Sturzo all’EUR.

 

Erano incontri nei quali Andreotti sempre in prima fila, prendeva i suoi immancabili appunti sul quaderno con la copertina nera, e dopo lunghe ore di dibattito, mentre risaliva i gradini della sala del consiglio nazionale, quella in cui spiccava al centro del palco il quadro di De Gasperi rappresentato da Annigoni (a proposito mi sono sempre chiesto  che fine abbia fatto quel cimelio storico, dopo che, scomparsa la DC, ebbi la sventura di rivisitare Palazzo Sturzo nel completo abbandono, in uno dei primi consigli nazionale del CDU di Buttiglione) si fermava con grande generosità a dialogare con noi più giovani che gli ponevamo tante domande, ricevendo le sue come sempre argute e illuminanti risposte.

 

Da componente del CN della DC nella lista di Forze Nuove, fu assai travagliato il nostro rapporto con il capo di una corrente veramente mai gestita in prima persona dal divo Giulio, semmai sempre affidata ai luogotenenti fidati, Evangelisti, Sbardella, Lima prima e poi Cirino Pomicino e Nino Cristofori, con il seguito sempre garantito dei ciellini osannanti alle performance politiche del loro presidente di riferimento.

 

Un giudizio complessivo sulla sua lunga storia sarà fornito dagli storici futuri e, credo, non potrà che essere alla fine largamente positivo. Confrontando gli uomini di quella generazione, Andreotti, Fanfani, Moro, la seconda del partito, dopo quella dei popolari come De Gasperi, Gonella, Scelba, con questi “mezzomini e ominicchi” contemporanei, ogni paragone sarebbe fuorviante.

 

Resta, ovviamente, tuttora valido e difficilmente controvertibile quanto un leader storico della DC come Carlo Donat-Cattin amava, in ogni occasione, ammonirci; ossia che bisognava rispettare, ed anche temere, l’intelligenza politica di Giulio Andreotti, ma che bisognava sempre diffidare dell’andreottismo.

 

Per riuscire a capire a fondo cosa ha rappresentato l’andreottismo nella storia della DC e della Prima Repubblica al di là delle facili giustificazioni degli amici o delle sommarie liquidazioni degli avversari di parte serve una ben più rigorosa analisi dei documenti lasciatici in eredità con il distacco proprio di chi non è più parte attiva della contesa politica contingente.

 

Con lo scomparso e compianto amico Sandro Fontana condividiamo quanto da lui scritto in occasione del 90° compleanno di Andreotti: “Col passare degli anni e di fronte allo spettacolo deprimente della lotta politica odierna, il cosiddetto andreottismo ha finito col rappresentare ai miei occhi soprattutto una grande lezione di metodo. La quale non consisteva tanto nel banalizzare ogni vicenda politica, quanto nel riuscire ad isolare ogni problema concreto dalle inevitabili sovrastrutture ideologiche e passionali e nel cercare, con pazienza e determinazione, di sciogliere i numerosi nodi che l’insipienza e la malafede degli uomini avevano reso inestricabili”.

Da parte mia a una domanda rivoltami dal giornalista Giuliano Ramazzina in un libro intervista (“ALEF un futuro da Liberi e Forti”- ME Publisher-2010) così formulata: “State sempre in maggioranza, diceva Toni Bisaglia durante le sue famose cene con gli amici. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Giulio Andreotti. E’ più emblematica, nel disprezzo delle minoranze, la frase di Toni Bisaglia  o quella di Giulio Andreotti ?” risposi così:

 

Quella di Toni è l’espressione di un doroteismo che, già con lui e, soprattutto dopo di lui, diventerà degenerazione culturale e morale. Ricordo uno degli ultimi interventi pubblici di Bisaglia in cui, con grande capacità di autocritica, denunciò l’esistenza di una questione morale tra le file dei suoi e di altri amici della DC che sarebbe stata all’origine della scomparsa di quel partito. Eravamo agli inizi degli anni ’80, dopo una tornata elettorale in cui era scoppiato il fenomeno da noi non compreso della Liga Veneta. Interi paesi e quartieri in cui eravamo abituati a conoscere pressoché la totalità degli elettori della DC, vedevano crescere il consenso al movimento dei Tramarin prima e dei Rocchetta dopo, senza che si potessero riconoscere i loro riferimenti territoriali. Fu allora che organizzammo un gruppo di lavoro multidisciplinare per cercare di comprendere le ragioni di quanto stava accadendo. E proprio discutendo dei risultati di quell’indagine, nella sala delle Conchiglie a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta, Bisaglia con toni accorati pronunciò quella sua profetica sentenza. Era oramai troppo tardi. Molti dei suoi amici ed anche altri si erano da tempo incamminati sulla strada della separazione degli interessi, specie di quelli personali, dai valori. E fu così che il doroteo polesano che si fregiava del fatto che, a differenza di Mariano Rumor, il leader storico dei dorotei veneti, non aveva avuto parte alla congiura dei “salmodianti della Domus Mariae” e che a noi giovani in diversi incontri alla DC di Rovigo, teorizzava il valore della conquista del potere quale strumento indispensabile per orientare la politica verso quella mediazione corretta tra interessi e valori, dopo quasi trent’anni di vita parlamentare, dovette accorgersi che qualcosa di grave era intervenuto. Qualcosa che avrebbe travolto di lì a pochi anni con la DC veneta un’intera classe dirigente.

 

Andreotti non è mai stato doroteo, avendo sempre curato una sua piccola, almeno all’inizio, corrente, chiamata con il nome rassicurante di “Primavera”. Circoscritta dapprima a Roma e nel Lazio, dopo la crisi dei dorotei che si consumò nella rottura intervenuta tra Rumor e Bisaglia in un drammatico consiglio nazionale, al quale partecipai, dopo la sconfitta sul referendum sul divorzio, la corrente andò progressivamente allargandosi. Franco Evangelisti ne era il Tigellino fedele ed efficientissimo. Evangelisti era quello del: “a Fra’ che te serve”, rivolgendosi a Francesco Caltagirone, allora disistimato palazzinaro romano, a capo di una dinastia oggi tra le più rispettabili dell’Italia, a destra, come al centro e a sinistra. Ma sarà con l’adesione degli Sbardella, dei Pomicino, Scotti e dei siciliani con Salvo Lima, che la corrente del divo Giulio diventerà uno dei capisaldi della DC post dorotea nella quale prevalse il dominio dei basisti demitiani, grazie proprio all’appoggio determinante degli andreottiani.

 

Se prima i dorotei, specie quelli veneti, avevano dimostrato senso della misura e della loro innata capacità di stare a tavola, con Andreotti, si ebbe la dimostrazione dell’immutabilità della condizione del potere. Sino alla sciagurata decisione di opporsi all’ultimo voto all’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, ultimo atto di una tragedia che, con Scalfaro presidente, assumerà i toni della tragicommedia”.

 

Luci ed ombre nella vita politica di un uomo che, in ogni caso, concorse in maniera determinante a garantire all’Italia quasi cinquant’anni di pace ininterrotta nella difesa della libertà e in una fase di ricostruzione dell’unità europea che, non a caso, Andreotti ebbe da subito, incompreso anche fra molti di noi più giovani,  la consapevolezza dei rischi che correvamo con la riunificazione tedesca. Non a caso egli osava affermare con la consueta ironia : “ amo talmente la Germania da desiderarne due”.

 

Purtroppo l’idea di europeizzare la Germania attraverso l’Atto Unico (1987)  che fu il capolavoro politico di Andreotti da ministro degli Esteri del governo Craxi durante il semestre di presidenza italiana di quell’anno, non si è attuata e ci troviamo oggi, invece, a fare i conti  con una germanizzazione dell’Europa che rappresenta il grande tema affidato, ahimè, a questi  nuovi politici senz’arte né parte. Non a caso sale da molti la nostalgia del divo Giulio…

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale della DC

Venezia, 14 Gennaio 2019

 



Più che la “maledizione di Moro”, la stupidità degli eredi

 

Sono stato tra i consiglieri nazionali della DC che il 18 Gennaio 1993, su iniziativa del segretario Martinazzoli, da diversi mesi sollecitato dalla “pasionaria di Sinalunga”, Rosi Bindi, approvarono il cambiamento del nome del partito da DC a PPI.

 

Di fatto quella scelta coincise, di lì a poco, con la fine politica del partito e l’avvio della lunga marcia nel deserto, caratterizzata dalla diaspora esplosa, prima, tra i diversi spezzoni in cui si frantumò a poco a poco il partito, e, in seguito, nell’intera vasta area politica, sociale e culturale che alla DC ha fatto riferimento per oltre quarant’anni.

 

Personalmente, in quegli anni che vanno dal 1994 al 2011, mi concentrai sulla mia intensa attività professionale, limitandomi a scrivere di politica con lo pseudonimo di don Chisciotte, l’errante cavaliere indomito, uscito dalla mente di quel grande della letteratura spagnola a me caro,  Miguel De Cervantes.

 

Fu nel 2011 che l’amico On Publio Fiori mi informò della sentenza n.25999 della Cassazione, pronunciata a sezioni civile riunite il 23.12.2010, che stabilì un fatto giuridico importantissimo: la DC non è mai stata giuridicamente sciolta, in quanto per poterla sciogliere e trasformarla in altro partito, il segretario nazionale, con il consiglio nazionale della DC, a norma dello statuto,  avrebbe dovuto convocare il Congresso, ossia la platea di tutti i soci iscritti al partito che, nel 1992 erano oltre un milione.

 

Iniziò in quel momento un impegno che con gli amici  Silvio Lega, Ugo Grippo, Luciano Faraguti, Renato Grassi e Sergio Bindi, portammo avanti, indicando in Gianni Fontana la persona che avrebbe assunto, con il congresso convocato dal consiglio nazionale in auto convocazione, l’incarico di segretario nazionale, dopo che nel 2012 riaprimmo il tesseramento per tutti i soci del 1992 che avessero  espresso la volontà di riconfermare la loro iscrizione al partito.

 

Subito emersero le opposizioni incrociate di quanti non potevano vedere favorevolmente la rinascita politica della DC, “partito mai giuridicamente sciolto”. Alcuni, timorosi per quanto era accaduto con episodi assai poco commendevoli  al momento della spartizione dei beni mobili e immobili  del partito.  Altri, accasatisi su altre sponde politiche a destra, a sinistra o  al centro, sul più comodo carro trionfante del Cavaliere, preoccupati di difendere le loro nuove posizioni acquisite, dimentichi  di quanto la DC era stata loro così prodiga di bene.

 

Tra gli irriducibili avversari delle scelte che, con grande fatica e dispendio di energie personali, il gruppo degli amici che avevano concordato l’elezione di Gianni Fontana  alla segreteria andavano compiendo, si rivelarono sin dal 2012, due amici romani: Cerenza e De Simoni, rappresentanti di un’associazione degli iscritti alla DC del 1992-93, i quali si sono impegnati per oltre sette anni, in  un’opera di continua opposizione, svolta non sul piano del confronto politico, ma sul terreno giudiziario, con continui ricorsi tesi a distruggere la tela che abbiamo tentato di tessere con grande passione e assoluto disinteresse.

 

Sono stati così sette anni di un continuo  e  pericoloso slalom tra il tempo passato a elaborare proposte politiche e a diffondere l’idea della ripresa politica della DC e quello dedicato a rispondere alle continue scadenze nelle aule dei tribunali.

 

Per molto tempo ho ritenuto che pendesse su di noi la “ maledizione di Aldo Moro” pronunciata contro la DC e i suoi eredi dal carcere delle BR. Avevo sperato che con l’ultimo tentativo di accordo con il duo romano si fosse trovata finalmente la pace, dopo che il tribunale di Roma aveva autorizzato la celebrazione del XIX Congresso nazionale del  partito il 14 Ottobre 2018, nel quale abbiamo eletto Renato Grassi alla segreteria del partito e Gianni Fontana alla presidenza del Consiglio nazionale, convocato il 23 ottobre dello stesso anno, ed invece il duo romano ha colpito ancora con l’ennesimo ricorso in tribunale.

 

Se con quello del 2012 abbiamo perduto sette anni di vita politica per la DC, con quest’ultimo, se dovesse prevalere, sono convinto che quello che per molti di noi è stato un sogno finirebbe per diventare l’incubo di un’aspettativa mancata senz’altra possibilità di riuscita.

 

Di fronte al persistere di questi avvenimenti che il 18 Gennaio prossimo, centenario dell’appello sturziano ai Liberi e Forti, e venticinquennale della fine politica della DC, vedrà riuniti a Roma una sequela di partiti, movimenti e gruppi che, a diverso titolo, fanno riferimento alla DC, sto pensando che più che “la maledizione di Moro”, siamo tutti vittime della stupidità degli ultimi eredi della DC.

 

Come chiamare, infatti, quelle persone che con i loro comportamenti e i loro atti “fanno del male a se stessi e agli altri”, se non  con il titolo di “stupidi”, ossia con la qualifica che proprio il prof Carlo Cipolla nel suo trattato sulla stupidità, ha egregiamente attribuito alle persone responsabili di tali comportamenti?

 

Ho dedicato gli ultimi ventisei anni della mia vita politica al progetto della ricomposizione dell’area politico  culturale cattolica e  popolare italiana, ma temo di aver vissuto nient’altro che una frustrante illusione, avendo sperimentato sulla mia pelle quanto sia difficile lavorare in un contesto, come quello del nostro Paese, in cui: “ tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato”.

 

Getto la spugna e da questo momento mi limito a svolgere il ruolo di “ un osservatore partecipante”, deluso e rammaricato nel costatare l’impotenza dell’area  politica democratico cristiana, nella quale le stucchevoli ambizioni di alcuni continuano a fare aggio sul progetto della ricomposizione unitaria.

 

E, intanto, assistiamo allo “sgoverno dei giallo verdi” e al trionfo di una deriva sovranista e populista che porterà l’Italia alla crisi d sistema.

 

Una definitiva speranza: il 18 Gennaio riusciremo a far decollare il patto programmatico  costituente condiviso il 5 Dicembre scorso con Rotondi, Tassone, Merlo, Mario Mauro, Tarolli, Rotunno e tanti altri amici di area DC e popolare? Lì si parrà nostra nobilitade.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 10 Gennaio 2019

 

 

 

 


La dura prova della realtà

 

Dopo il Monte dei Paschi di Siena è la volta della CARIGE (Cassa di Risparmio di Genova), prime vittime di una crisi bancaria italiana nella quale sono coinvolte diverse altre realtà che stanno scivolando verso il default.

 

Trattasi di una crisi di sistema più volte denunciato dall’amico Alessandro Govoni anche in sede giudiziaria, dopo che Banca d’Italia è stata sottoposta al  potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari detentori delle quote di maggioranza dei tre istituti controllati-controllori della Banca centrale (vedasi la risposta del Ministero del Tesoro all’interrogazione dell’On Villarosa del   Febbraio 2017, allora capogruppo del M5S in commissione finanze della Camera, attualmente sottosegretario dello stesso Ministero *) per risolvere la quale non sono assolutamente sufficienti, ancorché necessarie, le politiche di intervento d’urgenza come quelle sin qui adottate tanto dal centro-sinistra che dal governo giallo-verde.

 

Alla dura prova della realtà anche il M5S , paladino della battaglia contro il salvataggio renziano delle banche , si è dovuto piegare a ciò che il ministro Tria e il premier Conte alla fine hanno dovuto decidere in un consiglio dei ministri serale convocato d’urgenza.

 

 

L’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello STATO ITALIANO  e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente:  

1.    Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano  da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini,  necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)

 

2.    Controllo Statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini

 

3.    Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (=abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.  

 

4.    Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (=abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):

 

5.    SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) =abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.

Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)  

6.    Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico

 

7.    Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…)  dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.

 

8.    Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di societa italiane quotate alla borsa di Milano.

 

9.    Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)

 

10. Conferire il potere ISPETTIVO  sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza 

 

11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.  

 

12.  Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi)

 

13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso

 

14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito 

 

15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali). 

 

16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente

 

17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg.  TUB

 

18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà,  ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).   

 

19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.

 Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari

20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione diattentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano

 

21. Obbligo di almeno cinque  Parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese

 

Credo che la Democrazia Cristiana, che fu già il partito di Guido Carli che seppe conservare la legge bancaria del 1936 sino al 1992, una delle pre-condizioni fondamentali della crescita dell’Italia, sarebbe quella di assumere queste indicazioni come essenziali per la sua proposta di programma, avendo consapevolezza che, senza questi pre-requisiti, nessun’altra riforma seria sarebbe possibile nel nostro Paese.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 9 Gennaio 2019

 

* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017)  maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv.Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Millano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione

della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.

 

 

 

Popolari, é il momento della scelta.

 

È indubbio che gennaio sarà un mese decisivo ed importante per il futuro dei cattolici popolari nel

nostro paese. Tutti sapevano che dopo il voto del 4 marzo la geografia politica italiana era

destinata a cambiare in profondità. E così è stato. Hanno fatto irruzione, vincendo a largo raggio, i

partiti cosiddetti populisti e antisistema, cioè la Lega di Salvini e il movimento di Grillo e

Casaleggio. Sono tramontati i "partiti plurali", cioè il Partito democratico e Forza Italia diventando

l'uno il prosieguo, seppur aggiornato, della storia e della esperienza politica e culturale del Pds e

dei Ds e l'altro una semplice succursale della Lega salviniana. E, infine, sono ritornate in campo le

identità politiche che, come da copione, ridiventano protagoniste ogniqualvolta si accompagnano

con un sistema elettorale proporzionale. Certo, il quadro politico e' ancora alquanto instabile e le

stesse coalizioni, frutto e conseguenza del proporzionale, sono in via di assestamento e di

ridefinizione. Dopo essere state distrutte. Nel Pd con il partito a "vocazione maggioritaria" e il

"partito personale" di renziana memoria e nel centro destra con l'onnipotenza berlusconiana.

Pagine che, comunque sia, sono state definitivamente archiviate dalla storia e dalla politica.

Ed è in questo preciso contesto storico che si pone, in termini affatto diversi ed inediti rispetto al

passato, la "questione cattolica" nella società contemporanea. Ovvero, la necessità di ridare voce

e senso alla presenza pubblica dei cattolici italiani. O meglio, di ridare rappresentanza politica ad

un mondo culturale, sociale ed associativo molto plurale ed articolato ma, comunque sia,

accomunato da un "comune sentire" che in questi ultimi anni, progressivamente ed

irresponsabilmente, e' stato emarginato e reso ininfluente. Certo, senza derive confessionali e

clericali ma con una presenza laica e culturalmente definita. Una domanda che in questi ultimi

mesi e' cresciuta a livello territoriale e di base e che, adesso, e' matura per avere una doverosa e

rinnovata risposta politica ed organizzativa. Ben sapendo che un processo di ricomposizione deve

tener conto delle mille voci che arricchiscono questo mosaico di cultura, di sensibilità sociale, di

spiritualità e di tensione ideale. Ma, seppur nel rispetto delle sensibilità e di queste storiche

diversita', adesso e' giunto anche il momento di affrontare il capitolo dello strumento partito. E le

svariate celebrazioni del centenario dell'appello ai "liberi e ai forti" e della fondazione del Partito

Popolare Italiano di don Luigi Sturzo che si stanno organizzando in tutta Italia, possono essere la

leva decisiva per fare il salto di qualità. Richiesto dalla base ed invocato dai vertici. Del resto, la

cosiddetta "questione cattolica", seppur nelle diverse fasi storiche, ha sempre dovuto affrontare e

risolvere il capitolo della politica. O meglio, della organizzazione politica. E oggi, e' inutile negarlo,

la sfida e' tutta qui. Cioè nella capacita' di ridare una infrastruttura politica ed organizzativa a

questa domanda. Appunto di natura politica. Senza prestare eccessiva attenzione, accompagnate

dalle altrettanto patetiche polemiche, su chi ha la paternità esclusiva per interpretare al meglio

quella cultura politica e quel filone ideale. Polemiche artificiose se è vero, com'è vero, che uno

strumento politico del genere non può che essere plurale al suo interno anche se accomunato da

una comune ispirazione valoriale.

Gennaio, quindi, sarà il mese della scelta politica. Fuorche' si pensi che la risposta debba essere

la solita "ritirata" nel prepolitico e nella palude. Sarebbe, questa, una sorta di "peccato di

omissione" per citare Paolo Vl che indebolirebbe ulteriormente la ricca e feconda tradizione del

cattolicesimo politico italiano da un lato e segnerebbe, dall'altro, l'eclissi del pensiero politico di

ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana. Un lusso che, adesso, non ci possiamo più

permettere.

 

Giorgio Merlo

Torino, 6.01 2019

Che il Signore ci assista!

 

Sono sempre più frequenti i messaggi provenienti dalla gerarchia cattolica per un rinnovato impegno dei cattolici nella politica italiana. Ultimo in ordine di tempo, l’intervento di padre Spadaro, direttore de “La civiltà Cattolica”, con le sue parole chiave, ricetta per reagire alle paure diffuse tra la gente.

 

Sono quelle della “paura”, dominante nel dibattito politico italiano, contro cui, come indica Papa Francesco è necessario compiere “gesti che si oppongono alla retorica dell’odio”.

La seconda parola è quella dell’”ordine”, che fa a pugni con la situazione di permanenti conflitti a livello internazionale , per perseguire il quale padre Spadaro indica una “solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un nuovo ordine mediterraneo.”

La terza parola è quella di “ migrazioni”, che sembra divenuta centrale nella vulgata politica nazionale, e su questo tema, ai muri e alla chiusure egoistiche, padre Spadaro invita a lavorare per l’integrazione.

Quarta parola “ popolo”, da non confondere con il populismo, considerando con Papa Bergoglio che “la questione centrale oggi è quella della democrazia”.

Segue il termine “partecipazione” che permetta di passare dalla condizione di “abitanti europei a quella di cittadini europei”. Il richiamo alle tre T di Papa Francesco, Tierra,Techo,Trabajo, ossia :Terra, casa e lavoro, sono i fondamentali per dare dignità alla vita umana. Partecipazione,  dunque, come ritorno a riconnettersi con la gente: dal populismo al popolarismo.

Ritorno al “popolo”, che è stata la stella polare di tutta la storia dell’esperienza politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, dall’appello sturziano ai Liberi e forti del 18 Gennaio 1919, alla DC di De Gasperi, Fanfani e Moro della lunga stagione del potere (1948-1992).

Ad essa é seguita la dolorosa stagione della diaspora (1993-2019) tuttora in fase di complessa e difficile ricomposizione, considerata la multiforme realtà dell’area cattolica e popolare, la crisi oggettiva dell’associazionismo cattolico e della stessa organizzazione ecclesiastica, cui si accompagna la deleteria divisione tra le diverse organizzazioni meta politiche e partitiche che, a diverso titolo, tentano di richiamarsi all’esperienza popolare e/o democratico cristiana.

Nel 1946-47 fu la voce di Papa Pacelli che si fece sentire alta e forte per un impegno diretto dei cattolici nella politica italiana, di fronte al rischio della vittoria del fronte social comunista. Una Topolino messa a disposizione di Luigi Gedda e Maria Badaloni permise loro di girare tutta l’Italia e di dar vita all’Associazione dei Maestri Cattolici (AIMC), primo nucleo fondante dell’unità politica dei cattolici nella DC.

Seguirono le iniziative di Achille Grandi con le ACLI, di Paolo Bonomi con la Coldiretti, di  Giulio Pastore con la CISL, ossia la nascita di una rete sociale, prima ancora che politica, in grado di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, uniti nei valori fondanti della dottrina sociale cristiana: centralità della persona e della famiglia, ruolo essenziale dei corpi intermedi, i rapporti dei quali da regolare secondo i principi della solidarietà e della sussidiarietà. Quelli che i democratico cristiani alla Costituente, Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro, Mortati e Lazzati, seppero introdurre a fondamento della nostra Costituzione repubblicana.

Noi da vecchi “ DC non pentiti” è dal 1993 che continuiamo la nostra lunga battaglia per la ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, pur tra mille difficoltà, incomprensioni, personali amarezze, convinti come siamo che, nell’età della globalizzazione, servirebbe veramente un “Appello ai Liberi e Forti 2.0”, a misura di quello sturziano del 1919. Quella fu la  risposta dei cattolici all’appello lanciato con la Rerum Novarum da Papa Leone XIII per la soluzione dei problemi posti dalla prima rivoluzione industriale. Oggi, sostenuti dalle indicazioni pastorali di Papa Benedetto XVI ( Caritas in veritate) e di Papa Francesco ( Evangelii Gaudium e Laudato Si), il nostro impegno è quello di inverare nella città dell’uomo questi orientamenti, nella difficile fase storico politica vissuta nell’età della globalizzazione con il ruolo dominante del turbo capitalismo finanziario.

Il 17 Gennaio prossimo, con la partecipazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Istituto Sturzo di Roma si celebrerà in forma solenne il centenario dell’appello sturziano. Noi stessi democratici cristiani tutti insieme a quanti vorranno unirsi nel patto programmatico costituente sottoscritto il 5 Dicembre scorso, Venerdì 18 Gennaio prossimo celebreremo presso la saletta della Camera dei Deputati, con il ricordo dell’appello sturziano, l’indicazione di un progetto politico in grado di offrire al Paese una nuova speranza.

Certo, ci sentiamo orfani di personalità all’altezza dei nostri padri fondatori, ma la nostra determinazione nell’impegno per ricomporre ciò che da molto, troppo tempo, è rimasto diviso, resta ferma e indistruttibile.

Serve l’aiuto di tutti i democratici cristiani e popolari italiani e, soprattutto, l’adesione appassionata  di una nuova generazione DC e di popolari, alla quale intendiamo consegnare con orgoglio il testimone della nostra migliore tradizione politico culturale.

E che il Signore ci assista!


Ettore Bonalberti

Vice Segretario nazionale DC

Venezia, 4 Gennaio 2019

 

 

 

 

 

Non c’è spazio per interpretazioni equivoche o in malafede

 

 

La lunga attraversata dei Democristiani non pentiti nel deserto dal tempo della diaspora, sembra che sia alla fine di questo percorso e che  stia trovando, finalmente, una sua positiva conclusione, dopo l’elezione degli organi dirigenti della DC, con l’elezione del Consiglio nazionale da parte del Congresso il 14 ottobre 2018 e della direzione nazionale da parte del Consiglio stesso il successivo  23 Ottobre.

 

Resta da risolvere il dilemma di Gianni Fontana il quale, eletto alla presidenza del Consiglio nazionale del partito, dopo appena un mese, il 13 Dicembre scorso, nella riunione da lui convocata del Consiglio, si è autosospeso dall’incarico con iniziali critiche alla linea politica del Segretario Renato Grassi, per poi condividerne completamente la relazione politica programmatica del Segretario, continuando a presiedere il Consiglio nazionale. In pratica un  pasticcio con la proclamazione di questo inconsueto istituto giuridico, non contemplato in partiti e associazioni dove il Presidente eletto non può essere “rappresentante formale”, ma “assente informale”. Ci auguriamo che Gianni Fontana capisca presto l’inconciliabilità di poter essere un “Presidente autosospeso”, per rispetto ai Soci che lo hanno eletto e allo stesso ruolo istituzionale che ricopre. 

 

In conseguenza di questo fatto appare quanto  meno bizzarra e disinformata la posizione assunta dagli amici della “ Chiesa dei poveri”, che, intervenendo sui fatti interni alla Democrazia Cristiana, continuano a rappresentare Gianni Fontana, come solitario e immacolato vindice di virtù, alla pari dei suoi nuovi amici riuniti attorno al vescovo emerito Mons Simoni, i quali, dimentichi delle traversie politiche e giudiziarie del Nostro agli inizi degli anni’90 (traversie politiche e giudiziarie da Fontana lucidamente descritte nel suo appassionato saggio: ”Le Mura”- Perosini Editori, 2005), considerano tutti gli altri come persone da additare all’indice, come fantasmi reietti, rispetto ai quali sarebbe bene che “i morti seppelliscano i morti”.

 

Non ci meraviglia che nella vasta e complessa  realtà cattolico popolare, permangano, dopo tanti anni vissuti nella diaspora, posizione politiche diverse.  Ci disturba, invece, che permangano giudizi e pregiudizi che appartengono a una stagione politica definitivamente morta e sepolta, come quella della seconda repubblica, nella quale andò di moda anche tra i cattolici, la divisione tra berlusconiani e anti berlusconiani, che, per molti di noi della quarta generazione DC, coincideva in larga parte con quella che avevamo vissuto nell’ultima fase della vita della DC, tra preambolisti e anti preambolisti.

 

Una divisione che, seppure ci separò in maniera forte, prima nella DC, e poi nella seconda repubblica, oggi non ha più alcun senso, considerato che da tutti i documenti votati dal congresso della DC per l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito, alle conclusioni dei Consigli nazionali, della Direzione nazionale e dello stesso ufficio politico, la linea politica è sempre stata netta e senza ambiguità: la DC, finalmente completata nei suoi organi dirigenti secondo le indicazioni statutarie avallate dal tribunale di Roma, intende schierarsi al centro per concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE che si intende far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo allo  “sgoverno” giallo verde dei populisti e nazionalisti.

 

 

Tutto ciò sta alla base, infine, del patto programmatico costituente e federativo che abbiamo sottoscritto con altri amici dell’area  democratico cristiana e popolare, ribadendo l’obiettivo di cui sopra nella conferenza stampa congiunta tenutati presso la sala stampa della Camera, Mercoledì 19 dicembre scorso. Come accade sempre in un Paese nel quale “ tutti vogliono coordinare e nessuno vuole essere coordinato”, anche su questa conferenza stampa non sono mancate le critiche di ambienti interessati, innanzi tutto, a non far ripartire il progetto di ricomposizione dell’area democratico cristiana che, per quanto ci riguarda, lo riteniamo come essenziale e propedeutico per quella più ampia dell’area popolare, liberale e riformista del Paese.

 

Un processo di ricomposizione senza il quale non esiste alcuna possibilità di dar vita a un’alternativa democratico e popolare alla deriva sovranista, nazionalista e antieuropeista dominante dopo il voto del 4 Marzo scorso. Preso atto, senza  più alcun dubbio che nessuno, nemmeno qualche vescovo emerito col suo seguito  di  fedeli chierici e laici, è l’interprete ufficiale della CEI, se non il presidente stesso di quella Conferenza, il card Bassetti, il quale in proposito ha usato il linguaggio schietto della verità, ai nostri critici esterni al partito chiediamo: possibile che non si possa condividere l’idea dell’alternanza al governo giallo verde e la volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare italiana, per partecipare tutti a pieno titolo nell’unica nostra casa politica possibile in Europa che è quella del Partito Popolare Europeo, pur se con correttivi rispetto alle esperienze di questi ulti venti anni ? Infatti, nel patto programmatico costituente abbiamo scritto in maniera inequivocabile che la DC italiana intende essere parte ufficiale del PPE, per riportare l’Unione europea ai fondamentali dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi e Schuman tre Statisti Cristiani.  Ai nostri critici esterni chiediamo: condividete oppure no tale obiettivo? 

 

Tra le fondamentali riforme che si chiede per porre fine al dominio del turbo capitalismo finanziario abbiamo indicato due obiettivi strategici prioritari: il controllo pubblico delle banche centrali, compresa la BCE, e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazioni finanziaria. Ai nostri  critici esterni chiediamo: siete d’accordo oppure no con tale obiettivo?  A loro, infine, suggeriamo  sommessamente che sarebbe il caso di indagare chi fosse componente di quel governo Amato Barucci che assunse nel 1993 la responsabilità di assumere per decreto il superamento della legge bancaria del 1936, di fatto assicurando agli hedge funds anglo caucasici-kazari il pieno dominio del nostro sistema bancario e finanziario nazionale. Siamo convinti che, svolta quella verifica, molti degli attuali giudizi e pregiudizi su persone e scelte politiche operative concrete, sulla linearità e coerenza dei comportamenti sarebbero completamente rivisti e, in qualche caso, rovesciati.

 

Ai tristi incoraggiatori, poi, responsabili reggitori di saccenti squallidi profili su facebook,  ribadiamo per iscritto ciò che abbiamo loro già indicato verbalmente: attenti a utilizzare il web come strumento di aggressione e di assurde contumelie e minacce personali, alle quali, se continuassero, risponderemmo nelle sedi giurisdizionali competenti. Se qualcuno non ha condiviso le scelte congressuali e del consiglio nazionale, ritrovandosi frustrato per il mancato raggiungimento di qualche suo desiderio, comprendiamo il suo stato d’animo, ma gli ricordiamo che non è con la frustrazione che si può seriamente costruire una critica politica seria e alternativa, se non si propone una linea politica autenticamente propositiva di obiettivi e modalità di conduzione organizzative diverse, più efficienti ed efficaci.

 

 

Infine, una domanda ha chi ha criticato il procedere del nostro patto federativo. Possibile che, dopo oltre vent’anni di divisioni democristiane  e popolari, con i vertici della Chiesa italiana che da tempo sollecitano il laicato cattolico all’impegno politico nella città dell’uomo, si voglia ancora criticare l’avvenuto riavvicinamento tra gli amici Grassi, Rotondi, Tassone con molte altre realtà associative della galassia DC, cattolico popolare dell’Italia? E se non queste, quali altre proposte di ricomposizione dell’area si perseguono, concretamente agibili sul piano politico istituzionale?

 

Gianfranco Rotondi, “uno dei migliori fichi del bigoncio”, come direbbe il compianto Francesco Cossiga, è consapevole che quello che abbiamo compiuto e stiamo per portare avanti è un passaggio decisivo nella vicenda politica democratica cristiana e popolare dell’Italia. E con lui lo sono Mario Tassone con Renato Grassi e altri, come gli amici di “ Costruire insieme” guidati da Ivo Tarolli, dei “Popolari per l’Italia” di Mario Mauro e di tante altre realtà di area cattolica e popolare. A Rotondi abbiamo parlato con grande franchezza, quella che ci deriva da un rapporto che risale ai tempi nei quali, lui giovane rampante nella sua Avellino, insieme all’amico e maestro Gerardo Bianco, in alternativa a De Mita, partecipava ai nostri incontri estivi di Saint Vincent della corrente di Forze Nuove, dimostrando, sin da allora, doti indiscutibili di preparazione politica e di leadership carismatica.  Gli abbiamo ricordato che ciò che abbiamo sottoscritto non è una licenza per contrattare con il Cavaliere l’ennesima candidatura sicura per il parlamento europeo, ma l’avvio di un progetto e di un processo di assai più lungo valore e durata 

 

Non condividiamo, infatti, l’ennesima scelta compiuta dall’amico Lorenzo Cesa, dopo la dichiarazione di Mercoledì scorso dell’On Tajani,  del suo ingresso nella lista del Cavaliere, replica di quanto già  compiuto  con alterni risultati,  da diversi anni. Cesa, come bene ha ricordato l’amico prof Luciani, dopo il voto del 4 Marzo scorso, non ha più alcun parlamentare del suo gruppo nelle due camere e, di fatto, dopo l’ingiunzione presentatagli dal nostro segretario amministrativo, Dr Troisi, a non utilizzare più il simbolo dello scudo crociato che appartiene unicamente ed esclusivamente alla DC storica, quella che con il congresso del 14 Ottobre ha definitivamente concluso l’iter giuridico indicato dalla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “La DC non è mai stata giuridicamente  sciolta”), decida una volta per sempre, con il suo fedelissimo e ultra garantito Antonio De Poli di entrare nel partito del Cavaliere, ponendo in tal modo fine a un equivoco e a una pantomima che è durata anche troppo.

 

Questa di Cesa, lo ribadiamo, è una prospettiva che non ci appartiene, convinti come siamo, che nostro dovere sia di favorire la ricomposizione dell’area  democratico cristiana e popolare per entrare a pieno titolo nella casa madre dei Popolari europei. Quella che a suo tempo, proprio un “ DC non pentito” e senza macchia e senza paura, come l’indimenticabile Sandro Fontana, con Don Gianni Baget Bozzo, seppe indicare al Cavaliere che, di quel suggerimento, se ne fece interprete con grande vantaggio personale e di gruppo.

 

La nostra prospettiva, però, è e rimane quella di concorrere a mettere insieme tutte le diverse risorse umane e politico culturali di matrice democristiana e popolare, presenti sia a destra che a sinistra; quelle, ad esempio, degli amici della “rete bianca” e dei tanti popolari ex PD e della Margherita, stanchi della deriva senza più identità del partito, ancora incerto della sua collocazione nello scenario politico italiano ed europeo.

 

Chiunque continuasse a rappresentarci al di fuori di questo progetto, noi sappiamo che lo fa perché intende scoraggiarne o impedirne la realizzazione , o, peggio, perché è in malafede.

 

 

In entrambi i casi, la DC uscita dal XIX Congresso del 14 Ottobre scorso, mentre richiama all’unità, con l’avvio del tesseramento in atto, tutti i democristiani a qualunque parrocchia siano appartenuti nella lunga stagione della diaspora e dell’attraversata del deserto (1993-2018), saprà opporsi con grande determinazione a questi miserrimi tentativi destinati al sicuro fallimento.

 

ETTORE BONALBERTI

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 22 Dicembre 2018 


Sandro Fontana, un vero cattolico popolare .

 

"Sandro Fontana, l'anticonformista popolare. Le sfide di Bertoldo in Italia e in Europa" e' il titolo del

libro appena pubblicato ed edito da Marsilio che rilegge il magistero politico, culturale ed

intellettuale di Sandro Fontana. Un intellettuale che ha vissuto l'impegno e la militanza politica

quasi come un dovere per un cattolico. E soprattutto per un cattolico che ha fatto della politica una

"mission" per tradurre quel popolarismo di ispirazione cristiana che l'ha accompagnato per tutta la

sua vita.

Bresciano, docente di storia contemporanea prima a Pavia e poi a Brescia, Fontana e' stato prima

amministratore regionale in Lombardia - fortemente innovativo il suo assessorato alla cultura - e

poi senatore e deputato europeo.

Ma sono sostanzialmente 3 gli elementi che hanno caratterizzato il ricco e fecondo magistero

politico, culturale e intellettuale di Sandro Fontana.

Innanzitutto la sua fedeltà al popolarismo. Sono rimaste celebri alcune sue pubblicazioni al

riguardo perché la difesa, la promozione e la valorizzazione dei ceti popolari sono stati sempre la

stella polare che hanno orientato la sua militanza politica quotidiana. A prescindere dai partiti di

appartenenza e dalle fasi storiche, peraltro drammatiche, che si sono succedute. Ma la difesa dei

ceti popolari continua ad essere l'unico vero punto di riferimento per il suo impegno concreto nella

politica. Una concezione popolare che ispira un modello di società, il profilo del partito e delle sue

classi dirigenti e la costante necessità di essere sintonizzati con le istanze e le esigenze che

provengono da quei ceti. E Fontana, per la sua formazione giovanile e soprattutto per la sua

provenienza sociale, non ha mai avuto alcuna difficoltà a conoscere quelle istanze e a farsi

interprete di quei sentimenti e di quelle richieste. Un popolarismo vissuto più che descritto e

contemplato. Per questo e' stato si' un intellettuale e uno storico popolare ma anche un autentico

politico che ha tradotto il patrimonio del popolarismo di ispirazione cristiana nella concreta

dinamica politica italiana.

In secondo luogo non si può non dire che Sandro Fiontana per molti anni è stato l'ideologo della

sinistra sociale della Democrazia Cristiana. Il suo stretto rapporto con Carlo Donat-Cattin per molti

anni ha rappresentato una collaborazione feconda ed importante non solo per la qualità e

l'autorevolezza della sinistra sociale ma anche per il contributo politico determinante capace di

orientare e di condizionare l'intera politica della Democrazia Cristiana. Non a caso gli ormai famosi

convegni settembrini di Saint-Vincent erano incontri promossi della "corrente" di Forze Nuove ma

anche e soprattutto momenti di confronto politico in grado di dettare l'agenda politica della Dc e

quindi dell'intero paese. Insomma, possiamo tranquillamente sostenere che Donat-Cattin era

l'uomo delle grandi intuizioni politiche mentre Fontana dava respiro ideale e una cornice culturale a

quel progetto politico. Memorabile, al riguardo, l'operazione del "preambolo" al congresso

democristiano del 1980 e la dura e tenace opposizione alla gestione demitiana del partito negli

anni ottanta. Un connubio, quindi, quello tra Donat-Cattin e Fontana, che ha rappresentato una

pagina decisiva nel dare sostanza progettuale e politica alla sinistra sociale, alla Dc e alla cultura

riformista e democratica del nostro paese.

In ultimo, Sandro Fontana ha sempre anteposto il pensiero rispetto all'azione e all'organizzazione.

Ovvero, la politica e' credibile se c'è un pensiero, una cultura politica e un filone ideale definito che

la definisce e la caratterizza. Senza un pensiero e una cultura, la politica si inaridisce e si

trasforma in puro pragmatismo se non in un larvato affarismo. Ma accanto al pensiero e alla

cultura, Sandro Fontana attraverso i suoi indimenticabili corsivi sul "Popolo", di cui era Direttore,

riuscì con intelligenza politica e arguzia culturale a fronteggiare gli avversari e i detrattori storici

della Democrazia Cristiana. Con lo pseudonimo di Bertoldo - il contadino dalle mani grandi e dal

cervello fino - e con il suo inconfondibile e quotidiano graffio culturale, Fontana rivoluziona il

tradizionale atteggiamento della Democrazia Cristiana fatto di timidezza e di sostanziale

subalternità rispetto all'arroganza e alla saccenza intellettuale della sinistra comunista e post

comunista. E, proprio attraverso i corsivi di Bertoldo sul Popolo, cancella quella timidezza e

restituisce orgoglio e autorevolezza all'intera Democrazia Cristiana.

Certo, Fontana soffre, e soffre molto, per la fine della Democrazia Cristiana e per quel progetto

politico che riuscì a far diventare classe dirigente quei ceti popolari cattolici storicamente subalterni

ed emarginati. E anche le sue scelte politiche successive al tramonto della Dc avranno sempre e

comunque al centro la conservazione di quel patrimonio culturale ed ideale che riuscì a fare della

Dc un partito nazionale, riformista, democratico e alternativo tanto alla destra quanto alla sinistra.

Ecco perché, anche e soprattutto oggi, chi pensa e lavora per riscoprire e rilanciare la presenza

politica dei cattolici popolari e democratici, non può non rileggere il magistero politico, culturale ed

intellettuale di Sandro Fontana. E il libro appena pubblicato e' un contributo, appunto, per rileggere

quel magistero.

 

Giorgio Merlo

Torino 22 Dicembre 2018

 

 



DC:  le ragioni della sua fine, i progetti per la sua rinascita.

 

Lo scambio epistolare, tra gli amici prof Gabriele Cantelli e prof Nino Luciani di Bologna, sul tema dell’impegno politico dei cattolici, si inserisce nel più vasto dibattito che si è aperto a livello nazionale.

 

La complessa e articolata realtà dell’area cattolico popolare, così come risultante dalla lunga stagione della diaspora conseguente alla fine politica della Democrazia Cristiana, se, da un lato, ha fatto riemergere il grande fiume carsico del cattolicesimo politico e culturale sempre latente in Italia, dall’altro, sconta le inevitabili  differenti sensibilità, diversità di orientamenti e il permanere di suicide divisioni, molte delle quali risalenti, tra i vecchi DC, dalla divisione storico politica del preambolo-anti preambolo ( sostanzialmente tra i fautori dell’alleanza con i socialisti e coloro che prefiguravano come inevitabile quella con il PCI di Berlinguer) e. dopo la fine politica dello scudo crociato, tra berlusconiani e anti berlusconiani.

 

Sia le prime che queste ultime sono contrapposizioni vecchie e stantie, poiché risalenti a situazioni storico politiche lontane anni luce per le prime, quelle della Prima Repubblica, e del tutto superate le seconde, quelle proprie della seconda Repubblica.

 

Solo inaciditi “pasdaran dell’antiberlusconismo d’antan” possono continuare a spargere infondate contumelie e zizzania contro chi, come noi, con Renato Grassi e la dirigenza della Democrazia Cristiana, definitivamente risorta giuridicamente, persegue un unico obiettivo: ricomporre politicamente la DC e con essa la più  vasta area cattolico popolare e laica riformista ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano.

 

Se si scorda la perdurante validità della lezione degasperiana: “ solo se saremo uniti saremo forti, se saremo forti saremo liberi “, si continuerà a svolgere un’azione di stupidità costante, falsa e progressiva, continuando a “fare del male a noi stessi e agli altri”.

 

 

A questi pasdaran del ritorno ai vecchi schemi obsoleti della seconda repubblica rivolgiamo solo un appello: basta con i richiami anacronistici e condividete con noi il primo importante traguardo faticosamente raggiunto, dopo oltre sette anni di dure battaglie svolte, insieme  con Gianni Fontana e con Renato Grassi e tanti altri amici, con l’avvenuto pieno riconoscimento giuridico della continuità della DC.

 

Insieme abbiamo celebrato il  XIX Congresso nazionale, il 14 ottobre scorso, con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito e nel successivo Consiglio nazionale (27 Ottobre), quella di Gianni Fontana, alla presidenza dello stesso Consiglio nazionale . Elezioni entrambe unitarie e non divisive e  che vorremmo rimanessero tali.

 

Continuare a mestare su inesistenti divisioni sul piano politico ( leggere le due relazioni al Congresso di Grassi e di Fontana) vuol dire soltanto fare del male a se stessi e agli altri.

 

Assai più interessante mi è parso il dialogo tra Cantelli e Luciani, prima del quale abbiamo assai apprezzato gli interventi di Giorgio Merlo e l’editoriale di Mons Tommaso Stenico sull’organo ufficiale on line del partito: www.democraziacristiana.cloud.

 

Mi riferisco in particolare alle osservazioni critiche del prof Cantelli, al quale vorrei tentare di rispondere per punti, quelli inerenti alla DC vecchia e nuova, rinviando ad altro approfondimento quello sui rapporti tra vescovi italiani e la politica.

 

Quanto al dibattito e alle scelte politiche della DC prima della sua fine politica, rinvio al mio saggio: “ Il caso Forze Nuove”, l’ ultimo libro edito dalla Casa editrice Cinque Lune della DC, nel Marzo 1993, testimonianza in presa diretta di un “osservatore partecipante “ al karakiri del partito che fu l’architrave del sistema politico italiano dal 1948 al 1992.

 

In breve al Prof Cantelli riassumo così le ragioni della fine politica della Democrazia Cristiana così come avevo sintetizzato le  ragioni della fine politica anche se non giuridica della DC (vedi alcuni  alcuni saggi scritti negli scorsi anni : “ L’Italia divisa e il centro che verrà”-Edizioni de La Meridiana, “ Dalla fine della DC alla svolta bipolare” – Mazzanti Editori, “ ALEF: Un futuro da liberi e forti”- Mazzanti Editori) :

 

la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;

 

la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;

 

la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;

 

la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.

 

E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna  giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.

 

E concludevo affermando che “la DC è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo,  non sufficiente per ricostruire alcunché.

 

Una sentenza a sezioni civile riunite della Cassazione (25999 del 23 dicembre 2010) ha, però,  sancito che la DC non è mai morta. Il de cuius non esiste perché non è defunto e non c’è alcun erede universale o particolare del partito dello scudocrociato. Esso andava chiuso solo dai legittimi detentori di quel potere in un’associazione di fatto: gli iscritti secondo le regole del proprio statuto e quelle inerenti alle associazioni di fatto senza personalità giuridica.

 

Ecco perché abbiamo scelto di riaprire un nuovo capitolo nella storia dei cattolici nella politica italiana, non per ambizione personale, poiché, come diceva Voltaire, siamo ben consapevoli che alla nostra età “ non possiamo che offrire dei buoni consigli, dato che non siamo nemmeno più in grado di dare dei cattivi esempi”, quanto per consegnare alle nuove generazioni il testimone di una storia politica che ha segnato una fase importante della nostra amata Repubblica.

 

Vorrei anche assicurare qualche critico osservatore sempre pronto a formulare giudizi su tutto e su tutti che, accanto alle ragioni suddette, sappiamo bene come alla fine della DC concorsero pure alcune  nostre gravi colpe e inadempienze:

 

·      la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell'uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);

·      la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;

·      la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;

·      la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;

·      la quiescenza nei confronti della criminalità' organizzata;

·      la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;

·      la tiepida lotta all'evasione fiscale;

·      la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;

·      l’ eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;

·      il cumulo esagerato nel cumulo di incarichi  pubblichi ;

·      la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l'innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti  talora fasulli e opere mai completate;

·      i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all'UE;

·      lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;

·      gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;

·      l’ eccesso di appiattimento nell’ accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche, come anche il prof Cantelli evidenzia.

 

Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e  dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è  arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Democrazia Cristiana.

 

E dopo cosa è avvenuto al tempo del nuovismo trionfante e della seconda repubblica? E, soprattutto, che fine hanno fatto quelli che sulle ceneri della prima Repubblica hanno cercato di porsi come gli “homines novis” della scena politica italiana?

 

Ancor più grave quanto è accaduto dopo il voto del 4 Marzo 2018 e la nascita del governo espressione del peggior trasformismo politico della storia italiana. Lo strano connubio giallo verde tra pulsioni sovraniste e conati nazionalistici, con sfumature nostalgiche che ritenevamo definitivamente defunte.

 

La realtà è tutta davanti a noi con “il governo degli improvvisati e  incompetenti” , espressione del malcontento e del disagio presente nel Paese e del fallimento dei partiti di maggioranza e di opposizione, tutti alla ricerca di nuovi assetti e di nuove formule, mentre impazza la popolarità dei guitti, dei comici e dei masanielli del mercato napoletano o genovese.

 

Una sentenza della Cassazione inappellabile ha sancito che la DC non è mai morta, almeno dal punto di vista giuridico. E’ nostro preciso dovere e impegno ridare agli iscritti, unici legittimi depositari della volontà del partito, il compito di decidere del loro destino. E questo è ciò che abbiamo fatto dal 2011 in poi, sino all’atto finalmente conclusivo compiuto con la legittima celebrazione del XIX Congresso nazionale, autorizzato dal tribunale di Roma, il 14 Ottobre 2018, con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito.

 

In una fase nuova e diversa di quella che i nostri padri seppero affrontare concorrendo alla formazione del patto costituzionale del 1948, ad una società che sta vivendo una delle crisi più gravi  e globali mai conosciute prima, riteniamo opportuno riproporre i principi e i valori della dottrina sociale cristiana declinati dalla “Caritas in veritate”, “ Evengelii Gaudium” e “ Laudato Si”, e concorrere con tutti gli uomini di buona volontà alla costruzione di un nuovo patto all’altezza della situazione attuale italiana e internazionale che reclama una forte discontinuità politica e istituzionale.

 

Lo faremo insieme agli amici dell’Internazionale democristiana, di cui la DC fu ed è socio fondatore, e del PPE, ponendoci innanzi tutto l’obiettivo di ricostruire l’unità fra tutti i democratici cristiani italiani disponibili a compiere insieme a tutti noi questa difficile, ma entusiasmante avventura, al fine di consegnare il testimone ad una nuova generazione di politici,  non per l’anacronistica nostalgia di un passato, ma per ritrovare  insieme le ragioni di  una nuova speranza.

 

Il nostro impegno sarà quello di  tornare ai fondamentali del pensiero sociale cristiano nell’età della globalizzazione: dalla Rerum Novarum, Quadragesimo Anno, Mater et  Magistra, Populorum Progrexio, Octogesima adveniens,  Caritas in veritate, Evangeli Gaudium, Laudato Si.

 

Mediteremo  il compendio della dottrina sociale della Chiesa e riscopriremo il ruolo dei grandi della Democrazia Cristiana: De Gasperi,  Gonella ( idee ricostruttive della DC  e il suo discorso al 1° Congresso della DC sulle “Libertà che vogliamo”) e Mattei, Vanoni, Fanfani, La Pira, Saraceno, Moro. E’ sulle spalle di quei giganti che possiamo procedere con passo sicuro.

 

Si apre lo spazio per una rinnovata Democrazia Cristiana, un partito aperto di cattolici e laici che intendono costruire la sezione italiana del PPE da riportare ai valori dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monet  e Schuman. Da partito strutturato a movimento della e nella società aperto alla più ampia partecipazione democratica.

 

Discuteremo con la nostra gente su quale modello di partito-movimento organizzare la DC italiana, dopo il XIX congresso del 14 ottobre 2018,  in questa  fase storica, consapevoli di doverne  aprire una nuova, nella quale consegneremo il testimone politico a una nuova generazione di democratici cristiani.

 

Certo Prof Cantelli  noi non siamo la DC di De Gasperi, Fanfani e Moro, e saremmo  degli idioti anche solo a pensarlo. Siamo però, giuridicamente, i legittimi eredi di quella storia e di quella cultura politica e lo siamo tutti  insieme: Grassi, Fontana, il sottoscritto e tutti coloro che da “ DC non pentiti” e già soci DC nel 1992-93 si sono battuti nella lunga stagione della diaspora per superare le suicide divisioni che, ahimè, non sembrano ancora scomparse del tutto.

 

Deve essere chiaro, poi, che non abbiamo lo sguardo rivolto al passato e non prevale in noi il sentimento regressivo della nostalgia. Abbiamo lucida coscienza della condizione in cui vive l’uomo oggi nella società occidentale, nella quale assistiamo a una concezione prevalente di relativismo in cui i desideri individuali si vogliono trasformare in diritti, contro ogni evidenza antropologica e concezione giusnaturalistica.

 

A livello esistenziale e socio culturale prevale una condizione di anomia: assenza di norme e regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno dei gruppi sociali intermedi. Di qui, una condizione di frustrazione prevalente con possibili sbocchi nella regressione solipsistica o nell’aggressività individuale e collettiva latenti. Anomia anche a livello internazionale: visione cinese, visione islamica, visione occidentale e visione russa: quali compatibilità e secondo quali regole?

 

A livello più generale economico trionfa il “turbocapitalismo” con la finanza che detta i fini e la politica che segue quale intendente di complemento, con un rovesciamento generale di funzioni e di prospettive. E’ il superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) che stabiliva la non sovrapposizione tra etica, politica ed economia.

 

Se prima era la politica a indicare gli obiettivi e l’economia e la finanza a proporre le soluzioni tecniche per raggiungerli, oggi è il finanz-capitalismo che asserve la politica e la rende subordinata. L’efficienza come fine esclusivo si riduce alla massimizzazione del profitto indipendentemente da ogni altro valore sociale e individuale.

 

Il bene comune non è più il fine della politica, subordinata ad altri valori dominanti che pretendono una quota rilevante del cosiddetto “scarto sociale” (tra il 20 e il 30% della popolazione)

 

È in questa situazione di valori rovesciati e/o di disvalori che è riesploso a livello internazionale il grave scontro tra il fanatismo jihadista del movimento fondamentalista islamico e le altre culture religiose monoteiste, ebraismo e cristianesimo, che ha sostituito quello del XIX e XX secolo tra capitale e lavoro, tra capitalismo e marxismo. Quest’ultimo, anche là dove ancora sopravvive, si è trasformato in un ibrido capitalismo comunista e a livello mondiale assistiamo al confronto/scontro tra democrazie di stampo liberale e democrazie autoritarie (Cina, Russia, Singapore, Turchia, Cuba e in molte regione ex URSS divenute indipendenti).

 

È la stessa concezione sociale difesa dalla dottrina sociale ad essere sotto attacco. In tal senso non possiamo non denunciare come l’attuale Governo stia mettendo in disparte le comunità intermedie. Di qui al sostanziale disconoscimento anche del valore del lavoro, il passo è breve. Per taluni, come il M5S, basta l’assistenzialismo di Stato, come nella peggiore espressione di un certo meridionalismo che anche alcuni nostri amici seppero praticare un tempo con estrema ed efficace disinvoltura.

 

Il nostro sguardo è allora fisso in avanti, supportati dalla lettura critica più avanzata di questi fenomeni da parte, ancora una volta, della dottrina sociale della Chiesa: Centesimus Annus  di Papa Giovanni Paolo II, Caritas in veritate  di Papa Benedetto XVI, Evangelii Gaudium  e Laudato Si di Papa Francesco, che sono le stelle polari che ci inducono ad assumere una nuova responsabilità, come cattolici e laici cristianamente ispirati.

 

Di qui il nostro tentativo di tradurre nella città dell’uomo quegli orientamenti pastorali. Nella situazione concreta italiana, sentiamo come prioritario il dovere di concorrere a ricomporre, dopo la lunga stagione della diaspora, l’area di ispirazione popolare per offrire al Paese una nuova speranza. E lo vogliamo fare non da cattolici impegnati in politica, ma da cattolici e laici impegnati per una politica di ispirazione cristiana.

 

Quanto alla legittima richiesta del prof Cantelli sulle proposte di programma della DC, vorrei ricordare che dal seminario presso il convento di Sant’Anselmo a Roma (gennaio 2013) ad oggi (vedi atti di Camaldoli-Giugno 2017) sono molti i documenti di programma redatti dalla DC italiana.

 

Potremmo riassumere in questo “decalogo programmatico” le nostre proposte, intese come i proponimenti politici dei democratici cristiani per il XXI secolo:

 

1-    La DC coerente con il suo passato di responsabilità nazionale, assume come obiettivo la costruzione dell’Unità politica dell’Europa da riformare rispetto all’ircocervo tecno burocratico attuale, la difesa dello Stato di diritto, la tutela della persona umana.

2-    La DC mette al centro del suo impegno politico e di promozione della cultura civile la PERSONA, perché possa vivere ed operare con tutta la sua dignità e libertà secondo il dettato della Costituzione Italiana.

3-    La DC si assume pubblicamente il compito di aprire la strada alla trasparenza gestionale e contabile della sua organizzazione, per dar vita ad una nuova stagione della politica, improntata ad un UMANESIMO SOCIALE che valorizzi la persona umana senza distinzioni di razza o diversità sociale.

4-    La DC, consapevole delle difficoltà che il mondo globalizzato di oggi pone all’individuo per esistere ed operare, s’impegna a ricostruire con le opere di previdenza una più sostanziale solidarietà sociale, attraverso la “cooperazione di comunità”, che garantisca ad ogni nucleo familiare un lavoro adeguato alle esigenze della dignità civile.

5-    La DC, presente nella società d’oggi, offre la possibilità di stare nel partito alla pari anche ai simpatizzanti che dichiarino interesse al programma; iscrivendosi nella lista degli elettori, con la possibilità di presentare progetti e proteste d’interesse generale.

6-    La DC ha come obiettivo fondamentale del programma una decisiva modificazione del meccanismo di localizzazione delle attività produttive del Paese, privilegiando l’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno e delle Isole.

7-    La DC, come nel passato con l’intervento pubblico dovrà incoraggiare l’installazione di medie e grandi imprese industriali, anche straniere, attraverso agevolazioni fiscali, procedure burocratiche dinamiche e la messa a disposizione dei distretti industriali attrezzati per stimolare gli investimenti privati con un alto grado di efficienza tecnologica e notevoli possibilità di creare nuovi posti di lavoro.

8-    La DC oltre a ritenere inderogabile il dimezzamento del numero dei parlamentari, ritiene urgente il riordinamento legislativo, amministrativo e organizzativo dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, oltre, s’intende, al cambiamento del ruolo e delle funzioni del Senato della Repubblica.

9-    La DC è consapevole che non esistono miracoli in economia, ma soltanto la possibilità di raggiungere obiettivi concreti attraverso scelte responsabili, e con il coinvolgimento di tutti gli imprenditori appartenenti ed operanti nei settori di attività (industriale, artigianale, commerciale agricolo, della cooperazione e delle libere professioni).

 

La DC, partito di elettori moderati, non può e non vuole rappresentare interessi di nessun genere in particolare, ma valori. Difendere valori significa operare per una cultura di libero mercato all’insegna della civiltà del lavoro. Essenziale sarà operare per garantire, come sempre ha fatto la DC storica, la mediazione di interessi e valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari diversamente tutelati.

 

 

Alla vigilia delle prossime elezioni europee, proprio la DC guidata da Grassi si è fatta promotrice di incontri con amici appartenenti a diverse espressioni della multiforme realtà politica, sociale e culturale dell’area cattolica  e  Mercoledì 12 Dicembre 2019 è stato siglato a Roma il patto programmatico costituente che così recita:

SI ALL’EUROPA,

 DA RICONDURRE AGLI IDEALI DEI PADRI FONDATORI  DEMOCRATICO CRISTIANI

 

Le elezioni europee del maggio 2019 rivestono un’importanza decisiva per il nostro futuro. All’Europa, infatti, sono legate speranze e preoccupazioni: speranze per un progetto che ha garantito oltre 70 anni di pace e di sviluppo; preoccupazioni per un’unità incompiuta e burocratizzata, dimentica delle sue radici giudaico cristiane

Alle prossime elezioni si fronteggeranno due gruppi contrapposti: il fronte filo-europeo e quello nazional-populista. Nessuno di questi due schieramenti, fino ad ora, ha un programma definito. Quel che è certo, ed è tra loro l’unico elemento comune, è che occorre modificare l’Unione europea dopo settant’anni di storia.

La miscela di populismo e nazionalismo ha saputo raccogliere il malcontento generato da errate politiche a livello europeo e nazionale, Se lo sbocco finale delle tensioni nazional-populiste di alcuni Stati europei prevalesse, l’Unione non morirebbe, ma languirebbe per anni in una specie di limbo politico, alla ricerca del bene perduto. Se, per converso, “finalmente   tornassero sovrani”, questi Stati dovrebbero affrontare lo scenario geo-politico globale dominato dagli USA, Cina  e Russia, non sarebbero da soli degli interlocutori, ma ombre, in un contesto minaccioso di grandi potenze.

Al contrario noi intendiamo rafforzare l’integrazione, supplendo alle carenze attuali e procedendo sulla strada, difficile ma logica, degli Stati Uniti d’Europa. Non meno Europa, ma più Europa ricondotta agli ideali dei padri fondatori

Come cristiani l’ideale europeo lo sentiamo totalmente consono alla nostra natura e alla nostra storia e non vogliamo rinunciarvi soprattutto per le opportunità di crescita, benessere e libertà che ha promosso e dovrà promuovere: diciamo sì all’Europa, nella consapevolezza che si deve continuare a farla e farla meglio.

La storia recente dell’integrazione europea è iniziata con i padri fondatori, De Gasperi, Adenauer, Monet e Schuman, basata su un’idea popolare e condivisa di unità culturale e politica, da cui far discendere gli aspetti economici e organizzativi; questo modello voleva soprattutto  armonizzare la politica estera e di difesa, far crescere la solidarietà e l’integrazione tra le nazioni e le persone con un sistema libero di mercati ed economie differenziate. Comprendiamo  che l’idea dell’Europa dei popoli ha bisogno dei tempi della stratificazione della cultura in tale direzione, ma nel percorso fatto sarebbe opportuno evidenziare che la diversità linguistica, consuetudinaria, delle singole e diverse vicende storiche, non vanificano i fondamenti culturali romani e cristiani, che da San Benedetto in poi si sono diffusi in tutta Europa, creando la cultura europea (e quindi la Nazione Europea), che è diventata cultura occidentale e ha dato origine alle “Carte dei Diritti” universalmente accettati del mondo attuale. La risoluzione del G 20 con la quale si dichiara la disponibilità a regolamentare meglio il WTO è la risposta che riconosce che il mercato mondiale non è autoregolabile, ma ha bisogno di regole condivise per evitare le crisi economiche,  sociali e umanitarie che tutti conosciamo.

La spaccatura fra élites divenute tecnocratiche e il sentimento popolare – insieme al processo di adesione di molti Stati – hanno acuito lo scetticismo verso Bruxelles, perché non è stata in grado di affrontare la crisi mondiale e hanno alimentato i movimenti anti-europeisti che chiedono il ritorno alle “identità nazionali”. Più di recente la Brexit ha ulteriormente complicato il quadro. La crisi economica del 2008, il deficit demografico, con la prevista conseguente insostenibilità dell’attuale sistema di welfare, stanno peggiorando la situazione; ma è soprattutto la pressione migratoria (prima sottovalutata e poi non adeguatamente affrontata da alcuni fra i maggiori Stati europei e dalla stessa Unione) a provocare una profonda sfiducia verso l’Europa. La crisi migratoria di dimensioni mondiali (oltre all’Europa vedi gli USA e l’Australia come esempio) è stata causata dal modello di sviluppo mondiale imposto dal pensiero ultra-liberista finanziario mondiale, che ha abbandonato il progetto globale di sostegno ai PVS – l’Unione Europea ha abbandonato i Programmi Meda decisi nel processo di Barcellona – per affermare il principio “ogni cittadino deve essere fautore del proprio benessere”,  a prescindere dalle condizioni di partenza; tale principio, che trova l’esempio nella opposizione di Trump alla Obama-care, si traduce anche in Europa che il welfare state si trasforma in welfare society e in welfare community..

Ha finito col prevalere così il ruolo dei poteri finanziari controllori del sistema bancario europeo e delle principali banche centrali nazionali riducendo con la sovranità monetaria la stessa sovranità popolare e, quindi, il fondamento primario della democrazia. Di qui il nostro impegno per tornare alla pubblicizzazione delle banche centrali europea e nazionali e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.

Da un punto di vista politico l’alleanza strategica fra popolari e socialisti è oggi in crisi perché il modello socialista, a cui troppo spesso anche i popolari hanno ceduto, ha dimostrato di deprimere la libertà economica e sociale delle persone e dei gruppi, mortificando talvolta anche le specifiche eredità e tradizioni popolari in nome di un’artificiosa omogeneità culturale. Hanno così preso piede forze conservatrici, più che identitarie, le quali raccolgono il diffuso malcontento dei cittadini, cadendo però in nazionalismi. Vista l’interconnessione degli Stati europei, in particolare l’Italia, da sola, non riuscirebbe a sostenere la competizione globale e si metterebbe fortemente a rischio il suo raggiunto livello di benessere.

Noi continuiamo a guardare con speranza all’Europa, confidando che la sua radice fatta di democrazia, promozione della pace, dello sviluppo e della solidarietà possa essere recuperata e che l’Europa unita possa così rispondere alle giuste esigenze di libertà, identità e sicurezza sociale.

Siamo per un PPE attento alle nuove esigenze di riforma a favore del rispetto delle culture nazionali e popolari e per un’economia civile e sociale di mercato, capace di equilibrare il liberismo e la finanza senza regole; siamo lontani, invece, da proposte che mettono paradossalmente insieme collettivismo ed estremismo identitario, egualitario e  giustizialista.

Alle forze politiche in vista delle elezioni europee chiediamo di promuovere: - una concezione della cosa pubblica sussidiaria, capace di valorizzare il protagonismo della persona e il suo potenziamento attraverso le associazioni e gli altri corpi intermedi; - un’attenzione alla famiglia come fondamentale fattore di stabilità personale e sociale; - una politica che metta al centro il lavoro e il suo significato, con investimenti speciali per i giovani  ; una libertà di educare a partire dalle convinzioni e dai valori che sono consegnati da una ricchissima tradizione popolare; - il rispetto dell’identità anche religiosa dei popoli, certi che questa è in grado di accogliere ed ospitare, con equilibrio e realismo; - una ripresa del ruolo centrale dell’Europa nel mondo, attraverso una politica estera  e di difesa comune; il rafforzamento delle competenze  del Parlamento europeo.

Intendiamo por fine alla condizione di irrilevanza cui sono ridotti i cattolici e i popolari italiani, dopo la lunga stagione della diaspora e siamo convinti che questa sia una delle ultime, se non l’ultima occasione, per riproporre l’unità di cattolici e popolari sotto la stessa bandiera..

Primo passo essenziale è l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori.

Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”

 Sulla base di tale condivisone siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019.

Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.

Trattasi di un documento aperto all’adesione di quanti si riconoscono nei valori del popolarismo italiano ed europeo senza lo sguardo rivolto all’indietro, ma desiderosi di concorrere alla ricostruzione dell’Unione europea secondo i principi dei padri fondatori.

Il 18 Gennaio 2019, nel centenario dell’”appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo e a venticinque anni esatti della fine politica della DC ( Consiglio nazionale della DC, 18 Gennaio 1993) celebreremo tuti INSIEME quella data e da lì partirà ufficialmente la campagna dei Popolari italiani uniti sotto la stessa insegna e sulla base del patto programmatico sottoscritto.

 

Ettore Bonalberti

Vice Segretario della DC

Venezia, 13 Dicembre 2018

 

 



Cattolici, é il momento della scelta.

 

La forte e qualificata insistenza affinché i cattolici democratici e popolari escano dal letargo e intraprendano, oggi, una rinnovata presenza politica non può più essere elemento di delusione o di rinvio. O meglio, la necessità di avere uno strumento politico e organizzativo capace di raccogliere la sfida che proviene da settori consistenti dell'area cattolica italiana - pur sempre articolata e molto plurale al suo interno - si fa sempre più stringente. Del resto, la fine dei partiti plurali – nello specifico il lento tramonto del Partito democratico da un lato e il progressivo esaurimento di Forza Italia dall'altro - e il ritorno delle identità sono la premessa per una svolta politica ormai necessaria.

 

Certo, le riflessioni avanzate in queste ultime settimane da autorevoli esponenti della Chiesa italiana - a cominciare dal Presidente della Cei, cardinal Bassetti - e da molti dirigenti dell'associazionismo cattolico di base vanno nell'unica direzione di ridare voce, sostanza e prospettiva ad un impegno politico dei cattolici. Ovviamente un impegno laico, profondamente democratico, squisitamente riformista ma, soprattutto, ancorato ad una cultura che affonda le sue radici nella storia e nell'esperienza del cattolicesimo politico italiano. Ecco perché, allora, e' quanto mai urgente richiamare almeno 3 nodi che andranno definitivamente sciolti nelle prossime settimane.

 

Innanzitutto va perseguito un disegno che definisca una presenza il più possibile unitaria dei cattolici sensibili all'impegno politico nella stagione contemporanea. Nessuna rivendicazione anacronistica e fuori luogo, come ovvio, dell'unità politica dei cattolici ma una precisa assunzione di responsabilità di fronte all'emergenza politica e democratica che vive il nostro paese. Sotto questo aspetto, e' indispensabile superare i comprensibili personalismi e la tentazione, vecchia come il mondo nell'area cattolica italiana, di ridurre la molteplicità e la ricchezza delle pluralità delle voci presenti nella società alla propria esperienza personale o di gruppo. L’autoreferenzialità da un lato e il vizio di porre la propria esperienza come l'unica in grado di ricomporre il tutto dall'altro,

sono e restano alla base dell'impotenza e della irrilevanza del cattolicesimo popolare e sociale nell'attuale fase storica.

 

In secondo luogo va preso atto che una cultura politica, un pensiero politico e una tradizione culturale ed ideale hanno un valore, ed un senso, nella misura in cui sanno fermentare e lievitare la società in cui quella cultura, quel pensiero e quella tradizione operano e aggregano. Sarebbe curioso arrivare alla conclusione che c'è un grande fermento nell'area cattolica italiana per un rinnovato impegno politico, che ci sono energie fresche per inverare quell'impegno, che c'è una cultura attuale e moderna capace di portare un contributo significativo per affrontare e cercare di risolvere i problemi della nostra societa', che esiste una classe dirigente di qualità a livello periferico e centrale in grado di uscire dall'isolamento dopo anni di letargo e di impegno nelle retrovie e poi, all'ultimo, abdicare o ritirarsi perché non sufficientemente organizzati. Se così fosse, non potremmo non prendere atto del monito presente nell'Octogesima Adveniens che parlava di un "peccato di omissione " per denunciare l'assenza dei cattolici dall'agone politico.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, occorre prendere atto che la politica e' fatta di appuntamenti. Elettorali e non. E la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, soprattutto in questa contingente fase storica, non può registrare l'assenza in Italia di una presenza politica popolare, riformista, democratica e cristianamente ispirata. E questo non solo per il sistema elettorale proporzionale che esalta la personalità delle singole forze politiche e la valenza del conseguente progetto politico, ma anche perché il contributo per una Europa comunitaria, democratica, federale e unita non può prescindere dall'apporto della cultura democratico cristiana e cattolico popolare e sociale. Non esserci equivarrebbe ad un atto di colpevole diserzione.

 

Ecco perché, ormai, siamo arrivati ad un bivio: o matura in modo serio, corretto e coraggioso unaprecisa assunzione di responsabilità politica in vista anche e non solo dei prossimi appuntamenti elettorali oppure si ritorna tristemente e passivamente nelle retrovie in attesa di nuovi e, ad oggi, imprevedibili avvenimenti.

 

Giorgio Merlo

Torino, 11 Dicembre 2018


Chi sono i moderati e chi li rappresenta?

 

In un recente articolo, Alberto Leoni si chiedeva: I moderati in Italia esistono ancora? E chi li rappresenta se esistono?

 

Lo stesso autore parlando di questa categoria speciale che, a suo dire, sembrerebbe “scomparsa dalla scena sociale italiana”, ne dava questa rappresentazione: “Certamente i moderati sono quelli che non urlano, che amano le buone maniere; sono ovviamente anche quelli che hanno qualcosa da perdere: una occupazione, una professione, una casa in proprietà, un po' di risparmi, un tenore di vita considerato nella media del nostro contesto culturale. Non sono certo ricchi ma hanno una dignitosa qualità di vita. E vogliono la coesione sociale, hanno piacere se imprenditori e lavoratori collaborano, se nascono sostegni alla povertà, se si pensa ai giovani; pagano le tasse, magari senza salti di gioia, ma non si sognano di fare la fatica di portare all'estero i loro soldi. Alla fine, pur inveendo contro uno Stato vessatore, sono consapevoli che ospedali, scuole, ordine pubblico, assistenza ai bisognosi hanno bisogno dei soldi della tassazione. “

 

Quello di “moderati” é un concetto un po’ troppo generico, se riferito a una variegata e complessa classe sociale che, nella mia teoria euristica dei “quattro stati,” ( la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato)  ho tentato di collocare  tra quella del “terzo stato produttivo” : piccoli e medi imprenditori, agricoltori,  commercianti, artigiani, professionisti  e quella dei “diversamente tutelati”: molta parte dei dipendenti pubblici e dei pensionati ex appartenenti al settore pubblico e a quello produttivo di cui sopra.

 

Non v’è dubbio che, nel tempo della disintermediazione iniziato con la spettacolarizzazione della vicenda politica italiana, con l’avvio della cosiddetta seconda repubblica, sino al governo Renzi e successivi, con l’affermarsi di partiti sempre più dal carattere leaderistico e la progressiva sotto stima sino all’irrilevanza dei corpi intermedi, quelli che Leoni connota come “i moderati”, persi gli strumenti di mediazione delle loro organizzazioni sociali, o quanto meno privati della loro capacità efficiente ed efficace di mediazione, si ritrovino orfani anche dei riferimenti politici.

 

Quei riferimenti politici, che nella “Prima Repubblica” erano garantiti da un partito interclassista come la DC e, per certi versi, anche dal PCI con le loro organizzazioni sociali di riferimento, insieme agli altri partiti  delle antiche culture politiche laiche, liberali e riformiste italiane, non esistono più, spazzati via dai loro errori, dalle inchieste di “mani pulite” e dal tam tam mediatico che da quella distruzione ci hanno portato all’attuale deserto delle culture politiche in Italia.

 

Un deserto nel quale, la frustrazione e la rabbia dei quattro stati, ha generato, da un lato, la disaffezione, sino alla renitenza al voto della metà del corpo elettorale e per l’altra metà, all’affermazione della cultura sovranista e nazionalista personificate dal M5S e dalla Lega.

 

Il terzo stato produttivo, in larga parte del quale si collocano i cosiddetti “moderati”, in realtà tra le categorie più arrabbiate e desiderose di serie riforme politico istituzionali, dopo la sbornia liberale annunciata e mai realizzata dal Cavaliere e la sintonia, specie per quelli del Nord, con la Lega di Bossi, attualmente o si ritrovano tra gli orfani dei renitenti al voto, o tra coloro che, dopo il voto a Salvini, stanno mugugnando contro le scelte del governo giallo verde, espressione del peggior  trasformismo politico della storia italiana.

 

Ed è proprio partendo da questa realistica valutazione della situazione politica italiana ed europea, che abbiamo deciso di continuare la nostra lunga e mai sospesa battaglia per la ricomposizione politica dell’ area cattolico popolare.

 

Riteniamo, infatti, che in questa fase di dominio del turbo capitalismo finanziario a livello internazionale, europeo e italiano, ci sia assoluta necessità di una cultura politica ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano. In alternativa al dominio del potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari, padroni della city of London, con residenza fiscale nello stato USA del Delaware a tassazione zero, controllori di tutte le più importanti banche centrali, compresa la BCE, e, di fatto, della stessa vita democratica di molti Paesi nel mondo, sia indispensabile riproporre politiche ispirate ai principi della dottrina sociale della Chiesa; quelli della sussidiarietà e della solidarietà e politiche economiche proprie dell’economia civile e sociale di mercato.

 

Nasce da questa consapevolezza e non da regressivi sentimenti nostalgici il nostro impegno per la ricomposizione dell’area democratico  cristiana, a partire dal rilancio politico della DC storica, “ partito mai giuridicamente sciolto”, oggi guidato da Renato Grassi, impegnati a rimettere insieme tutte le diverse frazioni DC figlie della diaspora sucida iniziata nel 1992-93, per concorrere, sin dalle prossime elezioni europee, a costruire un “patto programmatico federativo” con altre realtà culturali ispirate anch’esse dai valori dell’umanesimo cristiano e che si ritrovano unite nel Partito Popolare Europeo.

 

In alternativa ai sovranisti e ai nazionalisti, noi ci batteremo per il rilancio di un’Europa federale  dei popoli e delle nazioni, secondo i principi ispiratori dei padri DC fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman, sui quali lo stesso PPE dovrà essere riallineato.

 

E all’amico Alberto Leoni vorrei dire: spes contra spem, noi intendiamo batterci per ridare una speranza ai ceti medi produttivi e alle classi popolari del nostro Paese  e dell’Europa, in continuità con la migliore tradizione della Democrazia Cristiana.

 

Ettore Bonalberti

V. segretario nazionale della DC- dirigente ufficio esteri

Venezia, 29 Novembre 2018

 


TORNA LA MEDIAZIONE



Dunque, anche i giallo/verdi scoprono la mediazione. Cioè quella "cultura della mediazione"
che è stata la cifra distintiva dei cattolici democratici impegnati in politica. Quella mediazione
che ha permesso alla politica italiana, dal secondo dopoguerra in poi, di salvaguardare il
pluralismo, di rafforzare ed estendere la democrazia, di valorizzare le autonomie locali e,
soprattutto, di comporre gli interessi contrapposti.
Insomma, con la "cultura della mediazione" la politica italiana ha evitato derive autoritarie e
sbandate peroniste. E questo grazie, in modo prevalente se non esclusivo, alla cultura del
cattolicesimo politico e ai suoi migliori interpreti che si sono succeduti nelle diverse fasi
storiche. Certo, poi la politica italiana e' cambiata profondamente e la radicalizzazione ha
preso il sopravvento con un carico demagogico, propagandistico e qualunquista che ha
travolto quel modo di fare e di essere in politica che per svariati decenni ha permesso all'Italia
di poter essere fedele ai principi costituzionali.
Ora, anche l'attuale governo - e nello specifico la Lega e i 5 stelle - riscopre la mediazione
attorno ad un provvedimento centrale per un paese: la tradizionale legge finanziaria. Dopo un
muro contro muro con l'Europa fatto per rivendicare le proprie buone ragioni, e anche per
cercare di restare fedeli ai rispettivi elettorati, si è arrivati alla conclusione che occorre
"mediare" per evitare una sostanziale delegittimazione con pesantissime ricadute di natura
economica e finanziaria.
Certo, un metodo che può scontentare pezzi di elettorato dei rispettivi partiti ma che, lo
dobbiamo pur riconoscere, introduce nell'attuale dialettica politica quel minimo di cultura di
governo che resta indispensabile e necessaria per qualunque forza politica che si candida a
guidare pro tempore gli italiani.
E' altrettanto indubbio che cultura delle mediazione, cultura di governo e senso delle
istituzioni non possono essere a lungo declinate da forze e movimenti che sono in parte
estranei a quel bagaglio culturale e politico.
Ed è questo il motivo decisivo per far tornare protagonista nello scenario politico italiano
quella cultura cattolico democratico, popolare e sociale che resta l'unica vera novità capace di
qualificare e rafforzare il tessuto democratico del nostro paese e dare forza e qualità a
quell'afflato riformista altrettanto necessario ed indispensabile. Perché, come sempre capita,
e' meglio l'originale della copia. Anche e soprattutto quando si parla di "cultura di governo" e
"cultura della mediazione".


Giorgio Merlo
27.11.2018

Pd, ritorna il Pds. Dov'è la novità?

 

Francamente trovo un po' stucchevole la polemica attorno alle tre candidature a segretario

nazionale anche arrivano dalla filiera Pci/Pds/Ds. La trovo stucchevole soprattutto dopo l'esito del voto del 4 marzo. Insomma, il 4 marzo, tra le molte altre cose, ha detto in modo chiaro che l'esperienza del cosiddetto "partito plurale" a "vocazione maggioritaria" e' politicamente archiviata.

 

Il 4 marzo, oltre ad aver registrato una sconfitta storica ed epocale per quel partito nato appena 10 anni prima, ha segnato anche l'inesorabile ritorno delle identità politiche. Identità che saranno necessariamente aggiornate e riviste rispetto al passato ma sempre di identità si tratta. A cominciare da quella cattolico popolare e cattolico democratica che in questi ultimi anni si è pericolosamente eclissata al punto di diventare, di fatto, irrilevante e del tutto marginale nella vita politica italiana. È nata una nuova destra che ha sostituito ed azzerato definitivamente il vecchio e tradizionale centro destra. Resta per il momento, anche se un po' fiaccata, una identità antisistema e demagogica interpretata dal movimento dei 5 stelle.

 

All'interno di questo contesto, e' del tutto naturale, nonché scontato, che anche la sinistra si

riorganizzi. Ritornando, seppur in forma aggiornata, al tradizionale partito della sinistra italiana. Una sinistra che in questi anni e' stata devastata e quasi distrutta dalle politiche del renzismo – con il plauso conveniente e di comodo di moltissimi esponenti della filiera Pci/Pds/ Ds - e che adesso, com'è ovvio, deve essere radicalmente ricostruita. Dalle fondamenta. E qui arriviamo al punto decisivo e qualificante. E cioè, come ci si può stupire se 3 esponenti che arrivano dalla storia politica e culturale del Pci/Pds/Ds si candidano alla guida di un partito che punta a ricostruire la sinistra dalle fondamenta? Come ci si può stupire se, dopo il voto del 4 marzo e la fine del partito plurale e a vocazione maggioritaria, si punta direttamente a ridefinire e ad affinare il pensiero e la cultura della sinistra italiana? Ma chi dovrebbe guidare un partito che ha quella "mission" specifica ed esclusiva se non chi arriva direttamente da quella tradizione?

 

Ecco perché le polemiche, o lo stupore, non hanno più senso di esistere. Al di là degli obiettivi, dei posizionamenti e delle piroette dell'ex segretario del Pd Matteo Renzi.

Occorre prendere atto che si è aperta una nuova fase politica e storica. È del tutto inutile, nonché controproducente, continuare la litania del partito a vocazione maggioritaria e plurale quando le circostanze storiche che hanno dato vita al Pd veltroniano sono ormai un semplice ricordo del passato. Quella stagione e', ormai, alle nostre spalle. Chi pensa di riproporla meccanicamente rischia di far naufragare anche il progetto oggi incarnato, seppur con sfumature incomprensibili, dai 3 candidati di sinistra per rilanciare un partito di sinistra. Semmai, e questo è un altro punto politico non secondario, si tratta di capire se è utile avere 3 candidati di sinistra, a cui si aggiungono altri candidati minori ma sempre provenienti dal medesimo ceppo culturale, per centrare lo stesso obiettivo. E cioè, riproporre nel dibattito pubblico italiano il ruolo e il profilo di un partito che ha l'ambizione di rilanciare la sinistra italiana dopo le recenti e ripetute sconfitte elettorali. Di questo si tratta e non di altro. Altroché polemiche e scontri un po' stucchevoli e del tutto fuori luogo.

 

Giorgio Merlo

26.11.2018


Si apre il tesseramento alla Democrazia Cristiana

 

Si è riunito a Roma nella sede storica di Piazza del Gesù,46, l’ufficio politico della DC, sotto la

presidenza di Renato Grassi, segretario nazionale DC.

Si è deciso che da Martedì 20 Novembre prossimo sarà inviato a tutti i Consiglieri nazionali

DC il regolamento per le iscrizioni al partito, approvato dalla direzione DC del 10 Novembre,

aprendo così ufficialmente la campagna per il tesseramento 2018-2019.

I consiglieri nazionali DC di ciascuna regione sono invitati a coordinare le azioni a sostegno

della campagna per il tesseramento nelle diverse realtà regionali.

Per ogni informazione si può fare riferimento al responsabile del dipartimento organizzativo,

Antonio Fago (segr.antoniofago@libero.it) e al capo della segreteria del partito, Salvatore

Pagano (segrenazionaledc@gmail.com ).

In ogni comune si potranno attivare i comitati civico popolari o cenacoli popolari ( o come in

altro modo si vorranno autonomamente connotare), luoghi di una rinnovata partecipazione

politica dei cittadini ed elettori.

La DC, come approvato dal Congresso, intende proporsi come partito di centro, laico,

democratico, popolare, cristianamente ispirato, transnazionale, europeista, inserito a pieno

titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e

Schuman. Un partito alternativo ai movimenti e partiti sovranisti e nazionalisti e alle sinistre,

impegnato nella difesa e integrale attuazione della Costituzione e a sostegno di politiche

economiche e sociali ispirate dai valori della solidarietà e sussidiarietà propri della dottrina

sociale della Chiesa.

A partire dalle prossime elezioni in Abruzzo la DC è interessata a concorrere alla più ampia

aggregazione delle diverse forze di ispirazione democratico cristiana e popolare, così come

per le prossime elezioni europee si intende costruire la più ampia unità di tutti i Democratici

cristiani, un patto federativo programmatico aperto alla collaborazione di altre componenti di

cultura politica laica e riformista ispirata dall’umanesimo cristiano.

Un gruppo di lavoro sta redigendo una proposta di programma della DC per le elezioni

europee che sarà presentato nel mese di dicembre in tutte le realtà regionali e locali italiane.

L’Ufficio politico ha dato mandato all’avv. Raffaele Cerenza e al segretario amministrativo, Dr.

Nicola Troisi, di attivare tutte le azioni per la difesa del patrimonio immobiliare e mobiliare

della DC storica, compresa quelle dei beni immateriali ( nome e simbolo del partito) per por

fine all’utilizzo confusionario e illegittimo sin qui fatto da diversi gruppi e movimenti,

invitandoli a far parte della casa madre democratico cristiana.

 

Ufficio stampa della segreteria nazionale DC

Roma 17 Novembre 2018

Da Venezia si annuncia uno squillo

 

Mi è giunto gradito un invito dall’amico On Gianfranco Rocelli di un seminario che si terrà Venerdì 23 Novembre alle ore 17 a Scorzè, presso la sala Eugenio Gatto in Via Roma,80.

 

Tema del seminario: “ Vincenzo Gagliardi e i cattolici democratici a Venezia nel secondo dopoguerra”. Organizzatori dell’evento il Comune di Scorzè, che sarà presente con il Sindaco, avv. Giovan Battista Mestriner, e l’associazione” I popolari Venezia” con alcuni loro rappresentanti: Luigino Busato, Marino Cortese, Anna Maria Giannuzzi Miraglia e Franco Borga.

 

Già il titolo  del seminario, con riferimento a Vincenzo Gagliardi e il nome della sala dedicata al compianto Neno Gatto, il ministro dell’attuazione delle Regioni (anno 1970), hanno suscitato in me molti ricordi, essendo stati entrambi, maestri e guide politiche negli anni della mia giovinezza e dei primi contatti nel partito della Democrazia Cristiana veneta e nazionale.

 

Gagliardi lo conobbi a Roma al Congresso della DC (1964), quello nel quale, sentiti gli interventi di Carlo Donat Cattin, di Riccardo Misasi  e dello stesso Gagliardi, pur provenendo da Rovigo, terra di assoluto dominio doroteo con Bisaglia e la Coldiretti, scelsi e lo fu per sempre, di militare nell’appena nata corrente di Forze Nuove.

 

E da lì iniziò il mio lungo impegno nella sinistra sociale della DC, che aveva nella DC di Venezia, l’unico riferimento correntizio omogeneo, essendo l’unica provincia nella quale la segreteria provinciale era passata con Gagliardi alla responsabilità della sinistra interna.

 

 I frequenti incontri regionali mi fecero conoscere, dapprima i coetanei Rocelli e Cortese e con loro, Alfeo Zanini, Eugenio  Gatto, Giorgio Longo, Mariano Baldo, Piero Coppola, Ferdinando Ranzato,  Giorgio Zabeo e tanti altri, i quali, trasferitomi a Mestre (1983) divennero colleghi e soci a tutti gli effetti della DC veneziana.

 

E proprio insieme a questi amici ho vissuto l’ultima ventennale esperienza della DC, sino alla sua scomparsa politica (1993). Una scomparsa tanto più dolorosa perché compiutasi senza un’adeguata azione di difesa e di impegno combattente, come quello che con Gianfranco Rocelli chiedemmo in una lettera accorata, senza risposta, inviata in quei drammatici giorni al segretario nazionale De Mita.

 

L’idea di un seminario per ricostruire la storia di una fase importante della nostra vicenda politica democratico  cristiana a Venezia, mi sembra possa lodevolmente inserirsi in quel mosaico di iniziative che, seppur disordinatamente e senza ancora un filo conduttore dirigente, si sta costruendo in varie parti d’Italia.

 

La condizione di anomia sociale, culturale, politica e istituzionale, il deserto delle culture politiche che fecero grande l’Italia ( quinto o sesto posto tra le potenze industriali mondiali), è ben rappresentata, da un lato, dalla scarsa partecipazione politica che nelle recenti elezioni  ha sfiorato il 50%, e, dall’altra, dall’emergere di una classe dirigente di “ homines novus” di cui constatiamo ogni giorno di più la loro inadeguatezza  e incompetenza rispetto alle grandi responsabilità  che sono stati chiamati a esercitare.

 

E allora, in attesa che avvenga il miracolo di una ricomposizione culturale e morale, prima ancora che politico organizzativo, non è un caso che ci si volti a ripensare quello che siamo stati e a riscoprire un po’ di quella passione civile alta e forte con cui conducemmo la nostra testimonianza politica ai diversi livelli istituzionali.

 

Impegnato come sono dal 1994 da “ DC non pentito”,  per concorrere  alla ricomposizione dell’area democratico cristiana, di un partito, la DC , “ mai giuridicamente sciolto”, secondo la sentenza definitiva della Cassazione, plaudo a questa bella iniziativa degli amici dell’associazione “i Popolari Venezia”, augurandomi che,  al di là della pur comprensibile e lodevole testimonianza politico culturale, si possano ritrovare le ragioni per rimetterci a costruire insieme il nuovo soggetto politico cristianamente ispirato.

 

Contro il sovranismo e il nazionalismo oggi prevalenti, serve una forza politica di centro autonoma, democratica e popolare, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e transnazionale, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC dell’Europa: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman.

 

Serve un’Europa federale degli stati nazionali, sottratta al dominio dei poteri del turbo capitalismo finanziario,  impegnata a realizzare politiche ispirate ai principi della solidarietà e della sussidiarietà propri della dottrina sociale cristiana. Economia civile e sociale di mercato alternativa a quella dettata dalle multinazionali finanziarie, padrone della city of London e con sede fiscale nel Delaware (USA) a tassazione zero. Questo è l’obiettivo che come DC, ricostruita giuridicamente nei suoi organi, ci proponiamo .

 

Come negli anni 60, con Vladimiro Dorigo e Gagliardi, la DC veneziana fu antesignana per l’avvento di cose nuove nella politica italiana, saremmo lieti che proprio da Venezia e dal Veneto potesse ripartire quest’azione di ricomposizione dell’area popolare di cui l’Italia e l’Europa hanno un’assoluta necessità.

 

Ettore Bonalberti

Vice Segretario nazionale della DC

 


Venezia, 14 Novembre 2018



Direzione nazionale della DC

10 Novembre 2018

 

Si è riunita in data odierna a Roma, la direzione nazionale della Democrazia Cristiana che ha deciso l’apertura del tesseramento al partito sia per i soci che confermarono l’adesione alla DC nel 2012, sia a quelli che erano iscritti al partito nel 1992-93, anno nel quale si concluse politicamente l’esperienza della DC storica, ma non quella giuridica  (“partito mai giuridicamente sciolto) secondo la sentenza della Cassazione. Il tesseramento è, infine, aperto a tutte le elettrici ed elettori e ai giovani che abbiano compiuto i 16 anni di età interessati a concorrere alla ricostruzione politica del partito dei cattolici democratici.

 

Guidata dal neo segretario del partito, Renato Grassi, la direzione  ha proceduto all’elezione dell’ufficio politico che risulta così composto:

Renato Grassi, segretario nazionale,  Gianni Fontana. Presidente del consiglio nazionale, Nicola Troisi, segretario amministrativo e rappresentante legale del partito,

Quattro vice segretari: Alberto Alessi,  Luigi Baruffi (responsabile dipartimento elettorale), Danilo Bertoli, Ettore Bonalberti (responsabile dipartimento esteri),  e da Mauro Carmagnola (dipartimento politiche sociali), Antonio Fago ( responsabile dipartimento organizzativo), Franco De  Simoni (responsabile dipartimenti Enti Locali), Raffaele Cerenza (responsabile dipartimento patrimonio beni materiali e immateriali).

Nella prossima riunione della direzione si procederà alla nomina degli altri incarichi della giunta esecutiva.

La direzione ha deliberato con voto unanime di dare immediato mandato al segretario amministrativo di assumere tutte le azioni più opportune per il recupero della piena e totale disponibilità dell’uso esclusivo dello scudo crociato e per impedirne l’illegittima e confusionaria utilizzazione da parte di altri gruppi e movimenti.

Ripristinato l’utilizzo degli uffici presso la sede storica del partito a piazza del Gesù a Roma..

Sulla base  della linea politica presentata al congresso del partito il 14 ottobre e ribadita al consiglio nazionale del 27 ottobre scorso dal segretario Renato Grassi, la direzione  ha confermato  che la DC intende, da un lato, ricostruire una presenza capillare del partito in sede locale, con ampia sperimentazione di formule innovative di partecipazione politica ( cenacoli popolari, comitati civico popolari, altri modelli) per allargare l’area del popolarismo e dell’associazionismo cattolico, aperta alla collaborazione con quella liberal democratica. Obiettivo: concorrere alla costruzione di una vasta alleanza  laica, democratica, popolare, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e trans nazionale. Un partito di centro, alternativo al sovranismo nazionalista e alla sinistra, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi. Monet e Schuman.

 

La DC è impegnata a redigere una piattaforma programmatica rispondente alle attese dei ceti medi produttivi e di quelli popolari dei “diversamente tutelati”,  attorno alla quale dar vita a un patto federativo con quanti condividono il progetto di riforma dell’Unione europea  secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà; un’ Europa federale degli stati, liberata dagli eccessivi vincoli tecnocratici e sottratta all’attuale dominio dei poteri finanziari .

 

A quel 50% di sfiduciati e renitenti al voto nelle ultime competizioni elettorali la DC intende proporsi come il luogo della partecipazione democratica ispirata dalla fedeltà alla costituzione e ai principi della dottrina sociale cristiana.

 

Ufficio stampa della Democrazia Cristiana

Roma, 10 Novembre 2018

Dopo i cataclismi ambientali d’autunno

 

Le notizie gravissime collegate ai cataclismi che hanno colpito dal 29 ottobre scorso diverse regioni del nostro Paese, con particolare riferimento al Triveneto e alla Sicilia, credo impongano una seria riflessione alla classe dirigente del nostro Paese che dovrebbe assumere due impegni non più rinviabili:

1)    che l’Italia cessi finalmente di essere “ il Paese delle inaugurazioni e non delle manutenzioni” ( Leo Longanesi)

2)   assumere  la difesa idrogeologica al centro dell’interesse nazionale.

 

Di fronte agli enormi danni ambientali cui stiamo assistendo si metta fine alle  polemiche nel governo. C'é un enorme problema di messa in sicurezza idrogeologica del Paese. Tutte le risorse disponibili siano utilizzate per risolvere questa drammatica emergenza nazionale. Altro che reddito di cittadinanza (9 miliardi); si utilizzino le risorse per interventi di sistemazione idraulico forestale con cantieri di lavoro al Nord e al Sud per giovani e adulti impegnati in un'opera di difesa e ricostruzione ambientale dell'Italia. E l'Europa si dimostri finalmente madre e non matrigna.

 

Nel Luglio 2017 ho redatto una nota che conserva intatta la sua attualità e che mi permetto di riproporre all’attenzione dei miei lettori.

 

Un grande Piano nazionale di protezione civile

 

“Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, così Leo Longanesi scriveva dell’Italia e, mai come oggi, quella sua triste connotazione del nostro Paese risulta così appropriata.

Incendi boschivi dolosi ( perché non esistono in realtà fenomeni di autocombustione) che , secondo la stima di Legambiente “solo in questo primo scorcio di estate 2017, da metà giugno ad oggi, sono andati in fumo ben 26.024 ettari di superfici boschive, pari al 93,8% del totale della superficie bruciata in tutto il 2016”; carenza idrica causata dalla siccità e dalla vetustà di una rete idrica che secondo le stime del Censis è soggetta a una perdita d’acqua di almeno il 32%; frequenti succedersi di disastrose alluvioni, frane e la drammatica realtà di un dissesto idrogeologico che è la condizione prevalente in vaste aree del nostro territorio nazionale.

 

Se a questi eventi, le cui cause sono ampiamente riconducibili alla responsabilità di noi cittadini, massime quelle di chi è titolare di funzioni politico istituzionali, aggiungiamo  i  frequenti terremoti che sconvolgono intere comunità locali, l’Italia mostra sempre più l’immagine di un Paese totalmente alla deriva.

 

Con un patrimonio edilizio  storico e  artistico culturale tra i più importanti nel mondo,  mai analizzato nella sua reale capacità di resilienza e strutture abitative accumulate nei secoli, comprese le ultime, poche, costruite secondo regole antisismiche solo di recente obbligatorietà normativa, siamo obbligati a redigere “la carta di identità degli edifici” e a sviluppare un piano di interventi a medio lungo periodo per la preventiva sistemazione strutturale del nostro immenso e assai fragile patrimonio edilizio. Contro la furia sin qui imprevedibile dei terremoti poco o nulla possiamo fare, ma contro l’imprudenza e l’ignavia degli uomini, compresa quella dei responsabili istituzionali di scarsa visione strategica, abbiamo il dovere di reagire e assumerci tutti insieme le nostre responsabilità.

 

Ho avuto la fortuna di conoscere da vicino la realtà del sistema forestale italiano, avendo diretto per quindici anni l’Azienda regionale delle foreste della mia Regione, il Veneto, e, successivamente quella della protezione civile di una delle regioni leader, la Lombardia, nella quale ho svolto la funzione di direttore generale dell’assessorato regionale delle opere pubbliche, politiche per la casa e protezione civile.

 

Sul sistema forestale la mia lunga battaglia condotta con il compianto gen. Alfonso Alessandrini, capo del CFS da lui difeso strenuamente sino alla sua scomparsa, per superare l’assurda dicotomia esistente tra le vecchie competenze e funzioni del Corpo Forestale dello Stato e dell’Azienda di Stato per le foreste demaniali con quelle affidate dalla Costituzione alle Regioni, è miseramente finita con il semplice assorbimento del fu CFS nell’arma dei carabinieri, senza dare soluzione efficiente ed efficace alla frammentazione delle politiche regionali forestali prive di un reale coordinamento strategico.

Unica lodevole eccezione,  il permanere di quel  ancorché debole strumento di scambio di informazioni tecnico specialistiche rappresentato dall’ANARF ( Associazione Nazionale delle Attività Regionali Forestali) che abbi l’onore di avviare con l’amico scomparso Sergio Torsani, presidente dell’Azienda regionale delle foreste di Regione Lombardia.

 

Le esperienze da me maturate a contatto delle realtà forestale italiana e la diretta funzione di guida amministrativa della protezione civile in una realtà tra le più avanzate del Paese, mi hanno permesso di formulare a suo tempo un vero e proprio Piano per la difesa della montagna e della nostra sicurezza idraulica, che denominai PRO.MO.S. ( Progetto Montagna Sicura). Un Piano che non si è mai potuto realizzare perché si sa “ gli alberi non votano” e i tempi per la difesa del territorio sono troppo lunghi rispetto a quello di interesse dei politici dal corto respiro.

 

Gli obiettivi del progetto PRO.MO.S. erano quelli  di definire linee strategiche per la sicurezza in montagna e di promuovere interventi coordinati nell’ambito di una pianificazione a scala di bacino idrografico.

 

Nel campo della protezione del territorio, in particolare dai rischi di tipo idrogeologico, tutte le iniziative dovrebbero essere orientate alla sostituzione dell’attuale approccio “reattivo”, basato prevalentemente sulla gestione dell’emergenza, con un approccio di tipo “proattivo”, basato sulla prevenzione, cioè sulla pianificazione e realizzazione di attività atte a ridurre il rischio di accadimento di eventi calamitosi e comunque di limitarne gli effetti dannosi. In questa ottica si possono identificare alcune specifiche tematiche di studio e di intervento:

 

1.      Monitoraggio di parametri idrologici e geologici

 

L’acquisizione di misure, anche in tempo reale, su parametri idrologici e geologici caratteristici dei fenomeni naturali che possono innescare situazioni di rischio rappresenta sicuramente una delle prime priorità. Una componente rilevante dell’incertezza nella valutazione del rischio, soprattutto di tipo idrologico e idrogeologico, deriva dalla mancanza di dati sufficienti sull’evoluzione nel tempo di elementi dinamici del territorio, quali versanti e corsi d’acqua. Attività di razionalizzazione, coordinamento e potenziamento delle attuali reti di misura (le diverse ARPA regionali , Consorzi, Centri di monitoraggio, ecc.) sarebbero quindi auspicabili, soprattutto in un’ottica di benefici di lungo periodo. 

 

2.     Analisi e mappatura dei rischi naturali

 

L’organizzazione della conoscenza del territorio è il primo strumento operativo per l’analisi e quindi a prevenzione dei rischi naturali. Le iniziative in questa direzione là dove sono state avviate, dovrebbero essere potenziate e coordinate in un programma a lungo termine, in modo da perfezionare la mappatura del rischio di dissesto territoriale. Nell’analisi delle aree di rischio è particolarmente importante l’approfondimento delle possibili interazioni tra i diversi tipi di rischio, in una visione integrata delle problematiche legate sia alla erosione dei versanti e dell’assetto idrogeologico del reticolo idrografico.

 

 

3.     Definizione di piani di gestione delle emergenze in caso di disastri naturali

 

.             I piani di emergenza  rappresentano strumenti nel contempo delicati ed indispensabili per una razionalizzazione  del soccorso qualora dovesse verificarsi una calamità. La normativa vigente in materia definisce quelli che sono gli obiettivi che attraverso questi piani bisogna  raggiungere, ma manca una standardizzazione della loro stesura e dei contenuti che sono indispensabili per attivare la complessa macchina della Protezione Civile in situazioni di emergenza. Pertanto un approfondimento di queste tematiche, nonché la definizione di linee guida  da seguire in tali Piani diviene un obiettivo prioritario in questo settore.

 

 

4.     Definizione di linee guida di intervento mirati alla riduzione dei rischi

 

La definizione di linee guida per la realizzazione di interventi di tipo proattivo per la riduzione dei rischi consente da un lato di controllarne l’efficacia operativa, dall’altra di orientare la loro pianificazione, inserendoli in un contesto razionale e omogeneo a scala di bacino idrografico. In condizioni di risorse limitate, risulta anche importante l’individuazione delle priorità d’intervento, in base sia alla probabilità di accadimento dei vari tipi di eventi disastrosi, sia alle loro conseguenze sul territorio.

 

Credo che, data l’urgenza della situazione italiana,  sarebbe quanto mai opportuno riproporre quelle linee guida ed avviare un grande Piano di Servizio Civile nazionale da coordinare con e nelle diverse realtà regionali, orientato a progetti di riforestazione tanto più urgenti, dopo le sciagurate distruzioni boschive di quest’estate e tuttora in corso, e per la difesa idrogeologica nazionale non più rinviabile.

 

Con una disoccupazione giovanile che sfiora e in talune aree supera il 40%, questo Piano nazionale potrebbe rappresentare un’utile occasione per offrire alle nuove generazioni la possibilità di mettere in campo le diverse attitudini e/o di acquisirne di nuove, in un ambito, la difesa del territorio, di cui l’Italia ha assoluta necessità primaria.

 

Solo così potremo sfatare la diagnosi di Longanesi e far diventare finalmente l’Italia “un paese di manutenzioni e non solo di inaugurazioni”. Certo servirebbe una diversa classe dirigente dedita veramente al bene comune e non alla mera sopravvivenza autoreferenziale nei luoghi privilegiati del potere. Di questa, però, saranno i cittadini elettori a definirne a breve le future identità.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 23 Luglio 2017

 


Dopo il Consiglio nazionale della DC si è aperto un interessante dibattito nell’area cattolica e popolare. Su “ Il Domani d’Italia” www.ildomaniditalia.eu,  replicando al dr Infante sono intervenuti Mauro Carmagnola e Giorgio Merlo.

Pubblichiamo la nota di Giorgio Merlo del movimento “ Rete Bianca”.

 

Dc, adesso si cominci davvero.

 

 

Va dato atto agli amici della neonata Democrazia Cristiana di aver rimesso in circolo, con coraggio e determinazione, un percorso giuridico e politico finalizzato al recupero di un glorioso simbolo e di altrettanta gloriosa, e per nulla fuori tempo, sigla partitica. Certo, i tempi sono radicalmente cambiati e sarebbe ridicolo, nonché ingenuo, pensare di riportare indietro le lancette della storia senza colpo ferire. Ma, come tutti sanno compresi gli amici della neonata Dc, c'è la necessità da un lato di recuperare un patrimonio storico, politico e culturale che non può essere qualunquisticamente archiviato e storicizzato e, dall'altro, c'è l'esigenza di evitare un ripetuto uso maldestro di questo simbolo e di questa sigla. E questo, del resto, e' il punto politico decisivo a cui va data una risposta politica e non personale o di gruppo o di corrente.

Su queste colonne si è avviato un dibattito interessante al riguardo. Il contributo di Giancarlo

Infante e la risposta puntuale e pertinente di Mauro Carmagnola sono stati utili per chiarire il nodo centrale di una eventuale discordia. Ovvero, la neonata Democrazia Cristiana - in attesa di un oggettivo rafforzamento organizzativo e di un affinamento politico e culturale - pensa già disvendere il simbolo al primo offerente? E ciò prima ancora di decollare come soggetto politico? Se così fosse, sarebbe del tutto inutile continuare anche solo questo articolo perché l'avventura nascerebbe già monca, e pertanto politicamente insignificante.

Ecco perché, allora, e' consigliabile - almeno a mio parere - piantare 3 paletti che possono essere utili per orientare questa formazione politica in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali.

Innanzitutto, e soprattutto dopo il profondo cambiamento della geografia politica italiana, e' sempre più indispensabile promuovere una formazione politica che sia in grado di ricomporre il vasto e articolato mondo del cattolicesimo politico italiano. Oggi colpevolmente frammentato, disperso, diviso e politicamente insignificante. Senza questa azione di ricomposizione - a cui Rete Bianca, ad esempio, sta lavorando da mesi - qualunque tentativo di rilanciare la tradizione del cattolicesimo politico italiano italiano e' destinato a frantumarsi contro gli scogli dei partiti personali e dei cartelli elettorali attualmente esistenti. E la Dc, dal suo punto di vista, deve raccogliere sino in fondo questa sfida e impegnarsi per centrare questo obiettivo. E quindi un partito plurale, laico, riformista, di ispirazione cristiano-popolare ma soprattutto autonomo.

In secondo luogo, rimuovere la perfida domanda del "con chi stai". Se la priorità, prima ancora di aver dispiegato compiutamente il proprio progetto progetto politico, e' quello di dichiarare a quale dei due schieramenti si vuole aderire, si avallerebbero i sospetti di chicchessia sulla fretta di collocare questo simbolo in un campo per una logica di convenienza del tutto avulsa da qualsiasi riflessione politica. E' del tutto legittimo che ex democristiani siano accasati da svariati anni a

destra o a sinistra. Ed è altrettanto legittimo che all'interno di quei rispettivi contenitori svolgano un ruolo puramente ornamentale e del tutto ininfluente, avendo come unico obiettivo quello di vedersi rinnovare la propria candidatura blindata ad ogni tornata elettorale. Non ci stupiamo per questa prassi vecchia, antica ma sempre attuale. La priorità di questa nuova formazione politica però, almeno a mio parere, dovrebbe essere quella di riaffermare la propria autonomia politica ed organizzativa, cercando di ricomporre il più possibile la frastagliata area popolare, cattolico democratica e democratico Cristiana italiana e poi, in un secondo momento, costruire una cultura delle alleanze coerente e rispettosa dei propri principali e valori di riferimento. Ma non anteporre l'alleanza alla propria personalità politica.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, dopo aver compiuto questo lungo e travagliato

percorso giuridico e politico, si tratta adesso di uscire dalla propria autoreferenzialita' e di

recuperare una preziosa ed insostituibile ricetta della miglior tradizione democratico cristiana. E cioè, affinare il pensiero, non disperdere la memoria storica e ricostruire una cultura politica che sono e restano tasselli cruciali per ridar vita ad un progetto oggi quanto mai necessario ed indispensabile: e cioè, ad una nuova formazione politica di ispirazione cristiano popolare. A cominciare, per non essere astratti o marziani, dalla ormai prossima consultazione elettale per il rinnovo del Parlamento europeo che assume una importanza, come tutti sappiamo, storica e politica decisiva. Una esigenza, questa, non prorogabile. Altroché il dibattito ridicolo, e lo scontro altrettanto singolare, se fare la stampella di Berlusconi o dell'ex comunista Zingaretti.

Ecco perché sono convinto, grazie anche al dibattito che si è sviluppato su queste colonne, che

non possiamo disperdere il confronto sul futuro dei cattolici in politica lungo sentieri di

 incomprensione e di sospetti reciproci. Tutti sappiamo qual è' la vera priorità: ritornare in campo e ritornarci uniti. Tutto il resto, come si suol dire, e' del tutto indifferente e marginale. Nonché politicamente inutile.

 

Giorgio Merlo

 


Le conclusioni del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana

 

Il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana si è riunito a Roma, Sabato 27 Ottobre 2017 presso l’auditorium della basilica di San Lorenzo in Lucina, dopo lo svolgimento del XIX Congresso nazionale il 14 ottobre scorso.

Gianni Fontana è stato eletto  Presidente del Consiglio Nazionale e il dr. Troisi Nicola , Segretario amministrativo, rappresentante legale del partito.

Il Consiglio  nazionale, udita la relazione del segretario politico nazionale Renato Grassi, l’approva.

Nell’attuale deserto delle culture politiche, la crisi di tutti gli schieramenti tradizionali che hanno caratterizzato la vicenda della seconda repubblica, la guida del paese affidata a una maggioranza trasformistica non votata dagli elettori e frutto del compromesso tra due movimenti espressioni di interessi contrapposti e di valori unificati dalla comune volontà sovranista con tinte di un nazionalismo anacronistico che, con l’isolamento dell’Italia sta portando il Paese in una situazione disastrosa per i ceti medi produttivi e le classi popolari,

la Democrazia Cristiana, erede della cultura dei padri fondatori popolari : Sturzo, Donati, Miglioli e Grandi e dei democratici cristiani: Alcide De Gasperi, La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, intende  ripartire dal codice etico di Guido Gonella aggiornato al nuovo tempo della globalizzazione, avviando da  subito il tesseramento al partito su scala nazionale per ricostruire la presenza politica dei cattolici democratici in Italia.

Tutti i giovani, le donne e gli uomini “liberi e forti” che credono nel valore della libertà e nella necessità di difendere e attuare la Costituzione Repubblicana, nella necessità di adottare politiche economiche e sociali ispirate dai principi della solidarietà e sussidiarietà proprie della dottrina sociale cristiana, potranno partecipare alle attività che la DC intende organizzare in tutti i comuni italiani dei “cenacoli popolari”; luoghi di sperimentazione della partecipazione,aperti al dibattito e deputati alla selezione della nuova classe dirigente locale, regionale e nazionale.

Unanime la volontà di concorrere alla riforma dell’Unione europea per superare i condizionamenti che la finanza internazionale ha sin qui imposto, con l’introduzione di regole inique e illegittime come il fiscal compact, per riportare l’Unione ai principi e ai valori dei padri fondatori democratici cristiani: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman.

L’Europa delle nazioni e dei popoli resta l’obiettivo primario dei democratici cristiani in alternativa a tutti gli elementi di disgregazione che, in tutte le sedi, vengono portati avanti dagli attuali partiti di governo.

Il consiglio nazionale della DC, raccogliendo gli appelli di papa  Benedetto XVI e papa Francesco sulla necessità dell’impegno politico dei cattolici, recentemente ribadito dal presidente della CEI, card Bassetti,  fa appello a tutti i movimenti, le associazioni, ai gruppi di ispirazione cattolica, agli organismi associativi dei corpi intermedi,  affinché concorrano con la DC alla ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, sul piano dell’assoluta autonomia, come componente centrale dello schieramento politico italiano, che intende assumere il lavoro, la partecipazione politica dei lavoratori nella gestione delle imprese, la valorizzazione del lavoro autonomo, dei commercianti, artigiani, agricoltori, liberi professionisti, dei dipendenti di tutti i servizi pubblici e tutta la realtà del terzo stato produttivo,  autentico motore dello sviluppo economico dell’Italia, come l’obiettivo primario della proposta politica della DC.

L’occupazione giovanile e la questione dello sviluppo del Sud saranno assunte come prioritarie e  oggetto speciale della prossima conferenza organizzativa nazionale che si terrà entro il mese di dicembre, alla quale saranno invitate con tutte le associazioni dell’area cattolica e popolare le migliori intelligenze della cultura cattolica e democratica italiana.

Dalla conferenza la DC, come nella sua migliore tradizione,  intende redigere un manifesto politico programmatico interprete dei bisogni della società nell’età della globalizzazione e dell’era digitale, per riportare il Paese al livello garantito dalla DC storica facendola diventare il 6° Paese industriale del mondo.

Primo appuntamento elettorale le imminenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo dove la DC, rivendicando in tutte le sedi istituzionali  l’uso esclusivo dello storico scudo crociato, si batterà per candidati dalla specchiata moralità e seria competenza nelle cinque circoscrizioni elettorali.

Il consiglio nazionale ha eletto la nuova direzione nazionale già convocata per il prossimo 10 Novembre per assumere tutte le iniziative annunciate dal segretario Renato Grassi e per por fine ai contenziosi che hanno colpevolmente sin qui caratterizzato la lunga stagione della diaspora democratico cristiana, alcuni dei quali già positivamente avviati come quelli con gli amici soci del 1992-93.

Avanti dunque da “Liberi e Forti”, un appello che rivolgiamo agli elettori che hanno sin qui disertato le urne, ai tanti stanchi e delusi delle esperienze sin qui vissute negli schieramenti tradizionali della destra e della sinistra in crisi irreversibile.

Una conferenza stampa sarà organizzata entro pochi giorni per la presentazione del nuovo codice etico della democrazia cristiana che ogni iscritto dovrà adottare  con l’impegno sturziano  a “servire la politica e non  servirsi della politica”.

La direzione nazionale del prossimo 10 novembre darà indicazioni precise sulle modalità per avviare la sperimentazione dei “cenacoli popolari” che saranno caratterizzati dalla più ampia autonomia gestionale su base territoriale locale.

 

Roma,27 Ottobre 2018

 

 

 

 

La lezione del Trentino

 

Nel Trentino trionfa il centro destra a trazione turbo leghista e Forza Italia scompare. In Alto Adige è forte il calo della SVP, con la Lega primo partito a Bolzano e crollo del PD. Serve ricostruire un forte centro di ispirazione cattolica popolare perno di una reale alternativa democratica al governo giallo verde. Ho sintetizzato così sul mio profilo di facebook il risultato elettorale del Trentino Alto Adige.

 

Una realtà sin qui dominata a Trento dal centro sinistra e a Bolzano e nell’Alto Adige dalla Volkspartei, ha visto il netto prevalere della Lega a Trento con una valanga di voti e a Bolzano, primo partito; il consistente calo della VSP che, comunque tiene oltre il 40% nel suo feudo altoatesino, e la fine in pratica dell’esperienza di Forza Italia totalmente assorbita dalla Lega. Rilevante, infine, il crollo verticale del PD.

 

Altro elemento da considerare: la dispersione del voto cattolico, in assenza di un contenitore credibile dopo che, per molti anni, la vecchia area DC di sinistra di Lorenzo Dellai, era stata sostenuta alla guida della provincia di Trento dal PD e dalla sinistra.

 

Se, da un lato, il voto consistente alla Lega da parte di una società molto tutelata dalla legislazione speciale, che garantisce a quella regione la più ampia specialità con tutte le competenze statali, tranne quella dell’esercito, è l’espressione di un comun sentire nella difesa egoistica del “particulare” minacciato dai “foresti”, così come rappresentato nella narrazione salviniana; dall’altro, gli elementi rilevanti di quel voto sono: il crollo del PD e lo sfarinamento del voto cattolico.

 

Quanto al M5S nel voto trentino abbiamo assistito alle prime conseguenze della difficoltà di tenuta di un partito-movimento senza regole democratiche interne, etero guidato a livello nazionale. E’ bastata la defezione di un leader naturale e popolare locale, come già accaduto a Parma, per la riduzione del voto al movimento sotto la doppia cifra.

 

Sul crollo del PD riconosciamo il fallimento del progetto originario di unificazione del vecchio troncone comunista con quello che era rimasto della vecchia sinistra DC morotea e basista. Un fallimento che gli amici de “ La rosa bianca” da qualche tempo vanno denunciando, fino ad assumere una posizione autonoma e critica collegata alla necessità di un ritorno ai fondamentali popolari della dottrina scoiale della Chiesa. Tentativo ben presente e interessante per quanti come noi, “DC non pentiti”, sono impegnati nel progetto di ricomposizione dell’area popolare italiana.

 

Un discorso del tutto particolare e speciale va fatto, infine, sulla dispersione del voto cattolico nella patria di uno dei fondatori e padri della DC italiana: Alcide De Gasperi.

 

A parte il lodevole tentativo dell’amico Ivo Tarolli di dar voce a una parte importante dell’area popolare, ahimè senza successo, dal Trentino emerge chiara la necessità di ripensare globalmente a un nuovo soggetto politico “ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE”.

 

Trattasi di quel soggetto che insieme proprio a Tarolli, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Gianni Fontana, Domenico Menorello e altri, avevamo definito a Verona nel seminario dei Popolari il 23 Giugno scorso..

 

Con la DC, dopo la conclusione unitaria del congresso di Domenica 14 ottobre sancita dall’accordo tra Renato Grassi e Gianni Fontana, stiamo costruendo il primo tassello di un mosaico più grande che, con una classe dirigente rinnovata, saprà offrire agli italiani una nuova speranza. Come seppe fare la DC storica, sarà essenziale proporre una forte alleanza tra i ceti medi produttivi e le classi popolari dei "diversamente tutelati", lontani dalla "casta" e dal quarto " non Stato". Un'offerta  politica in grado di corrispondere agli interessi e ai valori del 50% degli elettori sin qui renitenti al voto.

 

Ci auguriamo che, anche sulla base delle indicazioni del voto del Trentino, si ponga fine a ogni altro ostacolo che ha sin qui caratterizzato la lunga stagione della  diaspora democrati co cristiana e dal Nord al Sud dell’Italia si ricomponga l’unità di un’area politico culturale alternativa ai disvalori dei sovranisti-nazionalisti, capace di proporre politiche economiche e sociali ispirate dai principi di solidarietà e sussidiarietà propri della dottrina sociale cristiana.

 

Ettore Bonalberti

Presidente di ALEF ( Associazione dei Liberi e Forti)

Consigliere nazionale DC

 

Venezia, 23 Ottobre 2018

 

 

 

  1. Una fase delicata per l’Italia

     

    Salvini non vuol passare per “fesso” e Di Maio da “bugiardo”. Per interpretare il contratto  giallo verde, più che Giuseppe Conte, “l’avvocato del popolo”, servirebbe un notaio. Si è chiusa così, ieri sera, la disputa tra Lega e M5S sul decreto di condono fiscale. A un passo dalla crisi di governo è intervenuto il premier Conte con la convocazione per oggi di un vertice di maggioranza e del consiglio dei ministri.

     

    In serata poi la mazzata dell’agenzia di rating Moody’s, con un declassamento  dei titoli dell’ Italia a un livello poco superiore a quello di “spazzatura”. Sarebbe il baratro definitivo che impedirebbe ogni ulteriore intervento della BCE nell’acquisto di titoli di Stato del nostro Paese.

     

    Il capo del governo ha commentato col suo solito ottimismo di maniera: “ l’avevamo previsto”. Un giudizio che, pronunciato da un signore che a BXL aveva cercato di convincere i nostri partner europei sulla bontà della manovra di bilancio,  con la semplice definizione che trattasi di una “manovra bella”, lascia basiti più che i mercati finanziari, che si pronunceranno già Lunedì prossimo, tutti noi  disgraziati cittadini di questo povero Paese.

     

    Stanno venendo al pettine i nodi di un’alleanza di governo espressione del peggior trasformismo politico parlamentare, frutto dell’esito del voto ambiguo del 4 marzo scorso e di un sistema elettorale bislacco da rivedere. La ragione di quanto sta accadendo nel rapporto tra grillini e leghisti va ricercata nella diversità di interessi e valori esistente tra i due partiti,  ossia sui fondamentali su cui regge la politica,.

     

    Se sui valori l’accordo è intervenuto sulla base della comune visione sovranista e antieuropea dei due movimenti, su quello degli interessi la divergenza verte su quelli dei diversi blocchi sociali ed economici di riferimento.

     

    Riprendendo la mia “teoria dei quattro stati” che, in maniera euristica, cerca di interpretare, seppur  riduttivamente, la realtà sociale italiana ricorderò in estrema sintesi:

     

    Il primo Stato, quello della casta, è formato da oltre un milione di persone che vivono attorno alla politica e alle istituzioni, con laute prebende e benefits diversi. E’ l’aristocrazia dell’ancien regime trasferita nel XXI secolo.

     

    Il secondo Stato è quello dei diversamente tutelati, che contiene l’intervallo compreso tra le alte gerarchie pubbliche ( magistratura, alta dirigenza burocratica dello Stato e degli enti pubblici statali, parastatali e degli enti locali) sino all’ultimo gradino della scala rappresentato dai cassaintegrati e disoccupati con indennità e a quello dei senza tutela, come gli esodati e i disoccupati senza indennità.

     

    Il terzo stato è quello che produce la parte prevalente del PIL: PMI con i loro dirigenti e dipendenti, agricoltori, commercianti, artigiani, liberi professionisti. La struttura  portante dell’intero sistema.

     

    Con le nuove norme comunitarie si scopre l’esistenza del quarto Stato o, se meglio si vuole definirlo “ il quarto non Stato” , un settore che potremmo qualificare come l’extra o l’anti Stato, rappresentato dal lavoro nero, droga, prostituzione, contrabbando.

     

    Trattasi di un settore il cui valore dell’attività economica è stimato in circa 200 miliardi di euro che, in base alle nuove norme europee, buon per il governo, farebbe calare il rapporto deficit/PIL dello 0,2 %, ancora insufficiente secondo quando concordato con l’Unione europea a fronte dello scostamento indicato nel DEF del 2,4 %. Un settore fuori da ogni regola,  che preleva  ricchezza dal sistema e in larga parte la rimette in circolo sotto forma di consumi, risparmi e investimenti diversi, sottraendosi a ogni controllo e incidendo, comunque, in maniera significativa sul sistema stesso e non solo sul piano economico e sociale, ma anche per le sue nefaste incidenze sul piano politico e dei condizionamenti nelle istituzioni……

     

    Da questa rappresentazione appare evidente che, fatte salve le realtà della casta e del quarto non stato, entrambe in grado di sopravvivere a qualsiasi  mutamento socio politico che non sia tipo rivoluzionario, mentre il Movimento Cinque stelle ha saputo raccogliere il voto di larga parte dei “diversamente tutelati”, soprattutto dalla stragrande maggioranza dei diseredati del nostro meridione attratti dalla promessa del “reddito di cittadinanza”, la Lega ha fatto breccia sul consenso prevalente del “terzo stato produttivo” e una parte dei “diversamente tutelati” i cui interessi, nelle condizioni oggettive di disponibilità finanziarie dell’Italia, non possono che confliggere con le esigenze dei primi.

     

    Milton Friedman ammoniva: “ se tu paghi la gente che non lavora e la tassi  quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione”. E’ un aforisma di base di ogni politica economica, troppo lontano dalle competenze incerte di questi giovani senz’arte né parte catapultati a Palazzo Chigi, che più che la sede di un governo della Repubblica, sembra trasformarsi ogni giorno di più in una gabbia di matti.

     

    In queste  condizioni si potrà anche galleggiare sino al voto delle europee, sperando nel miracolo delle promesse annunciate e obbligatoriamente da soddisfare, seppur parzialmente, ma è evidente che il governo non potrà durare. Sarà molto importante accertare come reagirà quel 50% di elettori che il 4 marzo scorso furono renitenti al voto, ma per questi credo che sarà indispensabile proporre una seria e credibile alternativa democratico popolare fondata su culture politiche forti, come quelle del riformismo cattolico, democratico e liberale.

     

    Ettore  Bonalberti

    Consigliere nazionale DC

    Venezia, 20 Ottobre 2018

     

     

     

     

    Congresso Pd, la sinistra e i cattolici.
  2.  

     

    Il prossimo congresso del Pd assume una importanza non secondaria ai fini della ripartenza di un nuovo e rinnovato centro sinistra italiano. Una coalizione sostanzialmente distrutta dalla stagione del comando renziano dove una maldestra "vocazione maggioritaria" accompagnata da una volontà di onnipotenza del Pd aveva, di fatto, azzerato ogni sorta di alleanza. E, di conseguenza, cancellando un tassello fondamentale della cultura democratica del nostro paese, cioè la cultura delle alleanze appunto.

     

    Ora, pare, si vuole invertire la rotta sin qui intrapresa e condivisa, va pur detto senza la solita

    ipocrisia di rito, dalla stragrande maggioranza di quel partito. Cioè da tutti coloro che sono stati turbo renziani per lunghi 4 anni e poi hanno scoperto, improvvisamente e misteriosamente, la necessità di cambiare pagina arrivando al punto di coltivare l'obiettivo di "derenzizzare" il partito.

     

    La lista di questi personaggi, come sempre capita nella politica italiana, non è lunga ma addirittura lunghissima. Un nome fra tutti: l'ex sindaco di Torino Fassino. Ma, al di là di questo fisiologico malcostume, il prossimo congresso del Pd - almeno stando ai candidati che oggi appaiono più competitivi - rischia anche di essere una contesa tutta proiettata all'interno della sinistra. Ovvero, viene riproposta in termini aggiornati la storica dicotomia tra altri

    due veri leader della sinistra italiana, ovvero Veltroni e D'Alema. Perché l'eventuale contesa tra Zingaretti e Minniti rientra in questa lunga e storica dialettica tra le rispettive posizioni politiche che hanno accompagnato l'evoluzione e il cammino della sinistra post comunista italiana. Un confronto, comunque sia, e seppur arricchito oggi da altre candidature "comparsa" - sempreche' non ci siano altre novità, sempre possibili in un partito dominato da svariate bande interne – che però non cancella, giustamente, la vera posta in gioco per un partito come il Pd, oggetto di ripetute e continue sconfitte elettorali ed incerto sulla stessa prospettiva politica da intraprendere. Ovvero, come rilanciare la sinistra italiana. Oggi. Perché di questo si tratta. Anche perché la stragrande maggioranza di quell'elettorato e' scivolato su altri partiti andando ad ingrossare le fila di partiti antisistema e qualunquisti come i 5 stelle o di partiti sovranisti e populisti come la Lega di Salvini.

     

    Ma quello resta, comunque, l'obiettivo centrale del Pd di oggi, come giustamente sottolineano un po' tutti i principali leader di quel partito. E, nello specifico, i potenziali candidati alla segreteria nazionale del Partito democratico.

     

    Ed è proprio all'interno di questo contesto che si inserisce la necessità di ridare voce e

    rappresentanza anche ad altre culture politiche, altri filoni ideali che possono e devono rafforzare e affinare una coalizione alternativa al blocco sovranista, populista e antisistema. Culture politiche che non sono riconducibili alla storia e all'esperienza della sinistra italiana ma che sono indispensabili e necessarie se si vuole ricostruire una alleanza riformista, democratica, plurale e con una spiccata cultura di governo. Ed è in questo contesto che si inserisce la necessità, ormai non più prorogabile, di dar vita ad un soggetto politico che richiami la tradizione e l'esperienza del cattolicesimo democratico, popolare e sociale nel nostro paese. È perfettamente inutile pensare che il voto del 4 marzo è stato un semplice incidente di occorso.

    No, il voto del 4 marzo ha cambiato profondamente la geografia politica del nostro paese e se si vuole ridare fiato, voce e rappresentanza ad una coalizione che rilancia, seppur con venature e modalità diverse, il tradizionale centro sinistra, occorre prendere atto che un partito da solo, e cioè il Pd, non può certamente essere esaustivo ed esclusivo. Il Pd, appunto, può e deve ritornare ad essere un partito capace di rilanciare e di riattualizzare il pensiero e la cultura della sinistra italiana.

    Sarebbe curioso, al riguardo, se dopo la litania che viene recitata un giorno sì e l'altro pure di

    recuperare l'elettorato della sinistra e una politica di sinistra si pensasse, dopo le ripetute batoste elettorali, di aggirare il nucleo centrale della questione: ovvero, ritornare ad essere un partito autenticamente di sinistra.

    Ecco perché è arrivato il momento per rilanciare, e recuperare, la fecondità e la ricchezza delle

    singole tradizioni e identità politiche e culturali. Non per chiudersi in un recinto identitario ed

    autoreferenziale ma, al contrario, per ricostruire una casa riformista e plurale che, sola, può essere una vera alternativa democratica al blocco politico e sociale che ha vinto legittimamente le elezioni del 4 marzo. Alimentare ulteriori equivoci sarebbe del tutto innaturale e nocivo. A cominciare dal ruolo, dalla identità e dalla prospettiva politica che vuole percorrere il Partito democratico. Non più un partito pigliatutto, ma un partito che sappia qualificarsi per la sua identità e per la sua mission, cioè ricostruire la sinistra italiana.

     

     

    Giorgio Merlo

  3. Torino, 18 Ottobre 2018




  4. Stato dell’arte della DC storica 


  5. Nel 2012 più di 1700 amici DC confermarono, con autocertificazione sottoscritta a norma di legge, la loro adesione al partito di cui erano stati soci sino al 1992-93.

    Con il disposto del giudice dr Romano del tribunale di Roma che autorizzò lo svolgimento dell’assemblea del 26 Febbraio 2017 all’Ergife, nella quale eleggemmo nella carica di Presidente l’amico Gianni Fontana, quei 1750 superstiti sono riconosciuti come gli eredi legittimi della DC storica.

    La DC storica, in base alla sentenza n.25999 del 23.12.2010 della Cassazione assunta a sezioni civili riunite in maniera definitiva e inappellabile,  non è mai stata giuridicamente sciolta” e unici eredi sono i soci che ne hanno confermato e mantenuto  l’iscrizione nel 2012.

    Siamo consapevoli di essere ben poca cosa rispetto alla grande storia del partito, ma anche consapevoli di rappresentare l’ultima fiammella senza la quale la DC, giuridicamente mai defunta, non potrebbe più tornare in campo politicamente.

    Domenica 14 Ottobre abbiamo concordato una soluzione unitaria del congresso nazionale, con cui abbiamo eletto alla segreteria del partito Renato Grassi e Sabato 24 ottobre prossimo eleggeremo Gianni Fontana alla presidenza dl Consiglio nazionale della DC.

    E’ finito il tempo delle divisioni e delle “narrazioni contro qualcuno” e si volta pagina. E’ questo il tempo dei costruttori che intendono concorrere alla ricomposizione politica  dell’area cattolica e popolare.

    Sappiamo che il 50% che è andato a votare il 4 Marzo scorso  ha scelto la strada della protesta su fronti diversi, per trovarsi poi  a Palazzo Chigi il governo trasformista giallo verde che nessuno aveva votato.

    Il restante 50 % renitente al voto non trova più rappresentanza dei propri interessi e valori nel deserto attuale della politica italiana, dove si assiste allo sfascio della sinistra e di ciò che è rimasto della realtà berlusconiana.

    Serve una forte componente di centro democratica e popolare ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano e impegnata nella difesa e nell’ attuazione integrale della Costituzione.

    Con Grassi e Fontana abbiamo avviato un percorso che, attraverso l’incontro con tutte le diverse parti dell’area cattolica e popolare, intende concorrere alla costruzione di un soggetto  nel quale “possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE.”

    Questa è la sfida che democraticamente ci sentiamo di lanciare all’attuale coalizione di governo espressione del peggior trasformismo politico italiano.

    Domenica scorsa abbiamo approvato con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria nazionale il seguente Documento a sostegno della candidatura di Renato Grassi alla segreteria della DC- XIX congresso nazionale-Roma 14 ottobre 2018

     

    L’esperienza democristiana è stata la più straordinaria e significativa avventura politica del secolo scorso.

    Oggi che tale filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici e i laici cattolici, è spento alla camera dei deputati e al senato della repubblica, il paese sente il vuoto senza speranza di tale rappresentanza. Dove sono le nostre intelligenze? Le nostre passioni? Di cosa abbiamo timore?

    Va riproposto un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri.

    Vanno perciò superati le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele.

    E se i democristiani vorranno tornare ad essere protagonisti per il bene del paese, è giusto e necessario che, fin da questo XIX° congresso nazionale, la DC sia una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni. Un luogo politico aperto ai movimenti e alle associazioni di cattolici morali e cattolici sociali, come giustamente ci invita a fare il presidente della CEI, cardinale Bassetti, e aperto  ai movimenti laici di ispirazione cristiana.

     

     Ecco perché va sottoposta a verifica la possibilità di ricostruire-sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana- l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della DC dopo la diaspora del 1994.

    Si tratta di ritornare INSIEME a quell’antico e nobile progetto culturale, sociale, economico politico ed etico dei “Liberi e Forti”.

    Primo frutto del congresso sarà il tesseramento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio “la politica come la più alta forma della carità” (PaoloVI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della DC..

    Coloro che per anni hanno speso con sacrifici tutte le loro energie per tenere in vita una piccola luce che ha illuminato la DC, oggi possono e devono trasformare tale luce in un faro, in modo d rendere visibile e chiaro che i democristiani  accoglieranno tutti coloro che, animati dallo stesso spirito,  vorranno “lavorare INSIEME per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale” (card.Bassetti).

    I delegati eletti dai congressi provinciali  e regionali del partito che rappresentano i soci che nel 2012 decisero di confermare la loro adesione alla DC, sulla base del disposto del giudice Romano  sono i legittimi rappresentanti e continuatori della dc storica.

    Il valore dell’unità raggiunta determinatasi nel congresso sull’inclusione dell’esperienza di Gianni Fontana e con il proposito di svilupparla ed accrescerla costituisce la base per la ripresa di iniziativa politica dei cattolici democratici e per la ricomposizione dell’area popolare italiana. Il principio che ci guiderà, come è stato nella storia della migliore  DC,  è di “ servire all’interesse del Paese” corrispondente alla stessa Democrazia Cristiana.

     

    Noi veneti, delegati della regione al Congresso, siamo stati tutti eletti nel Consiglio nazionale della DC:

    Rovigo. Grazia Maria Panin

    Padova: Mauro De Fecondo

    Rovigo. Grazia Maria Panin

    Treviso: Roberto Zarpellon

    Venezia. Ettore Bonalberti, Luciano Finesso, Piergiovanni Malvestio e Giorgio Zabeo

    Verona: Gianni Fontana, Lia Monopoli, Amedeo Portacci

    Vicenza: Luigi D’Agrò, Stefano Cimatti e Cipriano Rossi

     

    Venezia, 18 Ottobre 2018

     

     

     



Una prima reazione scomposta di  Luigi Intorcia, uno dei fan "esterni alla DC" di Gianni Fontana, all'elezione di Renato Grassi


Carissimi,
 e alla fine, abbiamo completamente disintegrato la vera DC?

La suddivisione, è stata fra 79 delegati intenti a spolpare senza alcun diritto di metterlo in atto,  l'ultima vera DEMOCRAZIA CRISTIANA e  circa 200 persone, imbavagliate a subire passivamente,  tutto quanto è avvenuto.
Essere un vero DC, è ancora un valore e  quel valore  lo rivendichiamo costantemente, ma  fra pochi eroi.
Veder trattare il quel modo Gianni Fontana, è stato penoso, una vergogna indescrivibile e giunga il mio sdegno ai responsabili del vilipendio della NOSTRA VERA istituzione, che resta solo Gianni Fontana e non un manipolo di filibustieri, senza alcun futuro.
Veder tentare di  portare la Dc alla corte di un centro destra  eche fra poco sparirà completamente dalla scena politica italiana, è ancora peggio.
Avverto, ai ben noti figuri, protagonisti delle imboscate e dei tradimenti alle spalle, che non sarà assolutamente lasciato nel silenzio tutto questo, perchè ringraziando DIO, abbiamo la libertà ancora di essere Democristiani.
Pubblicamente, per quanto mi riguarda, sarò  un martello pneumatico atto  a contrattaccare in ogni ambito possibile,  contro la deriva che è stata imposta oggi, in un tranello o meglio una autentica   imboscata da  parte di  impostori e  pseudo amici del nulla, con azioni clamorose e incisive come mai avvenuto.

Siamo una forza popolare e aggiungo sovrana autentica e non sarà ne FI tanto meno PD la locomotiva a chi qualcuno di voi ha tentato maldestramente  di agganciare, come un qualsiasi  vagone merci il partito chiamato DEMOCRAZIA CRISTIANA di rango costituzionale  e che vi significo  è anche la mia CASA.
Mesi e mesi di scritti pubblici, un attacco al massacro, ad alzo zero  contro ogni cosa che nella DC sia stato  autenticamente  etico e morale o che è stato tentato di mettere nella pratica realizzazione, esclusivamente e solo  con il DIRITTO  e la legalità assoluta. Mesi e mesi in cui uscire da sciagurate assemblee della DC, è significato  ingurgitare solo  bocconi amari, dove non entra nessuna luce da ben 26 anni , ma solo  tenebre e in cui si è  radicato,  il senso della pazzia di pochi nonnetti,  abbonati al maligno.
Mi rivolgo ai veri DC, quelli che per sfortuna il 4 marzo, non sono potuti essere candidati, fieri di dare l'impulso, ad una storia mai finita per quelli che siamo  e  che  non è stato realizzato.
Quell'intento che emergeva con forza, delle riunioni a Piazza del Gesù e da via Alberico con Mns Gastone Simoni un altro Eroe,  e quindi, mi rivolgo  non solo al gruppo laziale o romano  pieno di DEGNE persone ad altissimo livello politico ma anche  di altri ancora, che ben saranno i portavoce nei loro ambiti, che la vera Dc non è ancora morta definitivamente.
Ricordatevelo, siamo ancora una forza.
Lasciateli tentare di realizzare  insolenze da parte  di  questi SPELACCHIATI gufi tristi,  che politicamente non valgono un beato accidenti, ancor meno,  come democristiani.
La dimostrazione è purtroppo quella di essere diventati  una barzelletta putrescente, da raschiare e disinfettare  e nella prima occasione, mollarli definitivamente AL LORO INFAUSTO DESTINO  o quando, molto presto,  non potranno più nascondersi dietro  a quel  misero dito e saranno chiamati a fare le figuracce che meritano di ricevere, esattamente le stesse, che hanno ricevuto, cacciati   dalle corti dei re dell'effimero, meno di 6 mesi fa.
La feccia putrescente, sarà schiacciata senza alcun riguardo, così come oggi il nessun riguardo, è stato usato contro il mio fiero e degno presidente Gianni Fontana, per il  chi vuol capire capisca, non  interessa minimamente non urtare le sporche suscettibilità di pochi pazzoidi oggi ghignati vincitori del nulla.
LA DC E' IL CENTRO E PUNTO.
Prima o poi, la giustizia sarà resa davanti a DIO e alle donne e agli uomini democristiani veri, di questa scalcinata nazione Italiana.
Vi allego la registrazione audio, affinché non la possiate mai più  dimenticare, per il dolore che avete causato a tantissime donne e uomini di buona volontà, con il Nostro  DIO nel cuore e la vera libertà nella testa e che nessun viscido verme, sarà mai in grado di cancellare.
Vergogna ai responsabili.
Luigi Intorcia
Candidato DC per il senato al primo uninominale
Lazio 1

A Luigi Intorcia ho risposto con l'allegata nota:

Caro Intorcia alle tue farneticazioni rispondono gli atti e i documenti da Gianni con me  e altri amici sottoscritti.
La soluzione unitaria di ieri al congresso ha impedito un risultato drammatico per la DC e per lo stesso Gianni Fontana.
Quel documento finale, che é la mozione collegata all’elezione di Renato Grassi, è molto chiaro nel merito e sulle prospettive. E’ stata una decisione sofferta, specie da parte mia, che per due volte sono stato il sostenitore di Gianni Fontana alla guida del partito. Troppi errori si erano accumulati dal Febbraio 2017 in poi, creando nella residua pattuglia dei DC una netta maggioranza che chiedeva una forte discontinuità. La mia proposta di soluzione unitaria alla fine é prevalsa e Gianni Fontana a conclusione del suo intervento ha proposto la candidatura di Renato Grassi alla segreteria del partito, così come Grassi nel suo intervento ha indicato Fontana come prossimo presidente del consiglio nazionale, che eleggeremo il 27 ottobre p.v.

Ho appena redatto sul mio profilo di Facebook questa sintetica nota che riassume il senso del nostro attuale procedere:
"il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda alle generazioni future”, così ci ha insegnato De Gasperi. Noi, gli ultimi dei mohicani DC, quei poco più dei 1750 soci che nel 2012 decisero di riconfermare la loro adesione al partito, in base al disposto del giudice Romano, del tribunale di Roma, sono a tutti gli effetti gli eredi della DC storica. Siamo una piccola fiammella, come quella minima dei fornelli a gas che: o riusciremo ad alimentarla, aumentandone l’intensità del fuoco o si spegnerà definitivamente.Oggi il problema in Italia é l’esistenza di un blocco conservatore populista nazionalista al quale i cattolici democratici non possono che assumere una funzione di opposizione e di alternativa.Si tratta di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare come quella che abbiamo individuato a Verona ( documento del 23 Giugno) e che ieri, seppur con qualche sofferenza personale, siamo riusciti a ricomporre nell’unità di quella preziosa fiammella che é ciò che rimane di vitale e con tutti i suoi limiti della DC storica.Noi lavoreremo per la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, senza cedimenti a destra o a sinistra, utilizzando anche alle prossime europee, se ne saremo capaci,  della possibilità offerta dal sistema proporzionale.Qualcuno potrà pure aspirare a un posto alle europee a noi “DC non pentiti”, ultimi dei mohicani DC, spetta il compito di tenere accesa e di rafforzare la fiamma della nostra migliore tradizione politica e di consegnarla alle nuove generazioni.”

Spero che non ci lasciamo trascinare da vecchi polemiche e reiterati pregiudizi. Contro il blocco populista nazionalista, oggi siamo di fronte allo sfascio della sinistra e alla fine dell’esperienza berlusconiana. Si tratta di costruire qualcosa di nuovo e di diverso e il documento di Verona (23 Giugno 2018) votato da me , Ivo Tarolli, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Gianni Fontana, Domenico Menorello e altri è chiaro nell’indicare la prospettiva:

“ ………...Nella grande difficoltà a riconoscere, allo stato, la praticabilità di azioni organizzate su scale nazionale, si devono almeno giudicare negativamente i tratti propri dell’impegno dei popolari nella Seconda Repubblica, in cui è prevalso uno sterile protagonismo individuale rispetto ad una tensione unitaria e pluralista che sapesse reinterpretare, senza inutili e irrealistiche nostalgie, quell’antico, nobile e mai superato progetto culturale, sociale, economico politico, economico e etico dei “Liberi e Forti” di Sturzo e della migliore tradizione politica dei cattolici democratici.

Il passo possibile appare, quindi, la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE..

Un progetto che esalti nel suo abbrivio gli ideali e i contenuti che uniscono tante presenze rimaste isolate, disgregate o addirittura inespresse, assumendo l’economia sociale di mercato e l’economia civile quali strumenti essenziali in grado di porre a fondamento della politica la centralità della persona, della famiglia, dell’impresa e dei corpi intermedi;  l’alternativa alle logiche di certo turbo capitalismo finanziario che, subordinando alla finanza l’economia reale, sta distruggendo i ceti medi e le classi popolari, confinando la politica al ruolo subordinato al servizio dei poteri dominanti e riducendo la stessa democrazia a una formula vuota di significato.”

Questo è il più recente documento politico condiviso e sottoscritto con Gianni Fontana. Tutto il resto sono discorsi privi di qualsivoglia fondamento. Ora lavoriamo uniti per perseguire gli obiettivi indicati.

Tutto il resto,comprese le tue farneticazioni, sono espressione di un livore e di un pregiudizio che non fa onore a quella connotazione di “cristiano” che ti permette di chiamare in causa, senza senso, persino Nostro Signore. Vergogna e considera che, forse,  anche per questi tuoi toni   comprenderai il perché delle reazioni che dal Febbraio 2017 sono salite tra quei poveri ultimi mohicani cui è stato riservato il compito di traghettare il partito dal nulla verso una prospettiva nuova e positiva, certo, sin da oggi,  anche con il vostro contributo, sperando che si torni a ragionare senza schemi e pregiudizi deteriori. Rasserenati l’animo e riconduciamo tutti Insieme a razionalità il nostro confronto.

Cordialmente

Ettore Bonalberti
vecchio “ DC non pentito”

v. Documento a sostegno della candidatura di Renato Grassi alla segreteria della DC.doc



Renato Grassi è il nuovo segretario nazionale della DC

 

Si è svolto oggi a Roma presso la Casa delle suore domenicane Santa Maria Santissima il XIX Congresso nazionale della Democrazia Cristiana. I delegati regionali eletti nei precongressi regionali del partito hanno eletto alla segreteria nazionale del partito il dr Renato Grassi che subentra nella guida della DC a Gianni Fontana indicato ad assumere la presidenza del consiglio nazionale del partito.

Si è potuto così garantire una conclusione unitaria di un lungo percorso avviato nel  novembre 2012 che con la  disposizione del giudice Romano del tribunale di Roma ha visto riconoscere ai 1750 soci che nel 2012 confermarono la loro adesione al partito di cui erano stati iscritti nel 1992-93, il ruolo di naturali legittimi continuatori del partito che la sentenza della Cassazione 25999 del 23.12.2010 aveva definitivamente stabilito, senza alcuna possibilità di ulteriori ricorsi, che la DC “non è mai stata giuridicamente sciolta”.

La conclusione unitaria finale è rappresentata nella seguente mozione che accompagna la candidatura di Renato Grassi alla segreteria del partito con la lista degli 80 Consiglieri nazionali che sono stati eletti con 57 voti su 67 votanti, 3 schede bianche e 5 schede nulle.

Questa la mozione finale approvata:

“L’esperienza democristiana è stata la più straordinaria e significativa avventura politica del secolo scorso. Oggi che tale filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici e i laici cattolici, è spento alla camera dei deputati e al senato della repubblica, il paese sente il vuoto senza speranza di tale rappresentanza. Dove sono le nostre intelligenze? Le nostre passioni? Di cosa abbiamo timore?

Va riproposto un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri.

Vanno perciò superati le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele.

E se i democristiani vorranno tornare ad essere protagonisti per il bene del paese, è giusto e necessario che, fin da questo XIX° congresso nazionale, la DC sia una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni. Un luogo politico aperto ai movimenti e alle associazioni di cattolici morali e cattolici sociali, come giustamente ci invita a fare il presidente della CEI, cardinale Bassetti, e aperto  ai movimenti laici di ispirazione cristiana.

 Ecco perché va sottoposta a verifica la possibilità di ricostruire-sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana,  l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della DC dopo la diaspora del 1994.

Si tratta di ritornare INSIEME a quell’antico e nobile progetto culturale, sociale, economico politico ed etico dei “Liberi e Forti”.

Primo frutto del congresso sarà il tesseramento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio “la politica come la più alta forma della carità” (PaoloVI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della DC..

Coloro che per anni hanno speso con sacrifici tutte le loro energie per tenere in vita una piccola luce che ha illuminato la DC, oggi possono e devono trasformare tale luce in un faro, in modo da rendere visibile e chiaro che i democristiani  accoglieranno tutti coloro che, animati dallo stesso spirito,  vorranno “lavorare INSIEME per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale” (card.Bassetti).

I delegati eletti dai congressi provinciali  e regionali del partito che rappresentano i soci che nel 2012 decisero di confermare la loro adesione alla DC, sulla base del disposto del giudice Romano  sono i legittimi rappresentanti e continuatori della DC storicae

Il valore dell’unità raggiunta determinatasi nel congresso sull’inclusione dell’esperienza di Gianni Fontana e con il proposito di svilupparla ed accrescerla, costituisce la base per la ripresa di iniziativa politica dei cattolici democratici e per la ricomposizione dell’area popolare italiana. Il principio che ci guiderà, come è stato nella storia della migliore  DC,  è di “ servire all’interesse del Paese” corrispondente alla stessa Democrazia Cristiana.

Il Consiglio nazionale del partito è già stato convocato per sabato  27 Ottobre per gli adempimenti statutari inerenti all’elezione degli organi dirigenti del partito: presidente del consiglio nazionale, Direzione nazionale, segretario amministrativo.

Partirà così un’importante azione di mobilitazione di quanti nelle diverse realtà territoriali saranno interessati a offrire il loro contributo di impegno politico nel partito dei cattolici democratici e popolari italiani.

 

Roma,14 Ottobre 2018

 

 

 

Prima nota di commento all’esito del Congresso DC di Domenica 14 Ottobre 2018

 

"il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda alle generazioni future”, così ci ha insegnato De Gasperi. Noi, gli ultimi dei mohicani DC, quei poco più dei 1750 soci che nel 2012 decisero di riconfermare la loro adesione al partito, in base al disposto del giudice Romano, del tribunale di Roma, sono a tutti gli effetti gli eredi della DC storica.

Siamo una piccola fiammella, come quella minima dei fornelli a gas che: o riusciremo ad alimentarla, aumentandone l’intensità del fuoco o si spegnerà definitivamente.

Oggi il problema in Italia é l’esistenza di un blocco conservatore populista nazionalista al quale i cattolici democratici non possono che assumere una funzione di opposizione e di alternativa.

Si tratta di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare come quella che abbiamo individuato a Verona ( documento del 23 Giugno) e che ieri, seppur con qualche sofferenza personale, siamo riusciti a ricomporre nell’unità di quella preziosa fiammella che é ciò che rimane di vitale e con tutti i suoi limiti della DC storica.

Noi lavoreremo per la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, senza cedimenti a destra o a sinistra, utilizzando anche alle prossime europee, se ne saremo capaci,  della possibilità offerta dal sistema proporzionale.

Qualcuno potrà pure aspirare a un posto alle europee a noi “DC non pentiti”, ultimi dei mohicani DC, spetta il compito di tenere accesa e di rafforzare la fiamma della nostra migliore tradizione politica e di consegnarla alle nuove generazioni.

Un caro saluto,

 

Ettore Bonalberti

 

Venezia, 15 Ottobre 2018

 





Pubblichiamo un articolo dell'amico  Giorgio Merlo ( " La rete bianca") che condividiamo impegnati come siamo dal seminario di Verona (23 Giugno 2018) organizzato con gli amici di " Costruire Insieme " a costruire il nuovo soggetto politico ispirato ai valori dell'umanesimo cristiano.

Alternativa, parola magica?

In politica l'alternativa non va predicata ma, di norma, va praticata e coltivata. La bella
manifestazione organizzata dal Pd a Piazza del Popolo a Roma, al di là dei numeri annunciati un
po' a caso e come sempre capita, e' stato comunque un momento importante che può invertire la
tendenza politica disastrosa che ha guidato quel partito per oltre 4 anni. Con un accordo politico
quasi unanime, come tutti sanno e come è bene sempre ricordare. Malgrado oggi molti fingano di
non ricordare quello che è capitato concretamente per molto tempo. Ma, memori del vecchio detto
"chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato e scordiamoci il passato", adesso si tratta di capire se
un'alternativa dichiarata ripetutamente dal segretario protempore di quel partito e ripetuta con
forza di fronte agli iscritti accorsi a Roma, diventa la piattaforma concreta per dar vita realmente ad
una alternativa politica, culturale e programmatica.
Ci sono, al riguardo, 2 condizioni decisive per evitare gli errori del passato e, al contempo, per
inaugurare una nuova fase della politica italiana.
Innanzitutto e' tramontata definitamente la cosiddetta "vocazione maggioritaria" del Partito
democratico. Un partito che, al di là della convocazione pubblica degli iscritti, non è più in grado di
porsi come un soggetto egemone e maggioritario nella politica italiana. Dovranno prendere atto, al
di là dei sondaggi terrificanti che li raggiungono, che il Pd non è più quel soggetto politico capace
di rappresentare la stragrande maggioranza dei cittadini italiani sotto le sue bandiere. E tutti sanno
anche, al riguardo, che da quelle parti si confrontano, legittimamente, due strategie politiche
alternative e difficilmente componibili, salvo silenziarne una delle due. E cioè, quella renziana e
quella che va sotto il nome della rinascita della sinistra post comunista. Vedremo.
La seconda considerazione, altrettanto importante e decisiva, riguarda la capacità delle culture
politiche riformiste e costituzionali di dar vita a soggetti politici capaci di contribuire a creare un
'alleanza politica riformista e di governo autenticamente alternativa a chi punta a radicalizzare lo
scontro politico e a dividere il paese. A cominciare dalla tradizione cattolico democratico e cattolico
popolare. Sarà solo il dibattito politico concreto a dirci se questa doppia sfida politica sarà
perseguita sino in fondo o se, invece, prevarranno ancora una volta i vecchi difetti e le ormai
collaudate degenerazioni.
Come sempre, sarà solo la politica a sciogliere i nodi.

Giorgio Merlo

                                                       

 

Agli iscritti alla Democrazia Cristiana negli anni 1992 e/o 1993 componenti la lista indicata nell’atto del Giudice Guido ROMANO emanato il 13 dicembre 2016

 

Roma, 26 Settembre 2018

 

Oggetto:  celebrazione XIX Congresso  della Democrazia Cristiana

 

 

Gentili  amiche e cari amici,

sono lieto di comunicarvi  che il  XIX Congresso  della Democrazia Cristiana avrà luogo in prima convocazione alle ore 19.00 di sabato 13 Ottobre p.v.  e, in seconda  convocazione,             

 

Domenica  14  Ottobre 2018 alle ore 09.30

presso  la Casa Maria Santissima Assunta – Suore Domenicane

Via Casilina, 235  00176 Roma

 

ALCUNE NOTIZIE ORGANIZZATIVE

 

La sede del Congresso è così raggiungibile:

-       con Metro: da Roma Termini, direzione e discesa a San Giovanni, quindi  prendere la Metro C, fermata/uscita  Pigneto;

-       con auto propria:  vista la possibilità di parcheggio. Prendere la Tangenziale est, direzione San Giovanni uscita Piazza Lodi oppure Uscita 18 del Gra – direzione centro

-       con autobus: n.105 dalla stazione Termini (prima fermata dopo il ponte Casilino)

 

Chi desidera pernottare presso la struttura che ci ospita il sabato notte (13-10-2018), è pregato di inviare una mail  di prenotazione al seguente indirizzo: mosti.eleonora@gmail.com   entro il 5 Ottobre p.v. fino ad esaurimento disponibilità:

 

Camera singola con trattamento di pernottamento e prima colazione

Camera doppia con trattamento di pernottamento e colazione

Tassa di soggiorno a notte a persona

Arrivo  entro le ore 23,00

Per motivi organizzativi è necessario, inoltre, che  i soci non delegati che desiderino partecipare al Congresso, ne diano notizia inviando una e-mail a:  gianni.fontana44@gmail.com

Per chi desiderasse partecipare, alle ore 8,30, sarà celebrata la Santa Messa festiva presso la Cappella delle Suore Domenicane, immediatamente prima dell’inizio del Congresso.

 In attesa di incontrarci rivolgo  a tutti voi il mio saluto fraterno e bene augurante.

 

 

 

 

 

 

45,00

70,00

3,50

 

 

 

                                                                                                                                     f.to Gianni Fontana

 

 

Verso il Congresso nazionale della DC

 

In questi giorni si stanno completando tutti i congressi provinciali e regionali della DC per eleggere i delegati che parteciperanno, il prossimo 6 ottobre a Roma, al XIX Congresso nazionale del partito. Completeremo così l’itero indicatoci dal giudice  Romano del tribunale di Roma, il quale autorizzò l’assemblea  dei soci DC che, il 26 Febbraio 2017, elessero alla presidenza del partito, Gianni Fontana.

 

IL 6 Ottobre eleggeremo secondo le norme statutarie tutti gli organi del partito, dando finalmente pratica attuazione alla sentenza della suprema Corte di Cassazione n.25999 del 23.12.2010 con cui, confermando la sentenza della Corte di Appello di Roma, vennero respinte le presunzioni di eredità della DC che i diversi contendenti si attribuivano, per la semplice ragione che “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

 

Molti di quei ricorrenti non si arresero a quella sentenza definitiva e inappellabile, continuando un contenzioso che ci ha trascinato più volte nei tribunali, mentre la nostra rappresentanza istituzionale scompariva o, peggio, si annullava  nella commistione infelice con altri partiti di destra o di sinistra, sostanzialmente ridotta all’irrilevanza.

 

Ora, con la buon volontà di tutti, ci auguriamo che con la conclusione del nostro percorso avviato nel 2012, si possa compiere il miracolo per cui ci battiamo da oltre vent’anni; ossia la ricomposizione dell’area popolare e il ritorno in campo della cultura politica cattolica e popolare nel nostro Paese.

 

Non ci muove un sentimento nostalgico regressivo, come abbiamo scritto più volte, ma la lucida constatazione del deserto delle culture politiche oggi in Italia e in Europa e la necessità di proporre una cultura ispirata ai valori della dottrina sociale cristiana, rivelatasi l’unico serio antidoto alle degenerazioni del turbo capitalismo finanziario dominante. Un dominio che sta riducendo alla miseria progressiva il ceto medio e le classi popolari in tutto il mondo. Serve un serio cambio di passo e la totale disponibilità a mettere da parte ciò che ancora ci divide e valorizzare sino in fondo ciò, ed è assai di più, che ci unisce.

 

Ecco perché ieri a Mestre, celebrando i congressi regionali dei delegati del Collegio del Nord Est( Veneto-Friuli Venezia Giulia- Trentino AA.AA- Emilia e Romagna) ho indicato un possibile percorso, accolto unanimemente dai delegati presenti, che tenga conto di ciò che è stato positivamente seminato  negli ultimi anni.In estrema sintesi:

 

il 6 Ottobre celebrazione del nostro congresso, ossia quello degli iscritti DC 2012-2013 che decisero di riconfermare la loro iscrizione al partito già in essere nel 1992 -93, per l’elezione degli organi dirigenti del partito;

 

subito dopo il nostro congresso ( come per la verità già ci impegniamo da tempo): apertura immediata del collegamento con tutte le altre formazioni che si ispirano alla DC ( UDC-CDU- Rivoluzione Cristiana- nuova Federazione dei DC costituita a Pescara nei giorni scorsi) per celebrare insieme una grande assemblea dell’area cattolico popolare e porre fine alle querelle su nome, simbolo dello scudo crociato e alle divisioni suicide e per definire la proposta politica e programmatica della DC al Paese;

 

apertura, quindi, di un tesseramento  nazionale alla DC con l’invito rivolto  a tutti gli italiani di buona volontà, per celebrare insieme il 18 Gennaio 2019, in occasione del centenario dell’Appello sturziano ai “ Liberi e Forti”, il Congresso nazionale unitario della Democrazia Cristiana italiana.

 

Sarebbe tutto semplice se, come già accadde alla vigilia del 4 Marzo 2018 per le elezioni politiche, non avessimo da affrontare il 23-26 Maggio 2019 le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Una data che ci auguriamo, lungi dal solleticare gli egoismi e le chiusure aprioristiche di pochi, stimoli la più ampia collaborazione e volontà di procedere insieme.

 

Occasione troppo ghiotta per eluderla, essendo vigente la legge a tutti noi cara del proporzionale puro  con preferenze e la possibilità di misurare esattamente il consenso che una rinnovata proposta politico programmatica di ispirazione popolare, è in grado di conquistare in Italia e in Europa.

 

Sarà quello delle prossime elezioni europee il tema dominante del Congresso nazionale di Gennaio 2019. Un tema che avremo modo di approfondire nei prossimi giorni, partendo dalla constatazione che l’Unione europea si è sviluppata e consolidata secondo il prevalere degli orientamenti politico culturali del manifesto di Ventoténe e non secondo quelli dei padri fondatori cristiano democratici: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman .

 

In ogni caso, tuttavia, dovremo tener conto di due condizioni da rispettare:

 

1)                quella di unire tutte le forze che si ispirano ai valori dell’umanesimo                           cristiano;

2)                quella restare inseriti nel PPE da far tornare ai valori dei padri fondatori.

 

Ci aiuteranno in questo percorso le unanimi conclusioni che, con Ivo Tarolli, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Giani Fontana, Gianfranco Rotondi, Domenico Menorello e tanti altri, abbiamo raggiunto nel recente seminario di “ Costruire Insieme” a Verona il 13 Giugno scorso.

 

In Italia tutti i vecchi schemi sono saltati. Noi democratici cristiani condividiamo largamente un giudizio severo contro l’attuale governo giallo-verde, e la necessità di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare.

 

Quanto all’Europa  di una cosa siamo certi: i cattolici democratici e i popolari non possono unirsi al coro dei sovranisti e nazionalisti,  ma restare ben saldi nella difesa della costruzione europea che, come ho ampiamente descritto nel mio ultimo saggio:  Elezioni europee- “La visione dei Liberi e Forti “ (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/), dovrà essere profondamente riformata, con l’impegno di tutti i Popolari e riformisti europei nel segno dei valori dei padri fondatori democratico cristiani.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 24 Settembre 2018

 

 

 

 

Francesco, l'alternativa è la regressione.

 

di Giorgio Merlo

 

Che sia in atto, da tempo, un attacco al magistero di Papa Francesco e' fuor di dubbio. Molti sono gli elementi ormai che raccontano di questi attacchi. Ripetuti e sempre più insistenti. E la recente denuncia di Monsignor Vigano' non è che l'ultimo e più insidioso. Anche se proviene, come tutti sanno, dal fronte reazionario e conservatore della Chiesa cattolica.

Ora, al di là delle singole accuse e degli attacchi mirati o al magistero o alla persona del Papa, e' indubbio che l'obiettivo di questa campagna martellante e quasi ossessiva e' una sola: e cioè, quella di indebolire la figura di Bergoglio. Una voce che, è bene ribadirlo, continua ad essere forte e potente, nonché profetica e carica di speranza. Un magistero, quello di Bergoglio, che ha indubbiamente, almeno sino ad oggi, cercato di rivoltare come un calzino l'immagine e la percezione della Chiesa in Italia e nel mondo. Un magistero che si è contraddistinto a partire dallo stile concreto di vita di Bergoglio.

E la pubblica opinione, credenti o non credenti che siano, si sono immediatamente immedesimati con le parole e il messaggio del Papa al punto che e' stato individuato come un "leader" mondiale non solo per i cattolici ma per tutti coloro che in questa fase storica lavorano per una maggior giustiziata sociale, per un vero riconoscimento del pluralismo culturale, religioso e, soprattutto, per il rispetto rigoroso della centralità della persona. In qualsiasi momento e in qualsiasi contesto storico, culturale e politico.

E forse è proprio questa la ragione centrale dell'attacco spietato contro Francesco e il suo insegnamento. Un insegnamento semplice ma profondo e destinato a segnare il cammino e il viaggio dei credenti in un contesto storico sempre più secolarizzato e scristianizzato.

 È per questa semplice ragione che il suo magistero va difeso senza se e senza ma, come si suol dire. E questo non solo per lo stile di vita sobrio e austero del Papa in un contesto dove, purtroppo, abbondano comportamenti e stili diametralmente opposti rispetto a ciò che si predica quotidianamente nelle chiese. Ma, semmai, per la semplice motivazione che l'insegnamento di Francesco ha colto gli aspetti centrali che caratterizzano la società contemporanea e i grandi temi che sono sul tappeto e che la stessa politica non riesce a dare una risposta convincente se non inseguendo le emergenze e cavalcandole con rabbia e violenza verbale. Certo, da Francesco non arrivano ricette politiche o di governo. Ma l'ispirazione che anima le sue riflessioni, i suoi interventi e i suoi documenti non possono essere sottovalutati dalla politica e dagli stessi governi.

Nessuna inclinazione clericale o confessionale ma la responsabilità e la consapevolezza che le questioni poste sul tappeto da Bergoglio non possono essere semplicisticamente aggirate o nascoste. E questa assunzione di responsabilità deve essere messa in campo soprattutto da quei cattolici che non si rassegnano ad una grigia difesa dell'esistente o alla declinazione stantia ed insignificante del politicamente corretto.

 Lo stesso invito, ripetuto e forte, ad un rinnovato impegno dei cattolici nella politica contemporanea e' la conferma che Francesco non guarda ai "partiti cattolici" ma ad una presenza laica dei credenti nel pubblico che sia in grado, però, di recuperare la cultura e l'insegnamento cattolico. Per non parlare dei profondi cambiamenti che Francesco e' riuscito ad innescare nel campo teologico e del necessario ed indispensabile aggiornamento ed ammodernamento della stessa dottrina della Chiesa.

Dunque, la somma di questi elementi sono la cifra della modernità e soprattutto della attualità del magistero di Francesco. E sono anche all'origine - senza il forse dubitativo - degli attacchi concentrici, e appunto sempre più insistenti, contro la persona di Francesco. Un attacco che va respinto con fermezza e determinazione perché la posta in gioco - seppur altissima - e' una sola. E cioè, preparare un ricambio conservatore, se non reazionario, alla guida  della Chiesa cattolica.

Questa è la vera ragione politica, se la vogliamo definire così, che è in gioco quando si parla di papa Bergoglio, degli attacchi concentrici contro la sua persona e il suo prezioso magistero che ormai è riconosciuto in quasi tutto il mondo. La sua non può ridursi ad una difesa d'ufficio dei cattolici, a cominciare dai cattolici italiani. Ma, al contrario, la consapevolezza che l'alternativa a Francesco, oggi, non può che essere una regressione sul terreno teologico, pastorale, religioso, politico e culturale. Il resto è tutto secondario.

 

Torino, 11 Settembre 2018

 

 

Incontro DC di Bologna 8 Settembre 2018

Nota di commento  con sintesi dell’intervento di Ettore Bonalberti

 

Ho partecipato con interesse all’incontro convocato insieme al Prof Luciani da Alessi, Grassi, Gubert, Lucchese e Napolitano, l’8 Settembre scorso a Bologna, presso l’Istituto del card Lercaro “Veritatis Splendor”.

Obiettivo dell’incontro: esame delle procedure a sostegno del congresso della DC convocato dall’assemblea dei soci per Sabato 29 Settembre e in vista del tesseramento da parte della direzione nazionale.

Coordinatore e moderatore dell’incontro, il Prof Nino Luciani che ha suddiviso il dibattito in tre momenti:

1)             comunicazione di Mauro Carmagnola, coordinatore delle operazioni pre-congressuali nel collegio del Nord-Ovest;

2)             comunicazione di Ettore Bonalberti sul tema: “Obiettivi politici nazionali ed europei”;

3)             comunicazione del prof Antonino Giannone sul tema: “Documento dell’ Assemblea dei soci del 16 giugno 2018”. Ricostruzione giuridica della DC e abbraccio politico di tutte le DC.

All’incontro è intervenuto, tra gli altri, l’avv. Cerenza a nome degli amici della neonata Federazione dei DC guidata da Gianfranco Rotondi.

 

Ottimo il lavoro svolto dall’amico Carmagnola che, con il congresso provinciale della provincia di Milano da           tenersi  nella stessa serata di Sabato 8 Settembre, sta per concludere le operazioni congressuali del collegio del Nord-Ovest .

Ottima anche la relazione del prof Antonino Giannone di cui alleghiamo scheda di sintesi.

Da parte mia ho svolto la seguente riflessione:

 

In una nota sul mio profilo facebook il 2 settembre scorso avevo scritto:

 

Dopo l’8 Settembre 2018 si profila uno tsunami nella politica italiana. Il governo giallo verde alle prese con scelte di politica economica incompatibili è a rischio di implosione; ciò che accadrà nella Lega, con la sentenza di Genova e l’annuncio del nuovo partito della destra, e nel PD, da cui non è irragionevole ipotizzare la nascita di un partito della sinistra e una spaccatura con la componente moderata renziana, sono elementi propri di una fase che Aldo Moro definirebbe di “ scomposizione e ricomposizione”.
Con la probabile rottura di Forza Italia, una parte della quale attratta dalla sirena leghista salviniana e quella possibile del PD, si aprirà uno spazio grande al centro dove sarà indispensabile la presenza di una vasta area unitaria di ispirazione cattolica e popolare. Le prossime elezioni regionali e quelle europee del Maggio 2019 saranno il banco di prova del nuovo assetto politico dell’Italia dopo quanto è accaduto col voto spartiacque del 4 Marzo 2018
.”

 

Staremo a vedere, anche se ogni giorno e addirittura ad horas cambiano le dichiarazioni degli esponenti del governo, sempre più necessitati a fare i conti con la dura e irrevocabile prova della realtà effettuale, contro la propaganda su cui hanno sin qui basato, riuscendoci, le loro fortune elettorali.

 

Probabilmente le ragioni del potere e della sua sistematica occupazione finiranno col prevalere su quelle del rispetto delle promesse elettorali, ma attendiamo di conoscere la realtà dei conti scritta nei documenti di programmazione economica e di bilancio che dovrebbero essere presentati quanto prima e i contraccolpi che si determineranno a livello esterno, dove permane e si rafforza il potere dei gruppi finanziari dominanti. Quei poteri che dopo la riunione sul panfilo Britannia dell’estate 1992, si è reso esplicito come dominino con la finanza, l’economia e la stessa politica, ridotta ad ancella subalterna e, in molti casi con suoi esponenti più illustri al loro libro paga ……

 

Da lì, come mi ricordò il compianto amico Marcello Di Tondo in una lettera di molti anni fa , dobbiamo ripartire:

“In quell’ occasione, scriveva Di Tondo,   (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che Giulio Tremonti rilasciò a Maria Latella del  Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post comunisti, eredi diretti del Pci, sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese ed alla massoneria il controllo economico e finanziario.

Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via  in pochi mesi la DC ed i suoi alleati (Psi, Psdi,  Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti limiti a partire dalla seconda metà degli anni ’80, riuscendo nell'incredibile impresa di portare l'Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra, al 5° posto tra le maggiori economie mondiali.

Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico ed istituzionale per la realizzazione di quel progetto.

Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato, nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato.

La variabile non prevista, fu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia.

Da quel momento, prosegue Di Tondo, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi.

Ricorderò in proposito come proprio il duo Barucci-Amato nel 1992, con un decreto legislativo, pose fine alla legge bancaria del 1936 che, come la Glass Steagall americana del 1932, aveva sancito il controllo pubblico di Banca d’Italia e la separazione tra banche di prestito e banche d’affari (legge sempre difesa gelosamente dalla DC e dal governatore Guido Carli), dando così libertà assoluta al potere degli hedge fund anglo-caucasici (kazari) che, de facto, controllano le banche nazionali dell’Unione e la stessa Banca centrale europea.

Consiglio al riguardo la lettura di alcuni saggi quali:

 

1)             Daniel Estulin: “ Il club Bilderberg-La storia segreta dei padroni del mondo-Arianna editrice

2)             Pietro Ratto: “ Rothschild e gli altri- Dal governo del mondo all’indebitamento delle nazioni: i segreti delle famiglie più potenti”- Arianna editrice

3)             Ettore Bonalberti:  “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti”

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/

Il voto del 4 Marzo 2018 ha segnato, in ogni caso,  la fine della Seconda Repubblica e l’avvio di una confusa fase politica che,  salvo eventi speciali prossimi, ci accompagnerà sino alle prossime elezioni europee (23-26 Maggio 2019). Una fase caratterizzata in Italia e in Europa dallo scontro tra “sovranisti” e “europeisti” di diversa sensibilità politico culturale.

 

 

 

Come è potuto accadere tutto ciò?

 

La lunga stagione del berlusconismo e dell’anti berlusconismo che ha caratterizzato quella fase che è schematicamente connotata come “seconda repubblica” ( 1994-2018) conclusasi con i governi tecnici di Monti, Letta e Renzi (questi ultimi sostenuti dalla centinaia di mercenari transumanti parlamentari) celebra il uso epilogo il 4 Marzo scorso, col voto di appena il 50% degli elettori aventi diritto e con una innovativa formula all’interno del tradizionale trasformismo politico italico.

E’ successo, infatti, che la Lega, presentatasi in alleanza del centro destra con Forza Italia e Fratelli d’Italia, raggiunge come coalizione la maggioranza relativa dei voti, ma, alla fine, autorizzata obtorto collo dal Cavaliere e con l’ondivaga benedizione della Meloni, compie la “fuitina” con il M5S, dando vita al governo giallo-verde a guida dell’ennesimo presidente non eletto, il prof Conte. Un governo espressione di un’aggiornata versione del trasformismo politico che, in questo caso, si realizza prima ancora che le due Camere siano insediate.

Di qui la formazione di un nuovo e anomalo sistema bipolare che si caratterizza nello scontro suddetto tra “sovranisti”- nazionalisti e europeisti di diversa provenienza politico culturale.

La saldatura tra il malessere sociale del meridione, rappresentato dal voto largamente maggioritario al M5S e quello del ceto medio, in crisi profonda al Nord come nel resto del Paese, avviene, alimentata anche dalla diffusione di un “sentimento comune” di frustrazione e di rabbia collegato, da un lato, alla condizione di anomia complessiva vissuta dagli italiani, e, dall’altro, dall’amplificazione del disagio e insofferenza prodotti da un’immigrazione senza controlli e soluzioni di integrazione efficienti ed efficaci.

Di qui il prevalere di una condizione che ricorda quella citata da Alessandro Manzoni nel capitolo  XXXIL de “ I Promessi Sposi” nel quale, riferendosi al caso delle ragioni della peste, don Lisander scriveva: “ il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.

 

Una cosa, però, è certa: difficile per Salvini conservare il ruolo di partner di un governo dove dai grillini ogni giorno di più sembrano emergere soggetti “pieni di presunzione e di vuota arroganza senza intelletto”, con proposte altalenanti e ondivaghe sempre più contrastanti con gli interessi e i valori di una base elettorale leghista lontana mille miglia da quelli espressi dai parlamentari pentastellati. E’ altrettanto difficile che possa durare una situazione nella quale il ministro degli interni, che dovrebbe essere il garante della legge per tutti i cittadini, trasforma la sua sede e funzione istituzionale nel pulpito di propaganda permanente per il suo partito di cui è il leader, sino ad utilizzare per un incontro definito solo “politico” e non istituzionale,  quello con il capo del governo ungherese Orban , alla prefettura di Milano.

 

Situazione, infine, aggravata dal conflitto apertosi con la magistratura, sia sul versante del blocco e ristorno dei 49 miliardi di finanziamento pubblico alla Lega di Bossi e Belsito, che sull’avviso di garanzia per “sequestro di persona” ricevuto dalla procura di Agrigento per il caso della nave Diciotti della Guardia costiera italiana bloccata al porto di Catania  per cinque giorni.

Una situazione di conflitto istituzionale tra Magistratura e Governo, unica nella sua gravità nella storia della Repubblica italiana.

Il presidente Ciriaco De Mita alcuni giorni or sono, il 29 agosto, in un’intervista al Corsera così titolata : «M5S e Lega sono solo azione e il Pd è fermo». L’identità democristiana:  di Tommaso Labate”,  ha dichiarato:« Quando iniziò il declino della Dc, e a un convegno si discuteva su quello che bisognava o non bisognava fare, chiusi il mio intervento citando un poeta spagnolo: “Quando morirò, seppellitemi con la mia chitarra”. Da allora sono passati quasi trent’anni. E visto che sono ancora in tempo per cambiare idea, cambio il messaggio. Quando morirò, seppellitemi con un biglietto in cui c’è scritto “sono stato democristiano”». Poi Ciriaco De Mita ha un riflesso talmente rapido che di anni, invece che 90 e mezzo,, sembra ne abbia tanti di meno. Come se una nota della frase gli fosse apparsa stonata, da riscrivere.:«Aspetti. non “sono stato”. Nel biglietto ci dev’essere scritto “sono democristiano”, al tempo presente».

C’è nelle parole del vecchio e sempre lucidissimo leader DC l’idea di un ritorno della cultura politica di ispirazione DC e popolare.

 

Sì, ne siamo convinti anche noi:  se solo il 50 % degli italiani va a votare e la stragrande maggioranza sceglie M5S e Lega unendo il dramma dei diseredati del Sud con la condizione di crisi del ceto medio al Nord come nel resto dell’Italia, è evidente che al centro, con la crisi irreversibile di Forza Italia, si apre uno spazio enorme nel quale serve far tornare in campo la cultura cattolica e popolare, unica autentica proposta alternativa al turbo capitalismo finanziario dominante, basandosi sulla dottrina sociale della Chiesa declinata tra la fine del secolo scorso e gli inizi del XXI dalle encicliche di Papa Giovanni Paolo II ( Laborem exercens (1981) e Centesimus Annus (1991); Papa Benedetto XVI “ Caritas in veritate” (2009) e Papa Francesco “ Evangelii gaudium (2013) e “ Laudato Si” (2015).

 

Non è quindi per un sentimento regressivo di nostalgia che dal 2012 andiamo proponendo la ricostruzione della DC, ma nella convinzione che quella cultura, quella politica aggiornata dal contributo della dottrina sociale cristiana degli ultimi Papi, e rinnovata nella classe dirigente, serva al Paese.

Siamo anche convinti che questo nostro passaggio del 29 settembre prossimo è un tassello, seppur importante, di un più ampio mosaico che si dovrà costruire così come abbiamo indicato con Tarolli, Merlo, Fontana, Mauro e Menorello e tanti altri a Verona il 23 Giugno scorso.

 

Gianfranco Rotondi, “più furbo che santo”, ha voluto anticipare con Pescara l’avvio di una riunificazione tra lui, Sandri, Cerenza e De Simone con l’incontro di quelli che la sentenza della Cassazione aveva dichiarato non essere gli eredi della DC storica “ partito mai sciolto giuridicamente”. Credo, tuttavia,  che tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione sia un fatto positivo e a Rotondi ho risposto nei giorni scorsi a una sua cordiale mail  così: Caro Gianfranco, grazie per la tua cortese risposta alla mia sollecitazione. Ieri ero a Roma e ho avuto casualmente l’opportunità di incontrare Lorenzo Cesa che, credo, non avesse ancora letto la mia mail cui tu fai riscontro. Un breve saluto e un veloce scambio con reciproca conferma delle intenzioni di unità.

Gli ho ribadito quanto avevo già scritto e trovo condiviso nelle tue conclusioni. Noi, se riusciremo a rispettare i termini, il 29 settembre p.v. svolgeremo il nostro congresso interno per dare definito assetto agli organi del partito che, contrariamente a quanto da te sostenuto, dal 2012 continuiamo a ritenere si possa e si debba far rivivere, secondo un’interpretazione della sentenza della Cassazione che, ovviamente, diverge da quella da te data.

Resta il fatto che questi nostri piccoli e ormai incomprensibili duelli dialettici e giurisdizionali stanno diventando, oltre che inutili, persino patetici, se consideriamo la grave situazione politica generale del Paese e dell’Europa. Una situazione che reclamerebbe una vigorosa ripresa di iniziativa politica della cultura cattolico popolare, come da più di vent’anni vado predicando come un ormai stanco ed errante don chisciotte di periferia…..(vedi il mio  sito: www.don-chisciotte.net nella sezione le note di ettore bonalberti dal 2007 ad oggi…)

Credo che dopo il 29 settembre la proposta da te indicata e già da me a suo tempo sostenuta vada portata a compimento, non per l’obiettivo di qualche egoistica personale garanzia di candidatura, ma per concorrere alla costruzione della più ampia unità della vasta realtà cattolico popolare e democratico cristiana, che possa realizzare una più larga convergenza con le forze democratiche laiche e liberali, ispirate dai valori dell’umanesimo cristiano e accomunate dalla volontà dell’attuazione integrale della Costituzione repubblicana, in alternativa allo squallore del populismo oggi al potere, nel quale  ogni giorno di più sembrano emergere soggetti pieni di presunzione e di vuota arroganza senza intelletto” . Sono le conclusioni che con gli amici Tarolli e Merlo e con lo stesso Gianni Fontana abbiamo condiviso al seminario di Verona organizzato dagli amici di “Costruire Insieme” il 23 giugno scorso (conclusioni che avevi anche tu condiviso).

Nutro una forte speranza che anche gli amici Cesa e Fontana siano pronti  a convergere su tale prospettiva per celebrare INSIEME in tempi brevi una grande assemblea nazionale di riunificazione di tutti i democratici cristiani italiani. Analogo invito lo estendo, ovviamente, anche all’amico Mario Tassone, “DC non pentito” come tutti noi.

Un loro intervento esplicito in tal senso sarebbe oltremodo auspicabile.”

 

Anche l’avv. Cerenza nel suo intervento a Bologna ha confermato la volontà di giungere all’unità di tutti i DC e a lui ho sottolineato che non si tratta di “aprire le porte della neonata federazione dei DC a chi ne ha la volontà”, quanto, semmai, di trovarci tutti insieme negli annunciati stati generali dei DC italiani a Novembre e ripartire da lì per concorrere a costruire con l’unità di tutti i DC italiani quella più ampia alleanza cattolica, popolare e liberale di cui al documento di Verona.

 

Quanto all’Europa, ho approfondito il tema nel mio ultimo saggio citato: “Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti”.

 

Partendo dalla considerazione che il potere reale è oggi nelle mani di un gruppo di famiglie ( comitato Bilderberg, hedg fund anglo caucasici (kazari) con sede legale nella city londinese di loro proprietà e sede fiscale nel Delaware a tasso zero, proprietari della Federal reserve, della Banca centrale europea e delle banche nazionali di quasi tutti i Paesi UE) esaminati i rapporti tra sovranità nazionale e sovranità europea ( illegittimità del fiscal compact, tesi Guarino e folle introduzione voluta da Monti del pareggio di bilancio con modifica dell’art 81 della Costituzione)  e tra sovranità monetaria e sovranità nazionale, sostengo che si tratta di riportare alla luce gli ideali dei padri cattolici e democratico cristiani dell’Europa: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman, contro gli orientamenti del “ Manifesto di Ventoténe” laico, socialista, anticristiano che alla fine è prevalso nell’Unione europea.

Consiglio a tutti la lettura del 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, quest’anno dedicato proprio al tema. “ Europa- la fine delle illusioni” da cui ho tratto spunto per il mio saggio sulle prossime elezioni europee.

 

Quel mio saggio  termina con questa speranza:

 

“ Le indicazioni di Papa Francesco, Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II, sono quanto mai decisive per orientare le scelte di coloro che si sentono continuatori e testimoni della cultura politica di ispirazione cristiano sociale e popolare in Italia e in Europa.

Da quanto abbiamo descritto nei capitoli precedenti appare evidente l’esigenza di una seria riforma della costruzione europea sia dal punto di vista istituzionale, della governance e, soprattutto, sulle politiche economiche e finanziarie da sottrarre

ai condizionamenti giugulatori dei poteri finanziari dominanti.

Trattasi di un compito politico e culturale straordinario al quale noi popolari italiani ed europei, soci fondatori, prima della CEE e dell’Unione europea, abbiamo il dovere di offrire il nostro prezioso contributo senza il quale l’attuale costruzione è destinata a sicuro fallimento.

E dovremo farlo insieme alle altre culture laiche e liberali, riformiste di ispirazione democratica che condividono i valori dell’umanesimo cristiano.

Sappiamo di essere minoranza all'interno dell’Europa e consapevoli, quindi, della necessità di concorrere con altre culture politiche laiche, democratiche e liberali a sostenere proposte di riforma istituzionali, economico sociali e finanziarie, senza le quali l'Europa rischia l'autodistruzione. Nella crisi dei due storici raggruppamenti, che hanno sin qui esercitato una funzione prevalente nella UE (PPE e PSE), il ruolo dei movimenti Italiani che si riconoscono nel PPE può risultare rilevante.

Molte iniziative si sono avviate in Italia e, in taluni casi, consolidate grazie agli amici della DC storica impegnati, sin dal 2012, nella ripresa politica del partito dello scudo crociato, dopo che la Cassazione ha definitivamente sentenziato che quel partito "non è mai stato giuridicamente sciolto" (sentenza n. 25999 del 23.12.2010); a quelli dell’associazione "Costruire Insieme" presieduta dal sen. Ivo Tarolli, della "Rete Bianca" con l'on. Giorgio Merlo e altri amici ex PD e di molte altre associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica e popolare, interessati a ricostruire "l’unità possibile dei popolari entro un soggetto politico nuovo, ampio e plurale, democratico, popolare, europeista e transnazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori"

In un seminario tenutosi a Verona il 23 Giugno scorso, organizzato dall’associazione "Costruire Insieme", è stato approvato un documento nel quale si è riscontrata "l’unanime condivisione dei partecipanti per la promozione di una piattaforma

plurale, in direzione di un'Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative,

le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà.

Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella 'città dell’uomo' gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE". Il documento porta la firma di Ettore Bonalberti (ALEF-Associazione Liberi e Forti), Gianni Fontana (DC), Mario Mauro (Popolari per l’Italia), Domenico Menorello (Energie per l’Italia), Gianfranco Rotondi (Rivoluzione cristiana) e Ivo Tarolli (Costruire Insieme) e di molti altri amici presenti all’incontro.

Una delegazione guidata dal sen. Ivo Tarolli si era incontrata il 23 Maggio a Bruxelles con Joseph Daul, Presidente del PPE, nella sede del Partito Popolare Europeo, con "l’obiettivo di mettere in collegamento Costruire Insieme, che da alcuni anni opera al servizio della riaggregazione della grande area dei cristiano popolari, con i vertici del Partito Popolare Europeo" - "poiché l’Europa è ritenuta il crocevia indispensabile per un realistico progetto di ripresa del nostro Paese".

Un incontro è anche in cantiere con altri amici italiani ed europei dell’area popolare presenti nel Parlamento europeo, al fine di verificare le condizioni per la ricomposizione di tutta l’area di ispirazione e cultura politica popolare italiana.

Forse c’è ancora una speranza che proprio dall’Italia possa ripartire un "nuovo inizio "insieme ai tanti Popolari interessati a tradurre nella "città dell’uomo" gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, unico vero antidoto alle storture e alle ingiustizie del turbo capitalismo finanziario dominante”.

 

Quali indicazioni  dei Popolari allora, si possono  formulare per la nuova Europa?

 

Nostro obiettivo sarà di proporre la visione dei padri fondatori di ispirazione cattolica e popolare, innanzi tutto all’interno del PPE in preda a una pericolosa deriva con l’ingresso di Orban e soci, considerando l’Unione Europea una conquista fondamentale da difendere in maniera assoluta, ma da rilanciare con:

a)                   una nuova governance che trasferisca il potere legislativo primario del consiglio dei capi di Stato e di governo al parlamento europeo;

b)                   un’ unione fiscale ed una difesa militare comune;

c)                    una comune piattaforma per l’istruzione e la formazione del capitale umano delle giovani generazioni sulla quale gli Stati membri aggiungano le specificità nazionali per costruire il futuro cittadino europeo;

d)                   una nuova disciplina dei mercati finanziari e politiche fiscali e normative capaci di favorire l’uso produttivo del capitale a fronte del suo smodato uso finanziario con la Banca centrale europea, sottoposta al pieno controllo pubblico, dotata del potere di intervento di ultima istanza e capacità di emissione della moneta unica europea;

e)                   una forte spinta alla innovazione tecnologica approntando modifiche anche all’istruzione primaria, secondaria e professionale epr garantire nuova offerta occupazionale qualificata;

f)                    una politica estera incentrata:

                                   

1)   sul Mediterraneo e sull’Africa, continente nel quale l’occidente democratico ed in particolare l’Europa deve ridare a quelle popolazioni quanto esse hanno dato all’Occidente negli ultimi secoli per la sua crescita economica;

2)   una nuova e più penetrante interlocuzione politica ed economica con il continente asiatico senza mai dimenticare i legami storici con il popolo americano;

3)   una politica consapevole dell’incosciente sfruttamento delle risorse del pianeta per garantire aria, acqua, cibo e salute marina alle future generazioni ed una manutenzione dell’assetto idrogeologico di un Paes come l’Italia afflitto da una diffusi sismicità, con un piano ventennale di interventi strutturali.

 

Da parte sua l’Italia e il suo intero sistema politico devono riscoprire:

 

a)    quel minimo denominatore sul quale costruire la coesione nazionale che resta il patrimonio comune di un paese democratico in un clima di assoluta sicurezza delle persone e delle cose;

b)   l’impegno tra tutte le forze politiche per l’attuazione integrale della Costituzione a partire dall’art 49 sulla vita democratica interna dei partiti,  oggi caratterizzati dal dominio di tipo bonapartistico di alcuni, fino, come nel caso del M5S, dal controllo esterno di società commerciali finalizzate al profitto,  detentrici delle piattaforme informatiche cui gli eletti devono una sostanziale sottomissione e  pagare il richiesto tributo ;

c)    la forza di una democrazia parlamentare moderna che sappia formare maggioranze di governo che siano anche maggioranze del paese evitando l’illusione di affidare a tecnicalità elettorali il superamento delle difficoltà politiche. Una democrazia parlamentare è tale perché le maggioranze si formano e si smontano in Parlamento e non nell’urna o, diversamente, fare una scelta coraggiosa di una democrazia presidenziale all’americana con pesi e contrappesi. Tertium non datur. Infine è tempo che il Paese riscopra con un sussulto di orgoglio una nuova stagione di diritti e dei doveri di ciascuno di noi, consapevoli dell’ammonimento di Aldo Moro: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”,

 

Ampio il dibattito  seguito alle tre relazioni, nel quale, oltre agli amici Cerenza, Andreasi, Gubert, Tanari, Cugliari, Toscano, D’Agrò, Bittoto e molti altri, è intervenuto l’amico Luigi Baruffi sull’indicazione del quale tutta l’assemblea è stata unanime: la celebrazione del prossimo congresso degli iscritti alla DC 2012, già annunciata per il 29 settembre prossimo, è l’ultima tappa, dopo la quale, se, per qualunque ragione e responsabilità venisse meno, il nostro impegno avviato dal 1911, deve essere considerato irrimediabilmente concluso.

 

L’auspicio è che, da qui al 22 settembre, tanto al Nord-Est come al Centro e al Sud e nelle isole, come già sta avvenendo nel Nord-Ovest, siano svolti gli adempimenti precongressuali coerentemente con le indicazioni statutarie e regolamentari indicate, queste ultime approvate nell’assemblea dei soci del 26 Febbraio 2017, per celebrare come stabilito il nostro Congresso nazionale alla data fissata.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 9 Settembre 2018


La relazione del Prof Antonino Giannone



In preparazione del Congresso DC del 29 settembre che eleggerà gli Organi dello Statuto.

Bologna 8 Settembre 2018

Incontro dei Soci della lista DC autorizzata dal Tribunale di Roma a rappresentare la DC storica che nel 2017 hanno eletto Gianni Fontana, Presidente del Partito.

Relazione di Antonino Giannone

A Roma, il 16/06/18 nell’Assemblea DC, ho illustrato la mozione, di seguito riportata che è stata sottoscritta da Soci della DC storica di quasi tutte le Regioni ed approvata all’unanimità.

MOZIONE DEL 16/062018

L’Assemblea dei soci chiede la Convocazione il 29 settembre del XIX^ Congresso DC, in conformità alle indicazioni del Tribunale di Roma per la ricostituzione degli organi statutari della DC storica che ha come Presidente Gianni Fontana.

Successivamente inizierà il tesseramento di nuovi soci al Partito, aperto a tutti coloro che condividono lo Statuto, sentono di essere Democristiani, a tutti coloro che si ispirano alla Dottrina Sociale della Chiesa, ai Movimenti e Associazioni di Cattolici morali e Cattolici sociali (secondo la citazione del Card. Bassetti, Presidente della CEI), ai laici popolari che si ispirano all’umanesimo cristiano.

Chi si iscriverà alla DC dovrà autocertificare la sua adesione al Codice Etico della DC storica, che a suo tempo fu redatto da Gonella e che è stato aggiornato dopo 70 anni dal gruppo di studio di Bologna, coordinato dal Prof. Luciani con il Prof. Giannone e altri Docenti ed Esperti, assistiti da Mons. Leonardi indicato dal Card. Caffarra.

Si arriverà, dopo qualche mese, in gennaio 2019, in coincidenza con l’Appello ai Liberi e Forti di Don Luigi Sturzo, al nuovo Congresso della DC.
Si darà avvio, in questo modo, alla continuità storica della DC con i valori e principi fondanti da fare rivivere e rigenerare nella società della globalizzazione e dell’era digitale.

Ripartirà nel Paese la Speranza di una Politica con la P maiuscola come chiedono da tempo Papa Francesco e il Papa emerito Benedetto XVI e ciò avverrà con una piattaforma culturale, economica, sociale, politica e di valori etici per l’edificazione del bene comune che sarà redatta ascoltando nei territori i bisogni delle persone e delle comunità con tre Conferenze organizzative al Nord, al Centro e al Sud.

A Voi Amici, a Voi più giovani il testimone e questa Speranza per un vostro futuro migliore, per il bene dell’Italia e dell’Europa da rigenerare sui valori fondanti di Adenauer, De Gasperi e Schuman, tre grandi statisti Cristiani.

Oggi 8 Settembre qui a Bologna per questa lodevole iniziativa dell’Amico Prof. Nino Luciani, in preparazione al Congresso, vorrei aggiungere queste poche note.

I Diavoli sono interni ed esterni all’area democratico cristiana popolare.
Le forze che si oppongono sono interne ed esterne alla stessa area.
Anche all’interno della gerarchia cattolica c’è molta divisione.
De Gasperi seppe aggirare gli ostacoli, anche allora presenti, riunendo le forze laiche e cattoliche che avevano a comune i valori della vita, della società e dell’economia. Ma di fronte aveva il PCI e il comunismo internazionale a guida sovietica e stalinista

Oggi, le forze opponenti si identificano nelle lobbie economico-finanziarie che, a seguito della rottura del rapporto fra democrazia e capitale, con predominio dell’economia e della finanza, rottura di cui “in Italia è vietato parlare”, dominano la scena economica e politica.

Il principio del N.O.MA. (Non Overlapping Magisteria) è stato ribaltato e la Finanza ha reso succube la politica e l’Etica è sempre meno presente come amalgama della società.
Nessun partito, attualmente presente in parlamento, è interessato a riconoscere questa verità.

Il Papa emerito Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in Veritate lo dice apertamente.
Il Partito d’ispirazione cristiana non può che essere la prosecuzione dell’esperienza di Sturzo, De Gasperi e fino ad Aldo Moro; poi è iniziata la diaspora democristiana. Coloro che hanno a cuore il riscatto degli umili, abbiano il dovere di condividere ogni iniziativa che conduca gli elettori a riconoscere che i valori della DC sono stati e sono ancora i capisaldi:
- il lavoro nella sua piena dignità,

- la famiglia come struttura della vita di condivisione e comunione nella società,
- l’impresa, come motore inesauribile di progettualità e di ricerca dei beni comuni.

- i giovani, che rappresentano il futuro della società e per i quali bisogna investire in formazione con i sistemi più avanzati e con la massima qualità dell’educazione nell’istruzione di base.

Il denaro deve servire all’uomo e non viceversa.
Relativamente al nome e al simbolo, la mia convinzione personale, condivisa da molti di Voi, è questa. Come Sturzo eliminò le varie unioni cattoliche conservatrici legate ancora al feudalesimo agrario e, operando in un sol colpo la loro cancellazione, con la formazione del PPI ( fra l’altro ostacolata da Vaticano..); come De Gasperi seppe trasformare il partito popolare in Democrazia Cristiana, legando a se’ le forze laiche e cattoliche, per non cadere nella deriva confessionale e mantenere la laicità del partito, pur nella difesa della libertà religiosa come fondamento dello Stato democratico moderno, oggi, in piena globalizzazione e IV^ rivoluzione industriale, è necessario operare quelle trasformazioni che mantengano i capisaldi della dignità del lavoro, della famiglia, dell’impresa, nella libertà, avendo come centro di ogni attività economica, sociale e politica, la persona umana.
Nome e simbolo DC sono stati gettati nel fango da una generazione di politici che da oltre trent’anni, hanno preferito mantenere privilegi e favori, inserendosi nel centrodestra o nel centrosinistra, perdendo i valori su cui si era sempre distinta l’attività politica dei grandi popolari e democristiani. Trovo del tutto ininfluente, a questo punto, sia nome che simbolo, che sarebbe bene invece consegnare alle fondazioni Sturzo e De Gasperi, vietandone a chiunque l’uso, con azioni penali immediate verso i contravventori. La Democrazia Cristiana, inizialmente Partito Popolare, pur restando se stessa se sostenuta dai valori e dagli uomini, non ha bisogno di chiamarsi necessariamente come nel 1993. La storia politica non solo dell’Italia, dimostra che

Contano sempre le persone e i valori, non le maschere, fra l’altro oggi infangate da individui senza scrupoli e senza responsabilità politica e forse anche morale.

Concludo con una citazione di Aldo Moro del 3 ottobre del 1959, a Milano. Moro pronuncia un discorso che preannuncia la sua piattaforma elettorale per la segreteria del Congresso Nazionale. Questo discorso è la definizione dell’essenza politica della DC e dello Stato democratico. Aldo Moro:
“ La DC è al servizio della idea avanzante della nostra società, che è l’effettiva eguaglianza dei diritti e delle possibilità degli uomini nella vita sociale...lo Stato democratico è Stato del valore umano, il suo servizio di rivolge all’uomo nella sua anima universale.. la DC si fonda sul riconoscimento del valore dello Stato, non nel senso di una riduzione ad esso della dimensione umana, ma riferimento ad esso del valore dell’uomo e ritrovamento agevole dello Stato nell’uomo e dell’uomo nello Stato....

le leggi e la struttura sociale possono operare la giustizia, che richiede una tensione ideale che superi la forza dell’abitudine e la resistenza del privilegio,

garantisca e aiuti il lavoro,

aumenti la produzione,

espanda la vita economica su un base di sicurezza sociale,

distribuisca i beni economici in modo equo,

arricchisca la persona anche nell’ordine spirituale e culturale,

restituisca all’uomo il senso della sua dignità personale..”
ALDO MORO SARÀ SEMPRE UN UOMO DI SPERANZA E QUI EFFONDE IL TONO FIDUCIOSO, GIOVANILE E CRISTIANO  COL QUALE GUARDA AL PRESENTE E AL FUTURO.

Evviva la Democrazia, evviva la Democrazia Cristiana, evviva l’Italia.
Antonino Giannone

Prof. Etica professionale e relazioni industriali- Strategie aziendali

antoninogiannone1@gmail.com



 

Insieme per la nuova Unione europea e per  l’alternativa democratica e popolare

 

Con l’incontro di ieri a Milano tra Salvini e Orban si sono rese evidenti alcune questioni rilevanti dell’attuale situazione politica italiana ed europea.

Un  incontro “politico” in prefettura tra Salvini e il premier ungherese Orban? Non si era mai visto nella storia della Repubblica. Se fosse stato tale, perché Salvini non l’ha organizzato in via Bellerio sede della Lega? No a Milano è avvenuto un incontro tra due governi con il nostro ministro degli interni che continua a cambiare di cappello: ora capo della Lega, ora V.Presidente del consiglio, ma sempre ministro degli interni egli è, magari assai atipico, che ieri a Milano ha assunto anche il cappello di ministro degli esteri. E’ onestamente un po’ troppo specie se, come è avvenuto ieri a  Milano, si cambia la stessa linea di politica estera dell’Italia sempre più orientata a Est: verso Putin, e adesso,  seppur con qualche contraddizione, anche verso Orban e i paesi di Visigrad. A quando l’uscita dall’Unione Europea e dalla Nato? Credo sia tempo di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare al governo double face giallo verde che non promette nulla di buono.

Il M5S ha tentato di prendere le distanze enunciando una tesi insostenibile. come quella di un incontro “politico” che, in realtà, ha assunto il carattere istituzionale a tutto tondo

Al di là del “contratto” di governo, ciò che si sta profilando alla vigilia delle elezioni europee del 26 Maggio 2019 è il ruolo della Lega, quale espressione della nuova destra italiana e del M5S che, nella crisi del PD, rischia di assumere il ruolo della sinistra italiana. Un bipolarismo fittizio, poiché i due partiti/movimento sono saldamente riuniti nella gestione del potere, seppure non si sia ancora passati dalla condizione di contraenti di un “contratto” a quella di una vera e propria alleanza, tanto a livello nazionale che in sede periferica.

Abbiamo da sempre espresso la nostra vicinanza alle posizioni che nel Veneto la Lega ha sempre assunto nei momenti decisivi della storia repubblicana, sino a condividere positivamente con noi popolari la stessa battaglia a difesa della Costituzione, nel sostegno del NO al referendum del 4 Novembre 2016 per la “deforma costituzionale”, voluto da Matteo Renzi su input di JP Morgan e dei poteri finanziari dominanti.

Da quella sconfitta il PD non si è più ripreso, sino a rinunciare a convocare un congresso di riflessione seria su quel risultato che ha definitivamente distrutto il progetto renziano di un’occupazione trasformistica del centro politico del Paese.

Gli è che la crisi del PD è accompagnata dalla permanente e tuttora irrisolta questione del centro cattolico e popolare, della cui ricomposizione siamo impegnati sin dal momento della fine politica e non giuridica della DC (1993).

Con l’incontro di ieri a Milano la strategia di Salvini appare chiara: smarcarsi dall’Unione europea e dai rapporti con gli Stati Uniti per una prospettiva che non possiamo condividere di un rapporto preferenziale con Putin, da un lato, sul versante strategico internazionale e con i Pesi di Visigrad, dall’altro, su quello continentale europeo.

Nel mio ultimo saggio “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti” (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/) ho indicato le proposte che, tanto in materia di politica dell’immigrazione, che su quelle più generali della politica economica e sociale, fanno riferimento ai principi e ai valori della dottrina sociale cristiana, così come riproposti egregiamente dal “9° rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo” dell’Istituto Internazionale Cardinale Van Thuân.

Tra una nuova destra nazionalista e xenofoba come quella indicata da Salvini, in stretta alleanza con Orban e i leaders di Visigrad, e una sinistra alla ricerca di una sua rinnovata identità, non possiamo che concorrere alla ricostruzione dell’area cattolica e popolare, al fine di preparaci alle prossime elezioni europee nelle quali si confronteranno inevitabilmente, da un lato, le posizioni ultra nazionaliste “sovraniste” e, dall’altra, quelle che a diverso titolo si rifanno all’Europa. Un’Europa certo non difendibile nella sua attuale configurazione dell’Unione, ma da riformare secondo i principi dei padri fondatori di matrice cattolica e popolare: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman. In alternativa ai valori della “carta di Ventoténe”, alla fine risultati politicamente vincenti, in parallelo e in larga parte suscitatori della deriva laicista e relativista dell’Unione europea, intendiamo concorrere, innanzi tutto,  alla ricomposizione dell’area cattolica e popolare da riunire, compatibilmente con i tempi e i modi previsti dalla legge elettorale proporzionale delle prossime elezioni europee. Sono due le alternative possibili:  o un nuovo soggetto politico del tipo UMP (Union des Mouvements Populaire) francese, “ laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE”, come abbiamo concordato nel documenti finale del recente seminario dei popolari di Verona ( 23 Giugno 2018) o, se non ne fossimo capaci a breve, in una corrente organizzata da proporre all’interno di un ampio e credibile contenitore politico che si ritrovasse unito sui valori dell’umanesimo cristiano e del PPE.

Siamo convinti, altresì, che al governo del “contratto” impossibile e tenuto insieme solo dalla logica della spartizione del potere, sia indispensabile opporre la costruzione di un’alternativa democratica e popolare credibile, fondata sulla volontà di riformare seriamente l’Unione europea e ancorata stabilmente sulle alleanze occidentali, quelle che hanno garantito per oltre settant’anni la pace nel nostro vecchio e amato continente europeo.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 29 Agosto 2018

 

 

 La relazione del Prof Antonino Giannone




I cattolici democratici e il Pd. Oggi.

 

Quando nacque il Pd nel 2007 c'era una precisa volontà politica. Nonché un disegno lungimirante coltivato da anni. Ovvero, far sì che nel medesimo soggetto politico confluissero le migliori culture riformiste e costituzionali che avevano caratterizzato la politica italiana sino a quel momento.

Culture politiche che si erano contrapposte per anni e che adesso, invece, intravedevano la

possibilità concreta per un percorso comune e fruttuoso. E, nello specifico, si parlava

esplicitamente della storia e dell'esperienza politica e culturale del cattolicesimo democratico e sociale e della sinistra socialista, socialdemocratica e post comunista. Una esperienza di

convivenza e di collaborazione che e' stata contrassegnata da alterne vicende e che già in anni

recenti e' stata bollata come "un amalgama mal riuscito". Ma, comunque sia, nei primi anni quel progetto politico ha funzionato e l'apporto di quelle culture, con altre ovviamente, e' stato decisivo per qualificare l'offerta politica complessiva del Partito democratico nella politica italiana. Dopodiché tutti sappiamo cosa è diventato il Pd. Ovvero un partito rigorosamente e quasi strutturalmente "personale" - l'ormai famoso Pdr, il partito di Renzi - dove, come tutti i "partiti del capo", il pluralismo aveva un senso solo nella misura in cui quelle opinioni coincidevano con quelle del capo partito. Insomma, per farla breve, l'intuizione originaria dei padri fondatori di quel partito, cioè quello di essere un autentico "partito plurale", unico nella recente storia politica italiana, e' stata frettolosamente archiviata e quel pluralismo culturale oggi e' solo più un pallido ricordo del

passato.

Ecco perché, accanto alla crisi politica, di strategia, di consensi e di immagine del Pd, adesso non possiamo non certificare che la presenza di quella tradizione culturale nel Pd e' del tutto ininfluente se non irrilevante. Come, peraltro, evidenziato da quasi tutti gli osservatori politici. Non a caso, dopo la lunga gestione "personale" renziana del partito, adesso si confrontano sostanzialmente due tesi sulla prospettiva del partito: l'una tesa a fare del Pd, e forse giustamente, un partito squisitamente di sinistra, politicamente e programmaticamente caratterizzato. E questo per una semplice ragione: dopo aver rotto politicamente con i mondi vitali, gli interessi e le istanze dei ceti popolari, sociali e territoriali riconducibili alla tradizione della sinistra storica, e' del tutto legittimo che ci sia chi propende a recuperare quella cultura. Al contempo, e all'opposto, c'è una volontà politica di rinnegare e superare quella storia per dar vita, invece, ad un progetto politico centrista, moderato, seppur verniciato di modernità, di aderenza alla società contemporanea e di sostanziale superamento delle tradizionali categorie politiche, culturali ed ideologiche. Il cosiddetto modello "macroniano", seppur italianizzato. È il progetto accarezzato e richiamato dall'ex segretario del Pd e attuale "capo" del partito, malgrado le ripetute sconfitte politiche ed elettorali.

Ora, nell'un caso come nell'altro, si è chiusa definitivamente un pagina e pensare di riproporla

sarebbe un'operazione goffa nonché un po' patetica. E il "partito plurale" veltroniano ha ceduto il passo ad un partito che inesorabilmente avrà un altro profilo, un'altra storia e, di conseguenza, un'altra prospettiva politica.

In questo contesto, la tradizione e la cultura cattolico democratica, cattolico sociale e cattolico

popolare non può che guardare altrove e dar voce e sostanza ad una nuova prospettiva politica. E Rete Bianca e' nata per questo obiettivo all'indomani della sonante sconfitta elettorale del 4 marzo del Pd e della conclusione di quella specificità che aveva contraddistinto quel partito. Certo, non si tratta, come ovvio, di cristallizzare in una nicchia residuale o, peggio ancora, nostalgica quel giacimento fatto di cultura, valori, presenza sociale e rappresentanza di interessi popolari. Ma, al contrario, un movimento politico che sfruttando il sistema proporzionale si rimette in gioco, rilancia una cultura politica e, soprattutto, elabora un progetto aperto laicamente a tutti e, al contempo,dare un contributo decisivo e qualificante per ricostruire una alleanza politica riformista e di governo

Questo, i n sintesi, l'impegno contemporaneo di  molti cattolici democratici e cattolici popolari.

Attardarsi con esperimenti politici ormai sconfitti dalla storia e dalla quotidianità equivarrebbe a perpetuare un errore, e una degenerazione, da cui occorre liberarsi al più presto.

 

Giorgio Merlo

Torino, 27 Agosto 2018

L’insegnamento di Alcide De Gasperi


Sono trascorsi 64 anni da quel 19 agosto del 1954 in cui Alcide De Gasperi ci lasciava nel suo Borgo di Valsaguana.  Moriva con lui il il padre della ricostruzione italiana del dopoguerra, fondatore della Democrazia Cristiana, il più grande statista italiano dopo il conte di Cavour.


La mia generazione, la prima della Repubblica italiana e la quarta della DC, è nata e si è formata nel mito del leader dello scudocrociato. Abbiamo conosciuto uomini e donne che avevano lavorato a fianco di De Gasperi o lo avevano potuto ascoltare nei suoi comizi e incontri politici che, dal 1946 in poi, egli aveva tenuto nelle principali piazze italiane. Siamo entrati sedicenni nel partito della Democrazia cristiana agli inizi degli anni’60, quando era ancora intatto il ricordo e la figura dell’uomo che fu l’artefice delle più importanti scelte politiche dell’Italia del dopoguerra.


Dal patto atlantico alla riforma agraria, dalla scelta dell’integrazione europea con gli altri padri costituenti di ispirazione cristiano sociale, Adenauer, Monnet e Schuman, egli ci insegnò il valore della politica dell’equilibrio e del coraggio;  dell’apertura alle alleanze compatibili sempre tenendo diritta la schiena nella difesa dei valori non negoziabili, insieme a quello della laicità e dell’autonomia dell’azione politica dei cattolici nella città dell’uomo.


Addolorato dopo l’esito confuso e contestatissimo delle elezioni del 1953, con l’assurda accusa orchestrata da Togliatti e dal fronte popolare della cosiddetta “legge truffa”, che, altro non era che un’intelligente proposta tesa a garantire la governabilità di un Paese, squassato da contrapposizioni ideologiche e di schieramento  incompatibili persino sul piano internazionale, e messo in minoranza all’interno del partito dagli uomini della seconda generazione DC, morì nel suo Trentino nell’estate di 64 anni fa.


Nell’attuale momento più basso della politica italiana, nella quale sono assenti le culture politiche che fecero grande il Paese, con un governo espressione del trasformismo politico dominante, in uno dei momenti di più forte crisi dell’Unione europea dominata dai poteri politico finanziari esterni e dall’impotenza degli ex eredi dei partiti defunti della seconda Repubblica senza credibili alternative, è quanto mai utile ripensare alle virtù morali e all’etica politica che Alcide De Gasperi seppe testimoniare nella sua attività di guida e servitore prezioso dell’Italia.


Il suo appello lanciato al congresso della DC di Venezia “  ( 1949) se saremo uniti, saremo forti, e se saremo forti, saremo liberi” di portare avanti le nostre idee, che erano quelle “ricostruttive” della DC per l’Italia, suona come  ammonimento severo a noi indegni eredi della grande tradizione politico culturale dei cattolici democratici e dei popolari italiani.


Pur con tutti i nostri limiti e palesi insufficienze, da molti anni combattiamo per superare la condizione di dispersione e di irrilevanza alla quale siamo condannati, e ancor di più sentiamo forte il dovere di batterci per concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare italiana, della cui cultura politica il Paese ha urgente necessità. E lo faremo avendo come termine di riferimento le prossime elezioni europee, nelle quali si voterà con il metodo proporzionale, grazie al quale verificheremo il grado concreto della nostra  rappresentanza elettorale.


Trattasi di un compito politico e culturale straordinario al quale noi popolari italiani ed europei, soci fondatori, prima della CEE e dell’Unione europea, abbiamo il dovere di offrire il nostro prezioso contributo senza il quale l’attuale costruzione è destinata a sicuro fallimento.

 

E dovremo farlo insieme alle altre culture laiche e liberali, riformiste di ispirazione democratica che condividono i valori dell’umanesimo cristiano. Sappiamo di essere minoranza all'interno dell'Europa e consapevoli, quindi, della necessità di concorrere con altre culture politiche laiche, democratiche e liberali a sostenere proposte di riforma istituzionali, economico sociali e finanziarie, senza le quali l'Europa rischia l'autodistruzione. Nella crisi dei due storici raggruppamenti, che hanno sin qui esercitato una funzione prevalente nell’ UE (PPE e PSE), il ruolo dei movimenti Italiani che si riconoscono nel PPE può risultare rilevante.

 

Molte iniziative si sono avviate  in Italia e, in taluni casi, consolidate grazie agli amici della DC storica impegnati, sin dal 2012, nella ripresa politica del partito dello scudo crociato, dopo che la Cassazione ha definitivamente sentenziato che quel partito, il nostro partito, "non è mai stato giuridicamente sciolto" (sentenza n. 25999 del 23.12.2010); a quelli dell’associazione "Costruire Insieme" presieduta dal sen. Ivo Tarolli, della "Rete Bianca" con l'on. Giorgio Merlo e altri amici ex PD e di molte altre associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica e popolare, interessati a ricostruire "l’unità possibile dei popolari entro un soggetto politico nuovo, ampio e plurale, democratico, popolare, europeista e transnazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori"

 

In un seminario tenutosi a Verona il 23 Giugno scorso, organizzato dall’associazione "Costruire Insieme", è stato approvato un documento nel quale si è riscontrata "l’unanime condivisione dei partecipanti  per la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di un'Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà”.

 

Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella 'città dell’uomo' gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE". Il documento porta la firma di Ettore Bonalberti (ALEF-Associazione Liberi e Forti), Gianni Fontana (DC), Mario Mauro (Popolari per l’Italia), Domenico Menorello (Energie per l’Italia), Gianfranco Rotondi (Rivoluzione cristiana) e Ivo Tarolli (Costruire Insieme) e di molti altri amici presenti all’incontro.


Crediamo che sia questo il modo migliore per raccogliere il testimone politico straordinario di Alcide De Gasperi, da consegnare a una nuova generazione di democratico cristiani e popolari dotati di forte passione civile con cui tradurre politicamente e nelle istituzioni gli orientamenti ideali e culturali della dottrina sociale cristiana.


Ettore Bonalberti

Venezia, 17 Agosto 2018

 


Le europee e i cattolici democratici.

 

di Giorgio Merlo

 

 

Da tempo diciamo, a fondamento, che il voto del 4 marzo ha mutato radicalmente il panorama

politico nel nostro paese. Un panorama politico che riflette, del resto, ciò che già capita nel vecchio

continente da molto tempo. Un cambiamento che ha cancellato i vecchi equilibri politici e di potere

da un lato e che, dall'altro, ha certificato il fallimento dei partiti plurali - come Pd e Forza Italia -

facendo tornare al centro del dibattito politico le antiche identità politiche e culturali. O meglio, il

futuro politico non si basa più su anonimi ed indistinti contenitori plurali ma, al contrario, nella

riscoperta delle identità capaci, però, di trasformarsi in soggetto politico autonomo e organizzato.

E la prossima consultazione europea del 2019 rappresenta un appuntamento troppo ghiotto ed

importante per essere bypassato o sottovalutato. E ciò per almeno 3 ordini di ragioni.

Innanzitutto, come abbiamo detto, se è vero che le identità politiche devono tornare a mettersi in

gioco, e' giocoforza che anche il cattolicesimo politico italiano - e ciò che storicamente ha

rappresentato e rappresenta nel nostro paese - non possa più essere colpevolmente assente. Di

fronte all'irrompere della destra, seppur moderna e sovranista; al ritorno prima o poi della

tradizionale sinistra e al prepotente protagonismo del populismo in salsa demagogica, la miglior

cultura cattolica di matrice costituzionale deve entrare in gioco. Non per rivendicare uno spazio di

potere o per alzare una semplice bandiera identitaria ma, al contrario, per dispiegare sino in fondo

la sua potenzialità cultuale ed ideale. Che era e resta decisamente attuale e moderna.

In secondo luogo l'Europa. Se c'è una dimensione sociale e culturale e un livello istituzionale che

richiedono la presenza e l'apporto di una cultura politica cattolico popolare e democratica questa è

certamente l'Europa. E questo non solo per la battaglia decisiva che vede contrapposto un fronte

sovranista e populista, dichiaratamente di destra, contro un agglomerato europeista e solidarista.

Ma anche perché l'Europa politica e' stata pensata, progettata e costruita anche dal pensiero

cattolico democratico, popolare e sociale. Sarebbe curioso se la sfida del 2019 dovesse certificare

la radicale assenza dalla competizione elettorale di una lista/patito/movimento/contenitore con un

esplicito richiamo a questa tradizione ideale.

In terzo luogo, d'ora in poi, dove ci sono competizioni elettorali rette da sistemi proporzionali, la

presenza di questo futuro soggetto politico deve essere in campo. Senza se e senza ma, come si

suol dire. E questo non solo perché questa gloriosa e nobile esperienza politica e' nata con il

proporzionale e si è, occorre pur riconoscerlo, pericolosamente eclissata con la fine del sistema

proporzionale. Ma perché la necessità di avere in campo una forza politica popolare, riformista,

democratica e di ispirazione cristiana la si deve declinare proprio in coincidenza di una elezione - il

rinnovo del Parlamento europeo, appunto - che vede quella cultura storicamente protagonista.

Verrebbe quasi da dure, citando un vecchio ma efficace slogan, " se non ora quando?".

 

Roma, 6 Agosto 2018


                                                                 Nota del prof Antonino Giannone, V.Presidente ALEF


Buongiorno Amici,

alla vigilia delle prossime elezioni europee (23-26 Maggio 2019), è stato pubblicato il saggio: Elezioni europee: la visione dei " Liberi e Forti" che tratta i principali temi dell’Agenda europea.

L’Autore e’ il mio amico Ettore Bonalberti

Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)

(www.alefpopolaritaliani.it ) e di INSIEME (www.insiemeweb.net )

La prefazione è stata curata dall’amico sen. Ivo Tarolli, presidente dell’associazione “Costruire Insieme”.

Una breve presentazione.

All’interno di una guerra commerciale tra Stati Uniti, Cina ed Europa, tra le più gravi della storia, in uno dei momenti di crisi più seria dell’Unione Europea, Bonalberti, stimolato dal 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio Internazionale card Van Thuān, (dedicato quest’anno proprio all’Europa con l’emblematico titolo “ Europa: la fine delle illusioni”), sottolinea che le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo assumano un’importanza rilevante e tra le più decisive per le sorti dell’Unione Europea.

Bonalberti ha approfondito i temi dell’Agenda europea attraverso un esame approfondito di libri e saggi di autorevoli esperti; ha raccolto e selezionato i dati e ha riportato i contributi più interessanti, con ampie citazioni inserite nel suo saggio.

Troverete dati interessanti sui trend demografici e etico culturali di interesse europeo e le sue idee e proposte sui seguenti temi:

sovranità nazionale e sovranità europea; sovranità nazionale e sovranità monetaria;

il controllo degli hedge fund anglo caucasici (kazari) sui sistemi finanziari e bancari europeo e nazionali;

Euro SI-Euro NO.

Il disegno dei padri fondatori democratico cristiani della CEE e il predominio finale della visione laicista del “manifesto di Ventoténe”;

la mancata approvazione della Costituzione europea;

i Trattati di Maastricht e di Lisbona;

l’illegittimità del fiscal compact.

Ettore Bonalberti illustra la proposta politica dei “Liberi e Forti” offerta ai Popolari italiani ed europei ispirata ai valori della dottrina sociale cristiana.

ELEZIONI EUROPEE- La visione dei “ Liberi e Forti” descrive le possibilità di una nuova speranza per la buona convivenza dei popoli in Europa per l’edificazione del bene comune.

Buona lettura

Antonino Giannone

Vice Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)

 

P.S.: Il libro può essere acquistato dal sito https://ilmiolibro.kataweb.it dalla sezione catalogo. (costo 11 €)


Alla ricerca dell’unità possibile

 

Con la mancata ratifica della nomina di Marcello Foa alla presidenza della RAI, si è probabilmente consumata l’alleanza di centro-destra o quanto meno, se le notizie filtrate sono attendibili, il rapporto tra i gruppi parlamentari di Forza Italia e Lega.

 

In realtà la coalizione di centro destra era, di fatto, saltata col voto del 4 Marzo alle politiche, con la  successiva “fuitina” di Matteo Salvini con Luigi Di Maio, obtorto collo subita dal Cavaliere, e la nascita del governo “ del contratto”, espressione non già di un’alleanza politica, ma del sempiterno trasformismo italico.

 

Se con Renzi tale pratica parlamentare si era consumata con la transumanza di mercenari parlamentari eletti a destra per spostarsi a sostegno del “giovin signore fiorentino”, con Salvini si è giunti a un cambio di posizione ancor prima dell’avvio dei lavori parlamentari. Uno spostamento di campo motivato per ragioni di necessità ( formazione di un governo o elezioni anticipate), con il forzato e subito consenso di Forza Italia e la malcelata  disponibilità della Meloni di Fratelli d’Italia.

 

Difficile, tuttavia, pensare di  conservare un permanente ménage a trois tra moglie ( Forza Italia) e amante ( M5S), anche per un rampante lombardo come il leader leghista. Assunta la funzione di vice premier e di ministro dell’interno, Salvini si è messo a svolgere il ruolo di mattatore, finendo con l’assumere di volta in volta quello di ministro degli esteri, dell’economia, sino a oscurare la figura del prof Giuseppe Conte, chiamato a svolgere, ennesimo presidente del Consiglio non parlamentare, il ruolo di esecutore del contratto giallo verde.

 

C’è però l’esigenza di una misura per tutti e anche Salvini è caduto vittima di una presunzione che lo ha portato a sfidare la stessa legge, cercando di imporre senza trattativa un presidente a capo della RAI, il massimo ente di produzione culturale e di informazione di massa; desiderio di tutte le maggioranze dai tempi in cui la DC la faceva da padrona con il grande e compianto Ettore Bernabei. Atto di arroganza o intelligente calcolo politico di un leader che si sta preparando al salto della quaglia cercando di incassare la rendita di consenso che sembra gli garantiscano i ricorrenti sondaggi pre-elettorali?

 

L’unico dato politico certo è che in poco più di cinque anni  il M5S è riuscito, con la regia di Beppe Grillo e della Casaleggio & C, a far saltare, prima, la coalizione di centro-sinistra e, adesso, se non a far saltare, a mettere seriamente a rischio quella di centro-destra.

 

Sono troppo forti le ragioni che fanno stare insieme Lega e Forza Italia, che controllano le principali regioni del Nord ( Lombardia, Veneto, Friuli V.Giulia, Liguria) e che nelle recenti elezioni regionali e locali hanno conquistato importanti realtà al centro e sud d’Italia per ipotizzare un improvviso e rapido sfascio dell’alleanza. Una cosa, però,  è certa : il Cavaliere non si rassegna all’idea di cedere la leadership del centro-destra a Matteo Salvini e con il NO a Foa, ha segnato un punto a sostegno della sua rivincita. Astensione dal voto in commissione, più subita per la rivolta di Tajani e Letta e dei gruppi parlamentari, ché, fosse stato per Berlusconi, dopo la visita di Salvini al San Raffaele, avrebbe probabilmente subito, dopo la “fuitina”, anche questo ennesimo schiaffo dal leader leghista.

 

Una cosa, però, è certa: difficile per Salvini conservare il ruolo di partner di un governo dove dai grillini ogni giorno di più sembrano emergere soggetti “pieni di presunzione e di vuota arroganza senza intelletto” ( Platone), con proposte altalenanti e ondivaghe sempre più contrastanti con gli interessi e i valori di una base elettorale leghista lontana mille miglia da quelli espressi dai parlamentari pentastellati.

 

Bisogna prendere realisticamente atto che, con il voto del 4 Marzo si è voltato veramente pagina e anche le vecchie distinzioni tra centro-destra e centro-sinistra sono saltate, mentre alla vigilia delle prossime elezioni europee, con legge elettorale  proporzionale pura, avanza sempre più nettamente lo scontro tra sovranisti e europeisti di diversa caratura e strategia politica.

 

E’ in questo deserto della politica italiana, con una società squassata dalla condizione prevalente di anomia politica ( assenza di regole, venir meno del ruolo dei corpi intermedi, discrepanza sempre più forte tra i tutti i ceti e le classi sociali tra i mezzi disponibili e i fini che ragionevolmente si intendono perseguire) che si pone la necessità di riscoprire, aggiornandole, le culture politiche che fecero grande l’Italia.

 

L’ultimo rapporto SVIMEZ con i dati drammatici sul Mezzogiorno sono a lì a dimostrare che non sarà con il decreto dignità di Di Maio e il NO alle opere strategiche pubbliche che si offriranno risposte serie e concrete ai nostri concittadini del Sud.

 

E’ forte l’esigenza di mettere in campo politiche fondate sul primato della persona e della famiglia, sul ruolo essenziale dei corpi intermedi, le cui relazioni fra di loro e con lo Stato devono tornare ad essere ispirate dai principi della solidarietà e della sussidiarietà, per cui, non è un caso, che nella vasta e articolata area cattolica e popolare, si ritorna a parlare della ricerca dell’”unità possibile” anche in politica.

 

E’ questo il tema che ci accingiamo a sviluppare e l’obiettivo che ci proponiamo di perseguire nei prossimi mesi che ci separano del 23-26 Maggio 2019, data del rinnovo del Parlamento europeo.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 2 Agosto 2018

 

 

 

La provocazione del giovane Casaleggio

 

Col giuramento della Pallacorda ( 5 Maggio 1789) “ il terzo stato “, rappresentato dall’emergente borghesia francese, impose il principio di “ una testa un voto” contro lo strapotere della nobiltà e il clero. Era l’affermazione dello strumento cardine della democrazia con il quale si riconosceva il potere a chi era di più, ma aveva di meno, contro la nobiltà e il clero che, sino a quel momento, costituivano la minoranza privilegiata detentrice di tutto il potere economico, sociale e politico.

 

In conformità a quel principio, “ una testa un voto”, sI è  sviluppata la storia democratica di tutto l’Occidente e di larga parte del resto del mondo.

 

Molti anni fa, in un convegno della sinistra sociale DC di Forze Nuove a St Vincent, non ricordo se nel 1990 o 1991, intervenni sostenendo che nella “società dei due terzi”, nella quale il potere economico, seppur in maniera diversa, era  distribuito tra la maggioranza dei cittadini ed elettori, quello stesso principio nato per dare potere a chi aveva di meno rischiava di non garantire più il nuovo terzo stato delle classi inferiori subalterne.

 

Eravamo alla vigilia di quell’autentico terremoto politico che il duo Amato, Barucci compì, con il superamento della legge bancaria del 1936 che, sino al 1993, aveva garantito con la pubblicità di Banca d’Italia la separazione tra banche di prestito e banche di speculazione.

 

Fu quello il momento del superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), il principio teorizzato nel 1829 da Richard Whateley, assai caro al prof Stefano Zamagni; ossia, non è più la politica a dettare i fini, ma è la finanza che detta i fini subordinando ad essa l’economia reale e la politica, ponendo fine alla stessa democrazia ridotta a un ectoplasma.

 

Tutto questo accade nell’età della globalizzazione con il trionfo del turbo capitalismo finanziario dominato agli hedge fund anglo caucasici (kazari), la decina di fondi  petroliferi  - speculatori (Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Black Rock, Black Stone, Jp Morgan, Bnp Paribas Trust,... ), con sedi legali alla city of London di loro proprietà e sedi fiscali nello stato USA del Delaware, con imposizioni fiscali uguali a zero. Una situazione totalmente nuova della storia nella quale intere classi popolari e il ceto medio, già facente parte dei benestanti nella società dei due terzi, sono ridotti alla condizione di minus habentes sotto il dominio della finanza.

 

E’ in questa situazione che Casaleggio Jr, erede di quella piattaforma Rousseau che suo padre,  Roberto Casaleggio, aveva inventato e messa a disposizione del M5S , introducendo in tal modo il sistema di selezione dei candidati e delle assunzioni delle decisioni, attraverso il nuovo rito del clic elettronico, in sostituzione delle vecchie liturgie in uso nei partiti della Prima Repubblica. Liturgie, già  in larga parte, abbandonate dal primo fenomeno di populismo mediatico rappresentato dal lungo ventennio di dominio berlusconiano. Potere dei media televisivi  quest’ultimo, controllo e potere dei media del web quello  del  M5S, espressione di una nuova generazione di attori e protagonisti politici annunciati e guidati dal comico genovese a colpi di “vaffa…”

 

In un’intervista al quotidiano la “ Verità”, Davide Casaleggio ha sostenuto che “ tra qualche lustro”, grazie alla rete e alle nuove tecnologie, il Parlamento potrebbe essere inutile. '"Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”,  così ha parlato Casaleggio Jr.

 

Sono seguite molte prese di posizione indignate dalle diverse vestali della democrazia rappresentativa, evidenziando che il Parlamento non è solo il luogo dell’esercizio del voto, ma, come dice la parola stessa, è la sede del confronto e del dialogo (parlamento) tra i rappresentanti delle diverse forze politiche e culturali presenti nel Paese.

 

Da parte mia vorrei cercare di analizzare più in profondità il tema proposto dal titolare della Casaleggio e C. S.r.l .  Un tema che considero degno di attenzione in un Paese, come l’Italia, che, da un lato, vede la partecipazione elettorale dei cittadini  ridotta ormai sulla soglia permanente del 50%, e, dall’altro, vive il deserto delle culture politiche, dopo la fine di quelle che nella Prima Repubblica fecero grande l’Italia.

 

 Gli attuali partiti sono in larga parte  ridotti a ectoplasmi, di tipo movimentista o a sudditanza personalistica, nei quali, tranne rari casi, la partecipazione politica e la stessa selezione della classe dirigente avviene per lo più per cooptazione o, come nel caso del M5S, con qualche decina di clic elettronici, non del tutto anonimi, ma facilmente controllabili e manipolabili. Clic che, come si è verificato nel caso di alcune candidature indigeste ai diarchi del movimento che, nelle ultime elezioni comunali genovesi, li hanno facilmente annullati e/o misconosciuti.

 

Che la democrazia rappresentativa nell’età del superamento del NOMA sia profondamente mutilata e con la perdita della sovranità monetaria, la sovranità popolare sia ridotta pressoché a zero è una realtà evidente, tuttavia, essa rimane:  “ la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate sinora” , per dirla con Sir Winston Churchill.

 

Quanto alle forme di partecipazione e alle modalità di selezione della classe dirigente, al Dr Casaleggio ci permettiamo di evidenziare che, con tutti i limiti e i difetti della partecipazione politica ai tempi della Prima Repubblica, la tecnologia oggi non offre ancora soluzioni che soddisfino tutti i requisiti necessari per votazioni qualificate e certificate, a costi ragionevoli e introducendo i vantaggi di cui si sente spesso parlare, e che comunque il voto sarebbe mediato sempre da uno strumento sul quale il cittadino ha un controllo limitato.

Autorevoli esperti di cyber crime  (Luca Becchelli e Claudio Telmon in Agenda digitale.html),  i quali hanno contribuito alla stesura del Rapporto Clusit 2017 sulla sicurezza ICT in Italia,  il 1 Settembre 2017 hanno scritto, infatti: nessuna delle soluzioni promosse dalla ricerca, o dal mercato, riescono ancora oggi a soddisfare tutte le proprietà di sicurezza che i sistemi di voto tradizionale offrono, pur con tutti i limiti che presentano. Inoltre, ciò che è più grave è che pochi dei vantaggi che le soluzioni di voto elettronico dovrebbero offrire in più rispetto ai modelli di voto tradizionali, possono credibilmente essere raggiunte, tenendo conto della realtà attuale, anziché di modelli ideali!”.

Non è questa la sede per un’analisi dettagliata della struttura e funzionamento dell’azienda-partito Movimento Cinque Stelle, basterà ricordare quanto ha scritto  su “ Avvenire” il 28 Febbraio 2018, Marco Morosini in un approfondito articolo sul “digitalismo politico: il futuro della politica? Il Caso del M5S/2” : I candidati 5-stelle ai parlamenti nel 2014 e 2018 hanno dovuto accettare contratti, che li obbligherebbero a pagare multe private di centinaia di migliaia di euro in caso di disaccordo (la gravità è decisa dal management). Ovviamente i contratti non hanno valore legale. Sono incostituzionali. Ma vorrebbero incoraggiare l’obbedienza. Nella storia dei partiti l’autocrazia e le scelte autolesioniste non sono una novità. La novità è che proprio il modello tutto-digitale permette a questi fenomeni di raggiungere livelli senza precedenti. Altra lezione: l'unico partito digitale al mondo è nato in Italia, il meno istruito e meno digitalizzato dei paesi del G7. Quasi la metà degli adulti italiani, infatti, è analfabeta digitale (quasi un terzo è analfabeta funzionale tout court). Di fronte a tale popolazione, un partito di tecnici informatici ha un forte vantaggio. Il management che conta nel 5-stelle (tutti maschi) e i membri più attivi sono esperti digitali. Se la nuova ricchezza commerciale e politica sono i dati, allora si sta formando una gerarchia sociale basata più sul dominio dei bit che del denaro. Il 5-stelle è il suo partito.

Come strumento per facilitare la comunicazione e l’interazione tra soci non v’è dubbio che la rete offra oggi strumenti di assoluta efficienza  ed efficacia, ma altra cosa è la partecipazione politica che riteniamo debba tornare a svilupparsi su base locale, attraverso l’organizzazione di comitati civico popolari nei quali si possa realizzare il “ pensare globale e l’agire locale” e la selezione della classe dirigente possa avvenire secondo la regola aurea di “ una testa un voto”.

Saremo anche dei nostalgici, ma, contro i controllori del nuovo sistema politico che teorizzano il superamento del Parlamento, preferiamo ritornare alla difesa strenua della nostra Costituzione, la carta fondamentale scritta dai nostri padri la quale non va riformata ma molto più semplicemente concretamente attuata, senza se e senza ma.

Ettore Bonalberti

Venezia, 26 Luglio 2018

 

 



Il nostro contributo per l’unità dei  popolari

 

Le recenti prese di posizione del presidente della CEI, cardinale Bassetti sul tema dell’impegno politico dei cattolici rappresentano un fatto nuovo nella Chiesa italiana. Iniziative assunte ai più alti livelli della gerarchia alle quali ci auguriamo possano corrispondere conseguenti azioni nelle sedi episcopali diocesane e tra i parroci presenti nelle realtà parrocchiali, ahimè, sin qui silenti, quando non anche apertamente ostili  alle più flebili sollecitazioni del laicato locale.

 

Noi ormai vecchi “ DC non pentiti”, è dalla fine del partito dello scudo crociato che combattiamo da isolati “Don Chisciotte” la nostra battaglia per la ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana. E lo facciamo non con sentimenti nostalgici di riproposizione di ciò di cui la storia ha definitivamente segnato la fine, ma con la consapevolezza che, nell’età della globalizzazione e del trionfo del turbo capitalismo finanziario, la risposta alternativa più convincente resta quella della dottrina sociale cristiana.

 

Nel deserto delle culture politiche che oggi caratterizza la politica italiana e la debolezza delle leadership politiche a livello europeo, riteniamo che sia indispensabile impegnarci per tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali delle grandi encicliche sociali di Papa Giovanni Paolo II ( Laborem exercens e Centesimus Annus), di Papa Benedetto XVI ( Caritas in veritate) e di Papa Francesco ( Evangelii Gaudium e Laudato Si).

 

Ciò comporta la riproposizione di politiche ispirate ai valori dell’umanesimo cristiano con al centro la persona, la famiglia e i corpi intermedi, le cui relazioni vanno regolate dai principi della sussidiarietà e solidarietà. Per quanto riguarda le politiche economiche, in alternativa a quelle della finanziarizzazione dell’economia, intendiamo proporre politiche ispirate dai principi dell’economia sociale di mercato e dell’economia civile impegnandoci affinché la strategia del PPE, cui intendiamo fare riferimento, riporti la barra nella direzione a suo tempo segnata dai padri fondatori; invertendo la pericolosa china assunta dall’UE dominata dal pensiero laicista che fu alla base del Manifesto di Ventoténe. L’idea di una governance europea accentratrice, egemonizzata dalle tecnocrazie in balia delle lobbies economico finanziarie dominanti  nel mondo e di una visione laicista e nichilista. Quella visione che ha impedito di assumere a fondamento della mancata Costituzione europea i valori giudaico cristiani quale riferimento unitario per tutti gli europei. L’alternativa? I Trattati di Maastricht e di Lisbona, che assumono come valori fondanti la libera concorrenza e il mercato. Troppo poco per avvicinare gli europei all’Europa e più che sufficiente per far scattare l’attuale scontro tra “sovranisti” e “europeisti”, con il netto prevalere diffuso dei primi nei diversi paesi europei.

 

Abbiamo ben compreso l’idea del Card Bassetti che, nel riconoscere come Il partito unico ebbe la sua stagione e le sue motivazioni” ha, altresì riconosciuto, la fine dell’esperienza della fase  ruiniana “ dell’inserimento dei cattolici nei vari partiti”.

 

Appare ben chiara la posizione del presidente della CEI, con la sua netta affermazione: “Ora è importante che i cattolici abbiano la fantasia e la libertà di vivere insieme i valori e di vedere come esprimerli”, così come quando, a conclusione dei lavori della recente assemblea della Conferenza episcopale italiana, ha dichiarato: “nella società di oggi è necessaria anche la presenza dei cattolici e se non trovano una forma per esprimersi insieme, si rischia di essere inefficaci”.

 

Si tratta di far ripartire proprio da qui un nuovo progetto/processo al quale possono e devono intervenire tutte le realtà presenti nella vasta e frastagliata galassia del mondo cattolico: Forum delle associazioni familiari, Scienza & Vita e Retinopera e le tante altre sin qui silenti o talora indifferenti, se non addirittura nettamente antagoniste.

 

Noi vecchi “ DC non pentiti”, eredi di una cultura politica che è quella di Don Sturzo, De Gasperi, Moro e dei tanti leader che hanno contribuito alla storia  della Democrazia Cristiana italiana, insieme a tanti amici di altre realtà sociali e culturali, nel recente seminario di Verona (23 Giugno 2018)  che abbiamo organizzato con gli amici di “ Costruire Insieme”, riteniamo di aver offerto un primo importante contributo, dopo le fallimentari esperienze di Todi 1 e Todi 2, meri trampolini di lancio per alcune candidature  confluite nell’infausta esperienza di Scelta civica di Mario Monti.

 

A Verona, infatti, con Gianni Fontana ( DC),, Mario Mauro ( Popolari per l’Italia), Domenico Menorello ( Energie per l’Italia), Giorgio Merlo ( La rete Bianca), Gian Franco Rotondi ( Rivoluzione cristiana), Ivo Tarolli ( Costruire Insieme) e il sottoscritto ( ALEF, Associazione Liberi e Forti) abbiamo condiviso di percorrere una comune rotta alla ricerca dell’”unità possibile”.

 

Nel documento finale è scritto: “Il passo possibile appare, quindi, la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE.”.

 

Un progetto che esalti nel suo abbrivio gli ideali e i contenuti che uniscono tante presenze rimaste isolate, disgregate o addirittura inespresse, assumendo l’economia sociale di mercato e l’economia civile quali strumenti essenziali in grado di porre a fondamento della politica la centralità della persona, della famiglia, dell’impresa e dei corpi intermedi;  l’alternativa alle logiche di certo turbo capitalismo finanziario che, subordinando alla finanza l’economia reale, sta distruggendo i ceti medi e le classi popolari, confinando la politica al ruolo subordinato al servizio dei poteri dominanti e riducendo la stessa democrazia a una formula vuota di significato”.

 

La prova del nove si farà con la raccolta delle firme (30.000 per ognuna delle cinque circoscrizioni in cui si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo il 23-26 Maggio 2019) a partire dal prossimo 28 Novembre, mentre ci auguriamo di celebrare INSIEME una grande Assemblea di tutti i Popolari italiani il 18  Gennaio 2019, centenario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di Don Luigi Sturzo.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 16 Luglio 2018


SEGNALI INTERESSANTI NELL’AREA CENTRALE

 

La maggioranza di risulta trasformista e di necessità che regge il governo del Prof Conte sta mostrando le prime difficoltà.  In parte esse sono  legate all’inesperienza di molti ministri, tra i quali eccelle l’improvvisazione senza competenza del  “leader” Di Maio, a tutto vantaggio di Salvini che costituisce il vero dominus a Palazzo Chigi.

Nei confronti di questa maggioranza spuria, tuttavia, non si vede l’efficacia di un’opposizione forte e determinata. Essa  sconta la crisi pre-agonica del PD, cui il renzismo ha vanificato ogni residua identità culturale e quella del centro-destra il quale, autorizzata sconsideratamente la “fuitina” di  Salvini con il M5S,  si è ridotto nell’attuale condizione di inesorabile progressivo sgretolamento politico e organizzativo.

Se la maggioranza trasformista M5S-Lega rappresenta, di fatto, meno del 60% del 50% degli elettori che partecipano al  voto, è la mancata rappresentanza del 50% degli elettori  che disertano le urne che dovrebbe preoccupare. Larga parte di questi renitenti al voto  è composta da cittadini del ceto medio e delle realtà popolari stanche e deluse,  che hanno perduto ogni residua fiducia nella politica.

Ciò che in questo scenario appare ancor più grave è la riduzione a totale irrilevanza di quel centro cattolico popolare che, insieme alle culture liberali e riformiste della Prima Repubblica, aveva concorso a rendere l’Italia la settima potenza economica industriale del mondo.

Una crisi quella dell’area cattolico popolare di cui si sono resi conto finalmente anche gli esponenti più autorevoli della gerarchia cattolica, come risulta dalle prese di posizione decise assunte dal card Bassetti, Presidente della CEI, e dal neo cardinale Becciu, tra i più ascoltati collaboratori di Papa Francesco.

Una tappa importante del progetto di ricomposizione dell’area popolare è stata compiuta a Verona il 23 Giugno scorso in un seminario organizzato dall’associazione “ Costruire Insieme”, presieduta da Ivo Tarolli,  al quale hanno partecipato esponenti di diverse formazioni politico culturali come Gianni Fontana (DC), Mario Mauro ( Popolari per Italia),  Giorgio Merlo ( la Rete bianca), Domenico Menorello ( Energie per l’Italia) o hanno dato la piena adesione, come Gianfranco Rotondi ( Forza Italia). Insieme a molti altri amici presenti abbiamo sottoscritto un documento politico, nel quale  ci proponiamo: “ la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE”.

Altri segnali positivi sono intervenuti in questi giorni tanto dall’area “sgarruppata” del PD, con il manifesto politico di Carlo Calenda, che da quella del centro destra in fibrillazione, con le conclusioni del Comitato nazionale di Energie per l’Italia di Stefano Parisi del 14 Giugno.

Calenda con accenti politico culturali che ricordano quelli che furono un tempo della sinistra repubblicana lamalfiana, si propone di dar vita a “ un’alleanza repubblicana oltre gli attuali partiti” proponendo cinque idee per incominciare.

Dopo un’ampia analisi delle condizioni internazionali e delle tendenze più significative sul piano geopolitico mondiale, durissimo é il giudizio che Calenda dà sulla situazione italiana, sostenendo, infatti che: “L’Italia anello fragile, finanziariamente e come collocazione geografica, di un occidente fragilissimo, è la prima grande democrazia occidentale a cadere sotto un Governo che è un incrocio tra sovranismo e fuga dalla realtà. Occorre riorganizzare il campo dei progressisti per far fronte a questa minaccia mortale. Per farlo è necessario definire un manifesto di valori e di proposte e rafforzare la rappresentanza di parti della società che non possono essere riassunti in una singola base di classe. Un’alleanza repubblicana che vada oltre gli attuali partiti e aggreghi i mondi della rappresentanza economica, sociale, della cultura, del terzo settore, delle professioni, dell’impegno civile. Abbiamo bisogno di offrire uno strumento di mobilitazione ai cittadini che non sia solo una somma di partiti malandati e che abbia un programma che non si esaurisca, nel pur fondamentale obiettivo di salvare la Repubblica dal “sovranismo anarcoide” di Lega e M5s.”

Non è ovviamente esattamente la nostra posizione di Popolari, anche se possiamo ben condividere le priorità di programma da Calenda indicate, quali: Tenere in sicurezza l’Italia; Proteggere gli sconfitti sul piano sociale; Investire nelle trasformazioni; Promuovere l’interessa nazionale in UE e nel mondo; Lanciare un grande Piano per la conoscenza e la ricerca scientifica.

Noi semmai porremmo come preliminare strategico ineludibile: il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e il ripristino della separazione tra banche di prestito e banche d’affari. In sostanza la riadozione della Legge bancaria del 1936, da sempre difesa dalla DC sino al 1992, data nella quale con il decreto Amato-Barucci abbiamo consegnato il controllo di Banca d’Italia agli edge funds anglo caucasici  e la suicida combinazione insieme dell’attività bancaria di prestito e di speculazione finanziaria. Scelta irresponsabile guidata dai detentori dei poteri finanziari a tutto danno del Paese, della sua economia reale e dei ceti medi e popolari. Tuttavia  nel manifesto politico di Carlo Calenda  ci sono molte indicazioni su cui noi Popolari potremmo con estrema coerenza concordare, sia sul piano della politica interna che sulle indicazioni strategiche di politica estera.

Possibilità di intesa, inoltre e come già accertato a Verona dall’intervento dell’On Menorello (Energie per l’Italia), con Stefano Parisi, il quale nelle conclusioni del suo Comitato nazionale  afferma quanto segue: “ L’obiettivo di EPI resta quello di dar vita a un grande processo di ricostruzione dell’Italia. Delle basi del nostro pensiero politico. Del nostro Stato di diritto. Dell’europeismo. Della nostra collocazione atlantica e dei valori della tradizione giudaico-cristiana. Senza l’Europa non faremo passi avanti ma non andremo avanti neppure con questa Europa così debole e divisa per sfere di influenza. Il protagonismo del presidente francese Macron, i socialisti spagnoli arrivati quasi per caso al governo, la Merkel senza una solida maggioranza, gli attriti già emersi nel contesto di una difficile discussione sulla nuova governance della Unione: se il nostro Paese dovesse giocare un ruolo antieuropeo non faremo solo un danno alla Ue ma a noi stessi. Siamo contro questa Europa ma sia ben chiaro che lo siamo da posizioni europeiste.” In conclusione Parisi sostiene che : “La nostra missione resta quella di dare vita a una nuova rappresentanza liberale e popolare che eviti lo sfascio delle istituzioni, riformi il Paese e permetta all’Italia di tornare grande.”

 

Noi Popolari, intanto, cerchiamo di fare sino in fondo e bene la nostra parte, ricostruendo in tempi ragionevolmente brevi la ricomposizione della nostra area politica e culturale, avendo le antenne pronte e la disponibilità a collaborare con quanti da altre sponde culturali, animati dalla condivisione dei valori dell’umanesimo cristiano, intendano INSIEME  a noi   offrire una nuova speranza agli italiani.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 29 Giugno 2018

 


  1. Adesso mobilitiamoci!

     

    A Verona Sabato 23 Giugno 2018  è avvenuto un fatto importante per i Popolari italiani. Esponenti di diversi partiti, movimenti, associazioni e gruppi, espressione di esperienze diverse, molte delle quali figlie della lunga e dolorosa  diaspora  democratico cristiana, si sono ritrovati per avviare un processo di ricomposizione per il quale il contributo offerto da “ Costruire Insieme” è stato rilevante.

     

    Guidata dal sen trentino Ivo Tarolli, l’associazione “ Costruire Insieme”, sin dal Convegno di Rovereto ( Luglio 2015) con la “ Lettera Appello” “ai tanti in prima linea”, si era  fatta promotrice del progetto che solo a Verona ha trovato la definitiva consacrazione.

     

    A Rovereto ( Luglio 2015) prima e a Orvieto poi ( Novembre 2015), molti dei partecipanti che avevano condiviso quell’appello si erano più tardi divisi, finendo col dare preferenza ai temi del: “chi guida?” e “con chi ci si allea?”- Due interrogativi oggettivamente divisivi, che hanno dovuto scontare le divisioni laceranti vissute sino alle recenti elezioni politiche.

     

    Il voto del 4 Marzo, con la definitiva riduzione alla totale scomparsa dell’esperienza politica dei popolari, ha segnato, al contempo, l’avvio di una fase totalmente nuova della vicenda politica italiana, nella quale, alla maggioranza di risulta trasformistica del governo M5S-Lega, non esistono più reali alternative consistenti, dato che, tanto il PD che Forza Italia, stanno vivendo una condizione di progressivo inevitabile sfaldamento. Situazione confermata dal voto alle amministrative di ieri con la disaffezione elettorale che ha raggiunto il massimo livello ( oltre il 65% degli elettori renitenti al voto).

     

    Il vecchio tema del chi guida? non ha più ragion d’essere in una realtà come quella dell’area cattolico popolare, nella quale i diversi generali sono finiti vittime delle loro fallimentari divisioni suicide; così come il tema con chi ci alleiamo? ha perso ogni senso, visto che, tanto il centro-destra, che il centro-sinistra, non esistono più come riferimenti credibili per l’alternativa.

     

    Non a caso a Verona si sono ritrovati insieme, tanto gli amici della DC che alle ultime elezioni politiche avevano vissuto una profonda lacerazione solo in parte ricomposta, quanto esponenti, come gli amici dei “Popolari per l’Italia” ( Mario Mauro), “Energie per l’Italia” ( Domenico  Menorello) che il 4 Marzo scorso avevano seguito percorsi diversi e, soprattutto, l’amico Giorgio Merlo, in rappresentanza de “ la rete bianca”: un movimento sorto dalla presa di coscienza critica di amici popolari che hanno vissuto sino in fondo l’esperienza per certi versi traumatica nel PD renziano. Anche Gianfranco Rotondi, deputato democristiano di Forza Italia, assente a Verona per gli impegni al ballottaggio del comune di Avellino, ha garantito la sua piena adesione e la sottoscrizione del documento finale del convegno.

     

    Grande merito va agli amici di “ Costruire Insieme”, i quali hanno saputo mantenere aperti i collegamenti e tessere la tela della ricomposizione, attraverso il tema unificante dell”unità possibile”, assunto come denominatore comune tra tutti gli amici. I punti fondamentali di consenso riscontrati nell’appuntamento scaligero, sono quelli indicati nel documento finale sottoscritto  e annunciati nelle conclusioni di Ivo Tarolli.

     

    La sottolineatura autocritica è quella così indicata: “Nella grande difficoltà a riconoscere, allo stato, la praticabilità di azioni organizzate su scala nazionale, si devono almeno giudicare negativamente i tratti propri dell’impegno dei popolari nella Seconda Repubblica, in cui è prevalso uno sterile protagonismo individuale rispetto ad una tensione unitaria e pluralista che sapesse reinterpretare, senza inutili e irrealistiche nostalgie, quell’antico, nobile e mai superato progetto culturale, sociale, economico politico, economico e etico dei “Liberi e Forti” di Sturzo e della migliore tradizione politica dei cattolici democratici.” Il passaggio decisivo è quello seguente:

     

    “Il passo possibile appare, quindi, la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE..

    Un progetto che esalti nel suo abbrivio gli ideali e i contenuti che uniscono tante presenze rimaste isolate, disgregate o addirittura inespresse, assumendo l’economia sociale di mercato e l’economia civile quali strumenti essenziali in grado di porre a fondamento della politica la centralità della persona, della famiglia, dell’impresa e dei corpi intermedi;  l’alternativa alle logiche di certo turbo capitalismo finanziario che, subordinando alla finanza l’economia reale, sta distruggendo i ceti medi e le classi popolari, confinando la politica al ruolo subordinato al servizio dei poteri dominanti e riducendo la stessa democrazia a una formula vuota di significato.”

     

    Sono cinque gli obiettivi indicati da perseguire:

     

    1)                   che il lavoro, la famiglia, la competitività dell’impresa, divengano i temi prioritari e centrali del nostro impegno politico e sociale;

    2)                   che l’obiettivo dell’unità possibile di tanti partiti, associazioni, movimenti, liste civiche e persone volonterose, debba fondarsi su un grande progetto culturale che coinvolga le persone, ancorate al territorio e in grado di “orientare” la modernità;

    3)                   che si debba dar vita a un coordinamento largo, aperto ad energie fresche e giovanili che abbia come obiettivo la costituzione di un soggetto politico nuovo, grande, plurale come su descritto (l’UMP italiano);

    4)                   che si favoriscano incontri analoghi su tutto il territorio nazionale, in modo da mettere a fuoco le misure da mettere in campo per dare soluzione ai bisogni e alle attese degli italiani;

    5)                   che siano attivati in ogni provincia, presidi territoriali in grado di far rete ed essere esperienza di dialogo e partecipazione.

     

    Ora non devono più intervenire ostacoli, impegnando tutte le migliori energie a realizzare le priorità indicate. La scadenza è fissata alle prossime elezioni europee per le quali saremo tutti unitariamente impegnati a raccogliere dal 28 Novembre prossimo, 30.000 firme in ciascuno delle cinque circoscrizioni in cui è suddivisa l’Italia per la consultazione elettorale europea del 23-26 Maggio 2019.

    Tutti noi popolari siamo chiamati adesso alla mobilitazione.

     

    Ettore Bonalberti

    Venezia, 25 Giugno 2018


 

Incontro dei Popolari per l’unità possibile

 

Si sono riuniti a Verona, Sabato 23 Giugno 2018, presso la sala riunioni del Ristorante Bar Liston 12 a Piazza Brà,  in un seminario  promosso dall’associazione “ Costruire Insieme”, i rappresentanti di diversi liste civiche, partiti, movimenti e associazioni che fanno riferimento all’area popolare.

Ai lavori hanno partecipato, col segretario dell’associazione “ Costruire Insieme”, Marco D’Agostini, i coordinatori della stessa associazione del Piemonte, Mauro Carmagnola; del Veneto, Luciano Finesso; della Lombardia, Francesco Mazzoli e del Trentino AA.AA., Alberto Vinzio.

Il Prof Giuseppe Sabella, direttore del Think –Industry 4.0 ha svolto una relazione sul tema: “Il lavoro e l’impresa-Le nuove sfide”, assunto dal seminario come elemento  centrale di riflessione politico culturale.

E’ seguita una tavola rotonda presieduta da Ettore Bonalberti, presidente di Alef ( Associazione Liberi e Forti) sul tema: “L’unità possibile dei Popolari Italiani”, alla quale hanno partecipato:

gli Onn.:  Gianni Fontana, Presidente DC, Mario Mauro, Presidente dei “Popolari per l’Italia”, Domenico Menorello di “Energie per l’Italia”, Giorgio Merlo dell’associazione “ la rete bianca” e del consigliere regionale del Veneto, Stefano Valdegamberi della lista Zaia.

Assente giustificato, perché impegnato nel ballottaggio per l’elezione del sindaco del comune di Avellino, l’On  Gianfranco Rotondi di Forza Italia.

Unanime la condivisione dei partecipanti  per “la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE”.

I lavori sono stati conclusi da un appassionato intervento del sen Ivo Tarolli, presidente dell’associazione “ Costruire Insieme” che ha annunciato l’organizzazione di seminari sui principali temi di interesse dei cittadini in diverse realtà territoriali italiane. Alla fine  è stato approvato e sottoscritto da tutti i relatori presenti un documento di cui si allega copia, nel quale,  i rappresentanti dei diversi partiti, liste civiche, associazioni  e movimenti hanno  convenuto quanto segue:

 

1)                   che il lavoro, la famiglia, la competitività dell’impresa, divengano i temi prioritari e centrali del nostro impegno politico e sociale;

2)                   che l’obiettivo dell’unità possibile di tanti partiti, associazioni, movimenti, liste civiche e persone volonterose, debba fondarsi su un grande progetto culturale che coinvolga le persone, ancorate al territorio e in grado di “orientare” la modernità;

3)                   che si debba dar vita a un coordinamento largo, aperto ad energie fresche e giovanili che abbia come obiettivo la costituzione di un soggetto politico nuovo, grande, plurale:  un’Unione per un Movimento Popolare (UMP)

4)                   che si favoriscano incontri analoghi su tutto il territorio nazionale, in modo da mettere a fuoco le misure da mettere in campo per dare soluzione ai bisogni e alle attese degli italiani;

5)                   che siano attivati in ogni provincia, presidi territoriali in grado di far rete ed essere esperienza di dialogo e partecipazione.


 copia del documento finale approvato a Verona il 23 Giugno 2018:


Si sono riuniti a Verona, Sabato 23 Giugno 2018,  in un seminario  promosso dall’associazione “ Costruire Insieme”, i rappresentanti di diversi liste civiche, partiti, movimenti e associazioni che fanno riferimento all’area popolare.

 

La grave situazione economica e sociale del Paese che pone al centro della riflessione il tema del lavoro e della lotta alla povertà, si accompagna alla sempre più urgente rifondazione di una partecipazione attiva alla vita politica della Res Publica.

 

La gravemente insufficiente proposta politica delle forze  moderate e la diseducazione oramai consolidata del popolo a un giudizio razionale sui fatti pubblici, unitamente all’indebolimento esperienziale dei corpi intermedi della società italiana, ha favorito il risultato elettorale e la formazione di un equilibrio trasformistico del governo giallo-verde, espressione di sentimenti politici caratterizzati dai tratti non privi di  demagogia, la frustrazione della funzione tradizionale di mediazione dei partiti e l’avvio di un processo verso un’ auspicata “democrazia diretta” non scevra di tratti autoritari.

 

Nella desertificazione delle culture politiche che hanno fatto grande l’Italia, riteniamo necessario avviare un serio processo di ricomposizione delle sensibilità civiche, popolari, riformiste e liberali italiane, ora che il filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici, è pressoché spento sia alla camera dei deputati che al senato della repubblica.

 

Intendiamo servire una esperienza di società e di Stato nel segno della sussidiarietà, nella quale la persona è concepita non come irrazionale misura del reale che, nella realtà, diviene sempre proiezione del potere dominante, ma è affermata nel suo desiderio di vero, di giusto e di bello che fonda le relazioni e la dimensione comunitaria come essenziale al pieno sviluppo del singolo in una prospettiva di responsabilità condivisa.

 

Nella grande difficoltà a riconoscere, allo stato, la praticabilità di azioni organizzate su scale nazionale, si devono almeno giudicare negativamente i tratti propri dell’impegno dei popolari nella Seconda Repubblica, in cui è prevalso uno sterile protagonismo individuale rispetto ad una tensione unitaria e pluralista che sapesse reinterpretare, senza inutili e irrealistiche nostalgie, quell’antico, nobile e mai superato progetto culturale, sociale, economico politico, economico e etico dei “Liberi e Forti” di Sturzo e della migliore tradizione politica dei cattolici democratici.

 

Il passo possibile appare, quindi, la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE..

 

Un progetto che esalti nel suo abbrivio gli ideali e i contenuti che uniscono tante presenze rimaste isolate, disgregate o addirittura inespresse, assumendo l’economia sociale di mercato e l’economia civile quali strumenti essenziali in grado di porre a fondamento della politica la centralità della persona, della famiglia, dell’impresa e dei corpi intermedi;  l’alternativa alle logiche di certo turbo capitalismo finanziario che, subordinando alla finanza l’economia reale, sta distruggendo i ceti medi e le classi popolari, confinando la politica al ruolo subordinato al servizio dei poteri dominanti e riducendo la stessa democrazia a una formula vuota di significato.

 

Dopo un’ampia e approfondita discussione si conviene quanto segue:

 

1)                   che il lavoro, la famiglia, la competitività dell’impresa, divengano i temi prioritari e centrali del nostro impegno politico e sociale;

2)                   che l’obiettivo dell’unità possibile di tanti partiti, associazioni, movimenti, liste civiche e persone volonterose, debba fondarsi su un grande progetto culturale che coinvolga le persone, ancorate al territorio e in grado di “orientare” la modernità;

3)                   che si debba dar vita a un coordinamento largo, aperto ad energie fresche e giovanili che abbia come obiettivo la costituzione di un soggetto politico nuovo, grande, plurale come su descritto;

4)                   che si favoriscano incontri analoghi su tutto il territorio nazionale, in modo da mettere a fuoco le misure da mettere in campo per dare soluzione ai bisogni e alle attese degli italiani;

5)                   che siano attivati in ogni provincia, presidi territoriali in grado di far rete ed essere esperienza di dialogo e partecipazione

 

Letto e sottoscritto

Verona, 23 Giugno 2018

 

 

Ettore Bonalberti

Gianni Fontana

Mario Mauro

Domenico Menorello

Giorgio Merlo

Gianfranco Rotondi

Ivo Tarolli

Mauro Carmagnola

Marco D’Agostini

Luciano Finesso

Francesco Mazzoli

Alberto Vinzio

Giampaolo Fogliardi

Amedeo Portacci

Filippo Maria Fasulo

Lia Monopoli

Zanchini Sammo

Paolo Paoli

Mou Niang

Damiano D’Angelo

Zanetti Licia

Alberto Revolti

Fabrizio Mioni

 

 

 

 

 

 



Che sia la volta buona?

 

Si è tenuta ieri a Roma l’assemblea dei soci della DC che nel 2012 rinnovarono l’adesione al partito, i quali, sulla base dell’autorizzazione allo svolgimento dell’assemblea del 26 Febbraio 2017 del giudice Romano, del tribunale di Roma, sono i continuatori legittimi della DC storica.


Un partito quello della DC, “ mai giuridicamente sciolto”, anche se politicamente esaurito, così come ha sentenziato in via definitiva la suprema Corte ( sentenza n.25999 del 23.12.2010) con cui si é posto fine alle diverse presunzioni di eredità dei vari personaggi con cui  scoppiò la diaspora democristiana; alcuni dei quali in servizio permanente effettivo, pronti, in qualche caso,  a dispensare titoli di rappresentanza democristiana senza alcun fondamento o a fregiarsi senza legittimità del titolo e del simbolo della DC.

 

Il 26 Febbraio 2017 eleggemmo alla presidenza del partito Gianni Fontana, già segretario eletto nel congresso nazionale annullato dal tribunale di Roma svoltosi nel Novembre 2012. Ora, per dare continuità giuridica alla DC storica serviva procedere all’elezione degli organi del partito.

 

L’assemblea di ieri a Roma doveva proprio decidere le modalità da seguire per giungere all’elezione degli organi del partito: segretario nazionale, consiglio nazionale, direzione nazionale, ecc…

 

Dopo un serio confronto interno tra diverse opzioni svoltosi a Piazza del Gesù venerdì 15 Giugno promosso dal sottoscritto, è stata accolta la tesi del Prof Nino Luciani, confortato dal parere di illustri giureconsulti dell’università di Bologna, secondo cui la costituzione degli organi del partito era ed è “ la condizione necessaria, ma non sufficiente” per il ritorno in campo politico della DC.

 

Condizione giuridica necessaria, per consentire al segretario nazionale eletto di condurre, nella pienezza dei poteri e forte della rappresentanza ufficiale del partito, tutte le azioni più opportune per il ritorno in campo politico della DC.

 

Abbiamo scelto di seguire le indicazioni che a suo tempo il giudice Scerrato formulò nella sentenza n.17831/2015, con cui il 10.12.2015 annullò il XIX Congresso nazionale del partito svoltosi nel Novembre 2012.

 

Quelle indicazioni sono state assunte ieri, con l’approvazione all’unanimità  della mozione di cui si allega il testo che recepisce quello che ho definito il “ Lodo Luciani-Grassi”, ossia il svolgimento del congresso nazionale, che si terrà con la celebrazione dei congressi provinciali e regionali per l’elezione dei delegati al congresso nazionale da svolgersi il 29 settembre 2018.

 

Un congresso  necessario per ridare piena legittimità giuridica alla DC, riservato ai soli soci legittimi del partito, ossia quelli della lista depositata a suo tempo al tribunale di Roma, in base al quale il giudice Romano, autorizzò l’assemblea del 26 Febbraio scorso.

 

Va ribadito, come ben evidenziato nella mozione finale approvata, che questa prima fase è la condizione necessaria, ma non sufficiente per riportare in campo la DC.

 

Ecco perché, celebrato il congresso riservato ai soci DC 2012, si aprirà il tesseramento ufficiale alla DC e a definire, con tre assemblee organizzative e di programma ( al Nord, Centro e Sud d’Italia) la proposta politica e programmatica della DC per il Paese. Un tesseramento al quale saranno chiamati a partecipare tutti i diversi tronconi dei partiti e partitini che, a diverso titolo, si rifanno alla DC, e, soprattutto, tutti i diversi movimenti, associazioni, gruppi e persone che  sono interessati alla ripresa di iniziativa politica della DC.

 

La chat di what’s up avviata con grande passione dalla bravissima Mariella Bauleo, dimostra la grande attesa e voglia di partecipazione di molti amici, in parte delusi dalle contorte procedure, ahimé indispensabili, se si vuole dare continuità alla DC storica, dei due congressi, ma, in larga parte, pronti con quanti, come noi più anziani e sulla via dell’ultimo miglio, a ridare fiato politico al partito dei cattolici democratici e dei “ Liberi e Forti”.

 

Con l’apertura del tesseramento e i tre convegni organizzativi e di programma sarà indispensabile attivare in tutti comuni italiani dei comitati civico popolari; luoghi di una rinnovata partecipazione politica dei cittadini interessati all’impegno politico secondo i valori dell’umanesimo cristiano e a inverare nella “città dell’uomo” la dottrina sociale della Chiesa, così come indicato autorevolmente dal card. Bassetti,  Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

 

Da parte mia sono molto contento che altri fermenti siano presenti nella realtà politica e culturale italiana, come quello della “rete bianca” , di “ Rinascita cristiana” e di molte altri movimenti e partiti che si ritroveranno a discutere della prospettiva di un più ampio schieramento popolare, sul modello dell’UMP francese, Sabato 23 prossimo a Verona, in un seminario promosso dall’associazione “ Costruire Insieme” guidata dall’amico Ivo Tarolli. Un seminario   al quale parteciperanno, tra gli altri,  con Gianni Fontana, presidente della DC, gli amici Mario Mauro, Domenico Menorello, Giorgio Merlo, Gianfranco Rotondi, Stefano Valdegamberi.

 

Finalmente si è messo in marcia il progetto per la ricomposizione politico culturale dell’area cattolica e popolare italiana e non saranno i reiterati ricorsi di alcuni legulei interessati a porre altri ostacoli a questo processo irreversibile di cui l’Italia, nel deserto delle culture politiche e in un quadro internazionale e interno di estrema complessità, ha urgentemente bisogno.

 

Con l’aiuto del Signore crediamo che questa sia veramente la volta buona.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 17 Giugno 2018

 

 

MOZIONE

 

L’esperienza democristiana è stata la più straordinaria e significativa avventura politica del secolo scorso.

Oggi che tale filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici e i laici cattolici, è spento alla camera dei deputati e al senato della repubblica, il paese sente il vuoto senza speranza di tale rappresentanza. Dove sono le nostre intelligenze? Le nostre passioni? Di cosa abbiamo timore?

Va riproposto un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri.

Vanno perciò superati le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele.

Ecco perché va ricostruita-sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana-l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della DC dopo la diaspora del 1994.

Si tratta di ritornare INSIEME a quell’antico e nobile progetto culturale, sociale, economico politico, economico, etico, politico dei “Liberi e Forti”.

E se i democristiani vorranno tornare ad essere protagonisti, è giusto e necessario che, fin dal prossimo XIX° congresso nazionale, la DC sia una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni. Un luogo politico aperto ai movimenti e alle associazioni di cattolici morali e cattolici sociali, come giustamente ci invita a fare il presidente della CEI, cardinale Bassetti, e aperto  ai movimenti laici di ispirazione cristiana.

Primo frutto del congresso sarà il tesseramento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio “la politica come la più alta forma della carità” (PaoloVI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa.

Coloro che per anni hanno speso con sacrifici tutte le loro energie per tenere in vita una piccola luce che ha illuminato la DC, oggi possono e devono trasformare tale luce in un faro, in modo d rendere visibile e chiaro che i democristiani  accoglieranno tutti coloro che, animati dallo stesso spirito,  vorranno “lavorare INSIEME per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale” (card.Bassetti)

L’assemblea, mentre approva la relazione politica del presidente Gianni Fontana, delibera: a a) la convocazione del congresso della DC  a norma statutaria e nel rispetto rigoroso delle decisioni del tribunale di  Roma per dare continuità alla DC storica per Sabato 29 settembre 2018 .

b) di aprire il confronto con i  partiti di ispirazione DC  e i movimenti di area cattolico popolare suddetti al fine di concorrere all’unità della più vasta aggregazione su una piattaforma culturale, sociale, economica, etica e politica che sarà elaborata INSIEME in assemblee organizzative e programmatiche al nord-centro e sud d’Italia

c) di aprire il tesseramento subito dopo l’avvenuto completamento degli organi statutari, un tesseramento che sarà vincolato all’autocertificazione dei singoli a condividere il codice etico  della DC.

Roma, 16 Giugno 2018

 

Firmatari della mozione alcuni soci della DC storica della lista del 92/93 delle seguenti città:

Bari, Bologna, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Salerno, Taranto, Torino, Venezia, Verona.

 

 

 

 


Impegniamoci per l’Italia

 

Di tutto il Paese ha bisogno al di fuori di una crisi istituzionale, quale quella che si aprirebbe se la sconsiderata presa di posizione del giovane Di Maio, ahimé replicato dalla pulzella Meloni, venisse portata avanti in Parlamento.

 

L’intervento del prof Mirabelli, Presidente emerito della Corte Costituzionale, pubblicato da Interris (www.interris.it)  ( “ Perché non possiamo parlare di impeachment per Mattarella”), secondo cui: “ il Capo dello Stato non può agire sotto dettatura” non lascia dubbi in proposito.

 

Squassata da una condizione di anomia, che si esprime nella crisi economica, finanziaria, morale, sociale e politico culturale, l’Italia non potrebbe sopportare lo spettacolo della messa in stato di accusa di Mattarella, al quale dobbiamo e vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà.

 

E’ già più che sufficiente e al limite del punto di rottura quanto sta accadendo sul piano politico, con le posizioni intransigenti e dai pericolosi richiami a un clima di altri tempi drammatici per l’Italia, quali  quelle assunte dai due movimenti-partito dei grillini  e da Salvini leader della Lega. Si stanno facendo interpreti del malessere e della frustrazione, che sono diffusi in Italia con toni notevolmente sopra le righe; toni e pronunciamenti che possono sì garantire consenso elettorale,  ma,  facilmente responsabili di rotture laceranti nelle e fra le istituzioni e tra gli stessi cittadini ed elettori.

 

Premesso che la situazione in cui ci troviamo è il risultato di una legge elettorale schizoide, che ha perfettamente funzionato secondo l’obiettivo di non produrre vincitori, ma che, alla fine, si è dimostrata un boomerang proprio per coloro, PD in testa, che quel “rosatellum” avevano escogitato e votato, cerchiamo di esaminare il comportamento del Capo dello Stato.

 

Mattarella ha probabilmente compiuto il suo unico errore nel non aver incaricato Salvini di formare il governo, considerato che il leader leghista  era risultato candidato dalla coalizione che aveva ottenuto la maggioranza relativa il 4 Marzo scorso. Il Presidente ha compiuto questa scelta  poiché  riteneva  che la coalizione di centro destra non sarebbe stata in grado di trovare in Parlamento la maggioranza necessaria.

 

Ciò che è accaduto dopo, con la “fuitina” di Salvini con il compagno Di Maio, ammiccando da furbastro lumbard con il Cavaliere, è espressione aggiornata del perenne trasformismo italico che, stavolta, si è attivato in via preventiva, prima ancora che le Camere cominciassero a operare.

 

Ci è stato così risparmiato lo spettacolo della transumanza dei parlamentari strordinariamente numerosa nella passata legislatura, con quello della giravolta “ di necessità” del capo della Lega, eletto con i suoi deputati e senatori in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia, che costruisce un patto/contratto di governo sostanzialmente diverso da quello con cui si era presentato agli elettori.

 

La si smetta, dunqe, con la favola che gli italiani il 4 Marzo avrebbero dato la maggioranza al duo Di Maio-Salvini, dato che, in realtà, gli italiani avevano dato la maggioranza relativa al centro-destra mettendo in fila M5S e PD.

 

Il rifiuto avanzato dai grillini a trattare con il centro destra unito,  per le riserve insuperabili su Berlusconi e Fratelli d’Italia, hanno provocato la “fuitina” di Salvini e l’avvio di un processo trasformistico pericoloso, concretizzatosi con l’incarico allo sconosciuto prof Conte e radicalizzatosi con l’impuntatura leghista sul Prof Savona a ministro dell’economia e finanza.

 

Estimatori e sostenitori della tesi di Guarino  sull’illegittimità del fiscal compact, parto di un regolamento opposto alle finalità dei trattati liberamente sottoscritti, abbiamo condiviso anche quelle del Prof Savona sulla necessità di una ridiscussione delle modalità in cui sin qui è stata governata la moneta unica, avendo prudenzialmente pronta una soluzione B in caso di impatto senza prospettive.

 

Siamo, altresì, ben consapevoli e lo denunciamo con alcuni pochi amici da tempo, che, senza il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione, in altre parole, senza sovranità monetaria non esista sovranità popolare. Siamo conspevoli, cioè, che senza il ritorno alla legge bancaria del 1936, dalla DC sempre difesa sino all’infausto decreto Barucci-Ciampi del 1992, l’Italia sarà sempre alla mercé dei voleri e dei poteri degli edge funds anglo-caucasici con sede legale nella city of London e sede fiscale nel Delaware.

 

Siamo altrettanto convinti, però, che in questo momento e nei modi con cui, in termini ultimativi e dal sapore di ricatto la candidatura del prof Savona si è cercato di imporla al Presidente della Repubblica, gli sconquassi finanziari, appena annunciati dai primi rumors di borsa e dello spread, non si sarebbero fatti attendere con conseguenze disastrose per i ceti medi e le classi popolari italiane.

 

Ora però, nel deserto della politica, dominata da due culture pervase dei tratti più  deteriori del “populismo de noantri”, interpretato da attori mediocri per cultura e capacità di autentica leadership di governo, serve rimettere insieme almeno alcune delle culture politiche che hanno fatto grande l’Italia.

 

Nasce di qui l’appello che in questi giorni, insieme a Gianfranco Rotondi, a Giorgio Merlo, Alberto Alessi, Ivo Tarolli e  Gianni Fontana, abbiamo rivolto alla vasta galassia dell’area cattolica e popolare, per tentare di costruire insieme un nuovo e grande soggetto politico laico, democratico, ampio, plurale  e popolare, europeista e trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Abbiamo l’occasione e l’esigenza assoluta per l’Italia, di corrispondere in tal modo al recente invito che il card Bassetti, presidente della CEI, ha inviato ai cattolici italiani per un rinnovato impegno politico e istituzionale nella “città dell’uomo”.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 29 Maggio 2018

 

 

 

 

Dalla CEI l’invito a un rinnovato impegno dei cattolici italiani

 

Intervenendo all’assemblea generale della CEI il 22 Maggio scorso, il card Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha usato parole nuove di grande valore e impegno non solo per tutti i vescovi e i sacerdoti, ma per lo stesso laicato cattolico italiano.

 

«Credo che, con lo spirito critico di sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana per fare un esame di coscienza e, soprattutto, per rinnovare la nostra pedagogia politica e aiutare coloro che sentono che la loro fede, senza l’impegno pubblico, non è piena. Sono molti, sono pochi? Ancora una volta, non è questione di numero, ma di luce, lievito e sale: ogni società vive e progredisce se minoranze attive ne animano la vita spirituale e si mettono al servizio di chi nemmeno spera più».

 

E, qualche passo  prima aveva detto: “Tra pochi mesi celebreremo il centenario dell’appello ai Liberi e Forti, lanciato da un gruppo di tenaci democratici, riuniti intorno a don Luigi Sturzo. Fu l’inizio di una storia, quella del cattolicesimo politico italiano, che ha segnato la nostra democrazia e che ci ha dato una galleria di esempi alti di dedizione, di umiltà, di intelligenza. Abbiamo vissuto momenti gloriosi e momenti dolorosi, sperimentato la forza ma anche la debolezza, la meschineria, il tradimento, la diaspora. Vecchi partiti si sono sgretolati, nuovi soggetti sono venuti sulla scena, ma nessuno può negare che nelle migliaia di Comuni italiani ci sono persone che senza alcuna visibilità e senza guadagno reggono le sorti della nostra fragile democrazia. Chi si impegna nell’amministrare la cosa pubblica deve ritornare ad essere un nostro figlio prediletto: dobbiamo mettere tutta la forza che ci resta al servizio di chi fa il bene ed è davvero esperto del mondo della sofferenza, del lavoro, dell’educazione. Quello che ha sempre guidato i cattolici italiani – penso, ad esempio, al beato Giuseppe Toniolo – è stato un grande bisogno di distinguersi e di portare alta la divisa evangelica pure in politica. La storia della Chiesa italiana è stata una storia importante anche per la particolare sensibilità per l’aspetto politico dell’evangelizzazione: nessuna Conferenza episcopale come la nostra possiede un tesoro così ricco di documenti e di testimonianze. Dobbiamo  esserne fieri, ma soprattutto è venuto il momento di interrogarci se siamo davvero eredi di quella nobile tradizione o se ci limitiamo soltanto a custodirla, come talvolta si rischia che avvenga perfino per il Vangelo”.

 

Cogliamo dalle parole del card Bassetti una ragione in più per continuare nell’impegno che da molti anni coltiviamo per la ricomposizione dell’area culturale e politica popolare e democratico  cristiana.

 

Sono in atto alcuni fatti rilevanti, quali quelli attivati da diversi  amici espressione delle sin qui colpevolmente disarticolate esperienze post DC, per ritrovarsi a breve nella casa comune. Gianni Fontana per gli amici della DC storica, Gianfranco Rotondi per Rivoluzione cristiana, Lorenzo Cesa per l’UDC, Mario Tassone per il CDU e tante altre realtà di movimenti e associazioni ci auguriamo possano ritrovarsi a breve in una federazione unitaria, preparatoria di un’assemblea organizzativa e programmatica, l’apertura di  un tesseramento e la condivisione di regole congressuali con le quali celebrare il congresso unitario dei democratici cristiani italiani.

 

Assai positivo l’impegno degli amici di “ Costruire Insieme”, una delegazione dei  quali il 23 maggio scorso ha avuto un incontro con il Presidente del Partito Popolare europeo (PPE) Joseph Daul, presso la sede del PPE, a Bruxelles.

La Delegazione era guidata dal Presidente On. Ivo TAROLLI, ed era composta dal Vice Presidente Dott. Marco D'AGOSTINI, dal Dott. Riccardo FRATINI, componente del Comitato di Segreteria, nonché dall’Ing. Giuseppe ROTUNNO, Presidente del Comitato per una Civiltà dell’Amore. L’incontro aveva l’obiettivo di mettere in collegamento “Costruire Insieme”, che da alcuni anni opera al servizio della riaggregazione della grande area dei cristiano popolari, con  i vertici del Partito Popolare Europeo.

 

L’iniziativa è stata promossa da Costruire Insieme perché l’Europa è ritenuta il crocevia indispensabile per un realistico progetto di ripresa del nostro Paese. Profonda soddisfazione è stata espressa dal Presidente Tarolli per l’interesse emerso rispetto alla prospettiva di un soggetto politico, su basi federative, che raggruppi partiti, movimenti e associazioni ispirati all’umanesimo cristiano e liberal popolare.

 

E, infine ma non meno importante, è l’iniziativa avviata dagli  amici Giorgio Merlo, Giuseppe De Mita con Marco Follini e altri amici di area PD, i quali, preso atto del fallimento del progetto politico del PD, sentono la necessità di avviare “ la rete bianca”, uno strumento di collegamento tra le diverse esperienze politico culturale di matrice popolare e cattolico democratica.

 

Si tratta ora di favorire con urgenza l’unione di queste diverse esperienze per dar  vita  a un nuovo soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno tiolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori.

 

In questa fase di avvio del governo grillo-leghista, con la crisi apertasi nel centro destra da un lato e col PD avviato verso la scissione renziana dall’altro, col triste connubio trasformistico dei populismi emergenti dal voto del 4 marzo scorso, si aprono spazi ampi  al centro dello schieramento politico italiano, dove sempre più forte è l’esigenza di una presenza di un movimento politico popolare ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano.

 

La prolusione del presidente della CEI e il suo auspicio di un rinnovato impegno dei cattolici nella politica, ci auguriamo sia raccolto tanto dalla gerarchia, quanto, soprattutto, dalla variegata realtà dell’associazionismo cattolico sin qui colpevolmente frazionata e ridotta all’irrilevanza sul piano politico e istituzionale.

 

Appuntamento, allora, alle prossime elezioni europee, alla prova del proporzionale puro di quel voto, nel quale spetterà ai democratici cristiani e ai popolari uniti offrire una nuova speranza alle classi popolari e ai ceti medi  del nostro Paese, in alternativa ai facili inganni e alle vacue promesse dei populismi sovranisti chiamati  dal voto del 4 Marzo a guidare l’Italia.

 

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 24 Maggio 2018


Seminario di Mestre a 40 anni dal sacrificio di Aldo Moro

 

Mercoledì 9 Maggio 2018

 

Pubblichiamo le due lezioni svolte dagli amici Sen Calogero Mannino e Prof Antonino Giannone in occasione del seminario di Mestre sul tema:

 

“ L’eredità politica di Aldo Moro-La conferma dei valori e dei principi dei popolari

e liberal democratici italiani

 

 

Intervento del sen Calogero Mannino sul tema:

 

“ L’attualità del  pensiero politico di Aldo Moro”

(bozza non corretta)

 

 

Sul corsera del 31 marzo u.s. Ernesto Galli della Loggia scriveva un articolo

dal titolo estremamente significativo:

Inutile rimpiangere il disegno di Moro non aveva futuro. Si affidava ai partiti che però erano in declino.

 

Ed a principale pezza di appoggio di questo 'giudizio' citava la critica a Moro di Pietro Scoppola : " implicava inevitabilmente la necessità di subordinare ogni iniziativa, ogni decisione ed ogni concreto operare a logiche di partito che ben poco avevano a che fare con i problemi nuovi del paese:" 

Ancora Galli della Loggia richiamandosi a Scoppola dice: "ciò rendeva radicalmente inadeguato il disegno di Moro fosse il fatto che le lacerazioni politiche prodotte dalla modernità nel corpo della società italiana andavano mettendo in crisi proprio i partiti, lo strumento partito, la sua cultura la sua struttura il suo struttura il suo rapporto con i cittadini, sempre meno caratterizzabili come militanti"

 

Stando a questi giudizi, peraltro diffusi,

prevalendo la critica, quando non la demonizzazione dei partiti, della Repubblica dei partiti '

 il sacrificio della vita di Aldo Moro sarebbe valutato del tutto inutile.

Sotto un certo aspetto verrebbe la tentazione di convenirne, ma per altre ragioni. ( Intanto siamo passati dalla Repubblica dei partiti alla Repubblica dei partiti personali)

 Dopo il 9 maggio, (ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani) il problema del partito comunista,  quello che con felice formula Alberto Ronchey aveva definito  "il fattore K", aveva perduto ogni drammaticità e si era andato consumando, come cera al sole,  lentamente  sino al crollo del muro di Berlino, 1989.

Ed  il partito comunista, ribattezzato alla Bolognina, sarà, invece, il protagonista beneficiario del 1992.

l'anno " del processo in piazza " che Moro, con coraggio e lucidità profetica, aveva tentato  di 'esorcizzare' con un mirabile discorso parlamentare in occasione della messa in stato di accusa

degli on.li Tanassi e Luigi Gui.

In quella occasione Moro aveva provato a respingere il disegno ,già evidente allora, di criminalizzazione della politica. E l'attacco alla DC.

" Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perchè non è vero........Abbiamo certo commesso degli errori politici, ma le nostre grandi scelte sono state di libertà e di progresso ed hanno avuto un respiro storico....Certo un'opera trentennale per la quale si realizza una grande trasformazione morale, sociale economica, e politica , ha necessariamente delle scorie, determina contraccolpi, genera squilibri che devono essere risanati, tenendo conto delle ragioni per le quali esse si sono verificati.....ma non significa che tutto fosse sbagliato, ma solo che vi sono stati errori ed eccessi, in qualche misura inevitabili, in questo processo storico......

E come frutto  del nostro, come si dice, regime è la più alta e la più ampia esperienza di libertà che l'Italia abbia mai vissuto nella sua storia. Un esperienza di libertà capace di comprendere e valorizzare , sempre che non si ricorra alla violenza, qualsiasi fermento critico, qualsiasi vitale ragione di contestazione....e queste cose non ci sono state strappate. Noi le abbiamo rese, con una nostra decisione, possibili ed in certo senso garantite.

Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi, che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi con ci faremo processare."

Era il 1977.

Questa premonizione solo per poco tempo : perchè il 9 marzo1978 Moro veniva fatto prigioniero, uccisi gli uomini della sua scorta, e dopo 55 giorni tragici barbaramente ucciso.

 

Ritengo che nessuna ricostruzione del pensiero politico di Moro possa farsi prescindendo da questo tragico passaggio.

Marco Damilano, per contro, in un libro, molto bello, di recente pubblicato " Un Atomo di verità " titolo dato da  una frase di Aldo Moro: "datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò perdente."  ed ancora il titolo del libro :   

"Che cosa ha perso l'Italia con la morte di Moro. Perchè i tragici fatti del 1978 spiegano il nostro presente. E il nostro futuro."

La tesi di Damilano parte dalla memoria "sempre che non si ricorra alla violenza"

Nel 1992 terrorismo mafioso e rivoluzione giudiziaria  verificavano la profezia

 Marco Damilano,  coglie il nesso che lega l'assassinio di Moro, all'esito del 1992, fino alla crisi politico-istituzionale in corso, permette di contestare a Galli della Loggia l'ignoranza della linea che a partire dal 1968 era andato svolgendo Moro, e che si incentrava - nei suoi discorsi, articoli e scritti diversi - sul nesso intricato della crisi della società italiana, dello scontro generazionale che si era aperto, dell'ideologizzazione esasperata, dei profondi mutamenti delle posizioni culturali, e quindi della messa in discussione dei partiti e segnatamente della DC, quale era al momento.

E Moro, poi, riconduceva tutte le sue analisi alla strategia che non era dell'attenzione al partito comunista, senza essere prima dell'attenzione alla società italiana.

In questa ottica rimaneva fermo il criterio fondamentale della politica che da De Gasperi giungeva alle esperienze  E cioè quello della garanzia democratica.

Moro - quando era maturato il momento delle responsabilità di guida e direzione della DC - nelle due fasi distinte delle quali sarà protagonista - centro-sinistra e solidarietà nazionale - aveva considerato - -

 una costante della storia d'Italia : l'integrazione, via via, nel corso dei tempi, di una larga parte della società italiana che si era venuta a trovare fuori dalle stesse istituzioni.

Nel primo dopoguerra DeGasperi aveva affrontato questo problema con la coalizione maggiore possibile delle forze democratiche, avviando con la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra e lo sviluppo di un economia moderna, che caratterizzerà l'irripetibile decenni 1953/63 detto "il miracolo economico" 

E De Gasperi aveva tenuto sempre saldo il quadro delle istituzioni democratiche collocando, poi l'Italia, Nazione sconfitta, al tavolo della pace nella prospettiva della solidarietà atlantica ed occidentale, oltretutto come scelta di civiltà rispetto al blocco sovietico.

De Gasperi, e con lui Scelba, sosterra l'urto - non soltanto della piazza e degli strascichi della violenza sempre vivi di alcuni segmenti della resistenza rossa - ma anche degli autorevoli e fermi inviti a mettere 'fuori legge' sia i comunisti che i nostalgici del fascismo, sempre nei termini dei principi e delle regole democratiche.

La linea della fermezza, dei Governi DeGasperi dal 47 in poi, è quella che si affida alla capacità della democrazia, delle sue regole e del suo spirito, di coinvolgere, convincere ed integrare.

La sfida al comunismo - forte nei toni e nella sostanza - era stata condotta sul piano della democrazia e delle sue regole.

Ed è su questo piano, con il concorso di circostanze storiche come la rivolta ungherese del 1956 - che, poi veniva vinta la prima sfida  antagonistica, quella con il partito socialista italiano, che nel 46/48 aveva scelto il frontismo, e che invece ripudierà al Congresso di Venezia del 1957

La formula centrista dell'alleanza dei partiti democratici era entrata in crisi con le elezioni politiche del 1953.

Una lunga e difficile transizione aveva portato alla soglia del 1960, affrontando anche una fase drammatica come quella rappresentata dal Governo Tambroni, al primo Governo di centro-sinistra presieduto da Fanfani con l'appoggio esterno del PSI. Convergenze parallele - erano state  definite.

Era stato  il traguardo che  la DC guidata da Moro, in continuità con DeGasperi, si era dato per il primario obbiettivo dell'allargamento della base popolare dello Stato Democratico.

Era stata una Scelta travagliata e difficile. Che aveva trovato due linee di difficoltà se non di impedimento, quella della gerarchia della Chiesa Cattolica e quella degli alleati dell'Alleanza Atlantica. 

Erano intervenute, però, due circostanze favorevoli : la presidenza negli USA di J Kennedy, ed il Pontificato di Giovanni XXIII.

E  Moro aveva preparato il partito, e con il partito ed attraverso il partito ,la società italiana, che, sospinta dal ritmo sostenuto ed accelerato dello sviluppo economico, aveva visto cambiamenti e trasformazioni di ordine sociale e culturale molto complessi, ad affrontare una fase riformatrice, che si era rivelata ,poi, allo stato dei fatti contraddittoria e difficile.

Moro si era mosso dalla lezione di DeGasperi, che aveva vissuto dopo le elezioni del 1919 il dramma degli ostacoli ad integrare nello Stato da una parte le forze cattoliche, liberate dal non expedit, e che avevano trovato espressione nel partito popolare, e dall'altra, le forze del socialismo, che raccoglievano larga parte delle masse lavoratrici.

L'impedimento aveva generato il fascismo,

 come vera e propria rottura dello stesso Stato liberale e quindi dell'evoluzione democratica della società nazionale:

Proprio nei tre Convegni di San Pellegrino questa costante storica, analizzata in profondità con relazioni profonde , era stata elevata a ragione strategica della politica di centro-sinistra che si preparava.

Il processo risorgimentale incompiuto con l'esclusione dei cattolici, e poi delle masse lavoratrici, doveva trovare un suo ulteriore percorso nell'Unificazione civile ed economica dell'Italia.

Il centro-sinistra con le relazioni a S.Pellegrino, in particolare, di Gabriele De Rosa, Pasquale Saraceno, Mario Ferrari Aggradi, doveva preparare e gestire una nuova fase dello sviluppo ponendo al centro l'integrazione del Mezzogiorno d'Italia.

Così l'allargamento della base delle forze democratiche impegnate nell'azione di governo doveva rispondere ad un grande disegno dal respiro storico-

Quindi non un'operazione puramente parlamentare e di governo, ma un'operazione politica con un ambizioso progetto, dall'ampio respiro storico.

Certo gli esiti  di ogni progetto politico fanno i conti con il corso delle cose, quali si svolgono nel concreto

L'arrivo del PSI nell'area di governo aveva presentato non pochi problemi.

 Il PSI aveva portato una cultura conflittuale con l'economia privata: la nazionalizzazione dell'energia elettrica, anche per le modalità seguite non era stata scelta molto felice.  Ben presto il ritmo della crescita economica, con i connessi processi di redistribuzione delle risorse, aveva cozzato contro il problema dei conti pubblici, e poi, dell'inflazione.

Ma non soltanto questo e non era stato poco;  dalla scuola alla sanità alla politica urbanistica scelte di modernizzazione e di cambiamento si erano accompagnate ad effetti non positivi e contraddittori sul piano del consenso sociale.

Il condizionamento del PCI e più ancora delle aree culturali sulle quali il PCI esercitava un'egemonia, avevano spinto in una direzione massimalistica, che riguardata oggi può essere definita - al modo di Lenin - infantilistica.

Sopraggiunto il 68, il cui vento aveva fortemente spirato anche altrove, dagli USA alla Francia - la società italiana aveva perduto ogni forma e misura rapportabile alla storia da cui veniva.

Il mondo cattolico dopo la complessa stagione conciliare aveva assunto forme e modalità proprie della contestazione, ormai di moda.

Così i mondi sociali. Chi può non ricordare un autorevole leader della CISL con il berretto di Lenin in capo guidare gli scioperi - talvolta violenti - che paralizzavano sovente le piazze d'Italia.

E nel mentre episodi forti del terrorismo avevano colpito una volta Milano, una volta Brescia e poi Bologna e l'Italicus.

Così per un lungo periodo che potremmo datare dal 1964 sino al 1978.

Nel corso di questi anni l'azione politica di Moro non si era smarrita. Anzi ad ogni punto o passaggio si era sviluppata con analisi profonde, talvolta sofferte e ricche di pathos, sempre lucide ed aperte all'intelligenza dei fatti.

 Aveva cercato, in ogni occasione,  di far comprendere che: " in verità, la democrazia, quando rispetti veramente le sue leggi, ha svolgimenti e risultati ineccepibili. Contrapporvi, soggettivamente, la violenza, significa sostituire con la forza l'unico principio razionale secondo il quale si compie l'esperienza sociale.." (articolo sul Giorno maggio 1977)

C'era sempre stato questo aspetto sostanziale e decisivo del magistero di Moro : educare alla democrazia con la democrazia:

Come democratici, e come democratici-cristiani, fedeli al patrimonio ideale del nostro partito, rifiutiamo la violenza e ci impegniamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, ad andare fra la gente a far comprendere, ancora una volta ,il significato di deviazione grave che c'è in ogni manifestazione di intolleranza in ogni tentativo di piegare con la forza quello che non si piega con la libertà.........(..) e do avere fatto valere dell'aggregazione del consenso, del voto ed avendo costruito su queste basi un PAESE NUOVO....."

 ( discorso di Benevento 18 nov.1977)

E' un discorso da politico, ma apostolo di educazione democratica, che scruta i segni dei tempi e con procedere pensoso ne assume  una consapevolezza rara e fine

 " tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai: Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture , ingiustizie, zone d'ombra , condizione di insufficiente dignità e di insufficiente potere non siano ulteriormente tollerabili, l'ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze, all'intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto snodale della storia non si riconoscono nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso da cui nasce una nuova umanità,....un nuovo modo di essere nella condizione umana." ( Cons.Naz.DC 21 nov.1968.)

Ora ripercorrendo la lettura di tutti i discorsi, gli articoli gli scritti del decennio 1968/78 cogliamo l'aspetto fondamentale della sua azione politica come pensiero, come ricerca degli aspetti più profondi, muovendo certamente da quelli fenomenologici per andare più a fondo nella comprensione dei moti di un'umanità nuova che Egli non giudica moralisticamente, ma che valuta per tutti i significati e le conseguenze possibili. " Questo paese non si salverà,la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere"

E' il cogliere la profonda crisi che attraversa la società e non soltanto quella italiana. Viene dal 68 ed ha raggiunto ai nostri giorni - ma lo sguardo acuto di Moro - lo ha colto negli esiti sconcertanti per il dominio di tutte le possibili forme dell'edonismo, sino alla volgarità, o del radicalismo, come ripercussione di forme tardo-leninistiche.

Moro non è un politologo.

Nella storia della DC, conosceremo altre voci che si eserciteranno nella politologia.

Non è un ideologo. Non ha  schemi prestabiliti e deterministici, supera, sempre ogni formulazione empirica, per scendere a fondo nelle cose, il cui flusso determina la storia.

E' un filosofo: Ragiona con il metodo socratico per pervenire  ' all'intelligenza dei fatti e delle cose' e sollecitare la maturazione di una consapevolezza non sociologica - nel senso dottrinario - ma più largamente antropologica.

Oggi vi è anche chi ravvisa nei suoi scritti e discorsi una sottile e pur visibile trama teologica.

Moro è un Cattolico dalla fede profondamente vissuta.

Quindi non per semplice pratica di preghiera e devozione. Che pure ha lasciato immagini significative. (Inginocchiato in un banco nel fondo della Chiesa, con la fronte inclinata sulla mano: Una vera e propria icona religiosa) Per Moro il cristiano doveva essere uomo politico non da cristiano, ma in quanto tale.

Moro è un pensatore Cattolico. Ha letto ma intensamente riflettuto sugli scritti di Jacques Maritain e di Emmanuel Mounier. Ha compreso ed elaborato la dottrina personalistica. Ha conquistato anche per via dei suoi studi filosofico-giuridico, in modo particolare ed originale, il concetto di persona umana, che supera ogni nozione di puro individuo - e si riporta ad una dignità superiore, e centrale anche rispetto alla Stato. L'incontro con la filosofia di Gabriel Marcel gli ha fatto conquistare la dimensione spirituale della creatura umana, che nonostante l'inoggettivabilità sua propria, non è qualcosa di astratto dal mondo materiale, ma è incarnata nella realtà storica e si esplica solo attraverso un'attività pratica concreta.E' l'aspetto non compreso nel tempo della Sua prigionia che si evidenzia nelle sue lettere, che, anzi, furono equivocate sino al limite del dubbio sulla tenuta del Suo equilibrio psicologico-intellettuale.

L'orizzonte del suo pensiero,  attraverso gli approfondimenti tomistici, è S Agostino,

C'è una narrazione diffusa e talvolta stantia  sul pessimismo di Moro. Ma è quello che viene dalla riflessione che da S Agostino conduce a Pascal. L'uomo libero, ma fragile esposto al vento della storia, quella personale e quella comune nella quale è inserito. La sua riflessione filosofica e giuridica lo condurrà ad una moderna concezione dello Stato,che supera il formalismo di Kelsen, rifiuta la concezione dello Stato etico ed hegeliano e respinge la dottrina 'teologica' di Carl Schmitt. -

" S'intende bene che lo Stato al quale lavorano i Cattolici ..è uno Stato libero e giusto , uno Stato che conosca e riconosca i propri limiti, che sappia di essere ,la rivendicazione costante e vigorosa di tutte le libere associazioni umane sono i segni di questa complessa visione....La preoccupazione parte, sia pure fornita di una speciale funzione , in un complesso travaglio sociale che impegna in diverse forme ed in diverse direzioni l'attività umana:......la considerazione per la Famiglia, il favore per le autonomie locali che sono presidio di libertà.......la preoccupazione cristiana di di salvare la società nelle sue varie e ricche espressioni  dal monopolio statale si salda intimamente con la difesa ed il potenziamento dello Stato:...."

(da Studium marzo 1947)

Norberto Bobbio, a proposito di concezione di Moro dello Stato ne segnalerà il pathos religioso.

E' quella che garantisce la funzione dello stesso la garanzia della libertà e del potere della libertà degli uomini. E proporrà sempre - durante il suo tempo- l'ineliminabile ed essenziale funzione del partito "" il partito deve aderire alla realtà, per orientarla e plasmarla secondo la sua intuizione, alla luce dei suoi ideali umani: Il partito è un Ripeterà, poi, ""che la funzione del partito è alta deve " associare e guidare""  articolazione della società in direzione dello Stato.

Funzione costituzionale quella del partito, strumento della democrazia. Questo sin dalle discussioni alla Assemblea Costituente.

Durante la quale Moro, aveva frequentato la Comunità del Porcellino, dove aveva trovato un rapporto di amicizia con Giorgio LaPira. Erano entrambi domenicani del Terzo Ordine, avendo assunto Moro il nome di fra Gregorio.

 E' stata Questa dimensione della sua personalità, estremamente complessa partecipe di tutti i moti, gli accenti della    cultura del tempo attraversato, con una sensibilità ed una intelligenza, che gli aveva permesso, senza imbattersi in confusioni e pasticci, un confronto aperto e non esteriore con gli indirizzi  della cultura del tempo, particolarmente con il pensiero di Benedetto Croce e la sua particolare concezione del liberalismo.

Le analisi, le riflessioni, i discorsi, le prese di posizione assunte in particolare nel decennio 67/68 - 77/78 non si erano limitate a scandagliare le posizioni tattiche delle varie forze politiche nel quadrante politico contingente, ma avevano approfondito le relazioni con gli sviluppi, complessi e contraddittori della società italiana, in uno al contesto internazionale. Basterebbe ricordare tutta la sua attività di Ministro degli Esteri.

Si era reso conto e si chiedeva sovente dei mutamenti profondi e convulsi dei quali registra gli aspetti positivi ma anche tutte le problematicità.

In particolare per la ricaduta sulla stessa linea politica della DC vorrei ricordare  il passaggio che aveva condotto dall'approvazione  della legge sul divorzio al referendum del 74 gestito e vissuto con atteggiamento pensoso e problematico.

Il  tema del rapporto con la Chiesa, in una stagione nella quale era avanzata la secolarizzazione gli aveva fatto rimeditare l'esperienza ed il pensiero di Luigi Sturzo.

Già nel 1959, alla vigilia dell'avvio del centro-sinistra- quando uno dei problemi più ardui ed improbi si era presentato, quello dell'autonomia del partito politico da vincoli confessionali, Moro aveva promosso  il convegno all'Eliseo su Sturzo- che alla dominante linea iniziativista (iniziativa democratica era la corrente che aveva ereditato gli esiti finali del dossettismo coniugandoli con una giovane (allora) generazione degasperiana)   sembrava un fuori tempo.  Per Moro invece aveva rappresentato il recupero di una lezione essenziale. Che si consoliderà e tornerà nella sua riflessione,intanto già nei temi della discussione del Convegno di S.Pellegrino e più in avanti nel tempo, quando la proposta "popolarismo" di Sturzo sarà colta come lo sbocco finale del travagliato processo di accostamento finale del PCI al quadro democratico e che implicherà il rinnovamento e riposizionamento del partito che era stata  DC nello schieramento politico.

Dalla riflessione di Sturzo aveva colto gli elementi per superare ogni forma di integralismo o di indugio sugli eviti integralistici dell'esperienza dossettiana.

Ma da Dossetti con il quale aveva durante la fase costituente gestito un rapporto ravvicinato che aveva condotto alla formulazione e poi approvazione di alcuni articoli della Costituzione ( quello sulla Famiglia, quello sulla scelta della pace art.4 - che avrà un segno permanente negli indirizzi della politica estera)

aveva con riserbo e discrezione dissentito sulla valutazione che " il comunismo avrebbe vinto "

Su questa valutazione Dossetti aveva segna il suo ritiro dalla vita pubblica.

Moro su questa valutazione, invece, si era misurato con la sua azione politica nel tempo che aveva affrontato.

Quando il centro-sinistra aveva esaurito i margini della propria vitalità ( la crisi economica - la crisi petrolifera - il quadro sociale fortemente tumultuoso è il caso di dire - i segni della possibile degenerazione con il terrorismo)

Egli, però, nel discorso al XIII Congresso della DC nel 1976 ne aveva rivendicato i meriti: " con la formula del centro-sinistra il paese è cresciuto e la democrazia si è sviluppata e consolidata Moro che sin dal 1968 aveva posto il tema della strategia dell'attenzione al PCI " dopo aveva affrontato sotto un aspetto - politicamente - più cogente l'ordine di un possibile rapporto di collaborazione. Non più confronto, ma convergenza sul piano governativo.

" E' questa flessibilità attenta ed anticipatrice, che ha fatto in questo trentennio il nostro partito così capace di comprendere, far proprie e guidare le spinte evolutive della nostra società. "

Il risultato elettorale del 1976 - oggi spesso ricordato per la ricorrenza di una precisa circostanza aveva presentato due vincitori.

 O meglio nessun vincitore, come oggi.

Ed i due contendenti - così avevano affrontato la campagna elettorale - si erano trovati a dover concordare quelle scelte che avevano portato ai due governi Andreotti del 1976 e del 1978.

Berlinguer aveva preparato questa ipotesi, poi concretizzatasi, con i tre  saggi su Rinascita, con l'ultimo dei quali , in particolare, aveva avanzato la linea del compromesso storico.

Tutta la vicenda politica ,però, per molti soggetti della politica (dell'opinione pubblica, della stampa, delle strutture parallele) veniva rappresentata con il segno del cedimento e del rischio democratico.

In Parlamento non vi erano resistenze ed opposizioni politiche. Non vi era più il PSI disponibile a responsabilità di governo da quando la segreteria DeMartino aveva portato avanti la linea " degli equilibri più avanzati"

La resistenza e l'opposizione erano fuori dal Parlamento. Nell'incrocio torbido di segmenti degli apparati dello Stato, di organizzazioni parallele la cui giustificazione era stata data come misura di difesa dal comunismo e dall'URSS. Ed il fiorire di organizzazioni di contestazione e poi di vero e proprio terrorismo.

Moro sin dal 1964 aveva dovuto affrontare questo complessivo problema della resistenza - antistituzionale - alla politica. Basterà ricordare il piano Solo, o i molteplici attacchi terroristici allo Stato.

Moro aveva cercato di affrontare il groviglio dei problemi con la razionalità e lucidità che gli erano propri.

In nessun passaggio dei suoi discorsi era mai stata indicata la prospettiva dell'alleanza con il PCI come alleanza definitiva. Era una fase transitoria quella che Egli aveva proposto.

"" siamo chiamati ora e qui ....."

Il cumulo dei problemi non consente semplificazioni: Aveva la consapevolezza che la DC presentava elementi forti di stanchezza, ripiegata nel correntismo e nel clientelismo,

 Aveva una classe dirigente che richiedeva di essere ricambiata, mentre nella società era cresciuta l'esigenza di un ricambio generazionale,

Nel cumulo dei problemi, rinnovamento del partito, rinnovamento dello Stato, ripresa dello sviluppo e lotta alll'inflazione, il ridursi della forza della DC, la mancanza di una maggioranza capace di assicurare la governabilità. L'incalzare del partito comunista forte dei suoi cambiamenti. Da tempo la borghesia italiana lo aveva accarezzato. a parte la militanza della cultura e della parte più rilevante degli organi di informazione.

Egli aveva visto il baratro che si era aperto davanti al paese se non fosse stata avviata una politica di ricomposizione del quadro democratico.

IL sistema di libertà e la democrazia come istituzione della libertà e del potere dei cittadini, era l'orizzonte permanente al quale tendere.

Si era accorto delle debolezze che venivano da tante parti.

 E nelle lettere dal carcere, poi,  le esporra', a volte con forti accenti polemici.

Anche verso il suo partito, la Democrazia Cristiana che "non gli stava dietro."

Quel plumbeo atteggiamento di pura remissione a quel che stabilisce il partito comunista, quando la parola di Pecchioli era quella che decideva, anche perche coincideva con le finalità del campo avverso. E' stato questo il paradosso di questa tragica storia.

L'affermazione decisa di Pecchioli dopo il 16 marzo : per noi è già morto. Non si può trattare.

 

Questo paradosso ha trovato la sua immagine iconica ed ironica nel monumento che è stato realizzato a Maglie, Moro è stato rappresentato con il giornale l'Unità in tasca. Come se avesse cambiato partito.

Moro per il suo realismo disincantato era sensibile all'utopia ma non sfuggiva la realtà.

Gli era stato chiaro che al partito  comunista, che maturasse tutte le condizioni per diventare partito di governo di uno Stato collocato nell'Occidente, Alleanza Atlantica, MEC  e tutte le altre istituzioni,e quindi si avviasse ad una profonda trasformazione e mutazione identitaria si dovesse contrapporre un partito di tipo popolare, le cui linee lungo tutti i discorsi del decennio trascorso aveva delineato: " si, la Democrazia Cristiana deve essere ricostituita, ...che essa rinasca libera dall'arroganza del potere "

( da un articolo de Il Giorno,13 maggio 1977) Non c'è nelle (mie) osservazioni alcun segno di disperazione e di sfiducia. Siamo in tempo per cambiare,  se ci pieghiamo a cogliere gli insegnamenti delle cose ed ad ascoltare la voce della coscienza.....C'è scavare ancora e tanto nella direzione della libertà che non è pienamente affermata.ma è insieme necessario volere appassionatamente la tenuta dello Stato che abbia come base la dignità, la serietà e la responsabilità della persona

.E non si può esigere che lo Stato adempia ai propri compiti, se tutti non fanno il loro dovere:"

 

Ma il 9 maggio 1978 la sua vita è stata stroncata.

Tragicamente. E' così doloroso e sconvolgente apprendere, oggi, che a "via Fani c'erano anche le brigate rosse"

e che il suo assassinio forse (?) non è stato compiuto da un brigatista ma da un ndraghentista. Queste sembrerebbero le acquisizioni della II^ Commissione Moro.

Tutto l'epistolario dal carcere è il suo testamento politico, ma anche umano.

 E' la Sua ultima  lezione politica, ma anche e sopratutto filosofica e morale.

Moro non è stato mai un moralista.

E' stato un lucido osservatore delle pieghe che andavano segnando la fisionomia della società italiana e della stessa politica.

Nelle Sue analisi c'è il patrimonio di pensiero al quale attingere, ancora oggi.

Il fondamento - in ogni tempo della sua vita ed azione politica - è sempre la " persona umana " la sua dignità, la sua libertà, il suo potere.

Il suo legame al concetto di comunità  che,entro cerchi circoncentrici, parte dalla prima decisiva linea, quella della famiglia e procede verso le altre linee di integrazione, autonomie locali, associazioni libere, sindacati, mantenendo sempre la perrsona umana al centro.

E' una visione personalista che fa riferimento non soltanto alle elaborazioni di J Maritain ed Emmanuel Mounier ma che si arricchiscono  della forza della sua riflessione filosofica e giuridica.

Lo Stato, la pena. sono i temi dei suoi fondamentali libri  di dottrina giuridica. Lo Stato democratico, l'uomo libero. In una realtà storico-sociale nella quale partendo  da Toniolo e dalla dottrina sociale della Chiesa che proprio sotto il Pontificato di Giovanni XXIII e di Paolo VI si era articolata in modo adeguato ai nuovi tempi.

Mai nessun economicismo, pur nel riconoscimento del valore della libertà e della responsabilità sul piano dell'iniziativa economica e quindi nel superamento di ogni forma statalistica - che, invdce, era il vezzo dell'indirizzo socialista del tempo.

Una vera e propria concezione antropologica è il suo contributo al futuro

Una concezione  fondata sul primato dell'uomo, in quanto creatura di Dio, partecipe del mistero della vita. "" Omne agens agit sibi simile " E da quella visione trascendentale dell'uomo colta da S.Tommaso, Egli ricavava che l'essere umano - creato per la Divina bontà _  poteva essere buono.

Perchè Egli era un uomo buono. Sempre pronto a cogliere la dove c'era il bene da valorizzare sempre per rendere il male meno determinante.

Risuonano, ancora, nelle orecchie di chi ha potuto ascoltarle le parole della Preghiera di Paolo VI : " Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo simile alla grossa pietra rotolata all'ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il De Profundis , il grido cioè ed il pianto dell'ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffocala nostra voce.

e chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per l'incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il Suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la resurrezione e la vita. Per lui, per lui.  

 

 

Lectio del Prof Antonino Giannone, docente di etica al Politecnico di Torino –V. Presidente di ALEF ( Associazione Liberi e Forti), sul tema:

 

“ L’etica politica-Testimonianza di Aldo Moro per la società della globalizzazione”

 

Premessa

Il rapimento di Aldo Moro avvenne il 16 marzo, in via Fani; furono trucidati i cinque uomini della sua scorta. Il rapimento di Moro giunge al culmine di anni in cui la rinascita economica dell’Italia, dopo la II^ guerra mondiale, arrivava a compimento. Al tempo stesso le Istituzioni e il Paese erano scossi da uno dei più agguerriti terrorismi dell’Europa occidentale.

Moro rimarrà prigioniero dei terroristi per 55 giorni, in via Montalcini 8, nel quartiere romano della Magliana. Dalla cosiddetta «prigione del popolo» Moro scriverà a mano ca. 100 lettere e messaggi e 400 pagine di memoriale, in risposta alle domande dei suoi carcerieri. Cinquantacinque giorni dopo il sequestro, il 9 maggio 1978 le Brigate Rosse assassinavano Aldo Moro. 40 anni dopo, questa drammatica vicenda, continua a gravare sulla coscienza e sulla storia del nostro paese, sia per il peso morale e politico dell’eccidio, sia per le ombre che tuttora sussistono. Non sono bastati 5 processi e il lavoro di alcune commissioni parlamentari a chiarire il vero perché dell’assassinio di Moro, né a far luce su non pochi rilevanti aspetti dell’azione terroristica delle Brigate Rosse. Inquietanti domande relative a quel tragico episodio rimangono senza risposta, in attesa di una Verità, il «caso Moro» non si potrà ritenere chiuso, né si potrà archiviare. È un dovere civile ed etico mantenere viva la memoria di Moro, leader politico e servitore dello Stato. Ad Aldo Moro, l’Italia intera deve tantissimo.

q i Democristiani non pentiti

q i Cattolici senza aggettivi

q i Popolari Liberi e Forti

 

 

SIAMO TUTTI DEBITORI E RICONOSCENTI NEI CONFRONTI DI MORO.

 

ETICA E LEADERSHIP.

L’ESEMPIO DI ALDO MORO PER I POLITICI DELLA SOCIETÀ DELLA GLOBALIZZAZIONE

 

L’Etica è una branca della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico ovvero distinguerli in buoni, giusti o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti cattivi o moralmente inappropriati.

Gli scandali e la corruzione in politica e nella società.

Già ai tempi di Moro, ma anche nel tempo della globalizzazione, non solo di uomini politici, ma in ambienti aziendali, finanziari, istituzionali  e religiosi, hanno prodotto un’attenzione particolare al valore della moralità e dell’integrità di un leader.

Gli scandali e la corruzione in passato e oggi ci suggeriscono di non generalizzare su tutti i politici, ma ci servono per sapere distinguere

leader politici etici e leader politici non etici.

Leader e Politico

Un leader manifesta virtù etiche e sa creare situazioni vincenti nei confronti di 4 dimensioni fondamentali della leadership:

Ø  il leader (competenze;  comunicativa )

Ø  gli altri (i cittadini, i seguaci, i collaboratori,  gli amici, la società civile)

Ø  gli obiettivi (politici; economici; sociali)

Ø  il sistema in generale: sociale, culturale, istituzionale, politico, familiare. 

La Leadership Etica non è solo qualcosa che è giusto fare, ma che si deve fare

perché è giusto essere etici e integri dal punto di vista morale; ma è anche  importante essere etici, perché essere etici è innanzitutto vantaggioso ed utile.

La Leadership Etica e la congruenza di un Leader con comportamenti appropriati hanno effetti benefici sui seguaci (che sono coloro che designano il leader), sia che siano elettori, sia dipendenti, sia credenti.

Ø  AUMENTANO NEI SISTEMI ORGANIZZATIVI, NELLE AZIENDE, LA SODDISFAZIONE E IL BENESSERE LAVORATIVO ^

quando una persona sta bene ed è soddisfatta del proprio lavoro, migliora anche la performance e la produttività aziendale, con inevitabili vantaggi anche per il leader che è il portavoce e il rappresentante principale dei risultati raggiunti.

^Avey, Wernsing, Palanski, 2012.

Ø  AUMENTANO I COMPORTAMENTI PROSOCIALI ^

Le persone percependo di essere in’organizzazione giusta, si aiutano di più vicendevolmente, compiendo più spesso i comportamenti di cittadinanza organizzativa, ovvero tutti quei comportamenti  prosociali e di altruismo non esplicitamente richiesti né pagati nel contratto di lavoro, ma che comunque giovano all’organizzazione. In un’azienda dove c’è altruismo, la performance e la produttività migliorano.

^Mayer, Keunzi, Greenbaum, 2009- Waluwbwa, Chaubroeli.

Ø  DIMINUISCONO I COMPORTAMENTI DI MOBBING E BULLISMO LAVORATIVO

che spesso danneggiano la vita lavorativa sia dal punto di vista psicologico, economico e produttivo.

Il Leader per i subordinati è un esempio di come ci si comporta, se il Leder è etico

^Stouten&Altri 2001

Ø  AUMENTANO LA FIDUCIA NELLE PERSONE ^

il 62,5% della varianza della fiducia è spiegata dalla leadership etica in pratica non c’è fiducia se non c’è etica. La fiducia è fondamentale per la relazione leader-dipendente, leader politico- elettori

^ Craig, Gustafson, 2000.

Altre conseguenze positive sono legate alla leadership etica, ma li tralasciamo perché non servono per questo contesto.

·      Perché allora i leader politici, adottano comportamenti non etici?

·      Perché accade che il leader tende a separare i propri interessi da quelli dei seguaci?

 

FARE IL LEADER NON È UN’ATTIVITÀ SEMPLICE, NÉ FACILE.

La teoria del contenuto degli stereotopi ^

Ogni persona, per motivi evoluzionistici deve stabilire in tempi reali chi sia l’altro, se si tratta di un amico o di un avversario/nemico. L’immagine che ci creiamo degli altri deriva dall’attribuzione di due tratti:

q COMPETENZA

q CALORE

^Secondo (Cuddy, Glick e Fiske)

Dalle combinazioni possibili di presenza e assenza di questi tratti nascono delle emozioni in chi percepisce il leader cioè nei seguaci, nei dipendenti, negli elettori.

  1. Se il leader è percepito come poco competente e poco caloroso.

le reazioni emotive sono uniformemente negative, si prova pietà per il leader

  1. se il leader è percepito come molto caloroso e poco competente.

si hanno reazioni emotive ambivalenti, ma alla fine prevale il disprezzo.

sebbene a livello sociale possa funzionare bene, un leader di questo tipo non riesce a portare a termine i compiti e gli obiettivi di gruppo

3) se il leader è percepito come molto competente e poco caloroso.

Le reazioni emotive sono ambivalenti e prevale come sentimento l’invidia.

Si riconosce la competenza, ma non scatta in modo positivo la relazione con il leader.

4) se il leader è percepito come competente e caloroso. In questo caso scatta

il sentimento di ammirazione

Per individuare alcuni tratti distintivi di Etica e Virtù Etiche di Aldo Moro basterà prendere in esame:

q comportamenti pubblici e privati

q idee che ha saputo perseguire con coerenza

q relazioni interpersonali e familiari

q rappresentanza delle istituzioni

q religiosità in pubblico e in privato

«Qualche cosa da anni è guasto, è arrugginito nel normale meccanismo della vita politica italiana. [...] io credo all’emergenza, io temo l’emergenza. [...] C’è la crisi dell’ordine democratico, la crisi latente con alcune punte acute. Io temo le punte acute, ma temo il dato serpeggiante del rifiuto dell’autorità, della deformazione della libertà, che non sappia accettare né vincoli né solidarietà. Questo Io temo»

(Dall’ultimo discorso di Moro, rivolto ai gruppi parlamentari DC (28 febbraio 1978)

Nonostante la gravità della minaccia, però,

LA FEDE DI MORO NELLA DEMOCRAZIA È INCROLLABILE,

«[…] dobbiamo dire con estrema compostezza il nostro “NO” a questa nuova minaccia [...], riconfermando puramente e semplicemente la nostra natura di democratici. Gli italiani che amano la democrazia, ridicano in questo momento che essi non intendono vederla distrutta dalla violenza, che credono nel suo valore costruttivo, che credono nella sua capacità di creare»

(discorso del 18 novembre 1977).

Per Aldo Moro: la democrazia parlamentare è la più alta sintesi che si sia mai riusciti a realizzare tra libertà e pluralismo, solidarietà e giustizia.

Moro puntualizza:

“….lo stato democratico, a motivo del principio di tolleranza, che è per esso essenziale, è esposto a rischi e ad abusi, che possono metterlo a dura prova”.

Moro, con La Pira e Dossetti

aprirono alle tematiche personalistiche e comunitarie espresse dal pensiero cattolico francese (Maritain e Mounier)

 L’UOMO-PERSONA

al centro dell’attenzione dell’attività politica, sociale, religiosa

Di democrazia si può anche morire quando nei cittadini dovessero venir meno la coscienza morale e la cultura della legalità, se manca il «senso dello stato», l’anarchia, l’egoismo di singoli e di gruppi e la violenza possono prevalere, abusando degli stessi strumenti che la democrazia offre invece perché servano al servizio del bene comune e della libertà.

L’insegnamento di Don Luigi Sturzo è attuale, in sintesi la citazione di oltre 70 anni fa di Don Sturzo:

“Servire la Politica e non servirsi della Politica”

Nel caso della politica sono i  cittadini che il politico dovrebbe rappresentare.

Nel caso di un’azienda sono i dipendenti che il manager dovrebbe sostenere per il loro sviluppo personale congiuntamente allo sviluppo dell’azienda.

Una società con gravi carenze di etica e morale non solo nella politica, ma anche nelle altre attività, è un società decadente.

Viviamo in una società lontana dai principi di umanesimo cristiano che da laici vorremmo attuare nella società. Servirebbero nuovi modelli informativi e più adeguati metodi formativi, in grado di attualizzare concretamente il progetto religioso giudeo-cristiano, con l’obiettivo di rifondare spiritualmente ogni forma dell’agire politico. 

I quattro periodi della vita di Aldo Moro

q il primo periodo  (1959-1963) anni in cui Moro fu Segretario della DC;

q il secondo periodo (1963- 1968)

q il terzo periodo (1968-1974) Moro passa all’opposizione nel partito e diviene il leader naturale della sinistra interna della democrazia cristiana

q il quarto e ultimo periodo (1974-1978).

Urgeva ormai immaginare nuovi percorsi politici, attraverso un nuovo «patto costituzionale» richiesto pure dalla emergenza del terrorismo di cui Moro diventa una vittima con il rapimento, la prigionia e l’assassinio

Secondo Moro:

Si impone un nuovo impegno morale e civile, tale da coinvolgere tutti i cittadini indiscriminatamente nell’opera difficile di costruire la Repubblica come una vera «casa comune», dove regnino finalmente la giustizia e la pace sociale, fondate su una solidarietà fraterna realmente vissuta.

Cosa è successo dopo l’assassinio di Moro?

I processi di secolarizzazione e di globalizzazione in atto dagli anni ’90 hanno generato nel nostro tempo una  «ischemia verticale» non solo dei valori cristiani, ma anche del senso religioso ed etico della vita.

Mi unisco a quanti pensano che sia necessario realizzare una sorta di nuova costituente», non giuridica, ma etico-culturale. Soprattutto ora, nel 2018: noi italiani, come popolo, come Paese, dovremmo rafforzare in Europa la nostra identità giudaico cristiana piuttosto che diluirla, come invece accade per l’imperante relativismo e per la crescente invasione islamica, che fu preannunciata nel 1978 all’ONU da Boumedienne Presidente dell’Algeria.

Senza una sostanziale unità morale, nella salvaguardia del ricco pluralismo culturale caratteristico del nostro paese — che Moro sognava di realizzare —, non basteranno da soli i programmi politici ed economici, né le riforme più coraggiose, a farci superare positivamente la lunga transizione in atto.

L’eredità di Aldo Moro: raccogliere oggi l’eredità politica di Aldo Moro significa: continuare con tenacia l’opera di ricomposizione del tessuto culturale e morale dell’Italia, lacerata da cinquant’anni di rigide contrapposizioni ideologiche.

Occorre tessere un nuovo «patto sociale» fra i cittadini di buona volontà, a partire da quei comuni valori di convivenza civile che sono garantiti dalla nostra costituzione.

LA COSTITUZIONE

È la carta etica dei diritti e dei doveri che può essere l’amalgama del popolo italiano che così si è espresso con il voto del no al referendum promosso da Renzi&PD. Purtroppo è mancato il coraggio di un nuovo grande rassemblement politico che avesse come piattaforma di attuare la costituzione italiana e di ridare vitalità alla sovranità popolare. Aprirsi alla testimonianza e affermazione dei valori cristiani in un contesto

pluralistico e secolarizzato.

Quali Virtù etiche per un Politico? Quali Virtù etiche di Aldo Moro?.

ONESTÀ –TRASPARENZA –LEALTÀ –TEMPERANZA – RISPETTO

CARING –PAZIENZA- UMILTÀ- CORAGGIO- VERITÀ- BELLEZZA -BONTÀ

Moro diceva: «Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi»

Se rinunciamo a una vita contrassegnata da Verità- Bellezza –Bontà ci rassegniamo a un mondo in cui nulla ha valore, in cui tutto va bene. Se non vogliamo cedere a un’esistenza senza gioia, senza nome o senza finalità, è di vitale importanza riesaminare sotto una luce molto chiara le nostre concezioni di queste virtù etiche.

Interrogativi per l’Etica politica nella società della globalizzazione.  

Ø  Di quanta moralità  ha bisogno la Politica?

Ø  E’ proprio vero che le mani dei politici debbano sempre restare pulite?

Ø  Un leader politico deve rendere conto ai cittadini della sua vita privata?

Ø  Quanta segretezza consente la “Ragion di Stato”?

Ø  Quanto serve il segreto di Stato a tutelare diritti e vite umane, e quanto invece sottrae elementi importanti al controllo democratico dei cittadini?

Partire dal primato della società e dei suoi valori e principi etici, sanciti nella Costituzione della Repubblica.

Sarà possibile restituire un’anima etica e culturale ai partiti e alla politica?.

È questa la sfida centrale con la quale ci dobbiamo misurare oggi e per il futuro.

Il sangue di Moro non sarà stato sparso invano, se avrà trasmesso l’incrollabile fede nella democrazia intatta a noi e alle nuove generazioni.

Per le esigenze e la responsabilità dei nostri giorni nella società della globalizzazione ho scelto di fare concludere ad Aldo Moro:

«Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità.

Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato di vivere con tutte le sue difficoltà»

Grazie per l’attenzione

 

Antonino Giannone

 

^ Prof. a.c. Politecnico di Torino, Etica professionale e Relazioni Industriali – Strategie aziendali.

Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria della Produzione industriale e dell’Innovazione tecnologica. 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

Due fatti importanti

 

Ieri, martedì 8 maggio, si sono svolti a Roma due avvenimenti importanti per l’impegno politico dei cattolici italiani.

 

Presso gli uffici dell’UDC, promosso da Gianfranco Rotondi, Alberto Alessi e Ettore Bonalberti, si è tenuto un incontro tra Gianni Fontana, Presidente della DC, Lorenzo Cesa, Segretario dell’UDC e gli stessi promotori, insieme a Renato Grassi, Mons Tommaso Stenico, Paolo Pedrana, Angela Maenza e  Giampietro Catone, per concordare modalità e tempi operativi per giungere alla ricomposizione delle diverse anime democratico cristiane.

 

Dopo anni di suicide battaglie giuridiche si è giunti a condividere il proposito che sia tempo di superare le divisioni e riportare a unità nome e  simbolo della Democrazia Cristiana, “ partito mai giuridicamente sciolto”, preparando una grande assemblea organizzativa e programmatica  nazionale, a seguito di alcuni incontri interregionali unitari con tutti gli amici presenti sul territorio, l’apertura di un tesseramento unitario nazionale e la celebrazione del XIX Congresso nazionale di tutti i DC italiani.

 

Un progetto ambizioso che si traguarderà sulla scadenza delle prossime elezioni europee della primavera 2019, non perdendo di vista l’evoluzione del confuso quadro politico attuale.

 

Contemporaneamente presso la sede dell’ANCI, si riunivano con  Giuseppe De Mita e Giorgio Merlo, gli amici di area PD, impegnati a realizzare la “ Rete bianca”, ossia il tentativo di ricomporre l’area di ispirazione cattolica e popolare del nostro Paese.

 

Due avvenimenti rilevanti, a dimostrazione della condizione di crisi complessiva della politica italiana ridotta a un tripolarismo caratterizzato, da un lato, dallo scontro tra i due populismi della Lega e del M5S, e, dall’altro, dalla crisi di identità dell’ircocervo PD, con la pressoché totale assenza della cultura politica cattolico popolare in sede parlamentare.

 

L’anomia (assenza di regole, differenza tra mezzi e fini, venire meno di ogni intermediazione) che è la cifra della situazione sociale, economica, politica e istituzionale del Paese, si riflette sulle stesse forze partitiche e, in maniera rilevante su quelle più direttamente collegate alla cultura dei cattolici popolari.

 

Riflettendo sulla lucida relazione introduttiva di Giuseppe De Mita e rileggendo una ritrovata intervista dell’On Giuseppe Alessi, primo presidente dell’assemblea siciliana e socio fondatore della DC, mi è sembrato che nelle due riunioni romane di ieri si potessero scorgere i fermenti di una ritrovata capacità di iniziativa politico culturale dei cattolici popolari italiani, al di là e al di fuori degli schieramenti e delle alleanze forzate che, negli anni della diaspora nella seconda repubblica e sino al voto del 4 marzo scorso, hanno segnato la divisione di ciò che era rimasto della Democrazia Cristiana d’antan.

 

Certo non basteranno queste pur lodevoli iniziative romane se non saranno accompagnate da una forte mobilitazione dal basso attraverso l’avvio di comitati civico popolari in sede territoriale, strumenti di partecipazione e di naturale selezione di una rinnovata classe dirigente, insieme a una ritrovata consapevolezza della necessità di unità da parte delle diverse realtà che caratterizzano la frastagliata e sin qui divisa realtà del cattolicesimo sociale e culturale.

 

Come Luigi Sturzo con i Popolari, nel XIX secolo si impegnò a tradurre nella “città dell’uomo” in piena fase di espansione della prima industrializzazione, gli orientamenti pastorali della “ Rerum Novarum” di Leone XIII, e De Gasperi con la DC, le idee ricostruttive e il codice di Camaldoli, quelli espressi dalla “ Quadragesimo Anno” di Papa Pio XI, così spetta a noi che viviamo questa fase storica difficilissima della globalizzazione  a dominanza dei poteri finanziari, tradurre sul piano politico e istituzionale la dottrina sociale cristiana degli ultimi tre Papi: Giovanni Paolo II ( “ Laborem exercens” e “ Centesimus Annus”) Benedetto XVI ( “ Caritas in veritate”) e Papa Francesco ( “ Evangelii gaudium” e “ Laudato Si”) .

 

Un impegno straordinario al quale sono chiamati, con il popolo di Dio, tutta la gerarchia sin qui, in larga parte insensibile e/o recalcitrante, e gli stessi sacerdoti impegnati nelle loro attività parrocchiali con le numerose associazioni dell’area cattolica sin qui ridotte all’irrilevanza politica.

 

Noi, per il tempo che il Signore vorrà concederci, non ci tireremo indietro, sempre fedeli all’insegnamento sturziano e degasperiano ( “ servire e non servirsi della politica”), interessati esclusivamente a concorrere alla ricomposizione dell’area e dell’impegno politico dei cattolici italiani.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 9 Maggio 2018

 

 

 

 


L’Ohio de noantri

 

Doveva essere “l’Ohio de noantri “, con l’annunciata vittoria del M5S aspirante alla guida della regione molisana e il sorpasso della Lega su Forza Italia. Invece quella che un tempo fu la culla del voto bianco, che per decenni gareggiò con il Veneto per la percentuale più alta di consenso allo scudo crociato, ha espresso dei risultati sorprendenti.

 

Il M5S triplica la sua rappresentanza consigliare, ma perde oltre il 6% rispetto alle politiche del 4 Marzo ( dal 44,8 %  al 38,5%); la Lega aumenta, ma non sorpassa Forza Italia e quest’ultima cala, ma non crolla. Il centro  destra prevale nettamente e conquista la quinta guida regionale dopo Liguria, Lombardia, Veneto e Sicilia, e al suo interno spicca il risultato in crescita di Fratelli d’Italia, ma, soprattutto, lo straordinario risultato dei partiti e movimenti di ispirazione cattolica e democratico cristiana.

 

Donato Toma è il nuovo presidente della Regione Molise. Concluso lo spoglio delle schede delle 394 sezioni: Toma, seconda quanto riporta ufficiosamente la Regione chiude al 43,46%, Greco (M5S) è al 38,50%, Veneziale (centrosinistra) si ferma al 17,1%, Di Giacomo (Casapound) con lo 0,42%

 

Come scrive l’amico Antonino Calogero il Centro-destra nettamente in testa e al suo interno troviamo: Forza Italia primo partito al 9,4%, Lega all'8,2%, Orgoglio Molise all'8,3%, Popolari per l'Italia al 7,1%, Udc al 5,1%, FdI è al 4,4%, Lista Iorio per il Molise 3,59%, Popolo della Famiglia 0,41%.

 

Morale della favola. Ribaltato il trionfo 5stelle di un mese fa alle politiche.  Salvini ridimensionato notevolmente rispetto alle sue voglie di primato.

 

Un sacco di voti presi dalle liste che fanno riferimento al popolarismo che, tutti insieme sfiorano il 16%.

 

Spiccano i voti dei “ Popolari per l’Italia”  che si rifanno alle posizioni di Mario Mauro e quelli dell’UDC e, se Toninelli e la Grillo del M5S, si consolano così: “Non ha vinto il centrodestra ma il centrodestra coalizzato con una miriade di liste come Orgoglio Molise, Popolari per l'Italia, Unione di Centro, Iorio per il Molise, Movimento nazionale per la sovranità, Il Popolo della Famiglia”, resta il fatto che nel Molise il centro non è terreno di caccia esclusivo della Lega, ma è largamente contendibile da liste e movimenti di ispirazione DC.

 

E’ quello su cui ragioniamo da qualche tempo, convinti come siamo che, nella condizione attuale dell’Italia e dell’Europa serve una forte ripresa dei movimenti di matrice cattolica e  popolare, ispirati ai valori dell’umanesimo cristiano e della dottrina sociale della Chiesa, promotori di politiche economiche alternative a quelle del turbo capitalismo finanziario e  ispirate ai principi dell’economia civile.

 

Assai triste il destino del PD ( 9 %), un partito che la gestione renziana ha ridotto a un ectoplasma senza più identità, storia e cultura, e che necessita di una profonda e seria rifondazione per il bene del nostro sistema politico, dopo la sbornia populista del 4 Marzo.

 

Dalla terra del compianto e carissimo amico, sen Lello Lombardi,  esponente di rilievo della sinistra sociale DC ( Forze Nuove), nel ricordo del quale la sua famiglia ha avviato un’encomiabile fondazione nel suo nome (www.fondazionelellolombardi.it; una fondazione che svolge attività di formazione e informazione politico culturale di livello, è giunto, invece, un segnale positivo per la ricomposizione dell’area cattolica e popolare nella politica italiana.

 

Ora attendiamo i risultati regionali del Friuli Venezia Giulia, dove il leghista Massimiliano Fedriga, di profonde radici e cultura cattolica, riceverà il voto convinto delle diverse componenti del centro-destra, con la speranza di riprendere la guida della Regione dopo l’infausta esperienza della presidenza Serracchiani.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 23 aprile 2018