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Editoriale


Luglio caldo per l’area popolare

 

E’ intensa l’attività dell’area popolare ed ex Democratico cristiana in questo mese di Luglio. Terminato positivamente a Nusco l’incontro dei “Popolari” invitati da Ciriaco e Giuseppe De Mita, si è svolto il 3 Luglio scorso,  presso l’Istituto Sturzo a Roma, il convegno degli amici di “ Politica Insieme”.

 

La kermesse estiva continuerà con i tre appuntamenti programmati Venerdì 11 Luglio sempre a Roma: la direzione nazionale della DC, il convegno degli amici di “ Civiltà dell’amore” e il seminario degli amici del “ Libero coordinamento intermedio Polis pro Persona” sul tema:” Diritto” o “condanna” a morire per vite “inutili”? All’indomani, Venerdì 12 Luglio, annunciata l’avvio della fondazione DC di Gianfranco Rotondi e Rocco Buttiglione.

 

Sono queste le iniziative sin qui annunciate, espressione di un vasto movimento che dalla scomposizione punta alla ricomposizione dell’area  cattolico-popolare, così come avevo scritto nell’editoriale “ scomporre per ricomporre” ( www.alefpopolaritaliani.it), l’11 Giugno scorso.

 

Se a Nusco, con Ciriaco De Mita è apparsa netta la volontà di partire dal basso, dalle comunità locali e dal ruolo che gli amministratori di area popolare possono e debbono svolgere, col proposito di “pensare globalmente e agire localmente”, secondo la migliore tradizione sturziana e degasperiana, nell’incontro di Mercoledì 3 Luglio all’Istituto Sturzo, dopo la relazione introduttiva del prof Stefano Zamagni e le considerazioni conclusive  di Leonardo Becchetti, sono stati analizzate le ragioni di un ripensamento profondo di carattere “antropologico” delle categorie interpretative della nuova politica che i cattolici intendono costruire.

 

Un incontro, quello di “ Politica Insieme”, che si è concluso con la volontà di  costruire un “manifesto”, un “appello”  come quello redatto da Sturzo cento anni fa, rivolto non solo ai credenti “, ma a tutti gli uomini di buona volontà che, nei valori del cristianesimo, ravvisano le ragioni di un arricchimento straordinario di tutto ciò che è più autenticamente umano.”. Una conclusione in linea con il tipo di partecipazione ampia e plurale di varie realtà associative e di movimenti di area cattolica e popolare, interessati a compiere finalmente un cammino “Insieme” : la magica parola che, personalmente con alcuni amici, adottammo molti anni or sono per la nostra associazione e con la quale ci confrontiamo puntualmente nel nostro sito www.insiemeweb.net .

 

L’11 Luglio sarà una giornata campale di confronto e riflessione politica. Innanzi tutto la riunione della direzione della DC; di coloro, cioè, che, dalla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”),  tentano con molte difficoltà di concorrere alla ricomposizione politico organizzativa dell’area popolare, nella quale intendono partecipare da democratici cristiani, avendo consapevolezza che tale ricomposizione potrà avvenire sulla base della condivisione della volontà di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione.

 

La DC è consapevole, infatti, che la politica è lo strumento con cui i cattolici italiani possono e debbono tradurre nelle istituzioni l’equilibrio storicamente possibile tra interessi e valori dei certi medi e delle classi popolari, sulla base di un programma politico che sappia affrontare le tre questioni fondamentali nell’età della globalizzazione:

a)                 la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita;

b)                la  questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umpianeta Terra;

c)                  la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, cl tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui                                           dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese.

 

Come si può notare non si tratta di proporre nostalgici e non riproponibili ritorni al passato, ma di guardare in avanti, oltre lo stadio meta o pre-politico che caratterizza molte delle trame della fitta rete che si sta intessendo per la ricomposizione dell’area.

 

La DC vuol fare i conti con il “qui e ora”, tenendo conto delle regole elettorali esistenti e dei tempi e delle scadenze urgenti che la politica italiana impone in questa delicatissima fase di prevalenza di una pericolosa deriva nazionalista e populista, contro cui la DC intende assumere una posizione di netta alternativa.

 

Senza velleità di assumere chissà quale funzione maieutica o di mosca cocchiera, specie dopo le fallimentari esperienze elettorali vissute dai timidi tentativi di esposizione degli amici “ Popolari per l’Italia” e del “ Popolo della Famiglia” nelle recenti elezioni europee,  ma con la consapevolezza di voler partecipare senza presunzioni, con una consolidata esperienza organizzativa e politica nelle vicende politiche italiane. Temi e programma che saranno affrontati nell’annunciato XX Congresso nazionale del partito che si terrà entro la fine dell’anno, a conclusione di una campagna per il tesseramento già avviata e in corso di svolgimento.

 

Tutto incentrato sulla questione antropologica, il seminario degli amici di “Polis Pro Persona”, segnalatoci dall’amico Domenico Menorello, sul tema dell’eutanasia. Gli amici di “Civiltà dell’amore”, Antonino Giannone e Giuseppe Rotunno, infine, invitando tutti gli  esponenti dei partiti e dei movimenti deìl’area cattolica e popolare italiana, intendono anch’essi concludere il loro convegno con un manifesto-appello per l’unità politica dei cattolici. Anche dall’incontro del 12 Luglio annunciato da Rotondi e Buttiglione ci auguriamo giungano fatti e propositi positivi unitari, capaci di superare tutte le divisioni e le opportunistiche utilità usucapite, non sempre legittimamente, sulle spoglie della storica Democrazia Cristiana.

 

E’ tempo di dimenticare il passato doloroso della diaspora e di porci tutti in atteggiamento di ascolto e di sereno confronto, con noi più anziani, ormai impegnati nel tragitto dell’ultimo miglio della vita, generosamente disponibili a offrire preziosi consigli alle nuove generazioni, almeno a quelle che intendono salvaguardare e attuare, con i principi della carta costituzionale, le indicazioni della dottrina sociale cristiana, unica vera e autentica alternativa alle degenerazioni del dominio dei poteri finanziari nell’età della globalizzazione.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it )

Direzione nazionale DC

Venezia, 5 Luglio 2019

 

 

E’ iniziata la lunga kermesse di Luglio dell’area popolare con l’incontro organizzato a Nusco da Giuseppe De Mita e dal presidente Ciriaco, rieletto da alcune settimane a Sindaco della cittadina campana. All’incontro ha partecipato l’amico Giorgio Merlo che, a conclusione dei lavori, ha redatto l’allegata nota. Seguiremo anche i programmati prossimi incontri, augurando alle diverse associazioni e movimenti che si sono attivati ogni miglior successo. Tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione dell’area cattolico popolare e dei democratici cristiani non può che essere positivamente valutato. E’ tempo di por fine alla diaspora che ha caratterizzato gli anni che ci separano dall’infausto 26 Luglio 1993, data nella quale la vicenda della  DC fu politicamente conclusa, anche se non giuridicamente. Da allora, da “ DC non pentiti”, abbiamo condotto la nostra generosa battaglia sin qui senza esito positivo. Ora, nel tempo del prevalere di una pericolosa  deriva nazionalista e populista, crediamo sia indispensabile il contributo che può e deve essere offerto dalla cultura e dall’impegno politico organizzativo dei cattolici democratici e cristiano sociali. Da Nusco riparte dal basso un’iniziativa cui auguriamo positivi sviluppi.

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Venezia, 3 Luglio 2019

 

Ecco la nota dell’amico Giorgio Merlo

De Mita e Nusco, si riparte dal basso e dalle comunità locali.

La visita a casa De Mita, la relazione poderosa del presidente De Mita, la partecipazione ad un convegno fortemente partecipato da amministratori locali e sindaci a Nusco, il viaggio da Roma con l'amico Lucio D'Ubaldo. Si potrebbero sintetizzare così i passaggi che sono culminati con l'incontro promosso da Giuseppe De Mita e dalla associazione Popolari per l'Italia e che ha registrato una folta presenza di persone che hanno scoperto, e forse anche riscoperto, l'impegno pubblico ed istituzionale attraverso le autonome locali. Cioè i municipi. E il contributo di Ciriaco De Mita, al riguardo, e' stato significativo e di qualità - come sempre, del resto - per ridare autorevolezza e prestigio al filone popolare in un contesto politico confuso e disordinato. Certo, De Mita richiama. E richiama ancora l'attenzione non solo del "suo" pubblico ma di un'area molto più estesa perché con la sua rielezione a Sindaco di Nusco ha ridato speranza e voce a quell'autonomismo che affonda le sue radici nel pensiero sturziano e nel popolarismo di ispirazione Cristiana. Al di là dell'anagrafe, del destino inglorioso dei vari rottamatori nostrani e dell'esperienza accumulata nel passato, un fatto e' indubbio. Con Ciriaco De Mita in campo si può far ridecollare un filone di pensiero e un modello di partecipazione politica che sino a poco tempo parevano definitivamente eclissati. E il convegno di Nusco lo ha confermato. Senza bandiere, senza vessilli, senza gigantografie, senza capitani e senza capi ma con la forza delle idee, del radicamento territoriale e della presenza istituzionale dal basso, può rinascere una nuova stagione politica. E la forza della testimonianza personale, come emergeva dal colloquio nel suo studio di Nusco gremito di libri, documenti, appunti, relazioni varie sui tavoli di lavoro, sono la conferma che forse siamo alla vigilia di una fase politica che può archiviare definitivamente quel finto nuovismo - accompagnato da un clamoroso vuoto di idee e di progetti - che ormai da troppo tempo segna il lento declino della democrazia italiana.

E quindi, proprio da un convegno come quello di Nusco può partire una rinnovata speranza per la politica italiana e per lo stesso futuro del pensiero popolare e cattolico popolare. E cioè, una presenza organizzata di amministratori locali che può essere funzionale e propedeutico per una rinnovata presenza pubblica dei cattolici popolari italiani. Al di là di qualsiasi degenerazione identitaria, delle piccole conventicole e degli stessi equilibrismi romani.

Si parte dal basso, si parte dalle comunità locali e, soprattutto, dalla testimonianza concreta di uomini che hanno contribuito, con molti altri, a rendere forte e robusta la nostra democrazia. Per questo ringrazio il neo sindaco di Nusco e, nello specifico, un testimone eccellente della lunga, nobile e travagliata stagione del popolarismo di ispirazione cristiana.

Giorgio Merlo

Torino, 3 Luglio 2019

 

Ospitiamo un'interessante riflessione dell'amico Giorgio Merlo sul dialogo aperto per la costruzione di un nuovo centro democratico e popolare.


Il Pd e' sempre quello... Ora un centro credibile.

C'è poco da fare. Il Pd non cambia. Non è una gran novità, del resto. Quando una formazione politica e' costellata da una miriade infinita di correnti organizzate, o di bande, e' francamente difficile perseguire un disegno politico di unità, di compattezza e, soprattutto, con un progetto politico chiaro ed immediatamente percepibile. Perché, purtroppo, e' su questo versante che si è consumata la "scissione" più grave, cioè quella con il suo "popolo". Come le ripetute elezioni nazionali e locali dal 2018 in poi hanno platealmente confermato. E l'ultima Direzione Nazionale del partito non è stata che la conferma, l'ennesima peraltro, di questo andazzo. Un film già scritto e troppo noto per essere descritto nei dettagli. La trama prevede che ci sono botte da orbi nei giorni che precedono la Direzione tra le molteplici correnti e i rispettivi capi e supporter. Poi c'è la puntuale "tregua" nel dibattito in Direzione con il consueto richiamo ai contenuti, al programma, al richiamo dell'unità che sale dalla base e, novità di questi tempi, la lotta per difendere la democrazia contro il pericolo - ovviamente del tutto immaginario e virtuale - della dittatura illiberale, del ritorno al fascismo e della perdita delle libertà civili. Dopodiché, a poche ora dalla fine della Direzione si ritorna puntualmente a ciò che si diceva sino alla vigilia. E cioè, minacce di scissione, insulti interni, delegittimazione della minoranza e accuse violenti a chi guida pro tempore il partito. Appunto. Un film già visto mille volte con la stessa trama e lo stesso epilogo.

Ora, di fronte ad un quadro del genere, l'unica domanda a cui non si riesce a dare una risposta politica credibile e soprattutto percorribile, e' se "questo" Pd ha la forza politica, culturale, programmatica e morale per ricostruire una vera, e non virtuale, alternativa politica al centro destra questo paese. Se "questo" Pd ha la forza per diventare realmente il perno di una alleanza che non sia una banale e grottesca coalizione dove  a tavolino viene deciso chi copre il fianco sinistro, chi il fianco destro e chi il fianco centrista/cattolico come pensano di fare Zingaretti e Calenda e altri.

Non avendo la certezza, com'è ovvio, che questi elementi basilari siano ancora nelle corde del Pd, e' giunto realmente il momento per avviare il processo "costituente" di una forza di centro plurale, di governo, riformista, innovatore e culturalmente all'avanguardia. Una formazione politica che crede sino in fondo nella "cultura delle alleanze" al di là e al di fuori di qualsiasi e strampalata "vocazione maggioritaria" o di una grottesca pianificazione della coalizione dall'alto. Una formazione che deve coltivare l'obiettivo da un lato di far ritornare la politica protagonista rifuggendo da qualsiasi demagogia e propaganda a buon mercato e, dall'altro, che abbia la capacità di essere culturalmente inclusivo e aperto a tutti coloro che in questi ultimi tempi o si sono rifugiati nell'astensionismo o hanno continuato a votare stancamente i partiti esistenti. Mondi vitali e pezzi di società reale che in questi ultimi anni non hanno più avuto alcuna rappresentanza politica organizzata e che adesso, invece, richiedono ad alta voce una presenza politica vera e competitiva. Perché non sono solo gli autorevoli appelli di molti opinionisti sui principali organi di informazione a richiamare la necessità di dar vita ad un soggetto politico democratico, riformista e di centro. Ma ormai, com'e' evidente a tutti, questa richiesta parte da settori sociali e culturali consistenti e pezzi di società civile per una rinnovata presenza politica ed organizzativa.

Questa è, oggi, una delle priorità del campo riformista e democratico. Al di là dei politicismi e della politica politicante.

Giorgio Merlo

Torino, 19 Giugno 2019

 

Crisi di sistema

 

Dopo il potere legislativo e quello esecutivo, con quanto sta accadendo al CSM, siamo alla crisi di sistema di cui, da tempo, va enunciando Massimo Cacciari.

 

Il Legislativo vive la condizione malferma di un parlamento espressione di una metà dell’elettorato e risultato di una legge elettorale incapace di garantire una maggioranza stabile di governo.

 

L’esecutivo, come quello sorto dopo il voto del 4 Marzo 2018, figlio  della situazione di cui sopra, sostanzialmente è l’espressione di un “contratto necessitato”, che ha comportato l’avvio di un’alleanza di tipo trasformistico tra due partiti portatori di interessi e di valori diversi e per molti aspetti alternativi. Un’alleanza  resa ancor più precaria dal mutamento nei rapporti di forza e di consenso tra i due soggetti, Lega e M5S, contraenti del contratto di governo, ottenuti reciprocamente tra il voto di Marzo 2018 e quello delle recenti elezioni europee.

 

Lo sfascio che sta vivendo il CSM, infine, è il segnale drammatico di una crisi della giustizia con la quale appare in tutta la sua evidenza, la crisi di sistema dell’Italia. Si aggiunga (risultato delle politiche maldestre del governo giallo verde ) il più forte isolamento internazionale dell’Italia nell’Europa, della cui Unione il nostro Paese è socio fondatore con una politica estera ondivaga tra le rituali ubbidienze alle tradizionali alleanze  occidentali e le pericolose aperture verso la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping.

 

Anche sul fronte degli enti locali, dopo l’infausto riforma del Titolo V° della Costituzione, si vive con forti  e diverse preoccupazioni l’irrisolta questione della  maggiore autonomia delle regioni del Nord; la crisi strutturale dei bilanci di molti comuni italiani ;  la confusa situazione della chiusura-non chiusura delle province con tutti i problemi di attribuzione delle competenze tra le stesse province, i  comuni capoluogo  e le città metropolitane nate, sin qui, solo sulla carta .

 

Se osserviamo anche la condizione della società civile utilizzando la nostra teoria euristica dei quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato, ciò che emerge è il prevalere di una condizione di anomia morale, culturale, sociale, economica e finanziaria, caratterizzata dal prevalere di una scarsissima solidarietà di tipo meccanico funzionale, dal venir meno delle comunità, da una diffusa condizione di frustrazione premessa di possibili fenomeni di rivolta sociale, sin qui sotto traccia.

 

Quali sono oggi gli interessi e i valori prevalenti? Interessi “particulari” innanzi tutto e bene comune ridotto a un oggetto misterioso per lo più dimenticato. Sul piano dei valori sono più diffusi quelli di natura egoistica, di esclusione e di chiusura alla comprensione e all’ascolto. Di qui la riduzione della politica a slogans di immediata e facile comprensione, con la comunicazione prevalente e diffusa dei social media e la politica ridotta a tweet e a scambi spesso irripetibili su facebook e instagram.

 

Col venir meno dei riferimenti politico culturali tradizionali, quelli che sono stati alla base della nascita della Repubblica e del patto costituzionale, nell’attuale deserto delle culture politiche, lo strumento essenziale per offrire la soluzione storico politica all’ esigenza dell’equilibrio tra interessi e valori, ossia al ruolo proprio  della politica, risulta inesistente e/o incapace di dare risposte, se non attraverso sporadici e occasionali mezzucci, più in linea con le tecniche di propaganda che con soluzioni e proposte di ampio respiro e di lungo periodo.

 

In questa condizione di crisi di sistema, la maggioranza giallo verde al governo, ahimè, con la crisi della sinistra e l’assenza di un centro democratico, popolare e liberale credibile, sembra non avere alternative; salvo l’alternativa di un’alleanze di estrema destra, come quella indicata da Giorgia Meloni tra Lega e Fratelli d’Italia. Una maggioranza quest’ultima che darebbe, dopo settant’anni di vita della Repubblica, la guida del Paese alla destra estrema

 

Noi “ DC non pentiti”, “ultimi dei mohicani” del grande partito di De Gasperi e Aldo Moro, le abbiamo tentate tutte dal 2012 in qua, e adesso dobbiamo ragionevolmente gettare la spugna, sconfortati dallo spettacolo indecoroso avviato da alcuni “sabotatori seriali”  con il sostegno di alcuni legulei interni, ai quali spetterà la responsabilità del definitivo affossamento di ogni possibilità di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione secondo cui :“ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”. Difficile ricomporre ciò che si è frantumato sino alla spaccatura dell’atomo negli invisibili quark delle listarelle presentatesi alle ultime elezioni europee. Difficilissimo sarà uscire da quel travaglio politico del cattolicesimo politico italiano avviatosi con la fine della DC nel 1993.

 

Per tale ricostruzione servirebbe un profondo mutamento spirituale e culturale, prima ancora che politico e organizzativo, senza il quale temo sarebbe impossibile affrontare le tre questioni essenziali del caso italiano e  dell’evidente crisi di sistema:

a)      la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita:

b)     la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del pianeta               Terra;

c)       la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese.

 

Quanto al primo tema si tratta di testimoniare e tradurre sul piano istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana: dall’”Humanae Vitae” di San Papa Paolo VI a quelle di Papa Francesco. Quanto al tema ambientale, si tratta di impegnarci a tradurre sul piano politico istituzionale quanto indicato da Papa Francesco nella sua straordinaria enciclica “ Laudato Si”. Infine, per quanto riguarda il terzo punto, dopo ciò ho reiteratamente descritto sul ruolo dei poteri finanziari internazionali, in accordo con quanto indicato dall’amico Alessandro Govoni, con cui da molto tempo discutiamo di tali temi, mi permetto condividere queste concrete azioni di governo da lui espresse :

 

1) il  governo emetta un decreto con cui obbliga Banca Intesa, Unicredit, Carisbo, Carige, BPM,  UBI Banca e  MPS a cedere le proprie quote entro due mesi al Tesoro al prezzo di mercato, in questo modo Banca d'Italia ritorna ad essere pubblica essendo esse le sue azioniste con maggioranza di voto 

 

2) il  governo emetta un decreto con cui obbliga Telecom a cedere le proprie quote entro due mesi al Tesoro al prezzo di mercato al fine di nazionalizzare i cavi  intranet /internet da cui passano i flussi elettronici tra banche, in quanto per ragione di sicurezza statale non possono rimanere in mano privata.

 

3) il  governo emetta un decreto con cui obbliga Autostrade Spa a cedere le proprie quote entro due mesi al Tesoro al prezzo di mercato in quanto lungo le direttive autostradali passano i cavi  intranet /internet da cui passano i flussi elettronici tra banche. 

 

4)il  governo emetta un decreto con cui obbliga Assicurazioni Generali, Ina, Alleanza e Toro a investire il denaro raccolto solo in titoli di Stato e non piu nell'azionario  

 

5)il  governo emetta un decreto con cui obbliga le banche suddette a raccogliere davvero il denaro tra il pubblico e non più a creare i conti di deposito con un clic , per un importo pari al 200% dei prestiti, tramite veri certificati di deposito, premi assicurativi e obbligazioni emesse, che significa separazione bancaria  .

 

6)il  governo emetta un decreto con cui proibisce le vendite allo scoperto  

 

7)il  governo emetta un decreto con cui proibisce agli enti locali e al Tesoro di contrarre derivati sul tasso e sulla valuta 

 

8)il  governo emetta un decreto con cui conferisce l'obbligo alle Procure di smontare i derivati esistenti facendone statuire la truffa contrattuale su semplice notizia della GDF o del cittadino di esistenza di un derivato in seno all'ente locale o al Tesoro dello Stato 

 

9)il  governo emetta un decreto con cui paga di piu al quintale gli agricoltori che coltivano SORGO DOLCE ETIOPE e CANAPA

 

10) il  governo emetta un decreto con cui crea almeno un milione di metri quadri di impianti di macerazione del SORGO DOLCE ETIOPE e della CANAPA  

 

11) il  governo emetta un decreto con cui ricava dalla macerazione del  SORGO DOLCE ETIOPE  BIO- BENZINA

 

12)il  governo emetta un decreto con cui ricava dalla macerazione della CANAPA farmaci rigeneranti  delle cellule danneggiate dal benzene

 

13)il  governo emetta un decreto con cui impedisce a  compagnie aeree private e ad aerei privati di irrorare nei cieli agenti chimici,  per non far piovere da settembre a marzo. 

 

14)il  governo emetta un decreto con cui impedisce la circolazione delle auto,  salvo siano alimentate da BIO BENZINA e da BIO DIESEL

 

 

15)il  governo emetta un decreto con cui dichiara lo stato di allerta nazionale per evitare attività di destabilizzazione dell'ordine interno ad opera dei banchieri della Germania dell'Est Rotshshild e J.P. Morgan, da parte dei loro fondi speculatori (Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Francklyn Templeton, Black Rock, Black Stone/Mc Graw Hill, Morgan Guaranty Trust Company, Bnp Paribas Trust ) e da parte delle loro banche d'affari (Morgan Stanley, Merryl Linch, Dexia Crediop, UBS, Credit Suisse, Goldman Sachs, Deutsche Bank...)   che oggi controllano le banche suddette, la Telecom, le Autostrade Spa, che seguono le vendite allo scoperto, che hanno piazzato al Tesoro e agli enti locali i derivati sul tasso e sulla valuta,  e  da parte delle loro industrie ( Unilever, Procter&Gamble, Bayer/Basf/Montsanto,..),  

 

I provvedimenti suddetti sono necessari  affinchè lo Stato italiano e non questi banchieri della germania dell'est,  ricominci ad incassare. E  sarebbero in linea con la migliore tradizione della DC in materia di politica bancaria e finanziaria difesa sino all’infausto decreto Barucci-Amato del 1992 che determinò il superamento della legge bancaria del 1936 dalla DC sempre difesa.  Il sottosegretario al ministero del Tesoro e finanze, On Villarosa, che ben conosce questi temi, potrebbe/dovrebbe farsi carico urgentemente di queste indicazioni trascinando il M5S dalla fase delle proteste a quello delle proposte di riforma reali per il bene del Paese.

 

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Venezia, 18 Giugno 2019

 

 

 

 

 

Scomporre per ricomporre

 

“Scomporre per ricomporre” fu una celebre frase di Aldo Moro, utilizzata in una fase difficile della vita interna della DC, che ben si presta a connotare il momento complesso che stiamo vivendo.

 

Dopo l’ultima verifica elettorale delle elezioni europee  con la conferma dell’irrilevanza elettorale delle “listarelle” di area cattolica presentatesi velleitariamente divise ( la lista dei “ Popolari per l’Italia” di Mauro e Tarolli e la lista de “ Il Popolo della famiglia” di Mario Adinolfi), si stanno adesso organizzando incontri e convegni a cadenza giornaliera, altra dimostrazione di un processo di scomposizione senza soluzione di continuità.

 

In ciascuna di queste iniziative è affermata la volontà di ricomporre, così com’è stato ben indicato nell’incontro promosso ieri a Roma, dagli amici Giuseppe Rotunno e Antonino Giannone ( “Civiltà dell’amore”) con la proposta di un  rinnovato “Appello ai nuovi Liberi e Forti” “ del nostro secolo . E, ritengo,  ci sia la stessa volontà nelle annunciate riunioni degli organi dirigenti convocati dagli amici di “Costruire insieme” e dei “Popolari per l’Italia”.

 

Meno comprensibile, invece, il permanere di una dissennata campagna all’interno di ciò che resta della DC storica guidata dall’amico Renato Grassi, per l’azione condotta da alcuni amici “sabotatori seriali”, i quali, dal 2012 in poi hanno cercato di ostacolare in tutti i modi i tentativi che, con Silvio Lega prima e con Gianni Fontana e Renato Grassi poi, abbiamo svolto per dare pratica esecuzione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta.” Sabotatori ben assecondati da alcuni amici  che sembrano assaliti dalla smania delle pandette e dei codici, convinti che il tema della ricomposizione dell’area democratico cristiana, prima ancora di quella cattolico popolare, sia materia da risolvere nelle aule dei tribunali e non, invece, come essa è di natura esclusivamente politica e culturale.

 

Velleitaria per non dire anacronistica, infine, l’iniziativa assunta dagli amici Gianfranco Rotondi e Rocco Buttiglione, i quali, essendo stati dichiarati privi di qualsiasi titolo a riguardo dell’eredità giuridico - politica della DC, dalla sentenza della Cassazione, fatta proprio a seguito di un loro ricorso avverso ad analoga sentenza della corte d’appello di Roma, tentano di riproporsi come legittimi eredi di quel partito, sino a dichiarare di voler rinunciare a nome e simbolo, non di loro spettanza,  per dar vita a una fondazione ispirata ai valori del popolarismo. A questa iniziativa ha risposto in maniera efficace Renato Grassi, segretario nazionale della DC, eletto dal XIX Congresso nazionale del partito del 14 Ottobre 2018, con una nota pubblicata nel sito ufficiale della DC: www.democraziacristiana.cloud

 

Mi segnalano, infine, un altro tentativo di Gianni Fontana, autosospesosi dalla presidenza della DC, di dare avvio anch’egli a  una fondazione per la formazione di una nuova classe dirigente, quale sviluppo di quell’associazione da lui a suo tempo costituita, dapprima e in parallelo alla stessa vicenda interna della DC.

 

Emerge, dunque, un quadro assai diverso e dispersivo della situazione anche solo osservandola nell’area del tutto angusta di ispirazione democratico cristiana.

 

Allargando la visuale a quella più ampia cattolico popolare, le cose non sono molto diverse e, tanto meno, migliori, dato che anch’essa sta ancora sperimentando il lungo travaglio politico culturale che si trascina dal 1993, anno della scomparsa politica della DC.

 

In questa situazione è comprensibile che il Presidente della CEI, card Gualtiero Bassetti, in un’intervista a Repubblica, abbia dichiarato: “ Se oggi i cattolici votano Lega significa che è profonda la crisi  di altre  proposte”.

 

Dovrebbe essere questo il punto di partenza di ogni nostra riflessione: se non ricostruiamo l’unità politico culturale dell’area cattolica e popolare, la deriva nazionalista e populista che raccoglie la maggioranza dell’elettorato attivo italiano ( poco più del 50%) è destinata a prevalere per molto tempo ancora, al di là delle insufficienze e incompetenze di un governo giallo verde che sta portando l’Italia al più completo isolamento europeo e allo sfascio economico e finanziario.

 

Ecco perché crediamo sia necessario da parte di tutti sotterrare le asce di guerra e ritrovarci attorno a un tavolo ripartendo da ciò che ci unisce e abbandonando ciò che ci divide. Senza quest’azione di ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, il destino del nostro Paese sarà a forte rischio. Serve la disponibilità di ciascuno a rinunciare alle proprie  ambizioni e puntare a un’azione di coordinamento paritetico effettivo, per tentare di dar vita a un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani; ossia a un nuovo centro ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, che si ponga due obiettivi strategici essenziali: l’impegno a tradurre nella città dell’uomo le indicazioni della dottrina sociale cristiana e a difendere e attuare integralmente la Costituzione Italiana.

 

Eventuali velleità di qualcuno di assumere prioritariamente una funzione di guida vanno assolutamente evitate, per sostenere un processo di sviluppo partecipato e democratico attraverso cui favorire l’emergere di una nuova classe dirigente di cattolici e popolari, credibile e pronta a impegnarsi nelle sedi locali e ai diversi livelli istituzionali regionali e nazionali.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 11 Giugno 2019

 

 

 

 


 

Dopo l’intervento di Ettore Bonalberti  ( ultimo editoriale:“ Festa della Repubblica?) si è aperto il dibattito sulla costruzione del nuovo centro della politica italiana. E’ intervenuto il sen Lucio D’Ubaldo sulla rivista “ Il Domani d’Italia” con la nota: “ Il centro da ricostruire. Risposta a Bonalberti” e, adesso, abbiamo il piacere di pubblicare l’intervento dell’On Giorgio Merlo : “ Centro, modello Margherita?”

 

Centro, modello Margherita?

 

Dunque, dopo il voto europeo emerge, tra gli altri, un dato politico sufficientemente chiaro. Ovvero, il ritorno del "centro" non solo è indispensabile ma addirittura necessario in un sistema ormai fortemente proporzionale. E questo non perché i detrattori storici del centro, del partito di centro e del progetto politico e culturale del centro come Panebianco e molti altri, lo rivendicano e lo richiedono ormai a giorni alterni sui grandi organi di informazione. Ma per la semplice ragione che il ritorno del proporzionale, della destra - finalmente - e di una pallida sinistra, anche se ancora elitaria, borghese e profondamente legata all'establishment, impone la presenza di un "centro" democratico, riformista, plurale e di governo. Non per rivendicare un posizionamento geografico o autoreferenziale ma per battere quella radicalizzazione della lotta politica, o degli "opposti estremismi", che ha come unico obiettivo quello di indebolire il nostro tessuto democratico e di creare le condizioni per una contrapposizione politica fine a se stessa.

 

Insomma, un "centro" che riequilibra il quadro politico italiano e che, al contempo, offra una risposta politica ad un pezzo crescente di società che non si sente più rappresentato dagli attuali partiti. Anche se, come la Lega di Salvini, raccoglie ormai un consenso di massa paragonabile alla vecchia Democrazia Cristiana.

 

Un "centro" che, come ovvio, deve essere culturalmente plurale capace di raccogliere attorno al suo progetto politico sensibilità e filoni ideali diversi ma tutti accomunati attorno ad un progetto che non radicalizza lo scontro politico. Un "centro" che non sia goffamente l'emanazione del partito di maggioranza della coalizione. E' curiosa e singolare la tesi, al riguardo, di Calenda che vuol dar vita ad un partito chiedendo l'autorizzazione e il permesso alm suo "capo" partito, Zingaretti. Una concezione alto borghese, elitaria e aristocratica della politica - del resto coerente con la sua provenienza di ex braccio destro di Montezemolo - che non può neanche essere presa in considerazione come progetto politico credibile e praticabile. Come non può essere credibile un "centrino" che coltiva il solo obiettivo di accompagnare, senza disturbare, il cammino del principale partito della coalizione. No, serve un centro, cioè un partito di centro, che sappia porsi come vero interlocutore della intera politica italiana senza rassegnazione e senza timori reverenziali.

 

Ma per avere un partito di centro credibile che non ripeta le degenerazioni e le cadute di credibilità degli altri partiti, deve avere certamente un leader, o più leader, ma non un "capo". O meglio, non deve avere solo un "padrone". E se non si vuole cadere in questa tentazione, l'unico antidoto reale e credibile resta quello di dar vita ad un partito con un modello "federativo". Dove si garantisce alle varie sensibilità culturali di avere piena cittadinanza nel partito da un lato e di riconoscersi in una leadership dall'altro che non si trasformi progressivamente in una concezione dispotica e cesarista.

 

Certo, tutti sappiamo che la personalizzazione della politica contemporanea e' la cifra per eccellenza che regola e disciplina la vita concreta dei vari partiti. Ma sappiamo altrettanto che un centro che vuole anche recuperare un metodo profondamente democratico non può appaltare il suo futuro esclusivamente alle fortune del suo capo o del suo padrone momentaneo.

 

Ecco perché il modello politico ed organizzativo della Margherita, al riguardo, resta un esempio da recuperare e da riattualizzare nell'attuale contesto politico italiano. E questo non per replicare quell'esperienza politica ma per la semplice ragione che proprio quel modello conserva una bruciante modernità democratica e partecipativa non lontanamente paragonabile alle degenerazioni che attraversano i partiti contemporanei.

 

Un partito, dunque con un chiaro profilo di centro da un lato e con un modello organizzativo, dall'altro, che rimarchi una netta discontinuità rispetto ai cartelli elettorali che ormai dominano incontrastati. Solo così potremmo parlare di una nuova esperienza politica, culturale, programmatica e anche organizzativa. Ora, però, tocca muoversi. E in fretta. Come giustamente invoca ed auspica Angelo Panebianco dalle colonne del Corriere della a Sera. E con lui molti altri opinionisti, commentatori e politologi. Nonché, e soprattutto, moltissimi cittadini italiani ormai senza partito e senza una credibile rappresentanza politica ed organizzativa e che continuano a rifugiarsi nell'astensione.

 

Torino, 6 Giugno 2019

Giorgio Merlo.


Sulla vera natura di un movimento partito come il Movimento Cinque Stelle pubblichiamo questo interessante articolo dell'On Mauro Mellini. E' palese la violazione dell'art.49 della Costituzione repubblicana.


 

MACCHE’ “MOVIMENTO”, E’ CASALEGGIO E ASSOCIATI S.R.L.

 

            Non lo abbiamo scoperto noi. E’ cosa riconosciuta e comprovata. Se ne è scritto in giornali ed in libri. Quello dei “Cinque Stelle” non è un partito, o qualcosa che gli somigli, una associazione di cittadini mossi da sentimenti e convincimenti politici comuni che si siano messi assieme per esercitare il diritto sancito dell’art. 49 della Costituzione.

            Il cosiddetto Movimento 5 Stelle è un pezzo della proprietà della “Casaleggio e Associati” S.r.l., uno strumento di produzione di quel lucro che è il fine di tale società.

            Si è contestato, non senza fondamento, a Berlusconi di essersi considerato sempre il “proprietario” di Forza Italia. Berlusconi era (e per quel che ne resta, è) l’unico che pone e dispone di Forza Italia, partito senza organismi collegiali e con dirigenti che non siano nominati da lui, dal padrone. Che è quello che “ci ha messo e ci mette i soldi” (e “la faccia”).

            Nel cosiddetto Movimento 5 Stelle, Casaleggio, prima il padre, poi il figlio, i soldi ce li ricavano e, a quel che si dice, molti.

            Il rapporto tra consiglieri, deputati, senatori cinquestelluti e movimentisti è, in realtà rapporto con la società Casaleggio e Associati S.r.l. Sono dipendenti con una sorta di “rapporto di lavoro”, con uno “Statuto” che è una sorta di contratto collettivo con carattere privatistico.

            Gli eletti “rendono” alla S.r.l. Casaleggio versando una quota delle loro indennità. Sono munti come vacche da latte.

            Non a caso Di Maio viene chiamato “capo politico” dal Movimento. Il che sta a significare che a gestirlo ci sono altri capi che si occupano della baracca redditizia.

            Ma, mentre il carattere “patrimoniale” di Forza Italia è stato sbattuto in faccia a Berlusconi ed a tutti gli aderenti e considerato di per sé motivo di diffidenza e di presa di distanza di quel partito, dal suo leader e dalla sua politica, con la “Casaleggio S.r.l.” hanno trattato non solo oggi la Lega e Salvini, ma in passato anche Renzi ed altri.

            E, mentre contro il finanziamento dei partiti si è fatta una legge chiaramente diretta a renderlo difficile ed a farne quasi un delitto, nessuna regola è stata imposta, se non la stessa rappresentata dalla Costituzione, per impedire o, almeno, ostacolare, limitare, lo sfruttamento di quelli che vengono presentati al Paese come “partiti” quale fonte di redditi ed oggetto patrimoniale redditizio di società e imprese più o meno chiare. E’ questa la più grave e disgustosa manifestazione di ipocrisia che abbia dato il nostro mondo politico.

            Gli espedienti per “mungere” gli eletti 5 Stelle (e, di conseguenza la buona fede degli elettori) sono vari e spesso illegittimi alla luce delle stesse disposizioni costituzionali. Basti pensare alle “penali” a carico dei Parlamentari che lasciano il Movimento ed i suoi Gruppi: norma che sfacciatamente viola il “divieto del vincolo di mandato” per gli Eletti in Parlamento.

            Si dirà che il versamento di una quota dell’indennità non l’hanno inventata né Casaleggio né Di Maio. Ma, a parte l’entità, una cosa è il concorso alle spese del proprio gruppo parlamentare ed il versamento al Gruppo, ad altri Parlamentari con i quali si lavora, altra il versamento al “proprietario” del partito, ad una società a scopo di lucro di cui il partito è  solo l’ombra.

            Vi sono dei corollari di questa sciagurata invadenza di una società di lucro nello sfruttamento della vita politica istituzionale dello Stato che, solo ad ipotizzarli, fanno rabbrividire.

            Anche se gli affari della Casaleggio e C. vanno a gonfie vele, non può escludersi l’ipotesi di un eventuale fallimento.

            In tal caso la Curatela fallimentare ed il Tribunale metterebbero piede (e le mani) nel funzionamento di un gruppo parlamentare e disporrebbero dei Parlamentari.  Mezzo Parlamento sarebbe sottoposto a qualcosa che ha a che vedere con la procedura concorsuale.

            Nessuno ha sollevato tale questione di estrema delicatezza. Certamente ogni specifico rimedio normativo rischierebbe di apparire ancora più gravemente lesivo dei principi di libertà e di autonomia del Parlamento di quanto già non lo sia questa assurda baracca di sfruttamento della politica e della vita delle istituzioni cosiddette democratiche. Un personaggio che ben conosce il marchingegno della Casaleggio S.r.l., interrogato da un giornalista sulle prospettive di sopravvivenza dell’attuale Governo, ha risposto che questo durerà finchè Salvini non farà il nome di Casaleggio.

            C’è proprio bisogno che lo faccia Salvini?

           

                                                                                                Mauro Mellini

           

03.06.2019





Festa della Repubblica?

 

Oggi è il 2 Giugno, data nella quale celebriamo la scelta repubblicana compiuta dal popolo italiano nel 1946 . E’ la festa di tutti gli italiani, ma, in realtà, oggi abbiamo assai poco da festeggiare.

 

La condizione di anomia  morale, culturale, sociale, politica e istituzionale, si accompagna a una crisi economica e finanziaria che si rivelerà in tutta la sua drammaticità nel prossimo assetto di bilancio dello Stato 2020.

 

E’ in crisi il parlamento, espressione di una realtà sostanzialmente rovesciata dal voto europeo; è in crisi l’esecutivo, sia per i permanenti litigi nell’interpretazione del contratto stipulato dopo il voto del 4 marzo 2018, che in relazione al capovolgimento dei rapporti di forza tra Lega e Movimento Cinque stelle; è in crisi la Magistratura, squassata dalle inchieste sul PM Palomara e su altri componenti dell’organo supremo di governo dell’ordine giudiziario.

 

E’ in crisi l’Italia nelle sue relazioni internazionali che, dopo il voto di domenica scorsa, la relegano in un ruolo di assoluto isolamento nel contesto europeo, al di là delle malcelate ambizioni di Salvini di rappresentare un punto di riferimento per il variegato gruppo sovranista sostanzialmente ininfluente nei giochi effettivi del potere dell’Unione.

 

Mai l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, terza potenza industriale europea, si era ridotta a questo stato di miserrimo isolamento, aggravato dalle tragicomiche vicende della lettera di risposta del Ministero dell’Economia e Finanze alla nota della commissione europea sugli scostamenti di bilancio 2018.

 

La condizione di anomia più volte denunciata, si caratterizza dalla stabilizzazione della renitenza al voto di quasi il 50% dell’elettorato italiano, dalle difficoltà permanenti dei ceti medi produttivi e dalla condizione, in molti casi, disperata delle classi popolari, specie nelle regioni meridionali, dalle quali un flusso straordinario di giovani in fuga verso il Nord e verso l’estero, insieme ai dati gravissimi della demografia, sta depauperando le residue risorse di quella parte così importante della nostra amata Italia.

 

Si aggiunga lo scempio di un governo che, per sostenere le sue dissennate politiche economiche e sociali, sta usando gli oltre 16 milioni di pensionati italiani come bancomat da cui prelevare a scadenze prefissate quote parti dei loro sacrosanti diritti

 

Anche il Nord è in sofferenza e vive la contraddizione di una guida dei governi locali con formule di centro destra alternative a quella giallo verde sin qui dominante a livello centrale, incapaci di trovare una soluzione compatibile a quella necessità di maggiore autonomia accertata negli ultimi referendum lombardo veneti.

 

Quel che è più grave è la situazione politica di un Paese nel quale non sembra esserci un’alternativa reale e credibile a una maggioranza ormai allo sfascio.  Il disagio sociale che si era espresso nel voto a favore della Lega e del M5S, quest’ultimo specialmente nel Sud d’Italia, col voto europeo ha semplicemente mutato il senso di direzione, assegnando a Salvini un ruolo di dominus verso il quale la giovane Meloni da tempo ha offerto la disponibilità per un cambio di maggioranza nel segno di una destra sempre più estrema, senza nemmeno più la copertura berlusconiana di Forza Italia. Un’area elettorale, quest’ultima, alla quale guardiamo con grande interesse per l’alternativa alla deriva di destra estrema nella politica italiana.

 

Il PD è in ripresa, ma da solo, al 22%, al di là di un possibile recupero di ciò che è rimasto alla sua sinistra, nulla potrà se non nascerà un centro di ispirazione democratica e popolare aperto alla collaborazione con una sinistra  socialdemocratica di stampo europeo, con la quale impegnarsi nell’unica strategia politica oggi indispensabile all’Italia: la difesa e l’attuazione  integrale della Costituzione repubblicana.

 

E’ il tema che, con ben più autorevoli amici ex DC e di area liberal democratica, ci stiamo proponendo, interessati a costruire un vasto “rassemblement populaire”, un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI) laica, democratica, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativa alla deriva nazionalista e populista che sta portando l’Italia allo sfascio.

 

Ci impegneremo, confortati della presenza oggi nel Paese, dell’unica straordinaria risorsa politico istituzionale rappresentata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, attorno al quale ci stringiamo, fedeli, ora come allora, alla nostra Costituzione repubblicana.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 2 Giugno

 

 



Primo scippo ai pensionati italiani

 

 

Alla  vigilia della festa della Repubblica controllando il mio conto corrente mi sono trovato il primo “regalo” del governo giallo verde: una prima decurtazione del trattamento pensionistico, un vero e proprio scippo del diritto acquisito dopo anni di lavoro e di contributi versati sulla base di un patto con lo Stato che, da Stato di diritto, Salvini e Di Maio hanno trasformato in uno Stato di rovescio.

Partecipo spiritualmente alla manifestazione nazionale dei pensionati, colpevolmente oscurata dai media, che si tiene oggi a Roma, denunciando un’irresponsabile classe dirigente che tratta i pensionati italiani come un bancomat da cui prelevare le risorse per le loro dissennate politiche economiche e sociali.

Prima fermiamo questa deriva reazionaria e ci battiamo per costruire l’alternativa democratica e popolare fedele alla Costituzione è meglio sarà per l’Italia.


Ettore Bonalberti

1 Giugno 2019


Ospitiamo con interesse questa nota dell’amico Giorgio Merlo sulle prospettive dopo il voto europeo. Troviamo una forte sintonia con quanto il nostro presidente Ettore Bonalberti ha scritto ieri sul tema.

 

 

Alleanze, adesso si deve partire.

 

 

Lo dicevamo prima e, a maggior ragione, lo diciamo oggi dopo il voto europeo. E sempre partendo dall'assunto che in Italia "la politica è sinonimo di politica delle alleanze". E se questo resta la costante della politica italiana, e' persino ovvio arrivare alla conclusione che se si vuole ricostruire una coalizione e una alleanza credibile e competitiva non è sufficiente riproporre la vocazione maggioritaria o l'autosufficienza di un partito.

 

Fuor di metafora, se l'obiettivo resta quello di ricostruire una alternativa al centro destra - che oggi, checche' ne dica il segretario del Pd Zingaretti, purtroppo non esiste ancora - che non sia solo un banale e semplice prolungamento di un partito, e' sempre più indispensabile la presenza di un partito di centro, riformista, plurale e di governo. Una richiesta che emerge in modo persino troppo chiaro dal voto europeo e anche dalla consultazione per il rinnovo della guida della Regione Piemonte che ha registrato, per l'ennesima volta, la sconfitta della sinistra a vantaggio di un centro destra a trazione leghista. Malgrado la presenza di un candidato come Sergio Chiamparino che, come tutti sapevano tranne la "propaganda giornalistica amica", non è riuscito a far la differenza attraverso il fantomatico "voto disgiunto".

 

Ora, e' del tutto evidente che la sinistra non è più politicamente ed elettoralmente autosufficiente. Ed è altrettanto chiaro che un centro sinistra e' credibile, ed esiste, nella misura in cui riesce a comporre una alleanza variegata e articolata. Nonché rappresentativa e realmente espressiva di pezzi di società. Insomma, non è più credibile una alleanza che viene gestita e pianificata a tavolino e dall'alto. Al netto della buona volontà e della consapevolezza di uscire dall'isolamento e dall'angolo, non è più praticabile la strada di dar vita ad una coalizione decidendo a tavolino chi copre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della coalizione.

 

 Questa concezione di una parte del Pd non è, ovviamente, più percorribile. Quello che adesso serve, e forse è anche utile per la democrazia italiana, e' quello di ricostruire una alleanza di centro sinistra dove la forza di un centro dinamico e riformista, moderno e plurale, deve essere il più possibile visibile e protagonista. Un luogo politico che certamente esprima anche un leader – considerando che la politica in Italia continua ad essere fortemente leaderistica e personalizzata - ma che, soprattutto, sia in grado di declinare una posizione politica capace di essere contendibile con l'agglomerato leghista e conservatore. Un "blocco sociale" che, comunque sia, va rispettato e non ridicolmente disprezzato e ridicolizzato come continua a fare, con una arroganza moralistica e culturale senza limiti, la sinistra salottiera e al caviale dell'arcipelago progressista italiano.

 

Un centro dinamico, appunto, che sia in grado però di non ricoprire una semplice casella mancante della alleanza, ma che ritorni ad essere decisivo nella sua capacità di rappresentare interessi sociali, mondi vitali e culture politiche reali.

 

Ed è proprio sotto questo profilo che l'area cattolico democratica e popolare può e deve giocare un ruolo politico, culturale, programmatico ed organizzativo decisivo. Non per ritrarsi in una dimensione identitaria ma, appunto, per contribuire con altri a ridefinire un progetto politico che può essere alleato con una sinistra democratica e di governo ma che, al contempo, non può essere subalterno o gregario rispetto ad un'azionista di maggioranza.

 

Un progetto politico che deve essere messo subito in campo e che sia in grado di saper unire la politica con l'organizzazione, la rappresentanza di interessi sociali con una dimensione valoriale e culturale.  Chi continua a commentare e dispensare giudizi dall'esterno può tranquillamente prendersi un periodo di riposo. Adesso è il momento dell'azione e della progettualità politica.

 

 

Giorgio Merlo

 

Torino, 27 Maggio 2019


E adesso che succede?

 

Dopo poco più di un anno dalle elezioni del 4 Marzo 2018, il governo giallo verde, frutto della ingovernabilità emersa da quel voto, a seguito di un esecutivo dimostratosi di lotta e di governo, senza una reale opposizione parlamentare, ha colto i frutti del suo operato, con il rovesciamento totale delle posizioni tra Lega e Movimento 5 Stelle. L’anomia sociale e la rabbia dei ceti medi e delle classi popolari che avevano sconvolto gli equilibri politici tradizionali nel 2018, permanendo un’alta astensione dal voto, con poco più del 51% degli elettori votanti, solo in piccola parte è tornata a posizionarsi sul PD, mentre ha sostanzialmente cambiato di direzione all’interno della coalizione giallo verde.

 

Analoghi spostamenti sono intervenuti nel centro destra, dove la Lega, oltre a raccogliere una consistente messe di voti ex grillini, ha risucchiato altri consensi da Forza Italia, da cui ha tratto beneficio anche Fratelli d’Italia della Meloni, che, ora più di prima, grida alla formazione di un nuovo governo di estrema destra Lega-FdI.  Salvini e Di Maio continuano a dichiararsi disponibili a continuare il loro ondivago ménage, ma tutto non potrà più essere come prima.

 

Assistiamo a uno spostamento del consenso elettorale a destra, almeno rispetto ai voti validi espressi, con il PD, unico punto di possibile, seppur assai ardua alternativa in campo, almeno secondo i risultati  della legge elettorale proporzionale con lo sbarramento al 4% . Uno sbarramento che ha impedito l’elezione di candidati delle altre liste, come quelle di  più  Europa, dell’estrema sinistra, dei Verdi e delle  due liste di area cattolico popolare, ridotte, come previsto, a cifre da prefisso telefonico: 0,43 per il Movimento della Vita di Adinolfi; 0,30 ai Popolari  per l’Italia di Mario Mauro e Ivo Taroll, con cifre ridicole delle preferenze ai  leaders e agli accoliti delle due liste.

 

La geografia politica del Paese è profondamente cambiata, con tutto il Nord governato dal centro destra a trazione leghista  e le grandi città saldamente in mano al PD. La Lega ha definitivamente svoltato dal partito della secessione nordista di Bossi, alla nuova Lega nazional-nazionalista, che sta mietendo consensi anche in alcune roccaforti del “voto rosso” emiliano, umbro e toscano e nello stesso meridione, dove la rabbia dei diseredati sembra cambiare rifugio dal M5S al partito di Salvini.

 

Sul piano interno Salvini ora può dettare l’agenda, ma i rapporti di forza parlamentari restano nelle mani del M5S. Quanto potrà durare questa anomala situazione tra consenso reale nel Paese e rappresentanza parlamentare totalmente rovesciata a vantaggio dei grillini?

 

I ceti medi che hanno votato Salvini ora si aspettano il via alle promesse della flat Tax  e della TAV, temi assai indigesti al M5S, e, d’altra parte, il governo Conte dovrà dare risposte concrete e urgenti all’annunciata lettera della commissione UE sulla situazione deficitaria di bilancio dell’Italia.

 

Salvini annuncia baldanzoso che a BXL si batterà per il cambiamento delle regole a partire dal fiscal compact (obbligo di rispetto del 3% nel rapporto Debito/PIL),ma, mal per lui, i sovranisti in Europa non hanno sfondato e sembra debbano prepararsi a una lunga stagione di opposizione/emarginazione dai  rapporti di forza reali del parlamento europeo.

 

Da parte nostra attendiamo tutti i partiti italiani e i parlamentari italiani eletti a Strasburgo in merito all’impegno senza il quale, ogni tentativo di riformare l’Unione europea, sarebbe vano:

1) tornare al controllo pubblico delle banche centrali nazionali e quindi della BCE. Senza sovranità monetaria non si avrà la sovranità popolare

2) adottare in Europa la Legge Glass-Steagall e in Italia il ritorno alla Legge Bancaria del 1936, con la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Nessuna modifica dei Trattati e dei regolamenti comunitari, a partire dal fiscal compact, sarà possibile se non si affronteranno i due nodi strategici indicati.

 

Credo che entro pochi mesi il quadro politico italiano, dopo il risultato del voto di domenica scorsa, sia destinato a un forte mutamento, mentre la riflessione odierna vorrei incentrarle sulla drammatica scomparsa della nostra cultura cattolico popolare che, la  permanente diaspora vissuta anche in questa campagna elettorale, ha reso evidente nei risultati catastrofici delle due liste di Adinolfi e di  Mario Mauro e Tarolli.

 

Mario Mauro voleva tornare a svolgere un ruolo importante, dopo l’emarginazione subita da Forza Italia, mentre Ivo Tarolli, dopo le negative esperienze con Passera e con Parisi, ambiva al ruolo di leader del cattolicesimo politico degli italiani, finendo entrambi miseramente come avevamo facilmente pronosticato.

 

Dobbiamo renderci conto tutti che divisi non si va da nessuna parte. Ci auguriamo  che ne prendano realisticamente atto anche Mauro e Tarolli che, cedendo alle pretese di presunti “cattolici radicali”, avevano accettato di discriminarci rifiutando un esplicito riferimento nella lista dei Popolari per l’Italia alla Democrazia Cristiana, partito mai giuridicamente sciolto.

 

Ora bisogna ripartire, avendo consapevolezza di costruire un nuovo centro democratico popolare, un’unione dei movimenti popolari e liberal democratici italiani, aperta alla collaborazione con i partiti alternativi alla deriva nazionalista e di destra rafforzata dal voto europeo in Italia.

 

Qualcuno in casa nostra DC, sembra compiere qualche smorfia a questa proposta, ma, se non vogliamo ridurre la nostra partecipazione a mera testimonianza, con i rischi confermati dal voto europeo, nessuna alternativa al governo eventuale della destra estrema, come ipotizzato dalla Meloni, potrà nascere se non si ricostruisce un centro politico ampio e plurale nel quale ciò che resta dei democristiani (confidando anche sul 49% dei renitenti a diverso titolo al voto) potranno apportare la loro migliore cultura politica, quella dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Nostro dovere e impegno politico fondamentale: tentare di tradurre nelle istituzioni la dottrina sociale cristiana e insieme a chi, condividendo i valori dell’umanesimo cristiano, intende insieme a noi difendere e attuare integralmente la Costituzione.

 

L’amico Massimo Sernesi, all’interno di un interessante dibattito aperto da Luigi Intorcia sul web, ha indicato alcune azioni indispensabili da compiere che, anche da me condivise, sono così riassunte:

 

1.  Guardare alle soluzioni, non alle ideologie

2.  Non urlare, ma ottenere ragione con la dialettica

3.  Presentare candidati di provata capacità e rispettabilità

4.  Imbastire un dialogo continuo coi cittadini, non paracadutare diktat dall'alto

5.   Avere una vera democrazia interna, non plebisciti come quelli dei 5 stelle

6.   Saper giungere a decisioni e punti programmatici precisi

7.   Agire a tutti i livelli (culturale, economico, ecc.) e non solo sulla propaganda politica

8.   Costruire una classe dirigente e una cabina di regia capaci di guidare le scelte importanti

9.   Costruire un radicamento sul territorio utile a sostenere    qualunque campagna

10.                  Usare le tecnologie, social e non solo, per supportare i punti   precedenti

 

Ora però: basta con le liti interne tra ciò che rimane della DC, sarebbe continuare  una rappresentazione tragicomica e senza senso; apriamoci a un confronto sereno e costruttivo con tutti gli amici  ex DC per concorrere  tutti insieme alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio e plurale, come da tempo, vado proponendo, sul modello dell’Unione dei Movimenti Popolari che nacque in Francia, dopo la fine della DC francese ( MRP). Continuare a combattere su simbolo, nome e annessi e connessi vari, sarebbe da stupidi e suicidi. E’ tempo di un serio ripensamento all’interno di tutta la vasta e frammentata area cattolica, anche da parte della gerarchia, divisa persino sulla voce suprema del Papa.  Della cultura politica e della partecipazione  politica attiva dei cattolici e dei Popolari, il Paese e l’Europa hanno assoluta necessità, specie in questa fase cruciale dei rapporti internazionali nell’età  della globalizzazione.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Direzione nazionale DC

 

Venezia, 28 Maggio 2019

 

 

 


La scelta di Pomicino deve farci riflettere

 

La decisione di Paolo Cirino Pomicino a sostegno del PD di Zingaretti ha suscitato molte perplessità, anche  tra noi  DC. Considero Paolo una delle menti più lucide e coerenti, con il quale abbiamo tentato, dal 1993, di concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare dell’Italia. Pomicino dopo tutti i tentativi svolti, ha preso atto del fallimento compiuto, come anch’io ho scritto nelle mie  ultime note editoriali, sino a quella sull’inverno del popolarismo italiano.

 

Alla maledizione di Moro si è aggiunta, con effetti ancor più devastanti, la stupidità di noi uomini, molti dei quali spinti o dalla personale ambizione, o impegnati più a sostenere suicide battaglie interne  che a ricercare le ragioni dell’ unità.

 

Pomicino condivide la nostra stessa analisi della realtà politica italiana caratterizzata dal prevalere sin qui della deriva populista e nazionalista, rappresentata dal governo giallo verde, che sta portando il Paese allo sfascio. Che serva un’alternativa democratica e popolare di tutte le forze che credono e si impegnano per la difesa e integrale attuazione della Costituzione è sotto gli occhi di tutti e, in special modo,  sotto quelli di tutti noi “DC non pentiti”.

 

Credo, tuttavia, che il problema non sia quello di entrare nel PD per dar  vita all’ennesima corrente di ex democristiani, dato che per ricostruire un centro sinistra comporta, innanzi tutto, l’esigenza di ricostruire un centro che, con lo sfascio in atto di Forza Italia, rischia di scomparire il prossimo 26 Maggio. Dobbiamo invece concorrere da “ DC non pentiti” alla costruzione di un nuovo centro democratico e popolare, ampio, plurale che possa mettere insieme ciò che rimane delle vecchie culture DC, liberali e riformiste, e che potrebbe connotarsi, come accadde in Francia dopo la fine del MRP ( la DC francese), in un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI), ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano aperta alla collaborazione con altre componenti interessate alla difesa e attuazione integrale della Costituzione. E’ quanto ha scritto saggiamente l’amico Giorgio Merlo nel suo “Vademecum per il 27 Maggio”.

 

Altra questione è chi votare alle prossime elezioni europee. Qui nostro dovere di democratici cristiani è quello di  seguire l’indicazione della direzione nazionale del 10 Maggio scorso che ha così stabilito: “In merito alle scelte per le elezioni europee, la D.C., che non è presente con una propria lista per motivi tecnico-procedurali in via di definizione, riconferma di non identificarsi con alcuna delle formazioni politiche in corsa nell'attuale competizione ,ma invita iscritti e simpatizzanti a indirizzare il proprio voto su candidati ricompresi nelle liste che si richiamano al popolarismo europeo e che siano ricollegabili, per storia e impegno personale, ai valori politici e culturali della Democrazia Cristiana.”

 

Personalmente, come ho scritto in diverse occasioni, non voterò per la lista che ci ha deliberatamente tradito, quella di Mauro e Tarolli, con la “sexy prof” e un  faccendiere, ahimè inclusi sconsideratamente accanto ad altre persone per bene, proprio perché sarebbe un “voto inutile” ben al di sotto della soglia minima per un’elezione, mentre sceglierò il candidato della mia circoscrizione elettorale più affine al progetto che dopo il 26 Maggio tutti noi come DC, erede legittima di quella storica, dovremmo avviare e, credo, che , a quel punto, anche con Paolo Cirino Pomicino troveremo ampie convergenze.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 16 Maggio 2019


P.S.: si allega la nota di Giorgio Merlo


Vademecum per il 27 maggio.
Si parla molto e da tempo, come tutti sanno, di un partito che decollerà dopo il voto del 26 maggio.
E cioè, per essere più esplicito, di un partito riformista, plurale, di governo e profondamente
democratico. Ovvero, di un partito che esprime il pensiero, la cultura e la tradizione di centro del
nostro paese. Una richiesta sempre più forte e pressante che emerge da molti settori. Anche da
coloro che sono stati per lunghi 25 anni - l'intera stagione politica maggioritaria - feroci ed
implacabili detrattori di ogni politica e cultura di centro che si stagliava all'orizzonte.
Ma adesso il contesto è cambiato. E anche profondamente. E' tornato il sistema proporzionale e,
di conseguenza, sono tornate le culture politiche. E' finalmente arrivata una destra che, senza
propaganda e senza caricature carnevalesche patrocinate dai circoli salottieri ed alto borghesi dei
"progressisti" nostrani, non c'entra nulla - come tutti sanno - con l'avvento del fascismo o
baggianate del genere. Sta tornando la tradizionale sinistra post comunista capitanata dal
compagno Zingaretti, seppur tra molto contraddizioni perché il nuovo Pd/Pds pensa ancora di
essere un partito a "vocazione maggioritaria" seppur in un contesto proporzionale. E' appena
sufficiente ascoltare la giaculatoria quotidiana di un partito che ha compilato le liste alle europee
da Calenda a Pisapia per rendersene conto. Al contempo, resiste il partito populista e antisistema
dei 5 stelle.
E, accanto a questi elementi strutturali della nuova geografia politica italiana, non possiamo
dimenticare, dopo l'esperienza del governo giallo/verde, la pesante e nociva radicalizzazione della
lotta politica. Di fronte ad un quadro del genere, non può non rinascere una forza che ha nel suo
dna originario alcuni elementi indispensabili per ridare qualità alla nostra democrazia e fiducia nelle
stesse istituzioni democratiche: dalla cultura della mediazione alla cultura di governo, dalla ricetta
riformista al senso dello Stato, dalla capacità di battere la radicalizzazione della lotta politica alla
intelligenza e saggezza di saper comporre gli interessi contrapposti. Insomma, per dirla con una
parola impegnativa ma comprensibile, per tornare alla vera e alta politica.
Ma, se si vuol perseguire questo disegno politico - che viene ormai invocato e auspicato dai suoi
stessi storici detrattori - occorre mettere in campo quel celebre trittico che i nostri maestri, almeno
quelli che hanno contribuito a qualificare la tradizione cattolico democratico e popolare del nostro
paese, ci hanno sempre insegnato. Ovvero, declinare un pensiero e una cultura politica; tradurlo
con un partito politico e, in ultimo, mettere in campo una organizzazione efficace e capillare. Il tutto
per evitare di predicare nel deserto da un lato e limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale
dall'altro.
Ecco, il 27 maggio si avvicina. A prescindere dai risultati elettorali che, come tutti ben sappiamo,
non saranno molto diversi da ciò che quotidianamente sfornano i vari sondaggi. Ma è bene
essere, già sin d'ora, consapevoli di quello che noi dovremmo fare dopo il 26 maggio. Per evitare
di doverlo ripetere. E per l'ennesima volta.
Giorgio Merlo



L’inverno del popolarismo italiano

 

Non ho potuto partecipare per motivi familiari all’ultima riunione della Direzione  nazionale della DC, la quale al termine dei lavori ha approvato il seguente comunicato:

La Direzione nazionale della D.C., riunitasi a Roma il 10 u.s., dopo ampio dibattito sulla situazione politica nazionale, rilevando il progressivo deteriorarsi della compagine di governo ormai divisa e contrapposta all'interno su  ogni ipotesi di iniziative legislative ,denuncia il pericolo dell'aggravarsi della situazione economica del Paese e il rischio di una crisi istituzionale preludio ad una deriva verso una destra sovranista e ad una pericolosa involuzione del quadro democratico del Paese.

La D.C. auspica che , superate le polemiche elettorali, possa riprendere serenamente e realisticamente il confronto sui problemi reali del Paese ,e si creino le condizioni per il superamento del governo Giallo-Verde e la ricomposizione di un quadro politico istituzionale che recuperi attraverso una ampia aggregazione la funzione portante di un'area centrale liberal democratica che garantisca e supporti un nuovo equilibrio politico e di governo.

La D.C. Intende contribuire a questo progetto ,con proposte e iniziative politiche ed operative che saranno definite dal Consiglio nazionale previsto subito dopo l'attuale tornata elettorale.

In merito alle scelte per le elezioni europee, la D.C. che non è presente con una propria lista, per motivi tecnico-procedurali in via di definizione, riconferma di non identificarsi con alcuna delle formazioni politiche in corsa nell'attuale competizione, ma invita iscritti e simpatizzanti a indirizzare il proprio voto su candidati ,ricompresi nelle liste che si richiamano al popolarismo europeo, che siano ricollegabili ,per storia e impegno personale ,ai valori politici e culturali della Democrazia Cristiana.”

 

Condivido la scelta operata dai colleghi della Direzione e, in coerenza con quanto scritto nei miei ultimi editoriali, riconfermo che, grazie alla cecità degli amici Mario Mauro e Ivo Tarolli, si è persa una delle occasioni più favorevoli per tentare la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici  e cristiano sociali dell’Italia.

 

Un obiettivo per il quale ci eravamo fortemente battuti, con il seminario dei Popolari di Verona (23 Giugno 2018) e la stesura del patto programmatico costituente del 5 dicembre 2018, sino a condividere la prefazione di Tarolli al mio ultimo saggio: “ Elezioni europee- la visione dei Liberi e Forti”. Fatiche sprecate dalle quali ricavare, alla fine, un tradimento per la Democrazia Cristiana e personale.

 

Sono arrivati a sacrificare il riferimento esplicito alla DC, mentre hanno accettato il diktat ( almeno questa é la giustificazione di Tarolli) dei "radicali cattolici" ostili alla presenza ufficiale della DC e ad accettare  persino l'appoggio di un signore screditato, oggetto di una denuncia penale della nostra DC e, fatto ancor più grave, a inserire nella lista, la "sexy prof" pordenonese (quella delle: “spiagge libere per gli scambisti d’Italia”, come base del suo programma), ultima perla di una strategia fallimentare che non darà buoni frutti.

 

Come abbiamo già evidenziato in altro editoriale: nessun voto dei “ DC non pentiti” a questa lista che ha voluto discriminarci, anche perché sarebbe un voto inutile a un raggruppamento improvvisato e screditato per le scelte suddette, che non supererà la soglia del 4%, necessaria per eleggere qualche deputato al Parlamento europeo e il cui unico obiettivo è quello di offrire una qualche opportunità a futuri compromessi al duo dei fedifraghi.

 

Orfani di una lista  democratico cristiana, siamo fortemente preoccupati dalla squallida e pericolosa deriva nazionalista e populista della politica italiana, contro la quale serve l’unità delle forze democratiche e popolari.  Al voto del 26 Maggio ci comporteremo, quindi, come indicato nel comunicato della direzione nazionale.

 

Scegliere una lista e un candidato nella mia circoscrizione del Nord Est risulterà  molto difficile. Non nascondo che guardo con interesse anche a ciò che accade nel partito democratico con la nuova segreteria Zingaretti. Ho scritto a Carlo Calenda, capolista PD nella nostra circoscrizione, sin qui senza replica, chiedendogli due impegni che, come ho più volte evidenziato, reputo indispensabili per qualsiasi politica di riforma si intenda operare nell’Unione europea e in Italia:

1)             controllo pubblico della BCE e della banche nazionali;

2)             netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione                   finanziaria

 

Girata la domanda anche agli Onn. Brunetta e a Tajani di Forza Italia : anche da loro, sin qui,  nessuna risposta.  Anche stavolta gli hedge funds anglo caucasici/kazari potranno stare tranquilli con todos caballeros italici ? Allo stato dell’arte, insomma, sarà molto difficile scegliere, vista anche la triste esibizione dell’On Elisabetta Gardini ieri sera in TV, squallida espressione dell’ennesima transumanza partitica ai fini del “particulare”.

 

Siamo all’inverno del popolarismo italiano, ma, come disse Sturzo  al congresso di Torino dei Popolari del 12 Aprile 1923: “dopo l’inverno tornerà la Primavera”.

 

Dopo il voto del 26 Maggio, penso che spetterà a noi “ DC non pentiti” concorrere alla costruzione di un nuovo centro popolare sul modello dell’UMP francese; un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI) democratica, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirata dai valori dell’umanesimo cristiano e inserita a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 13 Maggio 2019

 

 



Riflessioni prima del voto del 26 Maggio

 

Sono trascorsi 26 anni da quel consiglio nazionale della DC (18 Gennaio 1993) che, con Martinazzoli, decise la fine politica della Democrazia Cristiana.

 

Per almeno due generazioni di italiani, del partito che è stato l’architrave della democrazia italiana per oltre mezzo secolo, non c’è più alcuna traccia, né memoria storica, se non quella, in molti casi,  deturpata da una narrazione di parte; quella della  damnatio memoriae dei partiti della Prima Repubblica, con la sola eccezione dell’ex PCI, con la sua progressiva trasformazione in PDS, DS, PD.

 

Per oltre otto anni, dal 2011, ci siamo battuti per la ricomposizione dell’area democratico cristiana e per una ripresa politica dell’area cattolico democratica e popolare, dispersa nella frantumazione della diaspora tra la seconda e l’attuale cosiddetta “ terza repubblica”.

 

Errori nostri di conduzione politica e la frantumazione della base sociale e culturale del nostro tradizionale retroterra, amplificati dall’azione stupida e suicida di alcuni sabotatori seriali impegnati ad annullare ogni tentativo di ricomposizione della struttura associativa prima ancora che politica del partito, ci hanno condotto all’attuale situazione di sostanziale impotenza.

 

Nonostante l’impegno che anche personalmente ho messo in campo per tentare di riallacciare i diversi esili fili di ciò che rimaneva in campo, con le iniziative di Orvieto (28.11.2015), Camaldoli(17-18 Giugno 2017) , Verona (23 Giugno 2017) e sino al patto programmatico federativo costituente di Roma ( 5 Dicembre 2018), con la sciagurata iniziativa assunta dagli “amici” Mario Mauro e Ivo Tarolli di assecondare l’idiosincrasia democristiana di alcuni gruppi “cattolici radicali”, si é impedito di realizzare un primo significativo tentativo di ricomposizione che pure avevamo condiviso nei diversi appuntamenti citati.

 

Ci troviamo così orfani, alla vigilia del voto del prossimo 26 Maggio, in una condizione politica dell’Italia caratterizzata da una destra che assume sempre più il carattere di una forza estrema e reazionaria a conduzione del “conducator” Salvini, allineata alle posizione più oltranziste come quelle di Orban, leader d’Ungheria. Sul fronte opposto siamo in  presenza di una sinistra che, con Zingaretti, tenta con grande difficoltà di ricomporre un’area socialdemocratica in linea con quelle  riformiste europee, dopo la sbandata renziana e la fallimentare strategia della “deforma costituzionale” del 4 Dicembre 2016, causa fondamentale della sconfitta del giovin signore fiorentino.

 

La deriva nazionalista e populista che ha tenuto sin qui insieme Lega e Movimento Cinque Stelle nel “governo del cambiamento”, frutto di una legge elettorale che non ha prodotto una maggioranza parlamentare coerente e omogenea dopo il voto del 4 Marzo 2018, costituisce una delle espressioni più gravi dell’atavico trasformismo politico italiano. Una condizione di governo che, portando all’isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa, in piena crisi economica, sociale e di anomia  politico istituzionale, sta esaurendo la sua stessa ragion d’essere, nella quotidiana pantomima tragicomica del duo Salvini-Di Maio, destinata a deflagrare dopo il voto di Maggio.

 

Lo stesso M5S, un movimento-partito sostanzialmente distinto e distante da quei caratteri di democrazia previsti dall’art 49 della Costituzione, se ha avuto il merito di rappresentare sul piano politico e istituzionale il disagio di larga parte del tessuto sociale, specialmente del Sud d’Italia, alla prova del governo, sia in sede locale che nazionale, sembra aver esaurito la sua funzione.

 

Siamo dunque in una situazione nella quale la tradizionale alternativa bipolare tra centro-destra e  centro-sinistra è saltata, per la ragione che non esiste più il centro, anche per l’avvenuto progressivo esaurimento di ciò che Forza Italia ha rappresentato per oltre  venticinque anni, sotto la guida del Cavaliere, sempre meno in grado di tenere unito un partito costruito attorno alla sua persona, senza un reale e consistente blocco sociale e culturale di riferimento e regole interne funzionali al ricambio democratico della classe dirigente.

 

Il nostro problema oggi, non è più, dunque, quello di tentare di ricostruire la DC, un obiettivo per il fallimento del quale ha concorso, con la “ maledizione di Moro”, la sostanziale stupidità di molti uomini, noi compresi, che ci siamo dimostrati insufficienti e indegni eredi dei nostri padri fondatori.

 

Nostro obiettivo è, invece, quello di concorrere alla costruzione di un nuovo centro democratico, ampio, plurale, popolare, liberale, riformista, europeista, trans-nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori DC: De Gasperi, Adenauer, Monnet, Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e sovranista che sta portando l’Italia all’isolamento e allo sfascio.

 

Alle prossime elezioni di Maggio dovremo, allora, puntare e scegliere quella lista e quei candidati vicini ai nostri valori che abbiano concrete  possibilità di essere eletti.

No quindi al voto inutile per liste come quelle espressive dell’ultima suicida diaspora cattolica; liste da percentuali da prefisso telefonico, ma, semmai, puntare, con il voto di preferenza, a sostenere candidati credibili, inseriti in liste di area popolare con concrete possibilità di elezione,  ossia in grado di superare la soglia del 4%. Personalmente ho espresso le mie idee sul voto europeo nel mio ultimo saggio: “ Elezioni europee- La visione dei “ Liberi e Forti” e, avendo condiviso l’appello degli amici Carlo Costalli, Presidente del MCL e di Giancarlo Cesana, del movimento Esserci, mi orienterò a votare come indicato in quel manifesto, che allego e che trovo assai coerente con quanto da noi stessi condiviso come DC nel documento del 5 Dicembre scorso che pure allego.

 

Dopo il 26 Maggio sarà nostro dovere smetterla con le diatribe giuridiche interne ed esterne e batterci per concorrere a costruire, sul modello francese, quell’UMPI ( Unione dei Movimenti Popolari Italiani) che da tempo vado auspicando, ossia il nuovo centro democratico e popolare di cui la democrazia italiana ha assoluta necessità. Obietti strategici essenziali da perseguire saranno:

a)  la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione con l’impegno a realizzare sul piano politico istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana;

b)  il controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, ossia il ritorno alla legge bancaria del 1936, colpevolmente abrogata dalla riforma del 1992 del Testo Unico Bancario. Questa è, infatti, la precondizione necessaria e sufficiente per qualsiasi politica economica che intenda sottrarre la nostra economia dalle norme iugulatorie imposteci in Europa dai poteri finanziari e per attuare una seria strategia a favore del lavoro e degli interessi del terzo stato produttivo e delle classi popolari.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 5 Maggio 2019

 

 

 


I cattolici al voto di Maggio

 

Da mesi sto esaminando atti e documenti per redigere un saggio sul travaglio politico dei cattolici italiani, partendo  dalla mia esperienza vissuta dal 1993, anno della fine politica della DC; il partito che, per quasi mezzo secolo, aveva rappresentato l’espressione più efficiente ed efficace della cultura politica di ispirazione cattolico democratica in Italia.

 

L’assassinio di Aldo Moro e la successiva scomparsa di Papa Paolo VI, ultimo papa italiano, al quale erano legati molti esponenti della seconda generazione democratico cristiana, unitamente alle ragioni che ho più volte enunciato quali cause determinanti della fine della DC, sono stati gli elementi che hanno concorso in maniera fondamentale alla consumazione di quella straordinaria esperienza politico culturale. In estrema sintesi le ragioni della fine della DC possono essere così riassunte:

 

la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;

 

la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;

 

la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;

 

la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano. E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.

 

 I tentativi compiuti dal 2011, con gli amici  Silvio Lega, Luciano Faraguti, Gianni Fontana e  Renato Grassi, insieme a tanti altri, dopo che Publio Fiori ci aveva informato della sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo la quale: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, sono stati vanificati, almeno sin qui, da un gruppo di “sabotatori seriali”, che, dal XIX Congresso del 2012, si oppongono contro ogni tentativo di dare pratica attuazione a quella sentenza.

 

Il duo Cerenza – De Simoni si è ostinato a ricorrere contro ogni atto da noi compiuto, prima con Fontana e poi con Renato Grassi, per dare un definitivo assetto ai vertici all’associazione di fatto (qual’ è giuridicamente la DC),  con continui ricorsi e contro ricorsi nei tribunali, col bel risultato che, a tutt’oggi, dopo oltre sette anni, siamo al punto morto inferiore. Unico risultato del duo romano? Aver sin qui impedito ogni soluzione e ostacolato ogni tentativo di  ripresa politica della DC. Una combinazione esplosiva tra “ la maledizione di Moro” e la stupidità di noi uomini, indegni eredi della migliore  tradizione democratico cristiana.

 

Grande confusione regna sotto il cielo ex DC, dal momento in cui la grande “ balena bianca” si è andata via via frantumando nei diversi spezzoni della diaspora, spesso costruiti attorno a figure di basso conio, interessate soprattutto alla mera sopravvivenza politica personale e dei piccoli clan di riferimento. E’ il caso di Lorenzo Cesa che, grazie al suo vecchio mentore Pierferdinando Casini, al tempo in cui il bolognese presiedeva la Camera, ebbero in eredità l’uso elettorale del simbolo dello scudo crociato, utilizzato come dono da offrire al  Cavaliere a garanzia della rielezione di Cesa al parlamento italiano prima e a Strasburgo poi, insieme al suo amico di cordata Antonio De Poli di Padova.

 

Emblematico e tragicomico il caso di Pierferdinando Casini, nato doroteo DC bisagliano, poi passato alla scuderia forlaniana, separato dalla DC con l’UDC , dopo la virata a sinistra del PPI di Martinazzoli, per finire nel PD sotto le insegne di Gramsci, Togliatti e Berlinguer in una sezione ex PCI di Bologna.

 

Tralascio la situazione ridicola delle varie sigle e siglette che si rifanno alla tradizione politica DC, sempre in guerra tra di loro e, in alcuni casi anche al loro interno. E’ quanto stoltamente accade nella DC espressione dell’unico albo dei soci eredi del partito storico, quello approvato dal Tribunale di Roma nel 2016, Qui siamo alla follia suicida di alcuni amici interessati a inseguire le capriole del duo Cerenza- De Simoni, finendo con l’escogitare continue soluzioni giuridiche a un tema che è e rimane tutto ed essenzialmente politico.

 

Alla vigilia delle prossime elezioni europee il travaglio politico dei cattolici italiani e, in particolare, quello degli ex DC è così rappresentabile:

 

1)   i i vecchi dirigenti organizzatori del “Family day” sono divisi tra la parte che fa riferimento a Gandolfini e Pinton, di fatto ormai organici alla Lega di Salvini, e quelli di Mario Adinolti, ancora una volta velleitariamente presenti con una loro lista autonoma, destinata con molta probabilità, a una cifra elettorale da prefisso telefonico;

2)   una lista di sedicenti popolari guidata da Mario Mauro e da Ivo Tarolli, i quali, accettando il diktat di alcuni esponenti “cattolici radicali” ( definizione coniata dallo stesso Tarolli), in barba agli impegni assunti con la DC nel seminario di Verona del giugno 2017 e nel documento patto programmatico costituente del 5 dicembre 2018 a Roma, hanno rifiutato di denominare la lista come espressione dell’unità tra Popolari, Democratici Cristiani Insieme, finendo, invece con il presentarsi in compagnia di una “sexy prof” pordenonese, con la quale, sperano di rifare l’esperienza dei radicali veri con Cicciolina al tempo di Pannella. Stavolta, magari, con la benedizione di qualche  chierico di alto grado di cui ci si accredita o si millanta la sponsorizzazione. E’ evidente che, senza pari dignità e con questa disinvolta (?!) scelta nella lista di una “liberoscambista” che propone, come suo programma: “spiagge libere  per coppie scambiste in Italia” , la DC non poteva certo aderire a tale soluzione indegna e ridicola.

3)   Resta la scelta operata da Carlo Costalli, presidente del MCL nella lista di Forza Italia, insieme a quella scontata del duo Cesa-De Poli, sempre a fianco del Cavaliere.

4)   Un discorso a parte resta da sviluppare per quei cattolici, ex DC, che hanno scelto da tempo di sostenere partiti distinti e distanti dalla nostra tradizione  politica: FI, PD, Lega, M5S,Fratelli d’Italia o che, si rifugiano nell’astensione elettorale, stanchi e sfiduciati dall’attuale offerta partitica italiana.

 

In questa situazione di evidente sfascio, salvo miracoli, credo che nessun esponente di area cattolica o ex DC sarà eletto nel prossimo parlamento europeo. Tutto sarà da riprendere daccapo dopo il voto di Maggio, partendo dalla grave situazione di anomia etica, culturale, economica, sociale e politico istituzionale dell’Italia, per concorrere a costruire un nuovo centro democratico e popolare, alternativo alla deriva populista e nazionalista che sta portando allo sfascio il Paese.

 

Un soggetto che, sul modello francese degli anni ’60, possa assumere la funzione di un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI) di ispirazione popolare e democratico cristiana, da collegare al PPE, il Partito Popolare Europeo da riportare ai valori dei padri fondatori DC : Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Un movimento-partito  che si ponga due obiettivi strategici fondamentali:

1)   la difesa e completa attuazione  della Costituzione repubblicana e l’impegno a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana;

2)   il controllo pubblico di Banca d’Italia e della BCE e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. In sostanza il ritorno alla legge bancaria del 1936, colpevolmente superata dalla riforma del 1992 del Testo Unico Bancario sottoponendo l’Italia, come accade in Europa, al dominio dei poteri finanziari degli hedge funds anglo caucasici/kazari, con sede legale nella city of London e fiscale a tasso zero nel Delaware. Quei poteri che, nell’età della globalizzazione, hanno rovesciato i principi del NOMA (Non Overlapping Magisteria) ponendo il primato  alla finanza cui va subordinata l’economia reale e la stessa politica, senza più riferimenti di natura etica, con non siano quelli propri del Dio denaro.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 1 Maggio 2019

 

 

 

 


Segnali inquietanti alla vigilia del voto di Maggio

 

Con un tasso di disoccupazione che tende a superare l’11% e quello giovanile verso il 32%, con 5.700.000 giovani occupati in situazioni precarie e /o largamente al di sotto delle loro preparazioni scolastiche; con un ceto medio sempre più impoverito e la rottura dell’alleanza garante dell’equilibrio tra di esso e i ceti popolari, l’Italia vive una condizione di anomia foriera di una sempre più grave crisi sociale, economica, etica e politica.

 

Siamo alla vigilia di una possibile rivolta sociale, fomentata da un clima politico sempre più strisciante verso forme di autoritarismo e di rottura con le fondamentali condizioni di uno stato di diritto, alimentate anche da taluni comportanti anomali e devianti di esponenti di rilievo del governo giallo verde.

 

Un ministro degli interni che sembra agire “legibus solutus”, come nel caso della nave Diciotti, con l’avallo parlamentare dei soci di governo penta-stellati; indifferente, distinto e distante, com’è avvenuto il 25 Aprile, dalla celebrazione di una delle date fondanti della nostra Repubblica; interprete di modalità ed espressioni comunicative sempre più simili a quelle invalse nell’era fascista ( “ me ne frego”, “ prima gli italiani”,” chi si ferma è perduto”,”tanti nemici tanto onore”), stanno portando la Lega ad assumere sempre di più le caratteristiche della destra politica più estrema, non a caso collegata alle destre più reazionarie presenti in altri Paesi europei. E, non a caso, tornano a manifestare arroganti e pericolosi gruppi e movimenti eversivi di chiara ispirazione fascista, in alcune città come Roma e  Milano.

 

Noi, che della Lega veneta abbiamo conosciuto gli inizi giovanili, al tempo dei Rocchetta e Tramarin e che apprezziamo la compostezza istituzionale e la tradizione culturale della maggior parte dei leghisti della nostra Regione, a partire dal presidente di Giunta, Luca  Zaia e del Consiglio regionale, Roberto Ciambetti, non possiamo condividere l’estremismo politico di destra rappresentato a livello nazionale da Matteo Salvini.

 

Consideriamo la deriva nazionalista e populista che tiene insieme sin qui il governo giallo-verde, il più grave rischio involutivo della nostra vicenda democratica e un serio pericolo per la tenuta complessiva del sistema sociale, prima ancora che politico istituzionale del Paese.  Un misto  di arroganza e di incompetenza istituzionale e amministrativa quello del governo della Lega e M5S da lasciare sgomenti. Un equilibrio di governo fondato sulla commedia di due attori, Salvini e Di Maio, in gara permanente a chi la spara più grossa, con costante ricorso alla propaganda, più che alle concrete soluzioni efficienti ed efficaci per il bene comune, ci auguriamo che sia definitivamente superato dal voto europeo del prossimo 26 Maggio.

 

Questa commedia, se continuasse, rischierebbe di trasformare la farsa in tragedia, se, come i dati della realtà effettuale sembrano esprimere, dalla condizione di frustrazione presente in molte parti della società, subentrasse un’aggressività sempre più diffusa che potrebbe sfociare dal livello individuale nella rivolta sociale.

 

E’ ben vero, che gli italiani non dimostrano una propensione rivoluzionaria simile a quella dei cugini francesi, e che sono molto più inclini a  iniziare le rivolte in piazza e a finirle in trattoria”, ma i dati della situazione economica delle famiglie e, in particolare, la difficilissima condizione dei giovani disoccupati e frustrati, presagiscono azioni e movimenti che potrebbero assumere i caratteri simili a quelli manifestatisi a Parigi dal movimento dei gilet gialli.

 

Quelli che cavalcarono la protesta, latente il 4 Marzo 2018, traendone largo consenso, Lega e M5S, giunti al governo, incapaci di dare risposte concrete, efficienti ed efficaci, a quell’elettorato stanco e sfiduciato dei partiti tradizionali, rischiano di finire travolti da quelli stessi elettori, ai quali, non sarà sufficiente la propaganda con cui Di Maio e Salvini hanno sin qui saputo ben camuffare la loro sostanziale incapacità di guida del Paese.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 26 Aprile 2019

 

 

 

 

Ora e sempre Resistenza!

 

Oggi è la festa della Repubblica. E’ la festa di tutti e, in maniera speciale, per noi, prima generazione post bellica, orgogliosi della libertà che i nostri padri ci conquistarono con la Resistenza e la lotta antifascista.

Spira una brutta aria di restaurazione alla quale dobbiamo rispondere con l’unità di tutte le forze politiche e culturali che hanno siglato il patto costituzionale.

Contro la deriva nazionalista e populista e “il ministro Tecoppa” in fuga dalle celebrazioni del XXV Aprile: ora e sempre Resistenza!

 

Venezia, 25 Aprile 2019

Dopo la Direzione nazionale DC 11 Aprile 2019


Si è svolta Giovedì 11 Aprile scorso la Direzione nazionale della Democrazia Cristiana a conclusione della quale è stato diramato il seguente comunicato stampa:

 Comunicato stampa

"

La Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana, riunitasi il giorno 11 Aprile 
u.s, ha effettuato un’approfondita analisi della situazione politica in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.
La Direzione ha valutato le possibili ipotesi operative e, in coerenza alla linea politica definita dal Consiglio Nazionale, ha scelto unanimemente di non affidare ad alcuna formazione partitica, se pur formalmente collegata ai fini elettorali al PPE , il mandato di rappresentare ufficialmente anche la Democrazia Cristiana.
Tuttavia, previa autorizzazione, possono essere consentite agli iscritti al Partito, candidature personali da indipendenti nelle predette liste.

La direzione, riservandosi una ulteriore valutazione e un indirizzo politico ed operativo ,dopo la presentazione delle liste, ha preso atto dell'avvenuto deposito del simbolo del Partito nella sede ministeriale competente e della determinazione a sostenere il diritto al suo utilizzo in ogni fase procedurale.
La Direzione infine ha valutato positivamente la disponibilità di numerosi soci a candidarsi nell’eventualità che si determino le condizioni di una possibile, autonoma presentazione di una lista della D.C."

 L’Ufficio  Stampa della D.C.


Roma 12.4.19


Alla vigilia dell’incontro di direzione, al quale non ho potuto partecipare, avevo inviato la seguente nota a commento della situazione venutasi a creare dopo la decisione assunta dagli “amici” Mario Mauro e Ivo Tarolli di non accettare il riferimento alla Democrazia Cristiana nella lista che si accingono a presentare alle prossime elezioni europee:


Un’occasione colpevolmente sprecata

 

L’avvenuta esclusione della DC dalla lista che avevamo con molta passione voluta come unitaria per concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico popolare, è un’altra delle occasioni colpevolmente sprecate, ennesimo sintomo del perdurare di una diaspora che sembra senza fine.

 

Uno spreco tanto più grave perché compiuto da due amici, Mario Mauro e Ivo Tarolli, con i quali personalmente ho compiuto tratti importanti di strada politica comune, sempre ispirato dalla volontà di concorrere al progetto unitario dei democratici cristiani e popolari italiani.

 

Era nato così il seminario di Verona del 23 Giugno 2018 di cui redassi il documento finale condiviso, tra gli altri da Ivo Tarolli, Gianni Fontana e Mario Mauro e il patto programmatico federativo costituente del 5 dicembre 2018 scritto sempre dal sottoscritto con alcune integrazioni dell’amico Nino Gemelli.

 

Avevamo apprezzato la disponibilità di Mario Mauro di utilizzare il suo simbolo dei Popolari per l’Italia, condizione che avrebbe evitato la difficilissima raccolta delle 150.000 firme previste dalla legge elettorale, atteso che quel movimento a suo tempo, grazie anche al compianto Potito Salatto, era stato affiliato al PPE.

 

Come DC, unico partito italiano socio fondatore del PPE, avevamo chiesto di poter aggiungere al simbolo dei Popolari per l’Italia lo scudo crociato, ma l’avvocato Venturini, delegato da Mario Mauro, ci aveva opposto delle improbabili, per la verità inesistenti, motivazioni tecniche.

 

Avevamo offerto alcune indicazioni per connotare la lista unitaria che tenesse conto dei tre movimenti essenziali che concorrevano al progetto: Popolari e Democratici cristiani Insieme.

 

Sedicenti movimenti di area cattolica, secondo la tesi del solito Venturini, sostenuto stavolta anche da Tarolli, assurto improvvisamente al ruolo di leader del cattolicesimo politico italiano in stretto collegamento, a suo dire, con le più alte gerarchie ecclesiastiche, avrebbero opposto rifiuto alla denominazione suddetta, sostituita con questa: Popolari, Democratici e cristiani Insieme.

 

Una connotazione che, come ha giustamente rilevato l’amico prof Antonino Giannone, docente di etica, assume un carattere paradossale: significa che anche quelli del PD fanno parte del raggruppamento. Dire Cristiani vale in generale per Tutti, mentre politicamente non caratterizza nessun raggruppamento! Scrivere senza la e  Democratici Cristiani e’ una chiara indicazione politica alla DC storica, partito che ha fondato il PPE e che ha i titoli per fare parte dell’aggregazione e che ha contribuito alla stesura del manifesto tra i sottoscrittori “.

 

Alla fine ha prevalso la tesi dei pasdaran sedicenti cattolici, quei puri, più puri di tutti, che sono riusciti nell’operazione di epurarci. Avevano offerto come “compensazione” all’amico Renato Grassi di presentarsi capolista nella circoscrizione delle isole, ma Grassi con grande dignità e onore ha replicato che senza lo scudo crociato, il segretario politico nazionale non si sarebbe presentato in una lista anonima.

 

Passi per gli sciagurati pasdaran senza storia politica e passi anche per il mutevole e  mutante Mario Mauro, interessato probabilmente a riproporsi in termini di personale rinnovata credibilità al Cavaliere, alla cui corte ha servito per lunghe stagioni, ma quello che ci ha fatto più male è l’incoerenza dell’ex parlamentare DC trentino, Tarolli,  che nei nostri confronti ha assunto il ruolo di un autentico fedifrago politico, perdendo ogni credibilità anche verso chi, come il sottoscritto, l’aveva indicato da subito, quale capolista nella circoscrizione del Nord Est.

 

Più volte ho scritto che alla diaspora DC più che alla “maledizione di Moro”, spesso dovremmo fare riferimento alla stupidità degli uomini, che con i loro comportamenti finiscono col fare danno a se stessi e agli altri. La DC, “partito mai giuridicamente sciolto” e che in questi quasi dieci anni abbiamo contribuito a rinascere nei suoi organi statutari, continuerà, comunque, la sua battaglia delle Termopili come già  annunciato, impegnata ad attivare in tutte le realtà locali italiane dei comitati civico territoriali, luoghi di una partecipazione politica ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano.

 

Nostro obiettivo saranno le prossime elezioni amministrative ovunque si svolgano e le imminenti elezioni politiche, dove, con lo scudo crociato tornato nella piena disponibilità, ci ripresenteremo da” Liberi e Forti” per ridare al Paese una nuova speranza.

 

Ai mutevoli e mutanti e ai fedifraghi di turno auguriamo ciò che si meritano e ce la racconteremo dopo il 26 Maggio…….


Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC-responsabile ufficio esteri

Mercoledì 10 Aprile,2019

 

 

 



Le Termopili Democristiane

 

Attorno all’eredità della DC si è svolta una lunga battaglia che iniziò nel 1993, nel momento del distacco dal PPI di Martinazzoli,  dell’UDC di Casini e Sandro Fontana, con un lungo seguito di scontri giudiziari fra presunti eredi: da Castagnetti per il PPI a Casini per l’UDC, e via via, Rocco Buttiglione e Mario Tassone con il CDU, la meteora di  Pino Pizza e giù per li rami, tra Rotondi e Sandri e la nostra DC rimessa in moto da Gianni  Fontana e Renato Grassi.  fino ai giorni nostri.

 

La suprema Corte di Cassazione ha risolto definitivamente ogni querelle con la sentenza inappellabile assunta a sezioni civile riunite, numero 25999, del 23.12.2010, con la quale è stato sancito che “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, dunque, non ci sono eredi dato che il de cuius non è mai giuridicamente defunto.

 

Già Ombretta Fumagalli Carulli, eletta alla presidenza del consiglio nazionale della DC nel Novembre 2012 dichiarò, il 28 Dicembre di quell’anno: "I sostenitori del principio 'le sentenze si rispettano' se ne facciano una ragione: i magistrati, con sentenza definitiva n.25999 adottata dalla Cassazione il 23 dicembre 2010, hanno determinato che il simbolo della Democrazia Cristiana spetta -come logico- ai democristiani. Il glorioso partito della Dc che fu di De Gasperi, di Aldo Moro e di Donat Cattin,  non è mai stato sciolto e, anche se non si è presentato alle elezioni più recenti, non ha rinunciato a nulla di ciò che gli appartiene".

E aggiungeva: "questo significa che, fino a ora, coloro che hanno utilizzato il logo dello scudo crociato, lo hanno fatto abusivamente. A cominciare da Pierferdinando Casini che, a quanto pare, vuole troppe cose tutte insieme".

 

E, Gianni Fontana, eletto dal Congresso nel Novembre 2012, il 4 Gennaio 2013, avviò un’azione legale  contro Casini e l’UDC con questo comunicato: “la democrazia cristiana ha avviato oggi un'azione legale "a tutela del proprio diritto di essere l'unica esclusiva proprietaria e, quindi, unica utilizzatrice, del simbolo dello scudo crociato sulla base delle recenti decisioni della magistratura. La corte d'appello di Roma ha accertato, con una decisione confermata dalle sezioni unite della corte di cassazione, che la DC non si è mai estinta e che, pertanto, non vi è stata alcuna ipotesi di successione in favore di nessun partito"."alla democrazia cristiana non rimane pertanto - proseguiva Fontana - che la difesa del simbolo e degli ideali che l'hanno sempre contraddistinta, e in particolar modo di quel simbolo glorioso che purtroppo ha assunto tante e troppe deformazioni e modificazioni. da queste premesse e su queste basi è partita oggi l'unica causa che la DC ha instaurato contro l'UDC per rivendicare il proprio diritto di esistere e di esistere con il proprio nome e il proprio simbolo, nonché nel medesimo stato in cui altri, non si sa quanto responsabilmente, l'hanno messa a riposo nel '94, oltre che per far accertare che l'UDC stessa non ha alcun diritto di utilizzare il simbolo, come chiaramente affermato dalla magistratura, e per richiedere il risarcimento dei danni".

 

Non abbiamo ottenuto soddisfazioni con l’UDC e Casini ha fatto la fine che tutti conosciamo: da virgulto doroteo forlaniano è finito sotto le insegne di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, fotografato in una sezione dell’ex PCI di Bologna, sopravvissuto a tutti i morti della prima repubblica e, tuttora, in pompa magna col laticlavio di senatore della Repubblica per il PD.

 

L’uso di quel simbolo è stato ereditato nell’UDC da Lorenzo Cesa, che ne ha fatto un utilizzo a titolo personale e di alcuni suoi amici, sino a questo giro elettorale europeo nel quale: o si imbarca sul residuo vascello del Cavaliere, di cui è stato sempre una scialuppa di salvataggio, o concorre con la residua scarsa credibilità alla ricomposizione dell’area democratico cristiana.

 

Questo della ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, che comporta inevitabilmente la stessa ricomposizione possibile dei superstiti “DC non pentiti”, è stato l’obiettivo che insieme a Gianni Fontana, Renato Grassi e gli altri “ ultimi dei mohicani DC” ci siamo proposti dal 2012, preso atto della sentenza della Cassazione, attivando tutta una serie di procedure possibili, con le quali abbiamo inteso dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione stessa e rilanciare politicamente la DC.

 

Dal Novembre 2012 e, prima ancora, dal Consiglio nazionale autoconvocatosi grazie all’iniziativa del sottoscritto e di Silvio Lega, alcuni sabotatori seriali, in primis l’avv. Cerenza e il sig. De Simoni, in rappresentanza di un’associazione degli iscritti 1992-93, hanno attivato una serie di azioni giudiziarie tese ad annullare i risultati raggiunti con la celebrazione del XIX Congresso nazionale DC del Novembre 2012, col solo risultato pratico di rendere impossibile la rinascita giuridica, prima ancora che politica, del partito.

 

Un fatto nuovo è, però, intervenuto, quando il tribunale di Roma ha accettato come base sociale dell’associazione senza personalità giuridica Democrazia Cristiana ( poiché tale è la natura giuridica del partito), quella dei soci 1992-93 che, nel 2012, decisero di rinnovare l’adesione al partito, il cui tesseramento era stato pubblicamente svolto in quell’anno.

 

Lo stesso tribunale, in base alle norme del codice civile, le uniche applicabili nel caso in questione, ossia di un’associazione senza personalità giuridica e priva degli organi statutari, ha autorizzato la convocazione dell’assemblea dei soci tenutasi il 13 ottobre 2017 nella quale eleggemmo gli organi sociali del partito: segretario nazionale e Consiglio nazionale. Successivamente il Consiglio nazionale convocò il Congresso attraverso  le assemblee provinciali e regionali del partito per l’elezione dei delegati, secondo le norme statutarie tuttora in vigore della DC, e il 13 Ottobre 2018 riconvocammo il XIX Congresso nazionale del partito nel quale abbiamo eletto il segretario nazionale Renato Grassi e  il consiglio nazionale. Quest’ultimo il 23 Ottobre 2018 ha eletto alla Presidenza del Consiglio nazionale, Gianni Fontana, la direzione nazionale e il segretario amministrativo, legale rappresentante del partito, nella persona di Nicola Troisi.

 

I “sabotatori seriali” non si sono arresi e anche contro queste assemblee hanno fatto ricorso, con un procedimento giudiziario tuttora pendente che contribuisce a mantenere in vita quel tentativo suicida che persegue l’unico scopo razionalmente comprensibile: impedire la rinascita politica della DC o, come più volte affermato, riscattare i beni patrimoniali ex DC.

 

Forti delle decisioni del tribunale di Roma, alla vigilia delle prossime elezioni europee, il 5 Dicembre 2018 abbiamo concorso alla redazione del patto programmatico federativo costituente, sulla base del quale abbiamo inteso dar vita a una lista unitaria delle diverse anime della vasta e articolata galassia cattolico popolare e democratico cristiana.

 

Avevano detto si a tale progetto con Renato Grassi, Mario Mauro, Mario Tassone, Ivo Tarolli, Nino Gemelli, Maurizio Eufemi, Giuseppe Rotunno, Giorgio Merlo e tanti altri amici esponenti di vari gruppi e associazioni dell’area cattolica.

 

Mario Mauro garantiva che grazie all’adesione dei “ Popolari per l’Italia” al PPE, si sarebbero potute evitare le forche caudine della raccolta, in brevissimo tempo, delle 150.000 firme necessarie per la presentazione della lista, dando incarico all’avv. Francesco Venturini di seguire l’iter del progetto.

 

Da parte mia, che con Gemelli ero stato l’estensore del patto federativo, proponevo come nome da assegnare alla lista quello di: “ Popolari e Democratici cristiani Insieme” o, in alternativa quello di UMPI ( Unione dei movimenti Popolari Italiani, sul modello dell’UMP francese) o di Unità Popolare.

 

L’ufficio politico della DC nella riunione del 28 marzo 2019, considerata l’assenza di ogni residua querelle sul simbolo dello scudo crociato, la cui proprietà è di totale appartenenza tra i beni immateriali della DC, chiedeva che, accanto al simbolo dei Popolari per l’Italia fosse inserito lo scudo crociato, ricordando che tra tutti i partecipanti al patto federativo, la DC era l’unico partito storicamente e legittimamente socio fondatore del PPE.

 

L’avv. Venturini, aspirante ad assumere il ruolo di capolista per conto degli amici Popolari per l’Italia, nella circoscrizione centrale, si farebbe portavoce di una sorta di idiosincrasia anti DC e della volontà di alcuni di escludere il simbolo dello scudo crociato, avendo, di fatto, già concordato a tavolino nomi e cognomi dei capilista e dei candidati nelle cinque circoscrizioni elettorali.

 

A questi sedicenti cattolici e popolari vogliamo far notare che avendo combattuto senza soluzione di continuità, la lunga battaglia nella stagione suicida della  diaspora democratico cristiana, non avendo velleità di eleggere qualche amico, ma solo quella di piantare la bandiera della rinata Democrazia Cristiana, siamo pronti alla battaglia delle Termopili democratico cristiane, sia sul fronte del simbolo che ci appartiene, sia su quello della lista che rivendicheremo come diritto in tutte le sedi, per la  nostra legittima appartenenza di unici soci fondatori del PPE, cui intendiamo collegare la nostra proposta politica e programmatica.

 

Restiamo con la speranza che Mario Mauro e Ivo Tarolli, che sono stati sin qui i dominus per la formazione della lista, sappiano tenere dritta la barra e impedire, complice l’astuto avvocato romano, l’ultimo naufragio al progetto di ricomposizione dell’area cattolica e popolare che presuppone, volenti o nolenti, anche quella di ciò che rimane dei “democratici cristiani non pentiti”.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 5 Aprile 2019


 


Basta con i rinvii, ora serve l’unità

 

Assistiamo a un ben triste spettacolo messo in scena dal governo giallo-verde. Il premier Conte si è inventato la “clausola di dissolvenza”, con la quale spera di guadagnare tempo e rinviare il caso TAV a dopo il voto di Maggio, per salvare la faccia a Di Maio e al M5S suo sponsor. Matteo Salvini, terrorizzato dal prossimo voto del Senato sul caso Diciotti, da spavaldo Capitan Matamoro rincula al più accondiscendente ruolo del meneghino Tecoppa ( “ fermati che ti infilzo”). Si aggiungano le posizioni antieuropee e filo russe con disponibilità filo cinesi del governo,  già denunciate dagli USA, e le nostre storiche alleanze atlantiche e europee sono messe in discussione senza nemmeno un dibattito parlamentare.

Ci prepariamo così al voto del prossimo 26 Maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Guai se i diversi cespugli nei quali ancora si disperde l’antica foresta democratico cristiana e popolare italiana non comprendessero la necessità inderogabile dell’unità.

 

Il 5 Dicembre scorso abbiamo condiviso il patto programmatico costituente federativo che insieme all’On Gemelli ho avuto l’onore di redigere. Ecco perché sento il dovere di rivolgere a tutti gli amici Renato Grassi, Mario Tassone, Gianfranco  Rotondi, Lorenzo Cesa, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Ivo Tarolli e ai tanti amici rappresentanti delle diverse associazioni e movimenti dell’area cattolica, un ultimo appello all’unità .

 

Serve proporre alle elettrici e agli elettori italiani una proposta di ispirazione democratico cristiana per l’Europa con la quale ci impegniamo a mettere al centro delle politiche europee la persona, le famiglie, i corpi intermedi, le cui relazioni dovranno essere garantite dai principi della sussidiarietà e della solidarietà in un’Europa federata delle nazioni.

 

Intendiamo sottrarre l’Unione europea al condizionamento dei poteri finanziari che hanno rovesciato i principi del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) garantendo alla finanza il primato e subordinando ad essa l’economia reale e la politica, molti esponenti della quale sono ridotti al ruolo di accoliti serventi a libro paga degli stessi poteri.

 

Intendiamo batterci per il controllo pubblico della BCE e delle banche centrali dei Paesi europei e per la separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, a partire dalla Banca d’Italia e al ripristino della Legge bancaria del 1936.

Senza queste due riforme fondamentali non si potranno adottare efficienti ed efficaci politiche economiche per risolvere i grandi problemi della crescita e dello sviluppo sostenibile dell’Unione europea, insieme  a quelli della disoccupazione, specie giovanile, e della povertà sempre più ampia e diffusa anche tra i ceti medi europei.

 

Serve dar vita a una lista unitaria di tutti i  democratici cristiani e popolari italiani, sotto il simbolo glorioso dello scudo crociato. Una lista di centro senza cedimenti a destra o a sinistra, con candidati ed eletti impegnati a tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana e lo faremo da soci fondatori del PPE, con la volontà di riportare l’Unione europea ai principi dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

Ettore Bonalberti

Vice Segretario nazionale DC, responsabile ufficio esteri-

Roma,10 Marzo 2019




Macron per un "nuovo Rinascimento europeo"


Fa piacere che il presidente Macron abbia annunciato l’iniziativa francese per un  Rinascimento europeo”, dopo che politiche dissennate del suo predecessore ci hanno portato al “cul de sac “della guerra Libica, Paese in cui, peraltro, continua il tentativo francese di sostituirci nel ruolo che ENI esercita dai tempi di Mattei in quella realtà nord africana.

Ovviamente “ Rinascimento europeo”, come sostiene Macron, comporta la revisione degli stessi trattati di Maastricht a partire dall’illegittimo fiscal compact, come il prof Giuseppe Guarino ha dimostrato con dovizia di particolari nei suoi libri.

Noi democratici cristiani vogliamo un’Europa federale degli stati, che ponga al centro delle politiche europee gli interessi della persona e dei corpi intermedi, regolati dai principi della sussidiarietà e della  solidarietà. Quei principi della dottrina sociale cristiana che furono alla base delle politiche dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

E’ prevalsa la deriva relativistica e laicista, che ha impedito di inserire nella Costituzione europea, bocciata proprio dalla Francia, le radici giudaico cristiane che fanno parte incontestabile  della nostra storia.

Vogliamo l’Europa dei cittadini e non dei poteri finanziari dominanti degli hedge fund anglo caucasici/kazari, che hanno rovesciato i principi del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ponendo la finanza in posizione dominante, con la subordinazione ad essa, cioè a coloro che la gestiscono in prima persona, l’economia reale e la stessa politica, i cui esponenti sono in molti casi ridotti a burattini mossi dai fili dei pupari finanziari.

Vogliamo il  ritorno alla controllo pubblico delle banche centrali, a partire dalla Banca d’Italia, e la separazione tra banche di prestito  e banche di speculazione finanziaria.

Macron, proveniente proprio da quei mondi che vedono nei Rothshild, JP Morgan, Vanguard , State Street , Northern  Trust, Fidelity, Francklyn Templeton, Black Rock, Black Stone, Mc Graw Hill, Bnp Paribas, Guarantee Trust, riconducibili alle 7 famiglie sassoni/georgiane/azerbajane  dei Morgan,    BauER MeyER Rothshild,  Baruch JohnSON , WalkER Bush , JefferSON, Clinton,  RockfellER ) i principali esponenti, vuole davvero  costruire con noi un nuovo rinascimento europeo?

Noi DC e popolari porteremo in Europa queste proposte e se son rose….fioriranno.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC-responsabile ufficio esteri

Venezia, 5 Marzo 2019



Torna la sinistra. Evviva. Adesso tocca al centro.


Dunque, la sinistra italiana e' ritornata in campo. Si potrebbe tranquillamente dire, per essere
ancora più chiari, che è ritornato in pista un nuovo e rinnovato Pds. Ovviamente in forma
aggiornata e rivista, ma sempre del partito della sinistra italiana si tratta. Un risultato, quello delle
primarie del 3 marzo 2019, che può contribuire a cambiare in parte la geografia della politica
italiana rimettendo in modo energie e idee che sino a qualche tempo fa parevano congelate. Ecco
perché ci sono almeno 3 elementi politici attorno ai quali non si può non riflettere dopo il risultato
delle primarie del Partito democratico.


Innanzitutto con la segreteria Zingaretti, come dicevamo poc'anzi, ritorna in campo la sinistra, il
pensiero e la tradizione della sinistra italiana. Era da tempo, del resto, che si auspicava e si
invocava questo "ritorno". E questo dopo una fase in cui questa cultura, questo pensiero e questa
tradizione erano stati, di fatto, archiviati. O meglio, accantonati nella concreta gestione del partito
di riferimento della sinistra italiana. A ciò ha contribuito in modo determinante la stagione renziana
dove, e' sempre bene non dimenticarlo, oltre l'80% del partito condivideva quel progetto e quella
impostazione. Gran parte della nomenklatura che ha sostenuto oggi Zingaretti invocando
discontinuità e cesura radicale rispetto al passato, sono stati stati tifosi e fans accaniti per oltre 4
anni del progetto renziano. I nomi sarebbero tantissimi. Uno fra tutti. L'ex sindaco di Torino Piero
Fassino. Ma oggi, comunque sia, si apre un'altra pagina. Torna la sinistra e tutto cio' che la sinistra
ha storicamente rappresentato nel nostro paese.


In secondo luogo, piaccia o non piaccia, viene definitivamente archiviato il renzismo. Almeno
dentro il Pd a guida Zingaretti. È un dato oggettivo su cui non conviene neanche soffermarsi.
Come ovvio, non parliamo del ceto dirigente renziano e di tutti colto che hanno sostenuto quel
progetto. Personaggi che nell'arco di pochi giorni saranno tutti e convintamente sostenitori del
Presidente della Regione Lazio. No, parlo delle politiche e del progetto politico renziano che ha
condizionato profondamente l'evoluzione della politica italiana. Il problema, com'è ovvio, non è il
destino politico e personale di Matteo Renzi. Al riguardo, vedremo nelle prossime settimane e nei
prossimi mesi quale sarà. Quello che resta sul tappeto e' il cambiamento radicale del progetto
politico complessivo del Partito democratico. Un progetto che in questi lunghi cinque anni ha avuto
alti e bassi a livello politico ed elettorale. Momenti politici ed elettorali, lo ripeto, che sono stati
ampiamente e quasi unanimemente condivisi dal Partito democratico a livello nazionale e a livello
locale. Ora si cambia. Come? Anche qui, lo vedremo nelle prossime settimane ma è indubbio che
quando si parla di discontinuità radicale e di cesura totale rispetto al passato non può che ritornare
in campo un'altra cultura, un altro pensiero, un altro metodo e un'altra ricetta. Economica, sociale,
istituzionale, finanziaria e quindi politica. E Zingaretti ha avuto un grande merito in queste primarie.
Lo ha detto in tempi non sospetti che tutto sarebbe cambiato e che, soprattutto, avrebbe archiviato
con la sua vittoria il passato recente di quel partito. Ecco perché nel Pd il renzismo sarà
politicamente archiviato.


In ultimo, tornata in campo la sinistra con un rinnovato e moderno Pds, adesso tocca al "centro
politico" riorganizzarsi e tornare in campo.

E non solo perché lo chiedono e lo invocano i granopinionisti dei quotidiani. Da Panebianco a Galli Della Loggia a Polito.

No, adesso la presenza dun centro politico, culturale e di governo serve alla democrazia italiana e alla cultura riformista del
nostro paese. Un centro che non sia solo di ispirazione cattolica. Anche, com'è ovvio, ma non solo.


Serve un "centro plurale" che sappia unire in un credibile progetto politico la cultura di governo, la
credibilità della classe dirigente, la capacità di non radicalizzare il confronto politico, una ricetta
programmatica in grado di saper comporre gli intessi contrapposti e, soprattutto, che sappia
rappresentare un elettorato che non ama l'estremizzazione della dialettica politica. Una
radicalizzazione che con il ritorno della tradizionale sinistra, accanto ad una forte e visibile destra,
sarà al centro della contesa politica italiana a partire dalle prossime settimane.

Questo è il compito di tutti coloro che non si riconoscono nella contrapposizione secca tra la sinistra e la destra.
Ecco perché, infine, la netta vittoria di Zingaretti ha comunque contribuito a rendere più chiare e
più nette le dinamiche della politica italiana. Adesso è tutto più chiaro. Accanto alla destra in
crescita, accanto alla presenza, seppur declinante, di un movimento antisistema e populista,
accanto al ritorno della sinistra tradizionale e moderna, va riorganizzato un campo di centro. Non
per ripristinare una terza o quarta posizione ma, al contrario, per ridare qualità alla nostra
democrazia e far tornare protagoniste tutte le culture politiche del nostro paese.


Giorgio Merlo

Torino,4 Marzo 2019



 

 

Dopo il “pronunciamiento” di Salvini è tutto più chiaro

 

Alle elezioni regionali di Abruzzo il 10 Febbraio scorso, il M5S ottiene il 19,7 %, dopo che alle politiche del 4 marzo 2018 aveva ricevuto il 39,85 %; in consiglio comunale di Taranto scompare la rappresentanza del movimento; alle regionali di domenica scorsa in Sardegna il M5S, che alle politiche del 4 Marzo aveva ottenuto oltre il 40% ,sprofonda a meno del 10%.

 

Non c’è che dire, con Di Maio leader, i grillini perseguono imperterriti la linea del gambero. E Di Maio come reagisce? Tranquilli, predica la riorganizzazione del movimento verso il partito: due mandati per tutti a cominciare dai consiglieri comunali e poi, via via, si arriverà anche ai parlamentari, dato che tornare a lavorare, per chi un lavoro ce l’aveva, sarebbe molto dura, mentre per gli altri…..c’è sempre il reddito di cittadinanza. E per Di Maio, il leader delle sconfitte? Tutto congelato, il suo ruolo “ si ridiscute tra quattro anni”; insomma  Di Maio non si cambia, non è previsto da nessun contratto.  Poveri “grullini”, ridotti a sorbirsi il Giggino di Pomigliano d’Arco………. fino alla fine.

 

Matteo Salvini sull’onda dei successi elettorali considera la sua attuale posizione di dominus del governo giallo verde, come la migliore possibile per lui e per la Lega. Non a caso si spinge a dichiarare: “io mai più con il centro-destra”. Non è la prima volta che Salvini assume il ruolo baldanzoso e sfrontato di un “Capitan Fracassa” (“ mi processino pure”), salvo poi, proprio come nel caso del processo per la Diciotti, ridursi, consigliato dall’esperta ministra avvocata Bongiorno, a quello di un qualunque “Tecoppa meneghino” bisognoso del salvataggio del voto dei pentastellati.

 

Certo la natura originaria della Lega con Salvini è profondamente mutata; all’idea separatista bossiana della Padania dall’Italia è subentrata quella di un partito nazionale a tutto tondo, che accentua sino a livelli pericolosi il suo nazionalismo, con alcuni esponenti, come il loro mentore economico, Claudio Borghi, che, anziché la separazione della Padania  dall’Italia, auspicano la separazione dell’Italia dall’Unione europea.

 

Sono giurassici i tempi bossiani del “ Dio PO”,  con le ampolle delle sue acque raccolte sul Monviso e portate in laica processione sino a Venezia; o quelli delle bandiere tricolori strappate al canto di “ Va pensiero”. Ora trionfa l’immagine di un ministro degli Interni che sfoggia felpe d’ordinanza di tutte le forze armate e dell’ordine pubblico col tricolore e giunge a visitare un signore, condannato in via definitiva dalla Cassazione per tentato omicidio, in spregio evidente della magistratura e  con l’utilizzo “improprio” e deformante del suo ruolo istituzionale. Insomma la Lega a trazione salviniana sta assumendo la funzione e il ruolo della vera destra lepenista italiana che, persino la Meloni e Crosetto al  suo confronto sono dei liberali moderati.

 

Non nascondiamo la nostra simpatia e vicinanza politica agli amici della Lega che conosciamo nel Veneto, dal governatore Zaia al presidente del Consiglio regionale, Ciambetti. In molti dei loro seguaci riconosciamo gli interessi e i valori che un tempo sono stati rappresentati dalla Democrazia cristiana veneta, che fu il partito di molti dei genitori degli attuali esponenti della Lega veneta.

 

Con la stessa franchezza, però, possiamo affermare che delle politiche e degli atteggiamenti assai poco istituzionali di Salvini, non condividiamo pressoché nulla; anzi, riteniamo che siano espressione di un nazionalismo vecchio e stantio, capace solo di suscitare  pericolose fratture nel tessuto sociale e morale dell’Italia. Un Paese che è ridotto all’isolamento internazionale  più grave della sua storia repubblicana, e/o, peggio, per il quale si  ipotizzano nuove alleanze ad oriente, lontane da quelle atlantiche ed  europeiste occidentali, che la DC seppe garantire all’Italia per quasi cinquant’anni.

 

Ecco perché l’affermazione perentoria di Salvini, una sorta di “pronunciamento” nello stile del “comandante”: “ Io mai più col centro-destra”, assume per noi “ DC non pentiti” la conferma di quanto abbiamo deciso nel nostro congresso nazionale dell’Ottobre 2018; ossia la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo centro, non sbilanciato, né a destra né a sinistra, impegnato nella difesa e nell’ integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

 

Una Costituzione da realizzare pienamente in tutti i suoi principi fondamentali, dall’applicazione dell’art.49, al fine di superare la presente realtà di un partito, come il M5S, etero guidato dall’esterno da una società a responsabilità limitata, con parlamentari dal vincolo di mandato subordinato dai dioscuri pupari di quel movimento, sino a quelli inerenti alla dignità della persona, al ruolo della famiglia naturale e dei corpi intermedi.

 

Ecco perché siamo impegnati, innanzi tutto, a riunire nella stessa casa tutti i diversi gruppi, partiti e movimenti che, a diverso titolo, si rifanno alla DC e a superare le scaramucce infantili e suicide che qualche irresponsabile continua ad alimentare fra noi. Ecco perché, infine, intendiamo concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico, come fu il MRP francese, che raccolga le migliori culture della storia politica italiana. Un movimento popolare, laico, democratico, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori.

 

Un Movimento ampio e plurale che si ponga sin dalle prossime elezioni europee il compito di riformare profondamente la struttura dell’Unione europea. Come ho concluso nel mio ultimo saggio: “ Elezioni europee-La visione dei “ Liberi e Forti”, https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/ è evidente l’esigenza di una seria riforma della costruzione europea, sia dal punto di vista istituzionale, della governance e, soprattutto, sulle politiche economiche e finanziarie da sottrarre ai condizionamenti giugulatori dei poteri finanziari dominanti.

 

Trattasi di un compito politico e culturale straordinario, al quale noi popolari italiani ed europei, soci fondatori, prima della CEE e, poi,  dell’Unione europea, abbiamo il dovere di offrire il nostro prezioso contributo senza del quale l’attuale costruzione è destinata a sicuro fallimento. E dovremo farlo insieme alle altre culture laiche e liberali, riformiste di ispirazione democratica che condividono i valori dell’umanesimo cristiano.

 

Questa è la priorità per tutti i popolari italiani che credono nel valore di un’Europa federale riformata sui principi a suo tempo indicati da Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. E questa è la prospettiva per cui ci battiamo.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC, responsabile ufficio esteri

Venezia, 28 Febbraio 2019

 


Cattolici e politica, dal cardinale  Poletto un invito esplicito e diretto.

 

 

"Svegliatevi, non c'è più tempo, agite al più presto. Alle prossime politiche sarà troppo tardi, dovete cominciare subito a far vedere che una luce si accende, non importa quanto piccola. Nessuna deriva confessionale: costruite un soggetto politico laico, se non un partito almeno un manifesto programmatico per chi come noi crede che è ora di voltare pagina. Abbiamo delle responsabilità, a partire dalla colpevole afonia dei cattolici negli ultimi anni".

 

Con queste parole precise, responsabili e secche, il cardinale Severino Poletto, già arcivescovo di Torino, ha segnato il dibattito organizzato da Rete Bianca del Piemonte sul tema molto dibattuto della presenza politica dei cattolici nella società contemporanea. Un invito, quello del cardinal Poletto, che ha richiamato i cattolici ad una nuova ed inedita assunzione di responsabilità dopo aver individuato e rimarcato la sostanziale irrilevanza politica dei cattolici stessi nell'agone politico italiano.

 

Una denuncia che non potrà passare sotto silenzio non solo per l'autorevolezza e il prestigio di Poletto ma anche, e soprattutto, per il coraggio e la coerenza nell'aver individuato una strada concreta e lineare da percorrere. Certo, una riflessione che è partita da una premessa altrettanto netta: e cioè, la presenza dei cattolici nei vari partiti si è rivelata progressivamente inesistente, se non del tutto irrilevante. Una denuncia che condividiamo sino in fondo perché conferma, come diciamo da tempo, anche il fallimento e l'archiviazione dei cosiddetti "partiti plurali" - a cominciare dalla concreta esperienza del Partito democratico - e la progressiva irrilevanza politica di quest'area culturale nei vari partiti. Ed è lo stesso Poletto a sottolineare che adesso occorre dire "basta all'afonia, basta all'irrilevanza".

 

Ora, dal convegno di Torino arriva anche un messaggio preciso a tutti quei cattolici che continuano, anche in buona fede, a sostenere che occorre attendere almeno 20 anni prima di"scendere in campo", a coloro che continuano a predicare, sempre più stancamente, che ci si deve impegnare solo nel prepolitico, nella formazione di coscienze, nel lievitare i vari settori della società, nel continuare ad esercitare quel discernimento critico che rischia solo di produrre testimonianza e, purtroppo, impotenza politica e progettuale. Perché tutto ciò rientra più nella finalità dell'Azione cattolica e di altri movimenti ecclesiali che non di chi nutre e coltiva passione e vocazione alla politica.

 

Ha ragione, quindi, il cardinal Poletto. Dopo il profondo cambiamento della geografia politica italiana e il superamento della tradizionale architettura politica, anche per i cattolici democratici e popolari si è aperta una nuova pagina. E una nuova stagione. Adesso si tratta di far accompagnare i fatti alle enunciazioni. Il tempo della testimonianza, degli approfondimenti accademici e delle esercitazioni intellettuali deve cedere il passo alla stagione dell'azione politica concreta e dell’organizzazione politica. Cioè a una nuova assunzione di responsabilità fatta di coraggio  e di coerenza. Come ci ha detto, giustamente, il cardinal Severino Poletto a Torino.

 

Giorgio Merlo

Torino, 18 Febbraio 2019


Si è riaperto  il tema dell’autonomia regionale differenziata

 

Si è riaperta la questione, per la verità mai chiusa, dell’autonomia regionale. Quella cosiddetta differenziata é l’ultima delle soluzioni escogitate, dopo il fallimento dei precedenti tentativi svolti sin dalla bicamerale presieduta da D’Alema (1997) e a seguito dell’enorme confusione istituzionale connessa alle modifiche del Titolo V della della Costituzione (legge cost.le 3/2001). L’introduzione delle “materie concorrenti” tra Stato e Regioni, come è noto,   ha dato vita, infatti,  a una serie infinita di contenziosi, mentre permane la situazione non più sostenibile delle differenze esistenti tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, che, vanamente, almeno sin qui,  noi popolari veneti abbiamo tentato di superare.

 

Se alcune tra le regioni trainanti dello sviluppo italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono giunte a proporre la via d’uscita, prevista in Costituzione, di un’autonomia differenziata, è perché l’attuale assetto istituzionale del nostro Paese non regge più, aggravato dalla condizione complessiva di anomia politico istituzionale ed economico sociale in cui versa l’Italia. Credo si debba partire da quest’oggettiva constatazione di crisi del nostro sistema istituzionale, resa ancor più difficile dalla situazione critica all’interno dell’Unione europea e nei nuovi assetti e rapporti internazionali; questi ultimi in continua modificazione nell’età della globalizzazione.

 

Ricordo al riguardo che, nel Febbraio 1997, sono usciti per la collana "il nocciolo" di Laterza, due saggi sull'Europa, che meritano la nostra attenzione. Il primo, in ristampa dopo la prima edizione del 1996, di Piero Bassetti ("L'Italia si é rotta? Un federalismo per l'Europa" )  ed il secondo, in prima edizione 1997, di Ralf Dahrendorf ("Perché l'Europa? Riflessioni di un europeista scettico") che affrontavano, da due diverse prospettive,  il tema dell'Europa.

 

Bassetti é, per quelli della mia generazione, il non dimenticato paladino del regionalismo degli anni '70, il primo Presidente della giunta regionale della Lombardia, il sommo teorico italiano del glocalismo (presidente della fondazione Globus et Locus). Ralf Dahrendorf, di origine tedesca, essendo nato ad Amburgo, é stato sino al 1983, il direttore della prestigiosa London School of economics, ed è stato membro della Camera dei Lords inglese e già Commissario inglese dell'Unione europea. E’ morto a Colonia il 17 Giugno 2009. Essi rappresentano, tuttora, due voci autorevoli di una stessa generazione di uomini politici e di cultura, le quali esprimono due diverse concezioni dell'Europa e del federalismo, dopo sessant’anni dalla nascita della CEE .

 

Il primo, kennedianamente un "ottimista senza illusioni", preoccupato della pericolosissima china cui é giunta l'Italia collassata nella sua struttura statuale ed al limite del rischio della secessione, ritiene che: " se il Paese si rompe sotto la pressione  europea, usiamo proprio la colla europea per aggiustarlo e farcelo entrare politicamente unito".

 

Per Bassetti, insomma, la difesa dell'Unità nazionale ed il superamento del rischio secessione può solo avvenire attraverso la Costituzione europea. Ma andare in Europa uniti per Bassetti "non vuol necessariamente dire volere cavare dall'Europa una sola cosa da fare, noi, tutti insieme secondo il classico approccio da governo centrale. Andare nell'Europa pluralista con un'Italia pluralista vuol dire poter chiedere cose diverse alle diverse realtà del Paese facendolo però insieme e con una visione di insieme".

 

a)    E' netta in Bassetti l'idea del superamento della concezione dello Stato nazionale così come ereditata dal Risorgimento e, dunque, la consapevolezza che "una nuova politica di Unità nazionale dovrà essere costruita non attorno a una rivendicazione di indipendenza e separazione dagli altri Stati europei come all'epoca del Risorgimento, ma, al contrario, deve essere tesa a inserire in Europa gli interessi globali del nostro Paese, partendo dalle sue differenze e articolazioni, nel tentativo di far giocare tali differenze come un surplus geopolitico che l'Europa ha in passato sempre mostrato di apprezzare." Sfiducia totale nella tradizionale concezione dello Stato nazionale così come concretamente si é realizzato in Italia, e totale adesione all'idea di un'Europa delle Regioni in cui il collante fondamentale dovrebbe essere costituito dal "sistema delle imprese". Superamento della vecchia idea del Principe-Stato e centralità dell'impresa "la quale non rappresenta più solo l'unità elementare di produzione, ma é anche il principale motore dell'innovazione". Non più, dunque,  un sistema fondato sull'alleanza tra Stati e superamento del centro come momento unificante dei particolarismi, quanto la realizzazione di un sistema a rete tra realtà regionali dell'Europa, istituzionali e d'impresa, che realizzano un nuovo patto federativo per il prossimo secolo, quale unico vero antidoto possibile contro i rischi non effimeri di disintegrazione socio politica del nostro Paese. Questo tema è stato ripreso con la stessa determinazione e nuovi accenti da Piero Bassetti, grazie a un articolo pubblicato su “ Il Foglio”, Mercoledì 13 Febbraio a firma di Maurizio Crippa, intitolato: “Il Risorgimento. Parte due”.

 

b)   Da esso emerge come il voto del 4 marzo  2018 abbia rivelato l’esistenza di due Italie difficilmente riconducibili e interpretabili da una cultura unitaria e condivisa e da una gestione dello stato di tipo centralizzato. La mancata unità nazionale su basi federaliste secondo la concezione di Carlo Cattaneo con l’alleanza tra borghesia del Nord , monarchia sabauda ed esercito, ha fatto nascere uno Stato, ma non ha risolto il problema lucidamente posto da Massimo D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. Di qui l’espressione di Bassetti della fine del primo risorgimento, proponendo una seria riflessione sulle riforme istituzionali possibili e compatibili e la riproposizione di  una lettura del caso Italia  secondo la stessa idea del prof Miglio : macroregioni e selezione di una nuova classe dirigente dal basso, partendo dalle realtà locali, considerando insufficiente e inadeguata la stessa soluzione dell’autonomia differenziata richiesta dalle tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna) che è  alla firma del governo.                         

 

 

Totalmente diversa la posizione espressa da Ralf Dahrendorf, che in quel saggio si autodefinì "un europeista scettico" e che nello stesso espose, sostanzialmente assai bene, la posizione prevalente degli inglesi, già allora, in materia di costruzione europea. Teorico inflessibile dello Stato nazionale da lui ampiamente difeso contro le ricorrenti utopie dei federalismi regionali (v. il suo bel saggio su Micromega ,n.5/94,pagg.61-73) per Lord Dahrendorf: "la peggiore delle  prospettive é la cosiddetta Europa delle regioni, in cui unità sub nazionali omogenee, e quindi intolleranti, si uniscono con una formazione sovrannazionale  retorica e debole. Contro una prospettiva del genere , lo Stato nazionale eterogeneo é l'unico bastione".

 

Ne risulta una concezione totalmente opposta a quella di Bassetti,  che si basa su un'idea pessimistica delle realtà territoriali regionali portatrici, nella visione di Dahrendorf, di intrinseci rischi di frantumazione degli Stati, unici garanti delle regole di libertà per i cittadini. Insomma per Dahrendorf il binomio"società e democrazia" è più importante di "Europa e democrazia", mentre non manca il timore, così diffuso in molta parte della cultura anglosassone ed europea, espresso dal seguente interrogativo: "non può essere forse che in bocca tedesca "Europa" sia in realtà la parola in codice per il nuovo nazionalismo tedesco?".

 

Tutto il suo saggio é permeato da approfondite riflessioni in ordine ai rischi, se non addirittura all'inutilità, di considerare l'Unione monetaria che, come dibattito sull’euro, é oggi al centro del dibattito politico, economico e finanziario in molti  Paesi europei, Italia in testa, come il tema essenziale per la costruzione europea. Per Dahrendorf non solo tale questione non serve a risolvere i grandi problemi storico-politici presenti all'attualità dell'Europa di oggi, ma, probabilmente potrebbe contribuire a ritardarne addirittura la soluzione, riducendosi alla costruzione di un mero "francomarco"a netta egemonia tedesca. Una profezia che si è in larga parte auto adempiuta. Insomma per Dahrendorf non vale la pena di morire per Maastricht, mentre più saggio sarebbe puntare alla costruzione di una più stretta unione delle nazioni europee, "partendo dall'Unione europea così come esiste realmente nella sua attuale articolazione di Stati nazionali."

 

Ridotte così al "nocciolo" le tesi dei due autori  alla fine del secolo scorso, credo siano tuttora di grande interesse nell'attuale dibattito apertosi in Italia e nell'Unione europea.

 

Qualche anno dopo la pubblicazione di quel saggio (1997), nel 2014, l’allora primo ministro francese, Manuel Valls, propose  di "ridurre della metà il numero delle regioni" entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) "entro il 2021".Le Regioni francesi sarebbero passate dalle attuali 22 a 12, con un risparmio di spesa  annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica. Quello stesso anno Beppe Grillo, il leader del M5S, il 7 Marzo sul suo blog definiva l’Italia: "un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme" e per questo insisteva sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.

Quella  iniziata nel 1861, scriveva Grillo, è “una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa  da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello  Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, proseguiva il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”. Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dellAlto Adige alla Francia e allAustria? Ci sarebbe un plebiscito  per andarsene”.

Considerazioni a cui replicò Matteo Salvini così: “Non vorrei che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”. Ma se da lui non ci saranno “solo parole” fra M5S e Carroccio “sarà una battaglia comune”. “Se è coerente – disse Salvini – Grillo sosterrà subito il referendum per l’indipendenza del Veneto e quando in Lombardia chiederemo lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspettava che “non rimanessero solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestina e poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta solo la Lega: se non saranno solo parole sarà una battaglia comune – concludeva – perché è certo che se mettiamo insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”.

Parole profetiche pronunciate dai due leader quattro anni prima del “contratto di governo” giallo verde, anche se, oggi, giunti alla vigilia della firma degli accordi sottoscritti dalla ministra Stefani con i tre governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, i grillini si stanno tirando indietro, preoccupati di offrire all’alleato-competitor di governo, Salvini, un vantaggio sicuro rispetto alla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo.

 

Ho citato queste idee di Grillo e di Salvini datate 2014, per evidenziare come i temi dell’autonomia regionale possano assumere nel tempo forme e declinazioni diverse, così come l’abbiamo sperimentato anche noi popolari veneti che, dalla fine del 2015, abbiamo avviato una grande campagna per la nascita della macroregione del Nord Est o del Triveneto, secondo le vie previste dalla Costituzione. Sostenitori della tesi del  prof Miglio, da anni, infatti,  proponiamo in Italia  il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni.

 

Proprio alla fine del 2015 e per tutto il 2016 e 2017, con molti autorevoli amici veneti, abbiamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti che:esiste, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato. Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ovvero promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto), si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto.

 

Fondere due regioni speciali e una ordinaria comporterà necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarà una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’itero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA.

 

Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appare uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio. La proposta potrebbe nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria.

 

Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “ wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, hanno deciso diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo che  ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale.

La forte partecipazione al referendum svoltosi  il 22 Ottobre 2017 e un voto pressoché plebiscitario a sostegno di una maggiore autonomia della nostra Regione, sono state le precondizioni politiche, nel Veneto e in Lombardia, per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti sono una cifra enorme non più sostenibile. L’Emilia e Romagna senza referendum optò da subito per l’apertura di una trattativa diretta col governo, sulla  base di  una proposta di accordo votata all’unanimità dal consiglio regionale emiliano.

 

Va assicurato che non intendiamo  sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma onestamente non si possono più accettare gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana o laziale e lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia.

 

Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla  base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.

La nostra proposta non intendeva e non chiede di ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma, semmai, di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico  politica della Repubblica Serenissima, il punto di riferimento centrale della nostra proposta. Nessuna velleità scissionistica, ma il riconoscimento di una specifica autonomia nel  quadro di ciò che prevede la nostra Costituzione repubblicana.

Che esista una questione settentrionale, lo ha ben descritto l’amico Achille Colombo Clerici in un suo recente saggio,  che ripropone quanto da lui esposto in una conferenza tenuta a Zurigo all’Istituto svizzero per i rapporti culturali ed economici  con l’Italia nel giugno 2008.In estrema sintesi Colombo Clerici fa presente quanto segue:

Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi.

 

Si delinea un'area geografica comprendente le regioni del Nord, un'area entro la quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale ed economica. Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la Regione che più assomiglia ad uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la vita. La questione settentrionale potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, mentre le risorse per consentire questo compito non sono per niente definite. Anzi, non se ne parla nemmeno. L’assistenzialismo centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una corrispondente produzione.  Lo Stato Italiano ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati.

 

La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del “federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale. Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo. Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno–partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale.

Ci auguriamo che il governo  non sia sordo e ondivago come lo è stato il PD a suo tempo, in questa vicenda per l’autonomia differenziata. Se, com’è assai prevedibile, gli accordi annunciati dalla ministra Stefani non potranno essere sottoscritti in questa fase pre elettorale, non sarà con il rinvio che si potranno sciogliere i nodi aperti dalla locomotiva italiana lombardo-veneta-emiliana. Alla fine, si dovrà prendere atto dell’opportunità di un nuovo assetto finalmente federale del Paese, con cinque o sei macroregioni  e una guida autorevole e forte centrale, come il compianto prof Miglio, profeta inascoltato, autorevolmente auspicava.

Ricordo ciò che ha scritto Stefano Bruno Galli, in una nota su “ La Confederazione Italiana” il 23 Giugno 2016 sul tema: “ Il federalismo di domani”:

“Sarebbe questo il progetto di un federalismo a geometria variabile concreto, realizzabile e praticabile. Un federalismo dal quale ci guadagnerebbero tutti. Le autonomie storiche sarebbero affiancate da queste nuove autonomie speciali, e quindi nessuno si permetterebbe più di metterne in discussione la sopravvivenza. Le regioni del fronte del residuo fiscale conquisterebbero maggiori – e strameritati – margini di autonomia politica e amministrativa. Infine, nel rapporto con le nuove specialità, si potrebbe lavorare sulla riduzione del residuo in cambio dell’attribuzione in via esclusiva di tutte le competenze concorrenti e dell’assolvimento di servizi oggi garantiti dallo Stato centrale: minore spesa in uscita e più qualità nei servizi erogati, a beneficio della collettività. Perché le regioni con un consistente residuo fiscale sono assai più virtuose dello Stato di Roma. Lo dimostra proprio l’entità del residuo. Mentre le altre regioni, quelle che – come un’idrovora – sono mantenute e succhiano risorse allo Stato centrale, rimarrebbero nell’attuale condizione di dipendenza e di subordinazione rispetto a Roma. Condizione rafforzata – ma solo per loro – dalla riforma costituzionale. Se intendono guadagnare una maggiore autonomia politica e amministrativa saranno costrette a diventare virtuose. È ora che in questo Paese si adottino dei criteri premiali, basati sulla competizione – che è l’essenza del federalismo – fra la virtuosità dei territori. Competizione che questo Paese non ha mai conosciuto.”

L’immediata reazione del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, il quale intende anche lui chiedere per la sua realtà territoriale una maggiore autonomia, non può che essere salutata favorevolmente, al di là dei toni vanagloriosi di sfida, tenendo presente che si tratterà di rimodellare l’intero assetto istituzionale del Paese con cinque o sei macroregioni e un forte potere centrale di tipo presidenziale, come nei migliori modelli federali esistenti in Europa e nel mondo. Credo che su questa proposta si possa e si debba aprire un serio confronto anche al nostro interno, trattandosi di un’idea coerente con quanto appartiene alla nostra migliore  cultura e tradizione politica delle autonomie locali, da quella popolare sturziana a quella  democratico cristiana e degasperiana iscritte nella Carta costituzionale.

Ettore Bonalberti

Venezia, 16 Febbraio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Dopo l’Ufficio politico della DC

 

Il garrulo Di Maio è convinto che “governerà cinque anni”. Quella che per lui è una speranza, per gli italiani potrebbe diventare un incubo. Basta considerare ciò che sta accadendo nel nostro Paese: la rivolta dei pastori e allevatori sardi produttori di latte i cui costi di produzione non sono più compensati dai prezzi di vendita jugulatori imposti dalle major del settore e da una politica agricola europea tutta da rivedere; la rivolta dei gilet arancioni degli olivicoltori pugliesi  in crisi per la xylella, la concorrenza e le frodi alimentari contro il nostro straordinario olio d’oliva; la rivolta ai limiti della guerriglia urbana degli anarchici e dei black blocs a Torino, che sembra innescare ciò che i gilet gialli stanno perseguendo da alcuni mesi in Francia, un autentico “progrom” della Francia, partendo dal tessuto urbano di molte città e puntando alla crisi del governo e della presidenza Macron.

 

E’ in atto quella che da diverso tempo ho indicato come la reazione del terzo stato produttivo e di una parte dei diversamente tutelati, quella, ovviamente, meno tutelata, contro la casta, con il “quarto non stato” che continua a esercitare il suo potere di rendita, sottratta a ogni capacità di regolazione e controllo da parte dello Stato. Una reazione che potrebbe sfociare in una rivolta fiscale e/o in una più generale rivolta sociale e politico istituzionale.

 

Quest’ultima annunciata dall’alta astensione al voto (poco più del 17 % alle recenti elezioni per il rinnovo di un seggio al consiglio regionale sardo e poco più del 50% nelle elezioni regionale abruzzesi  di domenica 10 Febbraio) se il 4 Marzo si era tradotta sul piano elettorale con l’affermazione su liste contrapposte del M5S, da un lato, e della Lega, dall’altro, dopo otto mesi di esperienza del governo del contratto giallo verde,  nel voto di Abruzzo ha registrato:

a)                 una netta affermazione già annunciata dai sondaggi della Lega

b)                l’ affermazione del centro destra unito che, sfiorando la maggioranza assoluta (48% dei voti) ha portato nel bigoncio della coalizione un’altra presidenza di regione dopo quelle di Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli V.Giulia. Va sottolineato che nessuna regione italiana è governata dal M5S o dalla coalizione giallo verde;

c)                 la tenuta della coalizione unita della sinistra che si riproporrà come unità delle forze europeiste nelle prossime elezioni di maggio;

d)                il disastro elettorale del M5S che riduce di quasi il 50% la percentuale dei voti ( 20 %) rispetto a quelli conseguiti il 4 Marzo alle politiche del 2018 ( 38 %).

Dopo il voto in Abruzzo,Matteo Salvini si affanna a dichiarare: niente cambi al governo nazionale. Il problema, però, non è  cosa vorrà fare la Lega divenuta, secondo i sondaggi e  la verifica del  voto abruzzese, il partito di maggioranza relativa in Italia, ma ciò che faranno i grillini che dalla Lega stanno per essere cannibalizzati. Si apre una settimana politica interessante tra voto sul processo a Salvini, decisione sulla TAV,  sulla legittima difesa, sui vertici di Banca d’Italia, sull’autonomia delle regioni del Nord : Veneto, Lombardia ed Emilia. Può darsi che prevalga il fregolismo del duo giallo verde Salvini-Di Maio, ma fino a quando potrà durare?

 

C’è qualcosa che si sta lacerando nel tessuto economico, finanziario, sociale e politico istituzionale italiano:

a)                 la crisi del sistema bancario e l’attacco all’autonomia della Banca d’Italia, già dominata dal potere degli hedge funds anglo caucasici_kazari , che richiede di tornare alla legge bancaria del 1936, per riprendere il controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria;

b)                la crisi nei rapporti con la Francia e l’isolamento sempre più forte dell’Italia a livello europeo e internazionale, con una politica estera che sta intaccando i pilastri fondamentali costruiti dalla DC nei 45 anni del governo del Paese: alleanza atlantica e Unione europea;

c)                 una crisi economica e sociale espressa dai dati della decrescita infelice dell’Italia , della disoccupazione totale e giovanile in particolare, dai dati emigratori, e della povertà assoluta ( 5 milioni) e relativa ( quasi 9 milioni di italiani).

 

Alla riunione dell’ufficio politico della Democrazia Cristiana tenutasi ieri a Roma, ho evidenziato come sia  attorno a questi nodi che, un partito ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano e alla storia della DC, dovrebbe impegnare la propria azione e indicare le soluzioni politiche possibili, assumendo a livello programmatico  molte delle proposte che dal seminario di Sant’Anselmo (3-4-5 gennaio 2013) all’incontro di Camaldoli (17-18 Giugno 2017)  la DC ha saputo sin qui elaborare . Purtroppo continua una suicida campagna di delegittimazione svolta non solo tra le tradizionali ormai indigeste e assurde parrocchiette delle diverse sigle ex DC, ma anche e soprattutto, con toni fuori di ogni decenza, al nostro interno.

 

E’ tempo di girare definitivamente pagina: Il Presidente del Consiglio nazionale, Gianni Fontana,  che avevamo eletto all’unanimità, proprio quale soluzione tesa a evitare una spaccatura congressuale il 14 ottobre scorso; una spaccatura che sarebbe suonata come quella dell’atomo, con cifre numeriche ridicole, deve scegliere: o sta con la DC o, se vuole impegnarsi su un’altra prospettiva politica altrettanto legittima, ma incompatibile con l’esercizio del suo ruolo interno ed esterno del nostro partito, scelga una volta per tutte, uscendo da una situazione di ambiguità che non fa bene a nessuno.

 

La DC intende promuovere l’unità di tutte le componenti che il 5 dicembre scorso hanno sottoscritto il patto federativo programmatico costituente, per tentare di costruire una lista alle prossime elezioni europee di tutti i popolari italiani che credono nell’Unione europea e intendono riportarla, insieme al PPE, ai valori originari dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

 

Se per l’indisponibilità di qualcuno ciò non fosse possibile, facciamo appello a qualche deputato europeo affinché assumesse insieme a noi la bandiera del popolarismo, per una battaglia elettorale in cui chiameremo a raccolta tutti i cattolici democratici e cristiano sociali italiani. Sarebbe la premessa utile e opportuna per la ricostruzione di un centro politico credibile, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana,  alternativo alla deriva nazionalista e populista che sta portando l’Italia allo sfascio.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 14 Febbraio 2019


A proposito di “autonomia” di Banca d’Italia

 

L’attacco di Lega e M5S all’autonomia di Banca d’Italia per “culpa in vigilando” nei casi di default bancari intervenuti come a Veneto Banca et similia, dovrebbe far riflettere sulla reale situazione nell’assetto proprietario di Banca d’Italia.

Lì si capirà se davvero Banca d’Italia è autonoma come si sostiene da parte dei partiti e la Costituzione prevede.

 

Basterebbe che il M5S con i suoi rappresentanti al governo chiedesse lumi all’On Alessio Villarosa, oggi sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ricevette una riposta dello stesso Ministero nel Febbraio 2017 ad una sua interrogazione parlamentare.

 

Il ministero confermò che maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529 (da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv.Cardarelli,) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano) risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Millano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

 

Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson,

 

Vogliamo allora veramente garantire l’autonomia di Banca d’Italia?  Va bene scegliere la dirigenza rispettando le norme di legge, ma, soprattutto, si torni al controllo pubblico della sua proprietà e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, così come prevedeva la legge bancaria del 1936, sempre salvaguardata dalla Democrazia Cristiana,  superata, ahimè, dal  Decreto Leg.vo n.481 del 14.12.1992 di Amato-Barucci citato.

 

Vogliamo discuterne seriamente? Organizziamo quanto prima un seminario sul tema: sovranità monetaria e sovranità nazionale con esperti economisti e studiosi del sistema bancario e finanziario italiano e internazionale.

Cordiali saluti

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC-resp.le Ufficio esteri

Venezia, 11 Febbraio 2019


Tornati i Ds. Adesso ritorni il centro.

 

Dunque, la sinistra e' tornata. O meglio, sta ritornando il Pds a guida Zingaretti. Perché, per quanto riguarda l'ex Pd, e' arrivato il momento di chiamare le cose con il proprio nome.

 

Archiviata definitivamente la stagione originaria del Partito democratico, cioè di un partito plurale che faceva della sintesi fra le culture del novecento la sua ragion d'essere politica, e' subentrata la fase del partito più identitario. Per dirla con i due candidati alla segreteria nazionale di quel partito Zingaretti e Martina, adesso si "deve rifondare, riscoprire e rilanciare il pensiero e la cultura della sinistra italiana". Appunto, si deve rifare, in forma forse anche un po' aggiornata, il Pds.

 

Questo, del resto, e' quello che si attende la base di quella formazione politica dopo l'ubriacatura renziana e il conseguente, e del tutto scontato, tradimento di tutti coloro che sono stati integerrimi ultras renziani e poi, appena conclusasi la parabola fatta di ripetute e continue sconfitte elettorali, tutti a saltare sul nuovo carretto del vincitore. E con il Pds, sono tornati anche i tic - o i vizi – storici dell'armamentario della sinistra italiana. Dagli appelli dei milionari, alto borghesi, elitari, salottieri ed aristocratici "progressisti" alla centralità dei diritti civili a scalpito dei diritti sociali; dalla difesa del "sistema" e delle sue ragioni alla perdurante indifferenza dei bisogni reali dei ceti popolari e di quelli più disagiati: dalla sicurezza al reddito di cittadinanza, dalle difficoltà delle periferie alle condizioni sempre più critiche degli "ultimi" e dei "poveri" di cui si continua a sventolare, con un pizzico di ipocrisia, la bandiera di riferimento. E, accanto a tutto ciò, la voglia di tornare al governo - avendo perso quasi del tutto la dimestichezza con l'opposizione che non sia quella di sistema e a difesa degli intramontabili "poteri forti" - a qualunque costo.

 

Sotto questo versante, e coerentemente, il corteggiamento al movimento 5 stelle - o a ciò che resterà dopo le elezioni europee di quel movimento - con la benedizione dei "santoni" dell'ex campo del centro sinistra. Sotto questo profilo la "benedizione", l'ennesima anche se negli ultimi anni non ne ha più azzeccata una, di Romano Prodi, e' più che significativa e riveste una importanza decisiva ai fini dell'operazione della nuova sinistra "catto comunista".

 

Ora, tornata la sinistra senza novita' significative e senza alcuna discontinuità rispetto al passato, il campo che si deve riorganizzare e' quello del "centro democratico e riformista". Ovvero, di un centro che sappia recuperare quella cultura di governo, quel senso di moderazione e, soprattutto, quella cultura del buon senso e temperata che si è pericolosamente eclissata nella concretadialettica politica del nostro paese in questi ultimi anni.

 

Una esperienza politica che non solo è richiesta ma comincia ad essere invocata e fortemente gettonata da settori culturali, politici ed editoriali storicamente estranei ed esterni ad ogni formazione politica, seppur lontanamente, riconducibile al centro. Un ruolo politico dove pesera' anche e soprattutto la cultura e il pensiero del cattolicesimo democratico e popolare che ormai è' diventato irrilevante e del tutto marginale nelle altre formazioni politiche. A cominciare dal Pd/Pds dove, accanto al ritorno della sinistra tradizionale, la presenza della cultura cattolico democratica, di fatto, si esaurisce nella riproposizione di una piccola ed insignificante presenza "catto comunista", funzionale ai sedicenti  cattolici alla Del Rio ma del tutto priva di significati politici ed istituzionali.

 

E, accanto al ritorno della tradizione del cattolicesimo politico, una politica e una formazione

politica di centro devono sapere ricostruire anche e soprattutto una "cultura della coalizione".

 

Una cultura che negli anni della gestione renziana, con la complicità di quasi tutto il Partito democratico, è stata sostanzialmente distrutta a vantaggio della vocazione maggioritaria del partito. Una concezione arrogante e solitaria dei rapporti politici pagati a caro prezzo non solo dal Pd ma tutto da quello che restava del centro sinistra.

 

E, in ultimo, il ritorno di un partito di centro significa anche il decollo di un "riformismo temperato" che è sempre stato un elemento caratterizzante della politica italiana contro gli "opposti estremismi" di turno e contro la stessa radicalizzazione della scontro politico che in Italia e' sempre stata all'origine della crisi della stessa democrazia parlamentare e rappresentativa.

 

Ecco perché dopo la trasformazione politica del Pd e il ritorno della vecchia sinistra, un po'

identitaria e un po' moralista, adesso quasi si impone la presenza di una cultura e di una politica di centro nel nostro paese. Non per nostalgia o per memoria storica ma per la semplice ragione che senza una presenza del genere sarebbe lo stesso riformismo a pagarne le conseguenze peggiori.

 

Il sistema politico si riarticola, profondamente. Pensare che dopo il voto del 4 marzo scorso tutto sia rimasto come prima e' una pia illusione. Come risulta una pia illusione pensare che dopo un’ eventuale ed ipotetica sfiducia nei confronti del governo giallo/verde tutto ritorni come prima con un Pd al 40%, come pensano alcuni simpaticoni e guasconi di quel mondo.

 

Tutto è cambiato. E quando tutto cambia occorre semplicemente attrezzarsi. Ognuno con la propria cultura e con i propri attrezzi da lavoro.

 

Giorgio Merlo

Torino, 1 Febbraio 2019

 

Con i piedi per terra

 

Siamo alla vigilia delle elezioni europee che si terranno il 23 Maggio prossimo e, ancora una volta, siamo alle prese con il “che fare?” di noi “ DC non pentiti” e, più in generale, come partecipanti della più vasta area sociale e culturale di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale.

 

La lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2019) non si è ancora conclusa e anche all’interno di ciò che è rimasto della DC storica, permangono tentativi suicidi di divisione che più che alla “maledizione di Moro” pensiamo siano ascrivibili alla stupidità di noi uomini. A qualcuno, in particolare,  presente in misura più rilevante che mai.

 

Prima riflessione da fare è la seguente: ci interessa oppure no la scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo? Io ritengo di sì, considerato che in quella sede si discutono i grandi temi dello sviluppo economico, finanziario e sociale dell’Unione europea, e si decidono scelte rilevanti sul piano dei valori per noi cattolici non negoziabili.

 

In secondo luogo perché queste elezioni si faranno con il sistema proporzionale puro, quello che volle introdurre non a caso Luigi Sturzo agli inizi del ‘900 e che la DC seppe conservare sino all’infausta decisione di scelta del maggioritario indicata da Mariotto Segni e sostenuta da De Mita, causa non irrilevante della fine politica della DC.

 

Certo bisogna fare i conti,  innanzi tutto, con la legge elettorale, rispetto alla quale sul tappeto sono presenti tre ipotesi di lavoro percorribili: quella che vorrebbe ci si presentasse con una lista autonoma di democratici cristiani con il simbolo dello scudo crociato, il che richiederebbe di raccogliere entro poco più di un mese, 150.000 firme ( 30.000 in ciascuno dei cinque collegi in cui è suddivisa l’Italia per questa scadenza elettorale, con almeno 3000 firme in ciascuna delle regioni facenti parte del collegio di riferimento).

 

La seconda che prevederebbe che uno o più parlamentari nazionali e/o europei depositassero una lista di area DC e popolare senza necessità di raccolta delle firme. La terza, infine, ed è quella che personalmente ritengo più valida, di costruire il “ patto programmatico federativo costituente” condiviso il 5 Dicembre scorso e, quindi, concorrere alla formazione di una lista insieme a quanti si riconoscono nel programma politico del PPE.

 

Escludo la prima ipotesi, considerato che non siamo assolutamente nelle condizioni di poter raccogliere le firme nei tempi strettissimi di cui, ahimè, disponiamo e considerato che già alcuni partiti e/o associazioni, come quello del Popolo della famiglia di Adinolfi ( 0,66 % alle elezioni del 4 Marzo 2018) e di Pietro Pirovano con gli amici di Solidarietà, sono impegnati in questa raccolta su liste già formate o in via di formazione. Non bastasse la difficoltà nella raccolta, dubitiamo che una tale scelta sia in grado di ottenere un risultato al di sopra del 4%, che è il limite minimo di consenso raggiungibile per avere l’elezione di qualche deputato al parlamento europeo.

 

Anche la seconda, per quanto utile ed efficace sul piano tattico, su quello della concreta efficacia sul piano del risultato avrebbe le stesse difficoltà di cui sopra. Resta la terza opzione che si presta alla solita replica: ma allora volete andare con Berlusconi.

 

A questo rilievo critico che risente dello scontro ideologico che ha caratterizzato tutta la vicenda della seconda repubblica ( berlusconismo e anti berlusconismo, dicotomia replicante del vecchio della prima repubblica: preambolo e anti preambolo) vorrei rispondere con questi argomenti:

a)         Berlusconi e Forza Italia decisero di far parte del PPE su indicazione e sollecitazione degli amici compianti, Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo. Scelta la strada del PPE, Berlusconi e il suo partito sono diventati parti essenziali del PPE, sino a raggiungere con Antonio Tajani la presidenza del consiglio del parlamento europeo proprio in rappresentanza del PPE.

b)         Continuare a porre pregiudiziali all’ipotesi di concorrere con gli amici di Forza Italia e di altri partiti, associazioni, gruppi  e movimenti a una lista ispirata ai valori del popolarismo europeo, mi sembra una logica fuorviante, atteso che il PPE è la nostra casa ed è la casa dei nostri padri che la fondarono: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Una casa certamente  da restaurare per farla ritornare ai principi di quei padri politici europei.

c)          Chi continuasse a sostenere tale pregiudiziale, dovrebbe chiarirci con chi intenderebbe allearsi per favorire l’obiettivo di una rappresentanza della nostra area nel parlamento europeo. Con Carlo Calenda e la sua ipotesi di più ampia aggregazione delle forze europeiste? Un’ipotesi già bocciata dal PD che, con Zingaretti, probabile vincitore del congresso di quel partito, punta all’unità con LEU. In sostanza un ritorno al vecchio PDS, e il possibile accordo a sinistra con il M5S. O, peggio da soli, ricadendo così nell’ipotesi 1, che considero oggettivamente impercorribile. Un’ipotesi quella di Calenda che, d’altronde, ci vedrebbe insieme alla Bonino, espressione della visione più laicista e radicalmente alternativa ai nostri valori non negoziabili, in materia di difesa della vita  e dell’unità della famiglia naturale.

 

Ecco perché considero indispensabile una politica dei piccoli passi o da percorrere con i piedi ben piantati per terra. In un incontro tenutosi ieri a Brescia con alcuni amici di “Costruire Insieme”, presenti il presidente, sen Ivo Tarolli e l’amico Raffaele Bonanni, proprio di queste ipotesi abbiamo discusso, trovando una sostanziale unità di intenti anche con Piero Pirovano che ha presentato il suo progetto di raccolta firme.

 

Certo non si tratterà di entrare in una lista di Forza Italia, ma di dar  vita a una lista di tutti i partiti, le associazioni e i movimenti che, riconoscendosi nel programma del PPE, intendono porsi in alternativa alla deriva populista e nazionalista sin qui dominante e alla guida bislacca del governo italiano. Una lista come “ L’altra Italia con il PPE”, con il simbolo del PPE, sarebbe il contenitore ideale per una tale formazione, che potrebbe puntare ad almeno il 10 % e oltre del consenso.

 

Una lista che potrebbe essere la premessa per dar vita, subito dopo le elezioni europee, a un “ nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e trans nazionale, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori”, Così scrivemmo e condividemmo nel seminario dei popolari organizzato da “Costruire Insieme”, il 23 Giugno scorso a Verona e confermato nel documento “patto programmatico federativo costituente”, sottoscritto il 5 Dicembre tra la DC e gli altri partiti e movimenti di area.

 

Agli amici Renato Grassi, Gianni Fontana, Ivo Tarolli, Gianfranco Rotondi, Mario Tassone, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Lorenzo Cesa e ai tanti rappresentanti delle diverse associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica e popolare, il compito di attivarsi in un immediato “forum civico popolare”, come indicato dal card Bassetti, per impegnarsi in una strategia dei piccoli passi, a partire dalla condivisione di un progetto di formazione educativa e di informazione/controinformazione a quella oggi dominante su temi quali: reddito di cittadinanza, politica dell’immigrazione e integrazione, puntando a sostituire alla propaganda diffusa a piene mani ogni giorno dai giallo verdi,  un processo di autentica formazione di una rinnovata classe dirigente.

 

La scuola di formazione politica annunciata da “Costruire Insieme” e il prossimo lancio del libro dell’associazione, contenente il codice etico e il programma per l’Italia, potrebbero costituire proprio quella “zattera” sulla quale cercare di far ripartire senza velleità e tutti INSIEME, l’impegno politico dei cattolici e dei popolari in Italia e in Europa.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale della DC

Venezia 31 Gennaio 2019

 

 



Pubblichiamo un articolo dell'amico Giorgio Merlo ( " La rete bianca") sul PD e il rinnovato impegno del "cattolico adulto", Romano Prodi.



Prodi "benedice" l'alleanza con i grillini ?

 

Dunque, la sinistra e' tornata. O meglio, e' in corso tra mille difficoltà il tentativo di far ritornare i Ds.

 

Dopo l'ubriacatura renziana e il fisiologico e scontato tradimento degli ultra', appena la parabola si è esaurita per le ripetute e insistenti sconfitte elettorali - la lista è troppo lunga per cercare di farne un elenco, ricordiamo solo l'ineffabile Fassino per tutti - adesso e' in pieno svolgimento il "contrordine compagni". Ovvero, si deve - come ripetono ossessivamente e stancamente sia Zingaretti che Martina - "riscoprire, rifondare e rilanciare il pensiero e la cultura della sinistra italiana". Tradotto per i non chierici, va ricostruito il Pds. E sin qui non c'è alcuna novità. Anzi, ci permettiamo di dire che il disegno è quantomai atteso ed anche utile. Soprattutto nel momento in cui è stato definitivamente archiviato il progetto politico originario del Pd. Che era quello di essere un partito plurale, di governo, riformista e post ideologico.

 

E accanto al Pds, che dopo le primarie del 3 marzo diventera' un fatto quasi scontato, sono tornati anche i riti - o i tic storici - della sinistra italiana. A cominciare dai celebri "appelli" dei milionari dello spettacolo, della cultura, dell'editoria, dell'industria che si spacciano per progressisti e offrono ricette progressiste di fronte ai drammi e alle emergenze della società italiana. Esponenti, di norma, elitari, aristocratici, mondani, salottieri e con grandi disponibilità finanziarie che ogni qualvolta sostengono posizioni progressiste o di sinistra, finiscono per fare puntualmente la fortuna di chi vogliono distruggere e criticare. Tutto, comunque sia, secondo copione.

 

E accanto agli appelli dei milionari dell'altissima borghesia, progressista e di sinistra, torna la centralità dei diritti civili a scapito dei diritti sociali. E, com'è altrettanto scontato, lo sberleffo verso tutte queste esigenze e richieste che partono dai bisogni reali dei ceti popolari: dalla sicurezza al reddito di cittadinanza, dal "sentiment" delle periferie alla povertà vera dei ceti più disagiati alle condizioni di autentica sofferenza degli ultimi. Ma, come si sa, la sinistra salottiera ed aristocratica, nonché milionaria, preferisce denunciare e battersi contro l'imminente ritorno del fascismo di turno inneggiando alla "resistenza" al posto di elaborare proposte e studiare strategie capaci di aggredire i reali bisogni di chi e' maggiormente in difficoltà.

 

In questo quadro, peraltro non nuovo per la sinistra salottiera ed elitaria degli ultimi anni, potevano mancare i cattolici? Come ovvio no. In attesa dei sedicenti cattolici alla Del Rio, abbiamo l'impressione che il nuovo corso del Pd - che culminerà, quasi certamente, con la leadership di Zingaretti - farà di tutto per abbattere il governo giallo verde prima per poi lanciare la grande campagna dell'alleanza con i grillini. Un capovolgimento di prospettiva, l'ennesimo e per giunta trasformistica, ma che si appresta a caratterizzare l'orizzonte politico del futuro Pd/Pds.

 

Ecco perché non stupisce l'ennesimo protagonismo di Romano Prodi - che, occorre pur dirlo, in questi ultimi anni non ne ha più azzeccata alcuna - sul fronte della "benedizione" a Zingaretti prima e della potenziale alleanza con i grillini, o chi resterà dei grillini, poi. E l'incontro con il Presidente della regione Lazio a casa sua a Bologna e la riflessione simpaticamente grillina sul Messaggero di domenica, non sono altro che l'incubazione di un disegno che progressivamente, seppur con prudenza, prende forma.

 

Insomma, l'ennesima versione della discesa in campo di una sinistra "catto comunista", nobile nei principi, elitaria nei rapporti e saldamente espressione dei bisogni del "sistema", rischia di favorire proprio quelli che si vogliono combattere. Dal sovranismo in poi.

 

E noi, molto semplicemente, facciamo una sola e banale domanda: ma abbiamo veramente bisogno di una sinistra così dopo la dura ed implacabile lezione del 4 marzo?

 

Giorgio Merlo

 

Roma, 29 Gennaio 2019



Le ragioni della deriva nazionalista e il ruolo dei “DC non pentiti”

 

All’inizio si parlava di una deriva sovranista e populista, ma dopo le esternazioni bislacche di  Di Maio contro la Francia e di Salvini contro il FMI, siamo alla riproposizione del più stupido  nazionalismo che non si conosceva in Italia dal tempo del ventennio. Allora era “la perfida Albione” oggetto degli strali del Duce, ora la volubile “Marianna d’Oltralpe” che, proprio oggi, ad Aquisgrana, si appresta a siglare il rinnovo del patto con la Germania, che ripropone quello precedente tra il gen. De Gaulle e Adenauer che segnò la fine delle storiche ostilità tra i due Paesi. Altri tempi e altri giganti della politica europea. Ora è il tempo degli gnomi senz’arte né parte, quello per dirla con Mauro Mellini,  “dei quattro amici al Bar Sport”.

 

Ora, però, è giunto il tempo di chiederci come mai siamo arrivati a tanto in Italia? Come e perché si è avuto un cambiamento di atteggiamenti e di comportamenti, in una parola, di una cultura o sub cultura politica, contrassegnato dal voto del 4 Marzo 2018 e dalla successiva formazione della maggioranza trasformista giallo verde, motivata dalla “condizione di necessità”, a sostegno del “governo del contratto e del cambiamento”? Prima di porci il tema del se e quando questa maggioranza potrà collassare, credo si debbano approfondire le ragioni di questa affermatasi realtà effettuale.

 

Ci aiuta in quest’analisi quanto hanno scritto sul tema, due “osservatori partecipanti” della politica nazionale, come Michele Boldrin, del gruppo “Noise from Amerika” e il più noto Enzo Scotti, già ministro di vari governi ed esponente di spicco della DC storica.

 

Il gruppo “ Noise from Amerika” si auto definisce così nel sito: www.noisefromamerika.org. : “Siamo un gruppo di italiani che vivono e lavorano (o l'hanno fatto in passato) negli Stati Uniti d'America. Oltre a questo abbiamo, con l'eccezione della solita pecora nera, un certo numero d'altri attributi comuni: i) un Ph.D. in economia preso negli USA, ii) attività di ricerca nello stesso campo ed in istituzioni USA”.

 

Il Dr Bordin in un interessante articolo del 1 Agosto 2018 ( “ Il governo rosso-brunato”) spiega così le ragioni che stanno alla base della nascita del governo giallo verde: “Questo governo nasce sotto il triplice segno del Nazionalismo ideologico ("prima gli italiani", "fermare l'invasione", "basta diktat da Bruxelles" ...), del Socialismo economico ("contro il mercato globale", "contro il neoliberismo", "più stato e più spesa" ...) e del Populismo politico ("uno vale uno", "noi siamo i difensori del popolo", "basta tecnici, decide il popolo" ....). Dopo due mesi di martellante propaganda non possono esserci, a questo riguardo, dubbi residuali. Meno evidente il "Moralismo cattolico", che è invece sia ben presente che essenziale. Qui uso la parola "cattolico" in senso molto ristretto, con riferimento alla corrente dominante del cattolicesimo politico italiano, in particolare alla sua versione "Vaticano-CEI". Mi rendo conto che questo susciterà controversie ma per giustificarlo in dettaglio dovrei scrivere pagine e non ne ho voglia. Quindi mi prendo il lusso di procedere in modo apodittico e di affermare semplicemente che nel cattolicesimo politico italiano, nonostante le chiacchiere, il punto di vista dominante non è mai stato quello di Sturzo, bensì quello di Gedda. In ogni caso, il ruolo del moralismo cattolico lo si trova negli slogan sulla "onestà" personale dei nuovi eletti a fronte della corruzione dei loro predecessori, nei rosari e vangeli di Salvini, nel continuo appello ad una "difesa" dell'Italia cattolica dall'assalto nero o musulmano e, più generalmente, nel continuo apparire di migliaia di "cattolici veri" a teorizzare che le affermazioni di Bergoglio o di Famiglia Cristiana o di chiunque nella chiesa italiana si opponga alla loro ri-definizione di "cattolicesimo" ... costituisce un tradimento del medesimo. 

Culturalmente più importanti, nella creazione di un nuovo regime guidato da un partito della nazione, sono due narrative fondamentali del cattolicesimo politico italiano. La prima, che ha le sue radici nella Controriforma, vaneggia il ritorno ad una condizione "rifondativa" in cui un popolo (omogeneo e privo di stratificazioni socio-culturali, mare di anime pure ed uguali) si affida alla guida, direzione e protezione dei suoi leader politici (che all'origine erano i preti ed i vescovi). La seconda narrativa, figlia della cosiddetta "dottrina sociale della chiesa" vaneggia anch'essa di formule economiche nazionali specificamente italiane, capaci di rigettare sia il mercato che il collettivismo dei soviet a favore di una terza via in cui lo "stato buono" e le varie associazioni del "terzo settore" programmano e gestiscono il sistema economico nazionale. Da Leone XIII a Fanfani e Dossetti passando per l'IRI prima e CL dopo, questa costellazione di confuse "teorie economiche" costituisce, di fatto, la comune cultura economica sia del "popolo leghista" che di quello "pentastellato". I quali non sono apparsi ieri in Italia: vi risiedono da decenni e, prima, votavano DC , PCI, PSI ed MSI i quali, forse, poco avevano in comune ma la visione di una "economia sociale nazionale", quella ce l'avevano di certo.  “

Drastiche le sue conclusioni: “Questa cultura è la "cultura politica degli italiani", quella che si è venuta formando da quando le élites italiane, seguendo l'invito di D'Azeglio, si misero all'opera per inventarsi il popolo italiano, che allora non esisteva proprio. Non è arrivata dal cielo questa visione del mondo condivisa dall'80-90% dei cittadini italiani. Essa è il frutto, certamente, della situazione esistente attorno al 1860-70, ma anche e soprattutto delle scelte politiche, economiche e culturali che le élites italiane, da allora sino all'altro giorno, hanno compiuto. Nazionalismo ideologico + Socialismo economico + Populismo politico + Moralismo cattolico sono le sue quattro colonne portanti, collegate tra loro dal mito che gli italiani siano il  "popolo erede", al contempo, del mondo Classico e del Rinascimento.”

Ora, a parte i giudizi sommari sul cosiddetto “ moralismo cattolico”, che non tiene assolutamente conto di quella che è stata e ancora potrà essere la straordinaria esperienza politica dei cattolici democratici e cristiano sociali da Sturzo a De Gasperi , compresa la più che quarantennale posizione dominante della DC nel governo dell’Italia, non v’è dubbio che nella maggioranza dei voti espressi da poco più del 50% degli elettori che il 4 Marzo hanno partecipato al voto, quelle quattro culture, o se meglio vogliamo connotarle sociologicamente in termini weberiani, quei quattro “ideal typus”, sono senz’altro presenti.  Nulla in politica, come in molte altre espressioni dell’attività umana, nasce per caso o per improvvisi e  drastici salti, ma finisce col rappresentare quasi sempre nel nuovo che emerge, qualcosa che già esisteva nelle radici profonde di un popolo in continuo mutamento tra conservazione e innovazione, tanto sul piano strutturale che su quello sovrastrutturale.

Si tratta di comprendere, tuttavia, se l’attuale politica, che è sempre espressione dell’equilibrio tra gli interessi e i valori prevalenti in termini di consenso in una determinata situazione storica, sia in grado di conservare quell’equilibrio che, analizzando la composizione geo territoriale, economico sociale e culturale dell’elettorato della Lega e del M5S, appare largamente difficile da sostenere; come dimostrano le quotidiane difficoltà nelle scelte politiche del governo e l’arrembante strategia e tattica politica dei due partiti, ormai uniti in un becero nazionalismo d’altri tempi, con cui si preparano all’attacco delle istituzioni europee.

Più politica la lettura che Enzo Scotti fornisce, in un articolo pubblicato sulla rivista on line: www.formiche.net, il 15 Gennaio 2019 dal titolo: “ Obiettivi e strategia per vincere la sfida del Governo Conte”. La premessa di Scotti è che: “Le prossime elezioni europee rappresenteranno, inevitabilmente, uno spartiacque per tutti i governi nazionali dei Paesi che fanno parte dell’Europa. Sono evidenti i contrasti all’interno dei Paesi che fanno parte dell’Unione europea: questi vanno dal confronto sul trasferimento all’Unione di maggiori poteri sovranazionali a questioni che toccano l’esistenza stessa dell’Unione, sino al contenuto e alla gestione delle politiche per fronteggiare la crisi economica esplosa negli Usa nel 2008 e, infine, al contrasto sulle politiche, e relativa gestione, dei flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Mediterraneo.”

Se questa è la situazione aggravata dalla guerra dei dazi Cina-USA e dalla vicenda Brexit, Scotti conclude così:  “Se è vero che siamo in una fase di profonda transizione di un cambio d’epoca, l’unico dato certo è che nei Paesi euro-atlantici tira – tra mille spifferi – un vento con una chiara direzione. Una quota crescente di popolo non punta a una rivoluzione, come l’abbiamo conosciuta negli ultimi secoli, ma partecipa a movimenti che hanno come unico obiettivo la distruzione delle tradizionali élite conservatrici e riformatrici che non sono più capaci di assicurare sicurezza, crescita e benessere. E aggiunge: A essere politicamente messa in discussione nella pratica di governo è stata innanzitutto la democrazia rappresentativa di stampo liberale. E poi, in successione, la mediazione, l’accordo e le forme di new deal perché ritenute tutte  incompatibili con la necessità di un’economia e di una società moderne. Questa forte turbolenza non poteva non mettere in crisi l’Unione europea, la costruzione politica frutto della scelta di mettere insieme le risorse economiche, sociali e soprattutto quel patrimonio culturale dell’umanesimo liberale. E la mette in difficoltà di fronte alla prima grande crisi economica del 2008, neppure prevista dal Trattato europeo del 1992.

Solo approfondendo le ragioni di quel vento contro le élites si può capire, prima di giudicare con supponente onniscienza, la nascita di movimenti, certamente non omogenei né con una forte radice culturale perché non derivanti da ideologie tipiche degli ultimi decenni, ma che cercano una legittimità a partire da temi specifici (l’ultima esperienza è quella dei gilet gialli in Francia). Conseguentemente, solo alla luce di questo contesto si può capire il governo di due forze tra loro così diverse per sensibilità e obiettivi, ma ambedue alla ricerca di una risposta alle sfide del cambiamento.”

Credo che proprio da queste conclusioni noi “DC non pentiti”, eredi della migliore tradizione politica dei cattolici democratici, cristiano sociali e popolari, si debba ripartire, tenendo presente che un vento nuovo sta soffiando oltre Tevere. Un vento che ci impegna tutti, appartenenti alle diverse casematte diventate inutili obsolete sopravvissute della diaspora  democratico cristiana, a metterci in discussione, per ritrovare, al centro, come a destra e a sinistra, le ragioni essenziali per ricomporre la nostra unità che, in questo tempo di sub cultura politica, è indispensabile per l’Italia e per l’Europa.

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 22 Gennaio 2019

Centenario dell’appello sturziano: prime prove per l’unità dei DC

 

Si è celebrato ieri nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera in forma solenne il centenario dell’appello sturziano “ Ai Liberi e Forti”. Presenti alcune centinaia di militanti democratici cristiani, l’evento organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo, è stato caratterizzato dagli interventi di Gianfranco Rotondi,  Presidente della fondazione Sullo, Renato Grassi, segretario nazionale della DC e di Mario Tassone, segretario nazionale Nuovo CDU. Le relazioni sono state tenute dagli Onn. Calogero Mannino, Rocco Buttiglione e Roberto Lagalla con quella introduttiva del dr Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2.

L’On Vitaliano Gemelli ha illustrato il documento che, il 5 Dicembre 2018, era stato da me redatto e condiviso da Grassi, Rotondi, Tassone, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Ivo Tarolli, Giuseppe Rotunno e da molti altri esponenti di diversi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolica e popolare italiana. Il documento, che abbiamo connotato come il “ patto programmatico federativo costituente”, si propone, tra l’altro: “l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori. Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”. Sulla base di tale condivisione siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.”

L’incontro di ieri non è stato, dunque, una semplice ricorrenza liturgica di una data che ha segnato la storia della politica italiana e il ruolo che da allora assunsero i cattolici nella politica del nostro Paese, ma, come ha ben evidenziato Renato Grassi, nel suo intervento: “A distanza di cento anni dalla divulgazione dell'Appello sturziano, torna alla luce lo stesso senso di responsabilità: guardare avanti per la ricomposizione politica dell'area cattolica e popolare cercando, tutti insieme, le più ampie aperture al confronto e al dialogo.  È nostro convincimento preciso che si debbano trovare convergenze unitarie e promuovere scelte aggregative che superino il tradizionale recinto della diaspora democristiana, al fine di ricercare e ritrovare la più ampia convergenza di partiti, movimenti e aggregazioni anche ecclesiali che abbiano, quale obiettivo specifico, la costruzione di un nuovo umanesimo cristiano capace di interpretare i fermenti evolutivi della Dottrina Sociale cattolica e di tradurre in politica i caratteri sociali ed etici dello stesso Magistero della Chiesa. Siamo di fronte, ha continuato il segretario nazionale della DC,  a un’ evoluzione epocale di cui non se ne intravede agevolmente l'esito, e proprio per questo la Democrazia Cristiana intende dare un contributo convinto alla rinascita del Paese. A tal fine infatti abbiamo promosso e sottoscritto un Patto Federativo Programmatico con partiti movimenti e associazioni che si richiamano all'area del popolarismo europeo. La DC guarda infatti, con attenzione e in piena autonomia, alle prossime scadenze elettorali per il Parlamento Europeo”.

 

Ieri a Roma si è compiuto, dunque, un passo importante per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, premessa funzionale a quella più ampia dell’area cattolico popolare, finalizzata alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva sovranista e populista che attualmente guida l’Italia.

 

Ora si tratta di avere piena consapevolezza che  da soli, con ciò che rimane della propria realtà associativa e politico culturale, non andremo da nessuna parte, specie se consideriamo le scadenze dei prossimi impegni elettorali, a partire dalle elezioni europee del 23 Maggio p.v.

 

Ricordare Don Luigi Sturzo per noi vuol dire, dunque, impegnarci oggi, come lui fece cent’anni fa, a inverare nella città dell’uomo, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione. Dovremo tutti fare lo sforzo di superare le nostre attuali casematte per ritrovarci INSIEME nel nuovo soggetto politico. 

 

Guai se qualcuno pensasse di egemonizzare il pezzettino di residuo democristiano da portare in dote a Berlusconi o a sinistra. Siamo fieri e orgogliosamente difensori della nostra autonomia, pronti a concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, riproponendo un nuovo appello ai Liberi e Forti dell’Italia del XXI secolo e a consegnare il testimone di questa straordinaria esperienza e cultura politica a una nuova generazione di democratici cristiani e di popolari.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 19 Gennaio 2018

Cattolici popolari, parte la Rete dei "liberi e forti". No ai listoni e alla confusione.

 

 

"Rete Bianca, il movimento politico e culturale nato per favorire la ricomposizione della frantumata presenza politica dei cattolici democratici e popolari, promuove la formazione della rete dei 'liberi e forti' organizzando e raccordando associazioni, movimenti, comitati e circoli in tutto il paese.

Una presenza politica e culturale e non partitica, aperta, inclusiva, laica e finalizzata a rilanciare un rinnovato protagonismo dei cattolici popolari in un contesto storico e politico confuso e, per certi aspetti, delicato per le stesse sorti della democrazia italiana.

Una proposta che si inserisce nelle molteplici iniziative disseminate in tutto il paese per ricordare, rileggere e riattualizzare lo storico "appello ai liberi e forti" e la costituzione del Partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo fondato nel gennaio del 1919. E, soprattutto, una proposta che non può essere confusa con i listoni e le aggregazioni indistinte che creano solo confusione e disorientamento tra gli elettori.

Uno strumento, appunto, politico e culturale che Rete Bianca mette in campo con l'obiettivo, da un lato, di non disperdere un patrimonio ideale che continua ad essere attuale e moderno e, dall'altro, di gettare le premesse per un rinnovato impegno, laico ed autonomo, dei cattolici italiani nella società contemporanea. Una società dominata da simboli, parole d'ordine e metodi che rischiano, se non arginati, di travolgere gli stessi capisaldi di una politica democratica e costituzionale. E che richiede, oggi più che mai, una forte, coerente e convinta opposizione all'attuale equilibrio politico.

E la cultura popolare e cattolico democratica può, al riguardo, svolgere un ruolo decisivo e determinante.

E, sotto questo versante, l'apporto del popolarismo di ispirazione cristiana attraverso la rete dei 'liberi e forti' può dare un contributo decisivo alla intera politica italiana.

Non per il bene dei cattolici  ma per la salute e la qualità della democrazia".

 

 

Giorgio Merlo

Rete Bianca

Roma 20 Gennaio  2019

 

 

Centenario dell’appello sturziano: prime prove per l’unità dei DC

 

Si è celebrato ieri nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera in forma solenne il centenario dell’appello sturziano “ Ai Liberi e Forti”. Presenti alcune centinaia di militanti democratici cristiani, l’evento organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo, è stato caratterizzato dagli interventi di Gianfranco Rotondi,  Presidente della fondazione Sullo, Renato Grassi, segretario nazionale della DC e di Mario Tassone, segretario nazionale Nuovo CDU. Le relazioni sono state tenute dagli Onn. Calogero Mannino, Rocco Buttiglione e Roberto Lagalla con quella introduttiva del dr Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2.

L’On Vitaliano Gemelli ha illustrato il documento che, il 5 Dicembre 2018, era stato da me redatto e condiviso da Grassi, Rotondi, Tassone, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Ivo Tarolli, Giuseppe Rotunno e da molti altri esponenti di diversi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolica e popolare italiana. Il documento, che abbiamo connotato come il “ patto programmatico federativo costituente”, si propone, tra l’altro: “l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori. Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”. Sulla base di tale condivisione siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.”

L’incontro di ieri non è stato, dunque, una semplice ricorrenza liturgica di una data che ha segnato la storia della politica italiana e il ruolo che da allora assunsero i cattolici nella politica del nostro Paese, ma, come ha ben evidenziato Renato Grassi, nel suo intervento: “A distanza di cento anni dalla divulgazione dell'Appello sturziano, torna alla luce lo stesso senso di responsabilità: guardare avanti per la ricomposizione politica dell'area cattolica e popolare cercando, tutti insieme, le più ampie aperture al confronto e al dialogo.  È nostro convincimento preciso che si debbano trovare convergenze unitarie e promuovere scelte aggregative che superino il tradizionale recinto della diaspora democristiana, al fine di ricercare e ritrovare la più ampia convergenza di partiti, movimenti e aggregazioni anche ecclesiali che abbiano, quale obiettivo specifico, la costruzione di un nuovo umanesimo cristiano capace di interpretare i fermenti evolutivi della Dottrina Sociale cattolica e di tradurre in politica i caratteri sociali ed etici dello stesso Magistero della Chiesa. Siamo di fronte, ha continuato il segretario nazionale della DC,  a un’ evoluzione epocale di cui non se ne intravede agevolmente l'esito, e proprio per questo la Democrazia Cristiana intende dare un contributo convinto alla rinascita del Paese. A tal fine infatti abbiamo promosso e sottoscritto un Patto Federativo Programmatico con partiti movimenti e associazioni che si richiamano all'area del popolarismo europeo. La DC guarda infatti, con attenzione e in piena autonomia, alle prossime scadenze elettorali per il Parlamento Europeo”.

 

Ieri a Roma si è compiuto, dunque, un passo importante per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, premessa funzionale a quella più ampia dell’area cattolico popolare, finalizzata alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva sovranista e populista che attualmente guida l’Italia.

 

Ora si tratta di avere piena consapevolezza che  da soli, con ciò che rimane della propria realtà associativa e politico culturale, non andremo da nessuna parte, specie se consideriamo le scadenze dei prossimi impegni elettorali, a partire dalle elezioni europee del 23 Maggio p.v.

 

Ricordare Don Luigi Sturzo per noi vuol dire, dunque, impegnarci oggi, come lui fece cent’anni fa, a inverare nella città dell’uomo, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione. Dovremo tutti fare lo sforzo di superare le nostre attuali casematte per ritrovarci INSIEME nel nuovo soggetto politico. 

 

Guai se qualcuno pensasse di egemonizzare il pezzettino di residuo democristiano da portare in dote a Berlusconi o a sinistra. Siamo fieri e orgogliosamente difensori della nostra autonomia, pronti a concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, riproponendo un nuovo appello ai Liberi e Forti dell’Italia del XXI secolo e a consegnare il testimone di questa straordinaria esperienza e cultura politica a una nuova generazione di democratici cristiani e di popolari.

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 19 Gennaio 2018

 

 

 

 


Domani, 18 Gennaio 2019 è il centenario dell’Appello sturziano “ Ai Liberi e Forti” il cui testo pubblichiamo dopo  una riflessione del prof Antonino Giannone, V.Presidente ALEF, sull’Etica politica di una gran bella persona i cui insegnamenti  sono attualissimi per chi volesse servire la politica e non servirsi della politica: Don Luigi Sturzo

 

Perché dopo 100 anni l’attenzione verso un Cristiano, un Sacerdote, un politico laico per l’Italia di oggi e di domani? Ci riferiamo a Don Luigi Sturzo. 

Ci sembra che questa attenzione non sia casuale, ma esprima il crescente bisogno di riferimenti forti, di maestri, proprio di un’epoca di grande smarrimento, di grandi “rumori”, di grandi e giustificate paure, di assenza di pensiero. 

Studiare i grandi personaggi ci fa scoprire talvolta dei veri maestri, non solo del passato, ma per il presente e per il futuro.

Don Luigi Sturzo e’ stato ed e’ ancora oggi un maestro di Etica politica per chiunque volesse “servire la politica e non servirsi della politica” come affermava spesso.

Sturzo è stato: filosofo, sociologo, profondo economista, amministratore pubblico, politico tra i più importanti del Novecento italiano. Sturzo resta sempre e soprattutto sacerdote: intenso, totale, dedito a Gesù Cristo e alla rigorosa fedeltà alla Chiesa, anche quando questa lo farà soffrire.

Organizzò i cattolici del suo comune siciliano: Caltagirone in un progetto culturale e politico di largo respiro, fece comprendere ai suoi concittadini che il Comune non era proprietà privata dei notabili, ma bene comune, attore dello sviluppo, pilastro del vivere civile. 

Ancora oggi, dopo 100 anni dall’Appello ai Liberi e Forti (18 gennaio 1919) il suo insegnamento sarebbe da svolgere in tantissime realtà territoriali in tutta Italia.

Sturzo organizzo’  cooperative rurali e bancarie, creò scuole, fondò giornali, costruì una rete di “complicità” con altri giovani sacerdoti della sua età. Dalle sue iniziative emerse la sua figura come un leader nazionale. Riceve il messaggio dell’impegno sociale e politico dall’enciclica Rerum Novarum, che è del 1891. 

La Rerum Novarum è l’enciclica che spiega con grande chiarezza che prima di tutto viene la persona, la libertà della persona, la dignità della persona, e che per preservare ciò ci sono le società intermedie, che non derivano dallo Stato, perché sono le cellule primordiali della società: la famiglia, il Comune, e da lì via via si sale con il principio di sussidiarietà verso l’“organismo Stato”.

A Caltagirone fu “pro Sindaco” 

(perché come sacerdote non poteva essere Sindaco, ma di fatto vuol dire Sindaco) dal 1905 al 1920, e offri il suo impegno straordinario al servizio della sua città’.

Sturzo sente la necessità di costruire una rete di contatti e di pensiero, perché egli è anche un grande realista e sa che restando soli si è sconfitti, non si va da nessuna parte quindi avvia contatti con i socialisti, la DC iniziale di Murri.

Per Don Sturzo, il Comune non è soltanto un organo amministrativo; ma è una cellula politica, è una comunità; il Comune, i servizi comunali sono al servizio della comunità; questa comunità non è derivata dallo Stato, ha la sua forza originaria, la sua autonomia, la sua sfera di libertà e di energia che devono essere liberate.

Grazie Don Luigi Sturzo per quanto hai lasciato in eredità a tutti, non solo ai democristiani. 

Antonino Giannone

Vice Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)

Componente della Direzione Nazionale DC


L'APPELLO AI "LIBERI E FORTI" DI DON LUIGI STURZO

 

Pubblichiamo integralmente l'appello ai "liberi e forti" del gennaio 1919, fatto dalla Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo.

* * *

Partito Popolare Italiano

Descrizione: http://www.democraticicristiani.it/copertine/liberieforti_small.jpgA tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le enrgie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della "Società delle Nazioni".

E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.

Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.

Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.

Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.

Le necessarie e urgenti rifrome nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

LA COMMISSIONE PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini - Avv. Giovanni Bertone - Stefano Gavazzoni - Rag. Achille Grandi - Conte Giovanni Grosoli - On. Dr. Giovanni Longinotti - On. Avv. Prof. Angelo Mauri - Avv. Umberto Merlin - On. Avv. Giulio Rodinò - Conte Avv. Carlo Santucci - Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.

 



Centenario della nascita di Giulio Andreotti

 

 

Il 14 Gennaio 1919 nasceva a Roma Giulio Andreotti, una figura straordinaria della storia democratico cristiana. Di  Andreotti, che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare negli della partecipazione ai lavori del Consiglio nazionale della DC,  vorrei evidenziare una delle caratteristiche più attrattive della sua personalità: la straordinaria disponibilità all’ascolto e a insegnare a noi più giovani esponenti della quarta generazione democristiana, i passaggi più difficili della vicenda politica, così come la discutevamo con grande passione e assoluta libertà nei Consigli nazionali della DC a Piazzale Sturzo all’EUR.

 

Erano incontri nei quali Andreotti sempre in prima fila, prendeva i suoi immancabili appunti sul quaderno con la copertina nera, e dopo lunghe ore di dibattito, mentre risaliva i gradini della sala del consiglio nazionale, quella in cui spiccava al centro del palco il quadro di De Gasperi rappresentato da Annigoni (a proposito mi sono sempre chiesto  che fine abbia fatto quel cimelio storico, dopo che, scomparsa la DC, ebbi la sventura di rivisitare Palazzo Sturzo nel completo abbandono, in uno dei primi consigli nazionale del CDU di Buttiglione) si fermava con grande generosità a dialogare con noi più giovani che gli ponevamo tante domande, ricevendo le sue come sempre argute e illuminanti risposte.

 

Da componente del CN della DC nella lista di Forze Nuove, fu assai travagliato il nostro rapporto con il capo di una corrente veramente mai gestita in prima persona dal divo Giulio, semmai sempre affidata ai luogotenenti fidati, Evangelisti, Sbardella, Lima prima e poi Cirino Pomicino e Nino Cristofori, con il seguito sempre garantito dei ciellini osannanti alle performance politiche del loro presidente di riferimento.

 

Un giudizio complessivo sulla sua lunga storia sarà fornito dagli storici futuri e, credo, non potrà che essere alla fine largamente positivo. Confrontando gli uomini di quella generazione, Andreotti, Fanfani, Moro, la seconda del partito, dopo quella dei popolari come De Gasperi, Gonella, Scelba, con questi “mezzomini e ominicchi” contemporanei, ogni paragone sarebbe fuorviante.

 

Resta, ovviamente, tuttora valido e difficilmente controvertibile quanto un leader storico della DC come Carlo Donat-Cattin amava, in ogni occasione, ammonirci; ossia che bisognava rispettare, ed anche temere, l’intelligenza politica di Giulio Andreotti, ma che bisognava sempre diffidare dell’andreottismo.

 

Per riuscire a capire a fondo cosa ha rappresentato l’andreottismo nella storia della DC e della Prima Repubblica al di là delle facili giustificazioni degli amici o delle sommarie liquidazioni degli avversari di parte serve una ben più rigorosa analisi dei documenti lasciatici in eredità con il distacco proprio di chi non è più parte attiva della contesa politica contingente.

 

Con lo scomparso e compianto amico Sandro Fontana condividiamo quanto da lui scritto in occasione del 90° compleanno di Andreotti: “Col passare degli anni e di fronte allo spettacolo deprimente della lotta politica odierna, il cosiddetto andreottismo ha finito col rappresentare ai miei occhi soprattutto una grande lezione di metodo. La quale non consisteva tanto nel banalizzare ogni vicenda politica, quanto nel riuscire ad isolare ogni problema concreto dalle inevitabili sovrastrutture ideologiche e passionali e nel cercare, con pazienza e determinazione, di sciogliere i numerosi nodi che l’insipienza e la malafede degli uomini avevano reso inestricabili”.

Da parte mia a una domanda rivoltami dal giornalista Giuliano Ramazzina in un libro intervista (“ALEF un futuro da Liberi e Forti”- ME Publisher-2010) così formulata: “State sempre in maggioranza, diceva Toni Bisaglia durante le sue famose cene con gli amici. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Giulio Andreotti. E’ più emblematica, nel disprezzo delle minoranze, la frase di Toni Bisaglia  o quella di Giulio Andreotti ?” risposi così:

 

Quella di Toni è l’espressione di un doroteismo che, già con lui e, soprattutto dopo di lui, diventerà degenerazione culturale e morale. Ricordo uno degli ultimi interventi pubblici di Bisaglia in cui, con grande capacità di autocritica, denunciò l’esistenza di una questione morale tra le file dei suoi e di altri amici della DC che sarebbe stata all’origine della scomparsa di quel partito. Eravamo agli inizi degli anni ’80, dopo una tornata elettorale in cui era scoppiato il fenomeno da noi non compreso della Liga Veneta. Interi paesi e quartieri in cui eravamo abituati a conoscere pressoché la totalità degli elettori della DC, vedevano crescere il consenso al movimento dei Tramarin prima e dei Rocchetta dopo, senza che si potessero riconoscere i loro riferimenti territoriali. Fu allora che organizzammo un gruppo di lavoro multidisciplinare per cercare di comprendere le ragioni di quanto stava accadendo. E proprio discutendo dei risultati di quell’indagine, nella sala delle Conchiglie a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta, Bisaglia con toni accorati pronunciò quella sua profetica sentenza. Era oramai troppo tardi. Molti dei suoi amici ed anche altri si erano da tempo incamminati sulla strada della separazione degli interessi, specie di quelli personali, dai valori. E fu così che il doroteo polesano che si fregiava del fatto che, a differenza di Mariano Rumor, il leader storico dei dorotei veneti, non aveva avuto parte alla congiura dei “salmodianti della Domus Mariae” e che a noi giovani in diversi incontri alla DC di Rovigo, teorizzava il valore della conquista del potere quale strumento indispensabile per orientare la politica verso quella mediazione corretta tra interessi e valori, dopo quasi trent’anni di vita parlamentare, dovette accorgersi che qualcosa di grave era intervenuto. Qualcosa che avrebbe travolto di lì a pochi anni con la DC veneta un’intera classe dirigente.

 

Andreotti non è mai stato doroteo, avendo sempre curato una sua piccola, almeno all’inizio, corrente, chiamata con il nome rassicurante di “Primavera”. Circoscritta dapprima a Roma e nel Lazio, dopo la crisi dei dorotei che si consumò nella rottura intervenuta tra Rumor e Bisaglia in un drammatico consiglio nazionale, al quale partecipai, dopo la sconfitta sul referendum sul divorzio, la corrente andò progressivamente allargandosi. Franco Evangelisti ne era il Tigellino fedele ed efficientissimo. Evangelisti era quello del: “a Fra’ che te serve”, rivolgendosi a Francesco Caltagirone, allora disistimato palazzinaro romano, a capo di una dinastia oggi tra le più rispettabili dell’Italia, a destra, come al centro e a sinistra. Ma sarà con l’adesione degli Sbardella, dei Pomicino, Scotti e dei siciliani con Salvo Lima, che la corrente del divo Giulio diventerà uno dei capisaldi della DC post dorotea nella quale prevalse il dominio dei basisti demitiani, grazie proprio all’appoggio determinante degli andreottiani.

 

Se prima i dorotei, specie quelli veneti, avevano dimostrato senso della misura e della loro innata capacità di stare a tavola, con Andreotti, si ebbe la dimostrazione dell’immutabilità della condizione del potere. Sino alla sciagurata decisione di opporsi all’ultimo voto all’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, ultimo atto di una tragedia che, con Scalfaro presidente, assumerà i toni della tragicommedia”.

 

Luci ed ombre nella vita politica di un uomo che, in ogni caso, concorse in maniera determinante a garantire all’Italia quasi cinquant’anni di pace ininterrotta nella difesa della libertà e in una fase di ricostruzione dell’unità europea che, non a caso, Andreotti ebbe da subito, incompreso anche fra molti di noi più giovani,  la consapevolezza dei rischi che correvamo con la riunificazione tedesca. Non a caso egli osava affermare con la consueta ironia : “ amo talmente la Germania da desiderarne due”.

 

Purtroppo l’idea di europeizzare la Germania attraverso l’Atto Unico (1987)  che fu il capolavoro politico di Andreotti da ministro degli Esteri del governo Craxi durante il semestre di presidenza italiana di quell’anno, non si è attuata e ci troviamo oggi, invece, a fare i conti  con una germanizzazione dell’Europa che rappresenta il grande tema affidato, ahimè, a questi  nuovi politici senz’arte né parte. Non a caso sale da molti la nostalgia del divo Giulio…

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale della DC

Venezia, 14 Gennaio 2019

 



Più che la “maledizione di Moro”, la stupidità degli eredi

 

Sono stato tra i consiglieri nazionali della DC che il 18 Gennaio 1993, su iniziativa del segretario Martinazzoli, da diversi mesi sollecitato dalla “pasionaria di Sinalunga”, Rosi Bindi, approvarono il cambiamento del nome del partito da DC a PPI.

 

Di fatto quella scelta coincise, di lì a poco, con la fine politica del partito e l’avvio della lunga marcia nel deserto, caratterizzata dalla diaspora esplosa, prima, tra i diversi spezzoni in cui si frantumò a poco a poco il partito, e, in seguito, nell’intera vasta area politica, sociale e culturale che alla DC ha fatto riferimento per oltre quarant’anni.

 

Personalmente, in quegli anni che vanno dal 1994 al 2011, mi concentrai sulla mia intensa attività professionale, limitandomi a scrivere di politica con lo pseudonimo di don Chisciotte, l’errante cavaliere indomito, uscito dalla mente di quel grande della letteratura spagnola a me caro,  Miguel De Cervantes.

 

Fu nel 2011 che l’amico On Publio Fiori mi informò della sentenza n.25999 della Cassazione, pronunciata a sezioni civile riunite il 23.12.2010, che stabilì un fatto giuridico importantissimo: la DC non è mai stata giuridicamente sciolta, in quanto per poterla sciogliere e trasformarla in altro partito, il segretario nazionale, con il consiglio nazionale della DC, a norma dello statuto,  avrebbe dovuto convocare il Congresso, ossia la platea di tutti i soci iscritti al partito che, nel 1992 erano oltre un milione.

 

Iniziò in quel momento un impegno che con gli amici  Silvio Lega, Ugo Grippo, Luciano Faraguti, Renato Grassi e Sergio Bindi, portammo avanti, indicando in Gianni Fontana la persona che avrebbe assunto, con il congresso convocato dal consiglio nazionale in auto convocazione, l’incarico di segretario nazionale, dopo che nel 2012 riaprimmo il tesseramento per tutti i soci del 1992 che avessero  espresso la volontà di riconfermare la loro iscrizione al partito.

 

Subito emersero le opposizioni incrociate di quanti non potevano vedere favorevolmente la rinascita politica della DC, “partito mai giuridicamente sciolto”. Alcuni, timorosi per quanto era accaduto con episodi assai poco commendevoli  al momento della spartizione dei beni mobili e immobili  del partito.  Altri, accasatisi su altre sponde politiche a destra, a sinistra o  al centro, sul più comodo carro trionfante del Cavaliere, preoccupati di difendere le loro nuove posizioni acquisite, dimentichi  di quanto la DC era stata loro così prodiga di bene.

 

Tra gli irriducibili avversari delle scelte che, con grande fatica e dispendio di energie personali, il gruppo degli amici che avevano concordato l’elezione di Gianni Fontana  alla segreteria andavano compiendo, si rivelarono sin dal 2012, due amici romani: Cerenza e De Simoni, rappresentanti di un’associazione degli iscritti alla DC del 1992-93, i quali si sono impegnati per oltre sette anni, in  un’opera di continua opposizione, svolta non sul piano del confronto politico, ma sul terreno giudiziario, con continui ricorsi tesi a distruggere la tela che abbiamo tentato di tessere con grande passione e assoluto disinteresse.

 

Sono stati così sette anni di un continuo  e  pericoloso slalom tra il tempo passato a elaborare proposte politiche e a diffondere l’idea della ripresa politica della DC e quello dedicato a rispondere alle continue scadenze nelle aule dei tribunali.

 

Per molto tempo ho ritenuto che pendesse su di noi la “ maledizione di Aldo Moro” pronunciata contro la DC e i suoi eredi dal carcere delle BR. Avevo sperato che con l’ultimo tentativo di accordo con il duo romano si fosse trovata finalmente la pace, dopo che il tribunale di Roma aveva autorizzato la celebrazione del XIX Congresso nazionale del  partito il 14 Ottobre 2018, nel quale abbiamo eletto Renato Grassi alla segreteria del partito e Gianni Fontana alla presidenza del Consiglio nazionale, convocato il 23 ottobre dello stesso anno, ed invece il duo romano ha colpito ancora con l’ennesimo ricorso in tribunale.

 

Se con quello del 2012 abbiamo perduto sette anni di vita politica per la DC, con quest’ultimo, se dovesse prevalere, sono convinto che quello che per molti di noi è stato un sogno finirebbe per diventare l’incubo di un’aspettativa mancata senz’altra possibilità di riuscita.

 

Di fronte al persistere di questi avvenimenti che il 18 Gennaio prossimo, centenario dell’appello sturziano ai Liberi e Forti, e venticinquennale della fine politica della DC, vedrà riuniti a Roma una sequela di partiti, movimenti e gruppi che, a diverso titolo, fanno riferimento alla DC, sto pensando che più che “la maledizione di Moro”, siamo tutti vittime della stupidità degli ultimi eredi della DC.

 

Come chiamare, infatti, quelle persone che con i loro comportamenti e i loro atti “fanno del male a se stessi e agli altri”, se non  con il titolo di “stupidi”, ossia con la qualifica che proprio il prof Carlo Cipolla nel suo trattato sulla stupidità, ha egregiamente attribuito alle persone responsabili di tali comportamenti?

 

Ho dedicato gli ultimi ventisei anni della mia vita politica al progetto della ricomposizione dell’area politico  culturale cattolica e  popolare italiana, ma temo di aver vissuto nient’altro che una frustrante illusione, avendo sperimentato sulla mia pelle quanto sia difficile lavorare in un contesto, come quello del nostro Paese, in cui: “ tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato”.

 

Getto la spugna e da questo momento mi limito a svolgere il ruolo di “ un osservatore partecipante”, deluso e rammaricato nel costatare l’impotenza dell’area  politica democratico cristiana, nella quale le stucchevoli ambizioni di alcuni continuano a fare aggio sul progetto della ricomposizione unitaria.

 

E, intanto, assistiamo allo “sgoverno dei giallo verdi” e al trionfo di una deriva sovranista e populista che porterà l’Italia alla crisi d sistema.

 

Una definitiva speranza: il 18 Gennaio riusciremo a far decollare il patto programmatico  costituente condiviso il 5 Dicembre scorso con Rotondi, Tassone, Merlo, Mario Mauro, Tarolli, Rotunno e tanti altri amici di area DC e popolare? Lì si parrà nostra nobilitade.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 10 Gennaio 2019

 

 

 

 


La dura prova della realtà

 

Dopo il Monte dei Paschi di Siena è la volta della CARIGE (Cassa di Risparmio di Genova), prime vittime di una crisi bancaria italiana nella quale sono coinvolte diverse altre realtà che stanno scivolando verso il default.

 

Trattasi di una crisi di sistema più volte denunciato dall’amico Alessandro Govoni anche in sede giudiziaria, dopo che Banca d’Italia è stata sottoposta al  potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari detentori delle quote di maggioranza dei tre istituti controllati-controllori della Banca centrale (vedasi la risposta del Ministero del Tesoro all’interrogazione dell’On Villarosa del   Febbraio 2017, allora capogruppo del M5S in commissione finanze della Camera, attualmente sottosegretario dello stesso Ministero *) per risolvere la quale non sono assolutamente sufficienti, ancorché necessarie, le politiche di intervento d’urgenza come quelle sin qui adottate tanto dal centro-sinistra che dal governo giallo-verde.

 

Alla dura prova della realtà anche il M5S , paladino della battaglia contro il salvataggio renziano delle banche , si è dovuto piegare a ciò che il ministro Tria e il premier Conte alla fine hanno dovuto decidere in un consiglio dei ministri serale convocato d’urgenza.

 

 

L’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello STATO ITALIANO  e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente:  

1.    Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano  da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini,  necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)

 

2.    Controllo Statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini

 

3.    Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (=abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.  

 

4.    Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (=abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):

 

5.    SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) =abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.

Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)  

6.    Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico

 

7.    Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…)  dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.

 

8.    Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di societa italiane quotate alla borsa di Milano.

 

9.    Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)

 

10. Conferire il potere ISPETTIVO  sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza 

 

11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.  

 

12.  Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi)

 

13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso

 

14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito 

 

15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali). 

 

16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente

 

17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg.  TUB

 

18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà,  ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).   

 

19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.

 Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari

20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione diattentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano

 

21. Obbligo di almeno cinque  Parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese

 

Credo che la Democrazia Cristiana, che fu già il partito di Guido Carli che seppe conservare la legge bancaria del 1936 sino al 1992, una delle pre-condizioni fondamentali della crescita dell’Italia, sarebbe quella di assumere queste indicazioni come essenziali per la sua proposta di programma, avendo consapevolezza che, senza questi pre-requisiti, nessun’altra riforma seria sarebbe possibile nel nostro Paese.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 9 Gennaio 2019

 

* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017)  maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv.Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Millano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione

della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.

 

 

 

Popolari, é il momento della scelta.

 

È indubbio che gennaio sarà un mese decisivo ed importante per il futuro dei cattolici popolari nel

nostro paese. Tutti sapevano che dopo il voto del 4 marzo la geografia politica italiana era

destinata a cambiare in profondità. E così è stato. Hanno fatto irruzione, vincendo a largo raggio, i

partiti cosiddetti populisti e antisistema, cioè la Lega di Salvini e il movimento di Grillo e

Casaleggio. Sono tramontati i "partiti plurali", cioè il Partito democratico e Forza Italia diventando

l'uno il prosieguo, seppur aggiornato, della storia e della esperienza politica e culturale del Pds e

dei Ds e l'altro una semplice succursale della Lega salviniana. E, infine, sono ritornate in campo le

identità politiche che, come da copione, ridiventano protagoniste ogniqualvolta si accompagnano

con un sistema elettorale proporzionale. Certo, il quadro politico e' ancora alquanto instabile e le

stesse coalizioni, frutto e conseguenza del proporzionale, sono in via di assestamento e di

ridefinizione. Dopo essere state distrutte. Nel Pd con il partito a "vocazione maggioritaria" e il

"partito personale" di renziana memoria e nel centro destra con l'onnipotenza berlusconiana.

Pagine che, comunque sia, sono state definitivamente archiviate dalla storia e dalla politica.

Ed è in questo preciso contesto storico che si pone, in termini affatto diversi ed inediti rispetto al

passato, la "questione cattolica" nella società contemporanea. Ovvero, la necessità di ridare voce

e senso alla presenza pubblica dei cattolici italiani. O meglio, di ridare rappresentanza politica ad

un mondo culturale, sociale ed associativo molto plurale ed articolato ma, comunque sia,

accomunato da un "comune sentire" che in questi ultimi anni, progressivamente ed

irresponsabilmente, e' stato emarginato e reso ininfluente. Certo, senza derive confessionali e

clericali ma con una presenza laica e culturalmente definita. Una domanda che in questi ultimi

mesi e' cresciuta a livello territoriale e di base e che, adesso, e' matura per avere una doverosa e

rinnovata risposta politica ed organizzativa. Ben sapendo che un processo di ricomposizione deve

tener conto delle mille voci che arricchiscono questo mosaico di cultura, di sensibilità sociale, di

spiritualità e di tensione ideale. Ma, seppur nel rispetto delle sensibilità e di queste storiche

diversita', adesso e' giunto anche il momento di affrontare il capitolo dello strumento partito. E le

svariate celebrazioni del centenario dell'appello ai "liberi e ai forti" e della fondazione del Partito

Popolare Italiano di don Luigi Sturzo che si stanno organizzando in tutta Italia, possono essere la

leva decisiva per fare il salto di qualità. Richiesto dalla base ed invocato dai vertici. Del resto, la

cosiddetta "questione cattolica", seppur nelle diverse fasi storiche, ha sempre dovuto affrontare e

risolvere il capitolo della politica. O meglio, della organizzazione politica. E oggi, e' inutile negarlo,

la sfida e' tutta qui. Cioè nella capacita' di ridare una infrastruttura politica ed organizzativa a

questa domanda. Appunto di natura politica. Senza prestare eccessiva attenzione, accompagnate

dalle altrettanto patetiche polemiche, su chi ha la paternità esclusiva per interpretare al meglio

quella cultura politica e quel filone ideale. Polemiche artificiose se è vero, com'è vero, che uno

strumento politico del genere non può che essere plurale al suo interno anche se accomunato da

una comune ispirazione valoriale.

Gennaio, quindi, sarà il mese della scelta politica. Fuorche' si pensi che la risposta debba essere

la solita "ritirata" nel prepolitico e nella palude. Sarebbe, questa, una sorta di "peccato di

omissione" per citare Paolo Vl che indebolirebbe ulteriormente la ricca e feconda tradizione del

cattolicesimo politico italiano da un lato e segnerebbe, dall'altro, l'eclissi del pensiero politico di

ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana. Un lusso che, adesso, non ci possiamo più

permettere.

 

Giorgio Merlo

Torino, 6.01 2019

Che il Signore ci assista!

 

Sono sempre più frequenti i messaggi provenienti dalla gerarchia cattolica per un rinnovato impegno dei cattolici nella politica italiana. Ultimo in ordine di tempo, l’intervento di padre Spadaro, direttore de “La civiltà Cattolica”, con le sue parole chiave, ricetta per reagire alle paure diffuse tra la gente.

 

Sono quelle della “paura”, dominante nel dibattito politico italiano, contro cui, come indica Papa Francesco è necessario compiere “gesti che si oppongono alla retorica dell’odio”.

La seconda parola è quella dell’”ordine”, che fa a pugni con la situazione di permanenti conflitti a livello internazionale , per perseguire il quale padre Spadaro indica una “solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un nuovo ordine mediterraneo.”

La terza parola è quella di “ migrazioni”, che sembra divenuta centrale nella vulgata politica nazionale, e su questo tema, ai muri e alla chiusure egoistiche, padre Spadaro invita a lavorare per l’integrazione.

Quarta parola “ popolo”, da non confondere con il populismo, considerando con Papa Bergoglio che “la questione centrale oggi è quella della democrazia”.

Segue il termine “partecipazione” che permetta di passare dalla condizione di “abitanti europei a quella di cittadini europei”. Il richiamo alle tre T di Papa Francesco, Tierra,Techo,Trabajo, ossia :Terra, casa e lavoro, sono i fondamentali per dare dignità alla vita umana. Partecipazione,  dunque, come ritorno a riconnettersi con la gente: dal populismo al popolarismo.

Ritorno al “popolo”, che è stata la stella polare di tutta la storia dell’esperienza politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, dall’appello sturziano ai Liberi e forti del 18 Gennaio 1919, alla DC di De Gasperi, Fanfani e Moro della lunga stagione del potere (1948-1992).

Ad essa é seguita la dolorosa stagione della diaspora (1993-2019) tuttora in fase di complessa e difficile ricomposizione, considerata la multiforme realtà dell’area cattolica e popolare, la crisi oggettiva dell’associazionismo cattolico e della stessa organizzazione ecclesiastica, cui si accompagna la deleteria divisione tra le diverse organizzazioni meta politiche e partitiche che, a diverso titolo, tentano di richiamarsi all’esperienza popolare e/o democratico cristiana.

Nel 1946-47 fu la voce di Papa Pacelli che si fece sentire alta e forte per un impegno diretto dei cattolici nella politica italiana, di fronte al rischio della vittoria del fronte social comunista. Una Topolino messa a disposizione di Luigi Gedda e Maria Badaloni permise loro di girare tutta l’Italia e di dar vita all’Associazione dei Maestri Cattolici (AIMC), primo nucleo fondante dell’unità politica dei cattolici nella DC.

Seguirono le iniziative di Achille Grandi con le ACLI, di Paolo Bonomi con la Coldiretti, di  Giulio Pastore con la CISL, ossia la nascita di una rete sociale, prima ancora che politica, in grado di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, uniti nei valori fondanti della dottrina sociale cristiana: centralità della persona e della famiglia, ruolo essenziale dei corpi intermedi, i rapporti dei quali da regolare secondo i principi della solidarietà e della sussidiarietà. Quelli che i democratico cristiani alla Costituente, Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro, Mortati e Lazzati, seppero introdurre a fondamento della nostra Costituzione repubblicana.

Noi da vecchi “ DC non pentiti” è dal 1993 che continuiamo la nostra lunga battaglia per la ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, pur tra mille difficoltà, incomprensioni, personali amarezze, convinti come siamo che, nell’età della globalizzazione, servirebbe veramente un “Appello ai Liberi e Forti 2.0”, a misura di quello sturziano del 1919. Quella fu la  risposta dei cattolici all’appello lanciato con la Rerum Novarum da Papa Leone XIII per la soluzione dei problemi posti dalla prima rivoluzione industriale. Oggi, sostenuti dalle indicazioni pastorali di Papa Benedetto XVI ( Caritas in veritate) e di Papa Francesco ( Evangelii Gaudium e Laudato Si), il nostro impegno è quello di inverare nella città dell’uomo questi orientamenti, nella difficile fase storico politica vissuta nell’età della globalizzazione con il ruolo dominante del turbo capitalismo finanziario.

Il 17 Gennaio prossimo, con la partecipazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Istituto Sturzo di Roma si celebrerà in forma solenne il centenario dell’appello sturziano. Noi stessi democratici cristiani tutti insieme a quanti vorranno unirsi nel patto programmatico costituente sottoscritto il 5 Dicembre scorso, Venerdì 18 Gennaio prossimo celebreremo presso la saletta della Camera dei Deputati, con il ricordo dell’appello sturziano, l’indicazione di un progetto politico in grado di offrire al Paese una nuova speranza.

Certo, ci sentiamo orfani di personalità all’altezza dei nostri padri fondatori, ma la nostra determinazione nell’impegno per ricomporre ciò che da molto, troppo tempo, è rimasto diviso, resta ferma e indistruttibile.

Serve l’aiuto di tutti i democratici cristiani e popolari italiani e, soprattutto, l’adesione appassionata  di una nuova generazione DC e di popolari, alla quale intendiamo consegnare con orgoglio il testimone della nostra migliore tradizione politico culturale.

E che il Signore ci assista!


Ettore Bonalberti

Vice Segretario nazionale DC

Venezia, 4 Gennaio 2019

 

 

 

 

 

Non c’è spazio per interpretazioni equivoche o in malafede

 

 

La lunga attraversata dei Democristiani non pentiti nel deserto dal tempo della diaspora, sembra che sia alla fine di questo percorso e che  stia trovando, finalmente, una sua positiva conclusione, dopo l’elezione degli organi dirigenti della DC, con l’elezione del Consiglio nazionale da parte del Congresso il 14 ottobre 2018 e della direzione nazionale da parte del Consiglio stesso il successivo  23 Ottobre.

 

Resta da risolvere il dilemma di Gianni Fontana il quale, eletto alla presidenza del Consiglio nazionale del partito, dopo appena un mese, il 13 Dicembre scorso, nella riunione da lui convocata del Consiglio, si è autosospeso dall’incarico con iniziali critiche alla linea politica del Segretario Renato Grassi, per poi condividerne completamente la relazione politica programmatica del Segretario, continuando a presiedere il Consiglio nazionale. In pratica un  pasticcio con la proclamazione di questo inconsueto istituto giuridico, non contemplato in partiti e associazioni dove il Presidente eletto non può essere “rappresentante formale”, ma “assente informale”. Ci auguriamo che Gianni Fontana capisca presto l’inconciliabilità di poter essere un “Presidente autosospeso”, per rispetto ai Soci che lo hanno eletto e allo stesso ruolo istituzionale che ricopre. 

 

In conseguenza di questo fatto appare quanto  meno bizzarra e disinformata la posizione assunta dagli amici della “ Chiesa dei poveri”, che, intervenendo sui fatti interni alla Democrazia Cristiana, continuano a rappresentare Gianni Fontana, come solitario e immacolato vindice di virtù, alla pari dei suoi nuovi amici riuniti attorno al vescovo emerito Mons Simoni, i quali, dimentichi delle traversie politiche e giudiziarie del Nostro agli inizi degli anni’90 (traversie politiche e giudiziarie da Fontana lucidamente descritte nel suo appassionato saggio: ”Le Mura”- Perosini Editori, 2005), considerano tutti gli altri come persone da additare all’indice, come fantasmi reietti, rispetto ai quali sarebbe bene che “i morti seppelliscano i morti”.

 

Non ci meraviglia che nella vasta e complessa  realtà cattolico popolare, permangano, dopo tanti anni vissuti nella diaspora, posizione politiche diverse.  Ci disturba, invece, che permangano giudizi e pregiudizi che appartengono a una stagione politica definitivamente morta e sepolta, come quella della seconda repubblica, nella quale andò di moda anche tra i cattolici, la divisione tra berlusconiani e anti berlusconiani, che, per molti di noi della quarta generazione DC, coincideva in larga parte con quella che avevamo vissuto nell’ultima fase della vita della DC, tra preambolisti e anti preambolisti.

 

Una divisione che, seppure ci separò in maniera forte, prima nella DC, e poi nella seconda repubblica, oggi non ha più alcun senso, considerato che da tutti i documenti votati dal congresso della DC per l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito, alle conclusioni dei Consigli nazionali, della Direzione nazionale e dello stesso ufficio politico, la linea politica è sempre stata netta e senza ambiguità: la DC, finalmente completata nei suoi organi dirigenti secondo le indicazioni statutarie avallate dal tribunale di Roma, intende schierarsi al centro per concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE che si intende far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo allo  “sgoverno” giallo verde dei populisti e nazionalisti.

 

 

Tutto ciò sta alla base, infine, del patto programmatico costituente e federativo che abbiamo sottoscritto con altri amici dell’area  democratico cristiana e popolare, ribadendo l’obiettivo di cui sopra nella conferenza stampa congiunta tenutati presso la sala stampa della Camera, Mercoledì 19 dicembre scorso. Come accade sempre in un Paese nel quale “ tutti vogliono coordinare e nessuno vuole essere coordinato”, anche su questa conferenza stampa non sono mancate le critiche di ambienti interessati, innanzi tutto, a non far ripartire il progetto di ricomposizione dell’area democratico cristiana che, per quanto ci riguarda, lo riteniamo come essenziale e propedeutico per quella più ampia dell’area popolare, liberale e riformista del Paese.

 

Un processo di ricomposizione senza il quale non esiste alcuna possibilità di dar vita a un’alternativa democratico e popolare alla deriva sovranista, nazionalista e antieuropeista dominante dopo il voto del 4 Marzo scorso. Preso atto, senza  più alcun dubbio che nessuno, nemmeno qualche vescovo emerito col suo seguito  di  fedeli chierici e laici, è l’interprete ufficiale della CEI, se non il presidente stesso di quella Conferenza, il card Bassetti, il quale in proposito ha usato il linguaggio schietto della verità, ai nostri critici esterni al partito chiediamo: possibile che non si possa condividere l’idea dell’alternanza al governo giallo verde e la volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare italiana, per partecipare tutti a pieno titolo nell’unica nostra casa politica possibile in Europa che è quella del Partito Popolare Europeo, pur se con correttivi rispetto alle esperienze di questi ulti venti anni ? Infatti, nel patto programmatico costituente abbiamo scritto in maniera inequivocabile che la DC italiana intende essere parte ufficiale del PPE, per riportare l’Unione europea ai fondamentali dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi e Schuman tre Statisti Cristiani.  Ai nostri critici esterni chiediamo: condividete oppure no tale obiettivo? 

 

Tra le fondamentali riforme che si chiede per porre fine al dominio del turbo capitalismo finanziario abbiamo indicato due obiettivi strategici prioritari: il controllo pubblico delle banche centrali, compresa la BCE, e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazioni finanziaria. Ai nostri  critici esterni chiediamo: siete d’accordo oppure no con tale obiettivo?  A loro, infine, suggeriamo  sommessamente che sarebbe il caso di indagare chi fosse componente di quel governo Amato Barucci che assunse nel 1993 la responsabilità di assumere per decreto il superamento della legge bancaria del 1936, di fatto assicurando agli hedge funds anglo caucasici-kazari il pieno dominio del nostro sistema bancario e finanziario nazionale. Siamo convinti che, svolta quella verifica, molti degli attuali giudizi e pregiudizi su persone e scelte politiche operative concrete, sulla linearità e coerenza dei comportamenti sarebbero completamente rivisti e, in qualche caso, rovesciati.

 

Ai tristi incoraggiatori, poi, responsabili reggitori di saccenti squallidi profili su facebook,  ribadiamo per iscritto ciò che abbiamo loro già indicato verbalmente: attenti a utilizzare il web come strumento di aggressione e di assurde contumelie e minacce personali, alle quali, se continuassero, risponderemmo nelle sedi giurisdizionali competenti. Se qualcuno non ha condiviso le scelte congressuali e del consiglio nazionale, ritrovandosi frustrato per il mancato raggiungimento di qualche suo desiderio, comprendiamo il suo stato d’animo, ma gli ricordiamo che non è con la frustrazione che si può seriamente costruire una critica politica seria e alternativa, se non si propone una linea politica autenticamente propositiva di obiettivi e modalità di conduzione organizzative diverse, più efficienti ed efficaci.

 

 

Infine, una domanda ha chi ha criticato il procedere del nostro patto federativo. Possibile che, dopo oltre vent’anni di divisioni democristiane  e popolari, con i vertici della Chiesa italiana che da tempo sollecitano il laicato cattolico all’impegno politico nella città dell’uomo, si voglia ancora criticare l’avvenuto riavvicinamento tra gli amici Grassi, Rotondi, Tassone con molte altre realtà associative della galassia DC, cattolico popolare dell’Italia? E se non queste, quali altre proposte di ricomposizione dell’area si perseguono, concretamente agibili sul piano politico istituzionale?

 

Gianfranco Rotondi, “uno dei migliori fichi del bigoncio”, come direbbe il compianto Francesco Cossiga, è consapevole che quello che abbiamo compiuto e stiamo per portare avanti è un passaggio decisivo nella vicenda politica democratica cristiana e popolare dell’Italia. E con lui lo sono Mario Tassone con Renato Grassi e altri, come gli amici di “ Costruire insieme” guidati da Ivo Tarolli, dei “Popolari per l’Italia” di Mario Mauro e di tante altre realtà di area cattolica e popolare. A Rotondi abbiamo parlato con grande franchezza, quella che ci deriva da un rapporto che risale ai tempi nei quali, lui giovane rampante nella sua Avellino, insieme all’amico e maestro Gerardo Bianco, in alternativa a De Mita, partecipava ai nostri incontri estivi di Saint Vincent della corrente di Forze Nuove, dimostrando, sin da allora, doti indiscutibili di preparazione politica e di leadership carismatica.  Gli abbiamo ricordato che ciò che abbiamo sottoscritto non è una licenza per contrattare con il Cavaliere l’ennesima candidatura sicura per il parlamento europeo, ma l’avvio di un progetto e di un processo di assai più lungo valore e durata 

 

Non condividiamo, infatti, l’ennesima scelta compiuta dall’amico Lorenzo Cesa, dopo la dichiarazione di Mercoledì scorso dell’On Tajani,  del suo ingresso nella lista del Cavaliere, replica di quanto già  compiuto  con alterni risultati,  da diversi anni. Cesa, come bene ha ricordato l’amico prof Luciani, dopo il voto del 4 Marzo scorso, non ha più alcun parlamentare del suo gruppo nelle due camere e, di fatto, dopo l’ingiunzione presentatagli dal nostro segretario amministrativo, Dr Troisi, a non utilizzare più il simbolo dello scudo crociato che appartiene unicamente ed esclusivamente alla DC storica, quella che con il congresso del 14 Ottobre ha definitivamente concluso l’iter giuridico indicato dalla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “La DC non è mai stata giuridicamente  sciolta”), decida una volta per sempre, con il suo fedelissimo e ultra garantito Antonio De Poli di entrare nel partito del Cavaliere, ponendo in tal modo fine a un equivoco e a una pantomima che è durata anche troppo.

 

Questa di Cesa, lo ribadiamo, è una prospettiva che non ci appartiene, convinti come siamo, che nostro dovere sia di favorire la ricomposizione dell’area  democratico cristiana e popolare per entrare a pieno titolo nella casa madre dei Popolari europei. Quella che a suo tempo, proprio un “ DC non pentito” e senza macchia e senza paura, come l’indimenticabile Sandro Fontana, con Don Gianni Baget Bozzo, seppe indicare al Cavaliere che, di quel suggerimento, se ne fece interprete con grande vantaggio personale e di gruppo.

 

La nostra prospettiva, però, è e rimane quella di concorrere a mettere insieme tutte le diverse risorse umane e politico culturali di matrice democristiana e popolare, presenti sia a destra che a sinistra; quelle, ad esempio, degli amici della “rete bianca” e dei tanti popolari ex PD e della Margherita, stanchi della deriva senza più identità del partito, ancora incerto della sua collocazione nello scenario politico italiano ed europeo.

 

Chiunque continuasse a rappresentarci al di fuori di questo progetto, noi sappiamo che lo fa perché intende scoraggiarne o impedirne la realizzazione , o, peggio, perché è in malafede.

 

 

In entrambi i casi, la DC uscita dal XIX Congresso del 14 Ottobre scorso, mentre richiama all’unità, con l’avvio del tesseramento in atto, tutti i democristiani a qualunque parrocchia siano appartenuti nella lunga stagione della diaspora e dell’attraversata del deserto (1993-2018), saprà opporsi con grande determinazione a questi miserrimi tentativi destinati al sicuro fallimento.

 

ETTORE BONALBERTI

Vice segretario nazionale DC

Venezia, 22 Dicembre 2018 


Sandro Fontana, un vero cattolico popolare .

 

"Sandro Fontana, l'anticonformista popolare. Le sfide di Bertoldo in Italia e in Europa" e' il titolo del

libro appena pubblicato ed edito da Marsilio che rilegge il magistero politico, culturale ed

intellettuale di Sandro Fontana. Un intellettuale che ha vissuto l'impegno e la militanza politica

quasi come un dovere per un cattolico. E soprattutto per un cattolico che ha fatto della politica una

"mission" per tradurre quel popolarismo di ispirazione cristiana che l'ha accompagnato per tutta la

sua vita.

Bresciano, docente di storia contemporanea prima a Pavia e poi a Brescia, Fontana e' stato prima

amministratore regionale in Lombardia - fortemente innovativo il suo assessorato alla cultura - e

poi senatore e deputato europeo.

Ma sono sostanzialmente 3 gli elementi che hanno caratterizzato il ricco e fecondo magistero

politico, culturale e intellettuale di Sandro Fontana.

Innanzitutto la sua fedeltà al popolarismo. Sono rimaste celebri alcune sue pubblicazioni al

riguardo perché la difesa, la promozione e la valorizzazione dei ceti popolari sono stati sempre la

stella polare che hanno orientato la sua militanza politica quotidiana. A prescindere dai partiti di

appartenenza e dalle fasi storiche, peraltro drammatiche, che si sono succedute. Ma la difesa dei

ceti popolari continua ad essere l'unico vero punto di riferimento per il suo impegno concreto nella

politica. Una concezione popolare che ispira un modello di società, il profilo del partito e delle sue

classi dirigenti e la costante necessità di essere sintonizzati con le istanze e le esigenze che

provengono da quei ceti. E Fontana, per la sua formazione giovanile e soprattutto per la sua

provenienza sociale, non ha mai avuto alcuna difficoltà a conoscere quelle istanze e a farsi

interprete di quei sentimenti e di quelle richieste. Un popolarismo vissuto più che descritto e

contemplato. Per questo e' stato si' un intellettuale e uno storico popolare ma anche un autentico

politico che ha tradotto il patrimonio del popolarismo di ispirazione cristiana nella concreta

dinamica politica italiana.

In secondo luogo non si può non dire che Sandro Fiontana per molti anni è stato l'ideologo della

sinistra sociale della Democrazia Cristiana. Il suo stretto rapporto con Carlo Donat-Cattin per molti

anni ha rappresentato una collaborazione feconda ed importante non solo per la qualità e

l'autorevolezza della sinistra sociale ma anche per il contributo politico determinante capace di

orientare e di condizionare l'intera politica della Democrazia Cristiana. Non a caso gli ormai famosi

convegni settembrini di Saint-Vincent erano incontri promossi della "corrente" di Forze Nuove ma

anche e soprattutto momenti di confronto politico in grado di dettare l'agenda politica della Dc e

quindi dell'intero paese. Insomma, possiamo tranquillamente sostenere che Donat-Cattin era

l'uomo delle grandi intuizioni politiche mentre Fontana dava respiro ideale e una cornice culturale a

quel progetto politico. Memorabile, al riguardo, l'operazione del "preambolo" al congresso

democristiano del 1980 e la dura e tenace opposizione alla gestione demitiana del partito negli

anni ottanta. Un connubio, quindi, quello tra Donat-Cattin e Fontana, che ha rappresentato una

pagina decisiva nel dare sostanza progettuale e politica alla sinistra sociale, alla Dc e alla cultura

riformista e democratica del nostro paese.

In ultimo, Sandro Fontana ha sempre anteposto il pensiero rispetto all'azione e all'organizzazione.

Ovvero, la politica e' credibile se c'è un pensiero, una cultura politica e un filone ideale definito che

la definisce e la caratterizza. Senza un pensiero e una cultura, la politica si inaridisce e si

trasforma in puro pragmatismo se non in un larvato affarismo. Ma accanto al pensiero e alla

cultura, Sandro Fontana attraverso i suoi indimenticabili corsivi sul "Popolo", di cui era Direttore,

riuscì con intelligenza politica e arguzia culturale a fronteggiare gli avversari e i detrattori storici

della Democrazia Cristiana. Con lo pseudonimo di Bertoldo - il contadino dalle mani grandi e dal

cervello fino - e con il suo inconfondibile e quotidiano graffio culturale, Fontana rivoluziona il

tradizionale atteggiamento della Democrazia Cristiana fatto di timidezza e di sostanziale

subalternità rispetto all'arroganza e alla saccenza intellettuale della sinistra comunista e post

comunista. E, proprio attraverso i corsivi di Bertoldo sul Popolo, cancella quella timidezza e

restituisce orgoglio e autorevolezza all'intera Democrazia Cristiana.

Certo, Fontana soffre, e soffre molto, per la fine della Democrazia Cristiana e per quel progetto

politico che riuscì a far diventare classe dirigente quei ceti popolari cattolici storicamente subalterni

ed emarginati. E anche le sue scelte politiche successive al tramonto della Dc avranno sempre e

comunque al centro la conservazione di quel patrimonio culturale ed ideale che riuscì a fare della

Dc un partito nazionale, riformista, democratico e alternativo tanto alla destra quanto alla sinistra.

Ecco perché, anche e soprattutto oggi, chi pensa e lavora per riscoprire e rilanciare la presenza

politica dei cattolici popolari e democratici, non può non rileggere il magistero politico, culturale ed

intellettuale di Sandro Fontana. E il libro appena pubblicato e' un contributo, appunto, per rileggere

quel magistero.

 

Giorgio Merlo

Torino 22 Dicembre 2018

 

 



DC:  le ragioni della sua fine, i progetti per la sua rinascita.

 

Lo scambio epistolare, tra gli amici prof Gabriele Cantelli e prof Nino Luciani di Bologna, sul tema dell’impegno politico dei cattolici, si inserisce nel più vasto dibattito che si è aperto a livello nazionale.

 

La complessa e articolata realtà dell’area cattolico popolare, così come risultante dalla lunga stagione della diaspora conseguente alla fine politica della Democrazia Cristiana, se, da un lato, ha fatto riemergere il grande fiume carsico del cattolicesimo politico e culturale sempre latente in Italia, dall’altro, sconta le inevitabili  differenti sensibilità, diversità di orientamenti e il permanere di suicide divisioni, molte delle quali risalenti, tra i vecchi DC, dalla divisione storico politica del preambolo-anti preambolo ( sostanzialmente tra i fautori dell’alleanza con i socialisti e coloro che prefiguravano come inevitabile quella con il PCI di Berlinguer) e. dopo la fine politica dello scudo crociato, tra berlusconiani e anti berlusconiani.

 

Sia le prime che queste ultime sono contrapposizioni vecchie e stantie, poiché risalenti a situazioni storico politiche lontane anni luce per le prime, quelle della Prima Repubblica, e del tutto superate le seconde, quelle proprie della seconda Repubblica.

 

Solo inaciditi “pasdaran dell’antiberlusconismo d’antan” possono continuare a spargere infondate contumelie e zizzania contro chi, come noi, con Renato Grassi e la dirigenza della Democrazia Cristiana, definitivamente risorta giuridicamente, persegue un unico obiettivo: ricomporre politicamente la DC e con essa la più  vasta area cattolico popolare e laica riformista ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano.

 

Se si scorda la perdurante validità della lezione degasperiana: “ solo se saremo uniti saremo forti, se saremo forti saremo liberi “, si continuerà a svolgere un’azione di stupidità costante, falsa e progressiva, continuando a “fare del male a noi stessi e agli altri”.

 

 

A questi pasdaran del ritorno ai vecchi schemi obsoleti della seconda repubblica rivolgiamo solo un appello: basta con i richiami anacronistici e condividete con noi il primo importante traguardo faticosamente raggiunto, dopo oltre sette anni di dure battaglie svolte, insieme  con Gianni Fontana e con Renato Grassi e tanti altri amici, con l’avvenuto pieno riconoscimento giuridico della continuità della DC.

 

Insieme abbiamo celebrato il  XIX Congresso nazionale, il 14 ottobre scorso, con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito e nel successivo Consiglio nazionale (27 Ottobre), quella di Gianni Fontana, alla presidenza dello stesso Consiglio nazionale . Elezioni entrambe unitarie e non divisive e  che vorremmo rimanessero tali.

 

Continuare a mestare su inesistenti divisioni sul piano politico ( leggere le due relazioni al Congresso di Grassi e di Fontana) vuol dire soltanto fare del male a se stessi e agli altri.

 

Assai più interessante mi è parso il dialogo tra Cantelli e Luciani, prima del quale abbiamo assai apprezzato gli interventi di Giorgio Merlo e l’editoriale di Mons Tommaso Stenico sull’organo ufficiale on line del partito: www.democraziacristiana.cloud.

 

Mi riferisco in particolare alle osservazioni critiche del prof Cantelli, al quale vorrei tentare di rispondere per punti, quelli inerenti alla DC vecchia e nuova, rinviando ad altro approfondimento quello sui rapporti tra vescovi italiani e la politica.

 

Quanto al dibattito e alle scelte politiche della DC prima della sua fine politica, rinvio al mio saggio: “ Il caso Forze Nuove”, l’ ultimo libro edito dalla Casa editrice Cinque Lune della DC, nel Marzo 1993, testimonianza in presa diretta di un “osservatore partecipante “ al karakiri del partito che fu l’architrave del sistema politico italiano dal 1948 al 1992.

 

In breve al Prof Cantelli riassumo così le ragioni della fine politica della Democrazia Cristiana così come avevo sintetizzato le  ragioni della fine politica anche se non giuridica della DC (vedi alcuni  alcuni saggi scritti negli scorsi anni : “ L’Italia divisa e il centro che verrà”-Edizioni de La Meridiana, “ Dalla fine della DC alla svolta bipolare” – Mazzanti Editori, “ ALEF: Un futuro da liberi e forti”- Mazzanti Editori) :

 

la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;

 

la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;

 

la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;

 

la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.

 

E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna  giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.

 

E concludevo affermando che “la DC è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo,  non sufficiente per ricostruire alcunché.

 

Una sentenza a sezioni civile riunite della Cassazione (25999 del 23 dicembre 2010) ha, però,  sancito che la DC non è mai morta. Il de cuius non esiste perché non è defunto e non c’è alcun erede universale o particolare del partito dello scudocrociato. Esso andava chiuso solo dai legittimi detentori di quel potere in un’associazione di fatto: gli iscritti secondo le regole del proprio statuto e quelle inerenti alle associazioni di fatto senza personalità giuridica.

 

Ecco perché abbiamo scelto di riaprire un nuovo capitolo nella storia dei cattolici nella politica italiana, non per ambizione personale, poiché, come diceva Voltaire, siamo ben consapevoli che alla nostra età “ non possiamo che offrire dei buoni consigli, dato che non siamo nemmeno più in grado di dare dei cattivi esempi”, quanto per consegnare alle nuove generazioni il testimone di una storia politica che ha segnato una fase importante della nostra amata Repubblica.

 

Vorrei anche assicurare qualche critico osservatore sempre pronto a formulare giudizi su tutto e su tutti che, accanto alle ragioni suddette, sappiamo bene come alla fine della DC concorsero pure alcune  nostre gravi colpe e inadempienze:

 

·      la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell'uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);

·      la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;

·      la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;

·      la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;

·      la quiescenza nei confronti della criminalità' organizzata;

·      la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;

·      la tiepida lotta all'evasione fiscale;

·      la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;

·      l’ eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;

·      il cumulo esagerato nel cumulo di incarichi  pubblichi ;

·      la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l'innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti  talora fasulli e opere mai completate;

·      i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all'UE;

·      lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;

·      gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;

·      l’ eccesso di appiattimento nell’ accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche, come anche il prof Cantelli evidenzia.

 

Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e  dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è  arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Democrazia Cristiana.

 

E dopo cosa è avvenuto al tempo del nuovismo trionfante e della seconda repubblica? E, soprattutto, che fine hanno fatto quelli che sulle ceneri della prima Repubblica hanno cercato di porsi come gli “homines novis” della scena politica italiana?

 

Ancor più grave quanto è accaduto dopo il voto del 4 Marzo 2018 e la nascita del governo espressione del peggior trasformismo politico della storia italiana. Lo strano connubio giallo verde tra pulsioni sovraniste e conati nazionalistici, con sfumature nostalgiche che ritenevamo definitivamente defunte.

 

La realtà è tutta davanti a noi con “il governo degli improvvisati e  incompetenti” , espressione del malcontento e del disagio presente nel Paese e del fallimento dei partiti di maggioranza e di opposizione, tutti alla ricerca di nuovi assetti e di nuove formule, mentre impazza la popolarità dei guitti, dei comici e dei masanielli del mercato napoletano o genovese.

 

Una sentenza della Cassazione inappellabile ha sancito che la DC non è mai morta, almeno dal punto di vista giuridico. E’ nostro preciso dovere e impegno ridare agli iscritti, unici legittimi depositari della volontà del partito, il compito di decidere del loro destino. E questo è ciò che abbiamo fatto dal 2011 in poi, sino all’atto finalmente conclusivo compiuto con la legittima celebrazione del XIX Congresso nazionale, autorizzato dal tribunale di Roma, il 14 Ottobre 2018, con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito.

 

In una fase nuova e diversa di quella che i nostri padri seppero affrontare concorrendo alla formazione del patto costituzionale del 1948, ad una società che sta vivendo una delle crisi più gravi  e globali mai conosciute prima, riteniamo opportuno riproporre i principi e i valori della dottrina sociale cristiana declinati dalla “Caritas in veritate”, “ Evengelii Gaudium” e “ Laudato Si”, e concorrere con tutti gli uomini di buona volontà alla costruzione di un nuovo patto all’altezza della situazione attuale italiana e internazionale che reclama una forte discontinuità politica e istituzionale.

 

Lo faremo insieme agli amici dell’Internazionale democristiana, di cui la DC fu ed è socio fondatore, e del PPE, ponendoci innanzi tutto l’obiettivo di ricostruire l’unità fra tutti i democratici cristiani italiani disponibili a compiere insieme a tutti noi questa difficile, ma entusiasmante avventura, al fine di consegnare il testimone ad una nuova generazione di politici,  non per l’anacronistica nostalgia di un passato, ma per ritrovare  insieme le ragioni di  una nuova speranza.

 

Il nostro impegno sarà quello di  tornare ai fondamentali del pensiero sociale cristiano nell’età della globalizzazione: dalla Rerum Novarum, Quadragesimo Anno, Mater et  Magistra, Populorum Progrexio, Octogesima adveniens,  Caritas in veritate, Evangeli Gaudium, Laudato Si.

 

Mediteremo  il compendio della dottrina sociale della Chiesa e riscopriremo il ruolo dei grandi della Democrazia Cristiana: De Gasperi,  Gonella ( idee ricostruttive della DC  e il suo discorso al 1° Congresso della DC sulle “Libertà che vogliamo”) e Mattei, Vanoni, Fanfani, La Pira, Saraceno, Moro. E’ sulle spalle di quei giganti che possiamo procedere con passo sicuro.

 

Si apre lo spazio per una rinnovata Democrazia Cristiana, un partito aperto di cattolici e laici che intendono costruire la sezione italiana del PPE da riportare ai valori dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monet  e Schuman. Da partito strutturato a movimento della e nella società aperto alla più ampia partecipazione democratica.

 

Discuteremo con la nostra gente su quale modello di partito-movimento organizzare la DC italiana, dopo il XIX congresso del 14 ottobre 2018,  in questa  fase storica, consapevoli di doverne  aprire una nuova, nella quale consegneremo il testimone politico a una nuova generazione di democratici cristiani.

 

Certo Prof Cantelli  noi non siamo la DC di De Gasperi, Fanfani e Moro, e saremmo  degli idioti anche solo a pensarlo. Siamo però, giuridicamente, i legittimi eredi di quella storia e di quella cultura politica e lo siamo tutti  insieme: Grassi, Fontana, il sottoscritto e tutti coloro che da “ DC non pentiti” e già soci DC nel 1992-93 si sono battuti nella lunga stagione della diaspora per superare le suicide divisioni che, ahimè, non sembrano ancora scomparse del tutto.

 

Deve essere chiaro, poi, che non abbiamo lo sguardo rivolto al passato e non prevale in noi il sentimento regressivo della nostalgia. Abbiamo lucida coscienza della condizione in cui vive l’uomo oggi nella società occidentale, nella quale assistiamo a una concezione prevalente di relativismo in cui i desideri individuali si vogliono trasformare in diritti, contro ogni evidenza antropologica e concezione giusnaturalistica.

 

A livello esistenziale e socio culturale prevale una condizione di anomia: assenza di norme e regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno dei gruppi sociali intermedi. Di qui, una condizione di frustrazione prevalente con possibili sbocchi nella regressione solipsistica o nell’aggressività individuale e collettiva latenti. Anomia anche a livello internazionale: visione cinese, visione islamica, visione occidentale e visione russa: quali compatibilità e secondo quali regole?

 

A livello più generale economico trionfa il “turbocapitalismo” con la finanza che detta i fini e la politica che segue quale intendente di complemento, con un rovesciamento generale di funzioni e di prospettive. E’ il superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) che stabiliva la non sovrapposizione tra etica, politica ed economia.

 

Se prima era la politica a indicare gli obiettivi e l’economia e la finanza a proporre le soluzioni tecniche per raggiungerli, oggi è il finanz-capitalismo che asserve la politica e la rende subordinata. L’efficienza come fine esclusivo si riduce alla massimizzazione del profitto indipendentemente da ogni altro valore sociale e individuale.

 

Il bene comune non è più il fine della politica, subordinata ad altri valori dominanti che pretendono una quota rilevante del cosiddetto “scarto sociale” (tra il 20 e il 30% della popolazione)

 

È in questa situazione di valori rovesciati e/o di disvalori che è riesploso a livello internazionale il grave scontro tra il fanatismo jihadista del movimento fondamentalista islamico e le altre culture religiose monoteiste, ebraismo e cristianesimo, che ha sostituito quello del XIX e XX secolo tra capitale e lavoro, tra capitalismo e marxismo. Quest’ultimo, anche là dove ancora sopravvive, si è trasformato in un ibrido capitalismo comunista e a livello mondiale assistiamo al confronto/scontro tra democrazie di stampo liberale e democrazie autoritarie (Cina, Russia, Singapore, Turchia, Cuba e in molte regione ex URSS divenute indipendenti).

 

È la stessa concezione sociale difesa dalla dottrina sociale ad essere sotto attacco. In tal senso non possiamo non denunciare come l’attuale Governo stia mettendo in disparte le comunità intermedie. Di qui al sostanziale disconoscimento anche del valore del lavoro, il passo è breve. Per taluni, come il M5S, basta l’assistenzialismo di Stato, come nella peggiore espressione di un certo meridionalismo che anche alcuni nostri amici seppero praticare un tempo con estrema ed efficace disinvoltura.

 

Il nostro sguardo è allora fisso in avanti, supportati dalla lettura critica più avanzata di questi fenomeni da parte, ancora una volta, della dottrina sociale della Chiesa: Centesimus Annus  di Papa Giovanni Paolo II, Caritas in veritate  di Papa Benedetto XVI, Evangelii Gaudium  e Laudato Si di Papa Francesco, che sono le stelle polari che ci inducono ad assumere una nuova responsabilità, come cattolici e laici cristianamente ispirati.

 

Di qui il nostro tentativo di tradurre nella città dell’uomo quegli orientamenti pastorali. Nella situazione concreta italiana, sentiamo come prioritario il dovere di concorrere a ricomporre, dopo la lunga stagione della diaspora, l’area di ispirazione popolare per offrire al Paese una nuova speranza. E lo vogliamo fare non da cattolici impegnati in politica, ma da cattolici e laici impegnati per una politica di ispirazione cristiana.

 

Quanto alla legittima richiesta del prof Cantelli sulle proposte di programma della DC, vorrei ricordare che dal seminario presso il convento di Sant’Anselmo a Roma (gennaio 2013) ad oggi (vedi atti di Camaldoli-Giugno 2017) sono molti i documenti di programma redatti dalla DC italiana.

 

Potremmo riassumere in questo “decalogo programmatico” le nostre proposte, intese come i proponimenti politici dei democratici cristiani per il XXI secolo:

 

1-    La DC coerente con il suo passato di responsabilità nazionale, assume come obiettivo la costruzione dell’Unità politica dell’Europa da riformare rispetto all’ircocervo tecno burocratico attuale, la difesa dello Stato di diritto, la tutela della persona umana.

2-    La DC mette al centro del suo impegno politico e di promozione della cultura civile la PERSONA, perché possa vivere ed operare con tutta la sua dignità e libertà secondo il dettato della Costituzione Italiana.

3-    La DC si assume pubblicamente il compito di aprire la strada alla trasparenza gestionale e contabile della sua organizzazione, per dar vita ad una nuova stagione della politica, improntata ad un UMANESIMO SOCIALE che valorizzi la persona umana senza distinzioni di razza o diversità sociale.

4-    La DC, consapevole delle difficoltà che il mondo globalizzato di oggi pone all’individuo per esistere ed operare, s’impegna a ricostruire con le opere di previdenza una più sostanziale solidarietà sociale, attraverso la “cooperazione di comunità”, che garantisca ad ogni nucleo familiare un lavoro adeguato alle esigenze della dignità civile.

5-    La DC, presente nella società d’oggi, offre la possibilità di stare nel partito alla pari anche ai simpatizzanti che dichiarino interesse al programma; iscrivendosi nella lista degli elettori, con la possibilità di presentare progetti e proteste d’interesse generale.

6-    La DC ha come obiettivo fondamentale del programma una decisiva modificazione del meccanismo di localizzazione delle attività produttive del Paese, privilegiando l’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno e delle Isole.

7-    La DC, come nel passato con l’intervento pubblico dovrà incoraggiare l’installazione di medie e grandi imprese industriali, anche straniere, attraverso agevolazioni fiscali, procedure burocratiche dinamiche e la messa a disposizione dei distretti industriali attrezzati per stimolare gli investimenti privati con un alto grado di efficienza tecnologica e notevoli possibilità di creare nuovi posti di lavoro.

8-    La DC oltre a ritenere inderogabile il dimezzamento del numero dei parlamentari, ritiene urgente il riordinamento legislativo, amministrativo e organizzativo dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, oltre, s’intende, al cambiamento del ruolo e delle funzioni del Senato della Repubblica.

9-    La DC è consapevole che non esistono miracoli in economia, ma soltanto la possibilità di raggiungere obiettivi concreti attraverso scelte responsabili, e con il coinvolgimento di tutti gli imprenditori appartenenti ed operanti nei settori di attività (industriale, artigianale, commerciale agricolo, della cooperazione e delle libere professioni).

 

La DC, partito di elettori moderati, non può e non vuole rappresentare interessi di nessun genere in particolare, ma valori. Difendere valori significa operare per una cultura di libero mercato all’insegna della civiltà del lavoro. Essenziale sarà operare per garantire, come sempre ha fatto la DC storica, la mediazione di interessi e valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari diversamente tutelati.

 

 

Alla vigilia delle prossime elezioni europee, proprio la DC guidata da Grassi si è fatta promotrice di incontri con amici appartenenti a diverse espressioni della multiforme realtà politica, sociale e culturale dell’area cattolica  e  Mercoledì 12 Dicembre 2019 è stato siglato a Roma il patto programmatico costituente che così recita:

SI ALL’EUROPA,

 DA RICONDURRE AGLI IDEALI DEI PADRI FONDATORI  DEMOCRATICO CRISTIANI

 

Le elezioni europee del maggio 2019 rivestono un’importanza decisiva per il nostro futuro. All’Europa, infatti, sono legate speranze e preoccupazioni: speranze per un progetto che ha garantito oltre 70 anni di pace e di sviluppo; preoccupazioni per un’unità incompiuta e burocratizzata, dimentica delle sue radici giudaico cristiane

Alle prossime elezioni si fronteggeranno due gruppi contrapposti: il fronte filo-europeo e quello nazional-populista. Nessuno di questi due schieramenti, fino ad ora, ha un programma definito. Quel che è certo, ed è tra loro l’unico elemento comune, è che occorre modificare l’Unione europea dopo settant’anni di storia.

La miscela di populismo e nazionalismo ha saputo raccogliere il malcontento generato da errate politiche a livello europeo e nazionale, Se lo sbocco finale delle tensioni nazional-populiste di alcuni Stati europei prevalesse, l’Unione non morirebbe, ma languirebbe per anni in una specie di limbo politico, alla ricerca del bene perduto. Se, per converso, “finalmente   tornassero sovrani”, questi Stati dovrebbero affrontare lo scenario geo-politico globale dominato dagli USA, Cina  e Russia, non sarebbero da soli degli interlocutori, ma ombre, in un contesto minaccioso di grandi potenze.

Al contrario noi intendiamo rafforzare l’integrazione, supplendo alle carenze attuali e procedendo sulla strada, difficile ma logica, degli Stati Uniti d’Europa. Non meno Europa, ma più Europa ricondotta agli ideali dei padri fondatori

Come cristiani l’ideale europeo lo sentiamo totalmente consono alla nostra natura e alla nostra storia e non vogliamo rinunciarvi soprattutto per le opportunità di crescita, benessere e libertà che ha promosso e dovrà promuovere: diciamo sì all’Europa, nella consapevolezza che si deve continuare a farla e farla meglio.

La storia recente dell’integrazione europea è iniziata con i padri fondatori, De Gasperi, Adenauer, Monet e Schuman, basata su un’idea popolare e condivisa di unità culturale e politica, da cui far discendere gli aspetti economici e organizzativi; questo modello voleva soprattutto  armonizzare la politica estera e di difesa, far crescere la solidarietà e l’integrazione tra le nazioni e le persone con un sistema libero di mercati ed economie differenziate. Comprendiamo  che l’idea dell’Europa dei popoli ha bisogno dei tempi della stratificazione della cultura in tale direzione, ma nel percorso fatto sarebbe opportuno evidenziare che la diversità linguistica, consuetudinaria, delle singole e diverse vicende storiche, non vanificano i fondamenti culturali romani e cristiani, che da San Benedetto in poi si sono diffusi in tutta Europa, creando la cultura europea (e quindi la Nazione Europea), che è diventata cultura occidentale e ha dato origine alle “Carte dei Diritti” universalmente accettati del mondo attuale. La risoluzione del G 20 con la quale si dichiara la disponibilità a regolamentare meglio il WTO è la risposta che riconosce che il mercato mondiale non è autoregolabile, ma ha bisogno di regole condivise per evitare le crisi economiche,  sociali e umanitarie che tutti conosciamo.

La spaccatura fra élites divenute tecnocratiche e il sentimento popolare – insieme al processo di adesione di molti Stati – hanno acuito lo scetticismo verso Bruxelles, perché non è stata in grado di affrontare la crisi mondiale e hanno alimentato i movimenti anti-europeisti che chiedono il ritorno alle “identità nazionali”. Più di recente la Brexit ha ulteriormente complicato il quadro. La crisi economica del 2008, il deficit demografico, con la prevista conseguente insostenibilità dell’attuale sistema di welfare, stanno peggiorando la situazione; ma è soprattutto la pressione migratoria (prima sottovalutata e poi non adeguatamente affrontata da alcuni fra i maggiori Stati europei e dalla stessa Unione) a provocare una profonda sfiducia verso l’Europa. La crisi migratoria di dimensioni mondiali (oltre all’Europa vedi gli USA e l’Australia come esempio) è stata causata dal modello di sviluppo mondiale imposto dal pensiero ultra-liberista finanziario mondiale, che ha abbandonato il progetto globale di sostegno ai PVS – l’Unione Europea ha abbandonato i Programmi Meda decisi nel processo di Barcellona – per affermare il principio “ogni cittadino deve essere fautore del proprio benessere”,  a prescindere dalle condizioni di partenza; tale principio, che trova l’esempio nella opposizione di Trump alla Obama-care, si traduce anche in Europa che il welfare state si trasforma in welfare society e in welfare community..

Ha finito col prevalere così il ruolo dei poteri finanziari controllori del sistema bancario europeo e delle principali banche centrali nazionali riducendo con la sovranità monetaria la stessa sovranità popolare e, quindi, il fondamento primario della democrazia. Di qui il nostro impegno per tornare alla pubblicizzazione delle banche centrali europea e nazionali e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.

Da un punto di vista politico l’alleanza strategica fra popolari e socialisti è oggi in crisi perché il modello socialista, a cui troppo spesso anche i popolari hanno ceduto, ha dimostrato di deprimere la libertà economica e sociale delle persone e dei gruppi, mortificando talvolta anche le specifiche eredità e tradizioni popolari in nome di un’artificiosa omogeneità culturale. Hanno così preso piede forze conservatrici, più che identitarie, le quali raccolgono il diffuso malcontento dei cittadini, cadendo però in nazionalismi. Vista l’interconnessione degli Stati europei, in particolare l’Italia, da sola, non riuscirebbe a sostenere la competizione globale e si metterebbe fortemente a rischio il suo raggiunto livello di benessere.

Noi continuiamo a guardare con speranza all’Europa, confidando che la sua radice fatta di democrazia, promozione della pace, dello sviluppo e della solidarietà possa essere recuperata e che l’Europa unita possa così rispondere alle giuste esigenze di libertà, identità e sicurezza sociale.

Siamo per un PPE attento alle nuove esigenze di riforma a favore del rispetto delle culture nazionali e popolari e per un’economia civile e sociale di mercato, capace di equilibrare il liberismo e la finanza senza regole; siamo lontani, invece, da proposte che mettono paradossalmente insieme collettivismo ed estremismo identitario, egualitario e  giustizialista.

Alle forze politiche in vista delle elezioni europee chiediamo di promuovere: - una concezione della cosa pubblica sussidiaria, capace di valorizzare il protagonismo della persona e il suo potenziamento attraverso le associazioni e gli altri corpi intermedi; - un’attenzione alla famiglia come fondamentale fattore di stabilità personale e sociale; - una politica che metta al centro il lavoro e il suo significato, con investimenti speciali per i giovani  ; una libertà di educare a partire dalle convinzioni e dai valori che sono consegnati da una ricchissima tradizione popolare; - il rispetto dell’identità anche religiosa dei popoli, certi che questa è in grado di accogliere ed ospitare, con equilibrio e realismo; - una ripresa del ruolo centrale dell’Europa nel mondo, attraverso una politica estera  e di difesa comune; il rafforzamento delle competenze  del Parlamento europeo.

Intendiamo por fine alla condizione di irrilevanza cui sono ridotti i cattolici e i popolari italiani, dopo la lunga stagione della diaspora e siamo convinti che questa sia una delle ultime, se non l’ultima occasione, per riproporre l’unità di cattolici e popolari sotto la stessa bandiera..

Primo passo essenziale è l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori.

Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”

 Sulla base di tale condivisone siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019.

Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.

Trattasi di un documento aperto all’adesione di quanti si riconoscono nei valori del popolarismo italiano ed europeo senza lo sguardo rivolto all’indietro, ma desiderosi di concorrere alla ricostruzione dell’Unione europea secondo i principi dei padri fondatori.

Il 18 Gennaio 2019, nel centenario dell’”appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo e a venticinque anni esatti della fine politica della DC ( Consiglio nazionale della DC, 18 Gennaio 1993) celebreremo tuti INSIEME quella data e da lì partirà ufficialmente la campagna dei Popolari italiani uniti sotto la stessa insegna e sulla base del patto programmatico sottoscritto.

 

Ettore Bonalberti

Vice Segretario della DC

Venezia, 13 Dicembre 2018

 

 



Cattolici, é il momento della scelta.

 

La forte e qualificata insistenza affinché i cattolici democratici e popolari escano dal letargo e intraprendano, oggi, una rinnovata presenza politica non può più essere elemento di delusione o di rinvio. O meglio, la necessità di avere uno strumento politico e organizzativo capace di raccogliere la sfida che proviene da settori consistenti dell'area cattolica italiana - pur sempre articolata e molto plurale al suo interno - si fa sempre più stringente. Del resto, la fine dei partiti plurali – nello specifico il lento tramonto del Partito democratico da un lato e il progressivo esaurimento di Forza Italia dall'altro - e il ritorno delle identità sono la premessa per una svolta politica ormai necessaria.

 

Certo, le riflessioni avanzate in queste ultime settimane da autorevoli esponenti della Chiesa italiana - a cominciare dal Presidente della Cei, cardinal Bassetti - e da molti dirigenti dell'associazionismo cattolico di base vanno nell'unica direzione di ridare voce, sostanza e prospettiva ad un impegno politico dei cattolici. Ovviamente un impegno laico, profondamente democratico, squisitamente riformista ma, soprattutto, ancorato ad una cultura che affonda le sue radici nella storia e nell'esperienza del cattolicesimo politico italiano. Ecco perché, allora, e' quanto mai urgente richiamare almeno 3 nodi che andranno definitivamente sciolti nelle prossime settimane.

 

Innanzitutto va perseguito un disegno che definisca una presenza il più possibile unitaria dei cattolici sensibili all'impegno politico nella stagione contemporanea. Nessuna rivendicazione anacronistica e fuori luogo, come ovvio, dell'unità politica dei cattolici ma una precisa assunzione di responsabilità di fronte all'emergenza politica e democratica che vive il nostro paese. Sotto questo aspetto, e' indispensabile superare i comprensibili personalismi e la tentazione, vecchia come il mondo nell'area cattolica italiana, di ridurre la molteplicità e la ricchezza delle pluralità delle voci presenti nella società alla propria esperienza personale o di gruppo. L’autoreferenzialità da un lato e il vizio di porre la propria esperienza come l'unica in grado di ricomporre il tutto dall'altro,

sono e restano alla base dell'impotenza e della irrilevanza del cattolicesimo popolare e sociale nell'attuale fase storica.

 

In secondo luogo va preso atto che una cultura politica, un pensiero politico e una tradizione culturale ed ideale hanno un valore, ed un senso, nella misura in cui sanno fermentare e lievitare la società in cui quella cultura, quel pensiero e quella tradizione operano e aggregano. Sarebbe curioso arrivare alla conclusione che c'è un grande fermento nell'area cattolica italiana per un rinnovato impegno politico, che ci sono energie fresche per inverare quell'impegno, che c'è una cultura attuale e moderna capace di portare un contributo significativo per affrontare e cercare di risolvere i problemi della nostra societa', che esiste una classe dirigente di qualità a livello periferico e centrale in grado di uscire dall'isolamento dopo anni di letargo e di impegno nelle retrovie e poi, all'ultimo, abdicare o ritirarsi perché non sufficientemente organizzati. Se così fosse, non potremmo non prendere atto del monito presente nell'Octogesima Adveniens che parlava di un "peccato di omissione " per denunciare l'assenza dei cattolici dall'agone politico.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, occorre prendere atto che la politica e' fatta di appuntamenti. Elettorali e non. E la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, soprattutto in questa contingente fase storica, non può registrare l'assenza in Italia di una presenza politica popolare, riformista, democratica e cristianamente ispirata. E questo non solo per il sistema elettorale proporzionale che esalta la personalità delle singole forze politiche e la valenza del conseguente progetto politico, ma anche perché il contributo per una Europa comunitaria, democratica, federale e unita non può prescindere dall'apporto della cultura democratico cristiana e cattolico popolare e sociale. Non esserci equivarrebbe ad un atto di colpevole diserzione.

 

Ecco perché, ormai, siamo arrivati ad un bivio: o matura in modo serio, corretto e coraggioso unaprecisa assunzione di responsabilità politica in vista anche e non solo dei prossimi appuntamenti elettorali oppure si ritorna tristemente e passivamente nelle retrovie in attesa di nuovi e, ad oggi, imprevedibili avvenimenti.

 

Giorgio Merlo

Torino, 11 Dicembre 2018


Chi sono i moderati e chi li rappresenta?

 

In un recente articolo, Alberto Leoni si chiedeva: I moderati in Italia esistono ancora? E chi li rappresenta se esistono?

 

Lo stesso autore parlando di questa categoria speciale che, a suo dire, sembrerebbe “scomparsa dalla scena sociale italiana”, ne dava questa rappresentazione: “Certamente i moderati sono quelli che non urlano, che amano le buone maniere; sono ovviamente anche quelli che hanno qualcosa da perdere: una occupazione, una professione, una casa in proprietà, un po' di risparmi, un tenore di vita considerato nella media del nostro contesto culturale. Non sono certo ricchi ma hanno una dignitosa qualità di vita. E vogliono la coesione sociale, hanno piacere se imprenditori e lavoratori collaborano, se nascono sostegni alla povertà, se si pensa ai giovani; pagano le tasse, magari senza salti di gioia, ma non si sognano di fare la fatica di portare all'estero i loro soldi. Alla fine, pur inveendo contro uno Stato vessatore, sono consapevoli che ospedali, scuole, ordine pubblico, assistenza ai bisognosi hanno bisogno dei soldi della tassazione. “

 

Quello di “moderati” é un concetto un po’ troppo generico, se riferito a una variegata e complessa classe sociale che, nella mia teoria euristica dei “quattro stati,” ( la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato)  ho tentato di collocare  tra quella del “terzo stato produttivo” : piccoli e medi imprenditori, agricoltori,  commercianti, artigiani, professionisti  e quella dei “diversamente tutelati”: molta parte dei dipendenti pubblici e dei pensionati ex appartenenti al settore pubblico e a quello produttivo di cui sopra.

 

Non v’è dubbio che, nel tempo della disintermediazione iniziato con la spettacolarizzazione della vicenda politica italiana, con l’avvio della cosiddetta seconda repubblica, sino al governo Renzi e successivi, con l’affermarsi di partiti sempre più dal carattere leaderistico e la progressiva sotto stima sino all’irrilevanza dei corpi intermedi, quelli che Leoni connota come “i moderati”, persi gli strumenti di mediazione delle loro organizzazioni sociali, o quanto meno privati della loro capacità efficiente ed efficace di mediazione, si ritrovino orfani anche dei riferimenti politici.

 

Quei riferimenti politici, che nella “Prima Repubblica” erano garantiti da un partito interclassista come la DC e, per certi versi, anche dal PCI con le loro organizzazioni sociali di riferimento, insieme agli altri partiti  delle antiche culture politiche laiche, liberali e riformiste italiane, non esistono più, spazzati via dai loro errori, dalle inchieste di “mani pulite” e dal tam tam mediatico che da quella distruzione ci hanno portato all’attuale deserto delle culture politiche in Italia.

 

Un deserto nel quale, la frustrazione e la rabbia dei quattro stati, ha generato, da un lato, la disaffezione, sino alla renitenza al voto della metà del corpo elettorale e per l’altra metà, all’affermazione della cultura sovranista e nazionalista personificate dal M5S e dalla Lega.

 

Il terzo stato produttivo, in larga parte del quale si collocano i cosiddetti “moderati”, in realtà tra le categorie più arrabbiate e desiderose di serie riforme politico istituzionali, dopo la sbornia liberale annunciata e mai realizzata dal Cavaliere e la sintonia, specie per quelli del Nord, con la Lega di Bossi, attualmente o si ritrovano tra gli orfani dei renitenti al voto, o tra coloro che, dopo il voto a Salvini, stanno mugugnando contro le scelte del governo giallo verde, espressione del peggior  trasformismo politico della storia italiana.

 

Ed è proprio partendo da questa realistica valutazione della situazione politica italiana ed europea, che abbiamo deciso di continuare la nostra lunga e mai sospesa battaglia per la ricomposizione politica dell’ area cattolico popolare.

 

Riteniamo, infatti, che in questa fase di dominio del turbo capitalismo finanziario a livello internazionale, europeo e italiano, ci sia assoluta necessità di una cultura politica ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano. In alternativa al dominio del potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari, padroni della city of London, con residenza fiscale nello stato USA del Delaware a tassazione zero, controllori di tutte le più importanti banche centrali, compresa la BCE, e, di fatto, della stessa vita democratica di molti Paesi nel mondo, sia indispensabile riproporre politiche ispirate ai principi della dottrina sociale della Chiesa; quelli della sussidiarietà e della solidarietà e politiche economiche proprie dell’economia civile e sociale di mercato.

 

Nasce da questa consapevolezza e non da regressivi sentimenti nostalgici il nostro impegno per la ricomposizione dell’area democratico  cristiana, a partire dal rilancio politico della DC storica, “ partito mai giuridicamente sciolto”, oggi guidato da Renato Grassi, impegnati a rimettere insieme tutte le diverse frazioni DC figlie della diaspora sucida iniziata nel 1992-93, per concorrere, sin dalle prossime elezioni europee, a costruire un “patto programmatico federativo” con altre realtà culturali ispirate anch’esse dai valori dell’umanesimo cristiano e che si ritrovano unite nel Partito Popolare Europeo.

 

In alternativa ai sovranisti e ai nazionalisti, noi ci batteremo per il rilancio di un’Europa federale  dei popoli e delle nazioni, secondo i principi ispiratori dei padri DC fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman, sui quali lo stesso PPE dovrà essere riallineato.

 

E all’amico Alberto Leoni vorrei dire: spes contra spem, noi intendiamo batterci per ridare una speranza ai ceti medi produttivi e alle classi popolari del nostro Paese  e dell’Europa, in continuità con la migliore tradizione della Democrazia Cristiana.

 

Ettore Bonalberti

V. segretario nazionale della DC- dirigente ufficio esteri

Venezia, 29 Novembre 2018

 


TORNA LA MEDIAZIONE



Dunque, anche i giallo/verdi scoprono la mediazione. Cioè quella "cultura della mediazione"
che è stata la cifra distintiva dei cattolici democratici impegnati in politica. Quella mediazione
che ha permesso alla politica italiana, dal secondo dopoguerra in poi, di salvaguardare il
pluralismo, di rafforzare ed estendere la democrazia, di valorizzare le autonomie locali e,
soprattutto, di comporre gli interessi contrapposti.
Insomma, con la "cultura della mediazione" la politica italiana ha evitato derive autoritarie e
sbandate peroniste. E questo grazie, in modo prevalente se non esclusivo, alla cultura del
cattolicesimo politico e ai suoi migliori interpreti che si sono succeduti nelle diverse fasi
storiche. Certo, poi la politica italiana e' cambiata profondamente e la radicalizzazione ha
preso il sopravvento con un carico demagogico, propagandistico e qualunquista che ha
travolto quel modo di fare e di essere in politica che per svariati decenni ha permesso all'Italia
di poter essere fedele ai principi costituzionali.
Ora, anche l'attuale governo - e nello specifico la Lega e i 5 stelle - riscopre la mediazione
attorno ad un provvedimento centrale per un paese: la tradizionale legge finanziaria. Dopo un
muro contro muro con l'Europa fatto per rivendicare le proprie buone ragioni, e anche per
cercare di restare fedeli ai rispettivi elettorati, si è arrivati alla conclusione che occorre
"mediare" per evitare una sostanziale delegittimazione con pesantissime ricadute di natura
economica e finanziaria.
Certo, un metodo che può scontentare pezzi di elettorato dei rispettivi partiti ma che, lo
dobbiamo pur riconoscere, introduce nell'attuale dialettica politica quel minimo di cultura di
governo che resta indispensabile e necessaria per qualunque forza politica che si candida a
guidare pro tempore gli italiani.
E' altrettanto indubbio che cultura delle mediazione, cultura di governo e senso delle
istituzioni non possono essere a lungo declinate da forze e movimenti che sono in parte
estranei a quel bagaglio culturale e politico.
Ed è questo il motivo decisivo per far tornare protagonista nello scenario politico italiano
quella cultura cattolico democratico, popolare e sociale che resta l'unica vera novità capace di
qualificare e rafforzare il tessuto democratico del nostro paese e dare forza e qualità a
quell'afflato riformista altrettanto necessario ed indispensabile. Perché, come sempre capita,
e' meglio l'originale della copia. Anche e soprattutto quando si parla di "cultura di governo" e
"cultura della mediazione".


Giorgio Merlo
27.11.2018

Pd, ritorna il Pds. Dov'è la novità?

 

Francamente trovo un po' stucchevole la polemica attorno alle tre candidature a segretario

nazionale anche arrivano dalla filiera Pci/Pds/Ds. La trovo stucchevole soprattutto dopo l'esito del voto del 4 marzo. Insomma, il 4 marzo, tra le molte altre cose, ha detto in modo chiaro che l'esperienza del cosiddetto "partito plurale" a "vocazione maggioritaria" e' politicamente archiviata.

 

Il 4 marzo, oltre ad aver registrato una sconfitta storica ed epocale per quel partito nato appena 10 anni prima, ha segnato anche l'inesorabile ritorno delle identità politiche. Identità che saranno necessariamente aggiornate e riviste rispetto al passato ma sempre di identità si tratta. A cominciare da quella cattolico popolare e cattolico democratica che in questi ultimi anni si è pericolosamente eclissata al punto di diventare, di fatto, irrilevante e del tutto marginale nella vita politica italiana. È nata una nuova destra che ha sostituito ed azzerato definitivamente il vecchio e tradizionale centro destra. Resta per il momento, anche se un po' fiaccata, una identità antisistema e demagogica interpretata dal movimento dei 5 stelle.

 

All'interno di questo contesto, e' del tutto naturale, nonché scontato, che anche la sinistra si

riorganizzi. Ritornando, seppur in forma aggiornata, al tradizionale partito della sinistra italiana. Una sinistra che in questi anni e' stata devastata e quasi distrutta dalle politiche del renzismo – con il plauso conveniente e di comodo di moltissimi esponenti della filiera Pci/Pds/ Ds - e che adesso, com'è ovvio, deve essere radicalmente ricostruita. Dalle fondamenta. E qui arriviamo al punto decisivo e qualificante. E cioè, come ci si può stupire se 3 esponenti che arrivano dalla storia politica e culturale del Pci/Pds/Ds si candidano alla guida di un partito che punta a ricostruire la sinistra dalle fondamenta? Come ci si può stupire se, dopo il voto del 4 marzo e la fine del partito plurale e a vocazione maggioritaria, si punta direttamente a ridefinire e ad affinare il pensiero e la cultura della sinistra italiana? Ma chi dovrebbe guidare un partito che ha quella "mission" specifica ed esclusiva se non chi arriva direttamente da quella tradizione?

 

Ecco perché le polemiche, o lo stupore, non hanno più senso di esistere. Al di là degli obiettivi, dei posizionamenti e delle piroette dell'ex segretario del Pd Matteo Renzi.

Occorre prendere atto che si è aperta una nuova fase politica e storica. È del tutto inutile, nonché controproducente, continuare la litania del partito a vocazione maggioritaria e plurale quando le circostanze storiche che hanno dato vita al Pd veltroniano sono ormai un semplice ricordo del passato. Quella stagione e', ormai, alle nostre spalle. Chi pensa di riproporla meccanicamente rischia di far naufragare anche il progetto oggi incarnato, seppur con sfumature incomprensibili, dai 3 candidati di sinistra per rilanciare un partito di sinistra. Semmai, e questo è un altro punto politico non secondario, si tratta di capire se è utile avere 3 candidati di sinistra, a cui si aggiungono altri candidati minori ma sempre provenienti dal medesimo ceppo culturale, per centrare lo stesso obiettivo. E cioè, riproporre nel dibattito pubblico italiano il ruolo e il profilo di un partito che ha l'ambizione di rilanciare la sinistra italiana dopo le recenti e ripetute sconfitte elettorali. Di questo si tratta e non di altro. Altroché polemiche e scontri un po' stucchevoli e del tutto fuori luogo.

 

Giorgio Merlo

26.11.2018


Si apre il tesseramento alla Democrazia Cristiana

 

Si è riunito a Roma nella sede storica di Piazza del Gesù,46, l’ufficio politico della DC, sotto la

presidenza di Renato Grassi, segretario nazionale DC.

Si è deciso che da Martedì 20 Novembre prossimo sarà inviato a tutti i Consiglieri nazionali

DC il regolamento per le iscrizioni al partito, approvato dalla direzione DC del 10 Novembre,

aprendo così ufficialmente la campagna per il tesseramento 2018-2019.

I consiglieri nazionali DC di ciascuna regione sono invitati a coordinare le azioni a sostegno

della campagna per il tesseramento nelle diverse realtà regionali.

Per ogni informazione si può fare riferimento al responsabile del dipartimento organizzativo,

Antonio Fago (segr.antoniofago@libero.it) e al capo della segreteria del partito, Salvatore

Pagano (segrenazionaledc@gmail.com ).

In ogni comune si potranno attivare i comitati civico popolari o cenacoli popolari ( o come in

altro modo si vorranno autonomamente connotare), luoghi di una rinnovata partecipazione

politica dei cittadini ed elettori.

La DC, come approvato dal Congresso, intende proporsi come partito di centro, laico,

democratico, popolare, cristianamente ispirato, transnazionale, europeista, inserito a pieno

titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e

Schuman. Un partito alternativo ai movimenti e partiti sovranisti e nazionalisti e alle sinistre,

impegnato nella difesa e integrale attuazione della Costituzione e a sostegno di politiche

economiche e sociali ispirate dai valori della solidarietà e sussidiarietà propri della dottrina

sociale della Chiesa.

A partire dalle prossime elezioni in Abruzzo la DC è interessata a concorrere alla più ampia

aggregazione delle diverse forze di ispirazione democratico cristiana e popolare, così come

per le prossime elezioni europee si intende costruire la più ampia unità di tutti i Democratici

cristiani, un patto federativo programmatico aperto alla collaborazione di altre componenti di

cultura politica laica e riformista ispirata dall’umanesimo cristiano.

Un gruppo di lavoro sta redigendo una proposta di programma della DC per le elezioni

europee che sarà presentato nel mese di dicembre in tutte le realtà regionali e locali italiane.

L’Ufficio politico ha dato mandato all’avv. Raffaele Cerenza e al segretario amministrativo, Dr.

Nicola Troisi, di attivare tutte le azioni per la difesa del patrimonio immobiliare e mobiliare

della DC storica, compresa quelle dei beni immateriali ( nome e simbolo del partito) per por

fine all’utilizzo confusionario e illegittimo sin qui fatto da diversi gruppi e movimenti,

invitandoli a far parte della casa madre democratico cristiana.

 

Ufficio stampa della segreteria nazionale DC

Roma 17 Novembre 2018

Da Venezia si annuncia uno squillo

 

Mi è giunto gradito un invito dall’amico On Gianfranco Rocelli di un seminario che si terrà Venerdì 23 Novembre alle ore 17 a Scorzè, presso la sala Eugenio Gatto in Via Roma,80.

 

Tema del seminario: “ Vincenzo Gagliardi e i cattolici democratici a Venezia nel secondo dopoguerra”. Organizzatori dell’evento il Comune di Scorzè, che sarà presente con il Sindaco, avv. Giovan Battista Mestriner, e l’associazione” I popolari Venezia” con alcuni loro rappresentanti: Luigino Busato, Marino Cortese, Anna Maria Giannuzzi Miraglia e Franco Borga.

 

Già il titolo  del seminario, con riferimento a Vincenzo Gagliardi e il nome della sala dedicata al compianto Neno Gatto, il ministro dell’attuazione delle Regioni (anno 1970), hanno suscitato in me molti ricordi, essendo stati entrambi, maestri e guide politiche negli anni della mia giovinezza e dei primi contatti nel partito della Democrazia Cristiana veneta e nazionale.

 

Gagliardi lo conobbi a Roma al Congresso della DC (1964), quello nel quale, sentiti gli interventi di Carlo Donat Cattin, di Riccardo Misasi  e dello stesso Gagliardi, pur provenendo da Rovigo, terra di assoluto dominio doroteo con Bisaglia e la Coldiretti, scelsi e lo fu per sempre, di militare nell’appena nata corrente di Forze Nuove.

 

E da lì iniziò il mio lungo impegno nella sinistra sociale della DC, che aveva nella DC di Venezia, l’unico riferimento correntizio omogeneo, essendo l’unica provincia nella quale la segreteria provinciale era passata con Gagliardi alla responsabilità della sinistra interna.

 

 I frequenti incontri regionali mi fecero conoscere, dapprima i coetanei Rocelli e Cortese e con loro, Alfeo Zanini, Eugenio  Gatto, Giorgio Longo, Mariano Baldo, Piero Coppola, Ferdinando Ranzato,  Giorgio Zabeo e tanti altri, i quali, trasferitomi a Mestre (1983) divennero colleghi e soci a tutti gli effetti della DC veneziana.

 

E proprio insieme a questi amici ho vissuto l’ultima ventennale esperienza della DC, sino alla sua scomparsa politica (1993). Una scomparsa tanto più dolorosa perché compiutasi senza un’adeguata azione di difesa e di impegno combattente, come quello che con Gianfranco Rocelli chiedemmo in una lettera accorata, senza risposta, inviata in quei drammatici giorni al segretario nazionale De Mita.

 

L’idea di un seminario per ricostruire la storia di una fase importante della nostra vicenda politica democratico  cristiana a Venezia, mi sembra possa lodevolmente inserirsi in quel mosaico di iniziative che, seppur disordinatamente e senza ancora un filo conduttore dirigente, si sta costruendo in varie parti d’Italia.

 

La condizione di anomia sociale, culturale, politica e istituzionale, il deserto delle culture politiche che fecero grande l’Italia ( quinto o sesto posto tra le potenze industriali mondiali), è ben rappresentata, da un lato, dalla scarsa partecipazione politica che nelle recenti elezioni  ha sfiorato il 50%, e, dall’altra, dall’emergere di una classe dirigente di “ homines novus” di cui constatiamo ogni giorno di più la loro inadeguatezza  e incompetenza rispetto alle grandi responsabilità  che sono stati chiamati a esercitare.

 

E allora, in attesa che avvenga il miracolo di una ricomposizione culturale e morale, prima ancora che politico organizzativo, non è un caso che ci si volti a ripensare quello che siamo stati e a riscoprire un po’ di quella passione civile alta e forte con cui conducemmo la nostra testimonianza politica ai diversi livelli istituzionali.

 

Impegnato come sono dal 1994 da “ DC non pentito”,  per concorrere  alla ricomposizione dell’area democratico cristiana, di un partito, la DC , “ mai giuridicamente sciolto”, secondo la sentenza definitiva della Cassazione, plaudo a questa bella iniziativa degli amici dell’associazione “i Popolari Venezia”, augurandomi che,  al di là della pur comprensibile e lodevole testimonianza politico culturale, si possano ritrovare le ragioni per rimetterci a costruire insieme il nuovo soggetto politico cristianamente ispirato.

 

Contro il sovranismo e il nazionalismo oggi prevalenti, serve una forza politica di centro autonoma, democratica e popolare, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e transnazionale, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC dell’Europa: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman.

 

Serve un’Europa federale degli stati nazionali, sottratta al dominio dei poteri del turbo capitalismo finanziario,  impegnata a realizzare politiche ispirate ai principi della solidarietà e della sussidiarietà propri della dottrina sociale cristiana. Economia civile e sociale di mercato alternativa a quella dettata dalle multinazionali finanziarie, padrone della city of London e con sede fiscale nel Delaware (USA) a tassazione zero. Questo è l’obiettivo che come DC, ricostruita giuridicamente nei suoi organi, ci proponiamo .

 

Come negli anni 60, con Vladimiro Dorigo e Gagliardi, la DC veneziana fu antesignana per l’avvento di cose nuove nella politica italiana, saremmo lieti che proprio da Venezia e dal Veneto potesse ripartire quest’azione di ricomposizione dell’area popolare di cui l’Italia e l’Europa hanno un’assoluta necessità.

 

Ettore Bonalberti

Vice Segretario nazionale della DC

 


Venezia, 14 Novembre 2018



Direzione nazionale della DC

10 Novembre 2018

 

Si è riunita in data odierna a Roma, la direzione nazionale della Democrazia Cristiana che ha deciso l’apertura del tesseramento al partito sia per i soci che confermarono l’adesione alla DC nel 2012, sia a quelli che erano iscritti al partito nel 1992-93, anno nel quale si concluse politicamente l’esperienza della DC storica, ma non quella giuridica  (“partito mai giuridicamente sciolto) secondo la sentenza della Cassazione. Il tesseramento è, infine, aperto a tutte le elettrici ed elettori e ai giovani che abbiano compiuto i 16 anni di età interessati a concorrere alla ricostruzione politica del partito dei cattolici democratici.

 

Guidata dal neo segretario del partito, Renato Grassi, la direzione  ha proceduto all’elezione dell’ufficio politico che risulta così composto:

Renato Grassi, segretario nazionale,  Gianni Fontana. Presidente del consiglio nazionale, Nicola Troisi, segretario amministrativo e rappresentante legale del partito,

Quattro vice segretari: Alberto Alessi,  Luigi Baruffi (responsabile dipartimento elettorale), Danilo Bertoli, Ettore Bonalberti (responsabile dipartimento esteri),  e da Mauro Carmagnola (dipartimento politiche sociali), Antonio Fago ( responsabile dipartimento organizzativo), Franco De  Simoni (responsabile dipartimenti Enti Locali), Raffaele Cerenza (responsabile dipartimento patrimonio beni materiali e immateriali).

Nella prossima riunione della direzione si procederà alla nomina degli altri incarichi della giunta esecutiva.

La direzione ha deliberato con voto unanime di dare immediato mandato al segretario amministrativo di assumere tutte le azioni più opportune per il recupero della piena e totale disponibilità dell’uso esclusivo dello scudo crociato e per impedirne l’illegittima e confusionaria utilizzazione da parte di altri gruppi e movimenti.

Ripristinato l’utilizzo degli uffici presso la sede storica del partito a piazza del Gesù a Roma..

Sulla base  della linea politica presentata al congresso del partito il 14 ottobre e ribadita al consiglio nazionale del 27 ottobre scorso dal segretario Renato Grassi, la direzione  ha confermato  che la DC intende, da un lato, ricostruire una presenza capillare del partito in sede locale, con ampia sperimentazione di formule innovative di partecipazione politica ( cenacoli popolari, comitati civico popolari, altri modelli) per allargare l’area del popolarismo e dell’associazionismo cattolico, aperta alla collaborazione con quella liberal democratica. Obiettivo: concorrere alla costruzione di una vasta alleanza  laica, democratica, popolare, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e trans nazionale. Un partito di centro, alternativo al sovranismo nazionalista e alla sinistra, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi. Monet e Schuman.

 

La DC è impegnata a redigere una piattaforma programmatica rispondente alle attese dei ceti medi produttivi e di quelli popolari dei “diversamente tutelati”,  attorno alla quale dar vita a un patto federativo con quanti condividono il progetto di riforma dell’Unione europea  secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà; un’ Europa federale degli stati, liberata dagli eccessivi vincoli tecnocratici e sottratta all’attuale dominio dei poteri finanziari .

 

A quel 50% di sfiduciati e renitenti al voto nelle ultime competizioni elettorali la DC intende proporsi come il luogo della partecipazione democratica ispirata dalla fedeltà alla costituzione e ai principi della dottrina sociale cristiana.

 

Ufficio stampa della Democrazia Cristiana

Roma, 10 Novembre 2018

Dopo i cataclismi ambientali d’autunno

 

Le notizie gravissime collegate ai cataclismi che hanno colpito dal 29 ottobre scorso diverse regioni del nostro Paese, con particolare riferimento al Triveneto e alla Sicilia, credo impongano una seria riflessione alla classe dirigente del nostro Paese che dovrebbe assumere due impegni non più rinviabili:

1)    che l’Italia cessi finalmente di essere “ il Paese delle inaugurazioni e non delle manutenzioni” ( Leo Longanesi)

2)   assumere  la difesa idrogeologica al centro dell’interesse nazionale.

 

Di fronte agli enormi danni ambientali cui stiamo assistendo si metta fine alle  polemiche nel governo. C'é un enorme problema di messa in sicurezza idrogeologica del Paese. Tutte le risorse disponibili siano utilizzate per risolvere questa drammatica emergenza nazionale. Altro che reddito di cittadinanza (9 miliardi); si utilizzino le risorse per interventi di sistemazione idraulico forestale con cantieri di lavoro al Nord e al Sud per giovani e adulti impegnati in un'opera di difesa e ricostruzione ambientale dell'Italia. E l'Europa si dimostri finalmente madre e non matrigna.

 

Nel Luglio 2017 ho redatto una nota che conserva intatta la sua attualità e che mi permetto di riproporre all’attenzione dei miei lettori.

 

Un grande Piano nazionale di protezione civile

 

“Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, così Leo Longanesi scriveva dell’Italia e, mai come oggi, quella sua triste connotazione del nostro Paese risulta così appropriata.

Incendi boschivi dolosi ( perché non esistono in realtà fenomeni di autocombustione) che , secondo la stima di Legambiente “solo in questo primo scorcio di estate 2017, da metà giugno ad oggi, sono andati in fumo ben 26.024 ettari di superfici boschive, pari al 93,8% del totale della superficie bruciata in tutto il 2016”; carenza idrica causata dalla siccità e dalla vetustà di una rete idrica che secondo le stime del Censis è soggetta a una perdita d’acqua di almeno il 32%; frequenti succedersi di disastrose alluvioni, frane e la drammatica realtà di un dissesto idrogeologico che è la condizione prevalente in vaste aree del nostro territorio nazionale.

 

Se a questi eventi, le cui cause sono ampiamente riconducibili alla responsabilità di noi cittadini, massime quelle di chi è titolare di funzioni politico istituzionali, aggiungiamo  i  frequenti terremoti che sconvolgono intere comunità locali, l’Italia mostra sempre più l’immagine di un Paese totalmente alla deriva.

 

Con un patrimonio edilizio  storico e  artistico culturale tra i più importanti nel mondo,  mai analizzato nella sua reale capacità di resilienza e strutture abitative accumulate nei secoli, comprese le ultime, poche, costruite secondo regole antisismiche solo di recente obbligatorietà normativa, siamo obbligati a redigere “la carta di identità degli edifici” e a sviluppare un piano di interventi a medio lungo periodo per la preventiva sistemazione strutturale del nostro immenso e assai fragile patrimonio edilizio. Contro la furia sin qui imprevedibile dei terremoti poco o nulla possiamo fare, ma contro l’imprudenza e l’ignavia degli uomini, compresa quella dei responsabili istituzionali di scarsa visione strategica, abbiamo il dovere di reagire e assumerci tutti insieme le nostre responsabilità.

 

Ho avuto la fortuna di conoscere da vicino la realtà del sistema forestale italiano, avendo diretto per quindici anni l’Azienda regionale delle foreste della mia Regione, il Veneto, e, successivamente quella della protezione civile di una delle regioni leader, la Lombardia, nella quale ho svolto la funzione di direttore generale dell’assessorato regionale delle opere pubbliche, politiche per la casa e protezione civile.

 

Sul sistema forestale la mia lunga battaglia condotta con il compianto gen. Alfonso Alessandrini, capo del CFS da lui difeso strenuamente sino alla sua scomparsa, per superare l’assurda dicotomia esistente tra le vecchie competenze e funzioni del Corpo Forestale dello Stato e dell’Azienda di Stato per le foreste demaniali con quelle affidate dalla Costituzione alle Regioni, è miseramente finita con il semplice assorbimento del fu CFS nell’arma dei carabinieri, senza dare soluzione efficiente ed efficace alla frammentazione delle politiche regionali forestali prive di un reale coordinamento strategico.

Unica lodevole eccezione,  il permanere di quel  ancorché debole strumento di scambio di informazioni tecnico specialistiche rappresentato dall’ANARF ( Associazione Nazionale delle Attività Regionali Forestali) che abbi l’onore di avviare con l’amico scomparso Sergio Torsani, presidente dell’Azienda regionale delle foreste di Regione Lombardia.

 

Le esperienze da me maturate a contatto delle realtà forestale italiana e la diretta funzione di guida amministrativa della protezione civile in una realtà tra le più avanzate del Paese, mi hanno permesso di formulare a suo tempo un vero e proprio Piano per la difesa della montagna e della nostra sicurezza idraulica, che denominai PRO.MO.S. ( Progetto Montagna Sicura). Un Piano che non si è mai potuto realizzare perché si sa “ gli alberi non votano” e i tempi per la difesa del territorio sono troppo lunghi rispetto a quello di interesse dei politici dal corto respiro.

 

Gli obiettivi del progetto PRO.MO.S. erano quelli  di definire linee strategiche per la sicurezza in montagna e di promuovere interventi coordinati nell’ambito di una pianificazione a scala di bacino idrografico.

 

Nel campo della protezione del territorio, in particolare dai rischi di tipo idrogeologico, tutte le iniziative dovrebbero essere orientate alla sostituzione dell’attuale approccio “reattivo”, basato prevalentemente sulla gestione dell’emergenza, con un approccio di tipo “proattivo”, basato sulla prevenzione, cioè sulla pianificazione e realizzazione di attività atte a ridurre il rischio di accadimento di eventi calamitosi e comunque di limitarne gli effetti dannosi. In questa ottica si possono identificare alcune specifiche tematiche di studio e di intervento:

 

1.      Monitoraggio di parametri idrologici e geologici

 

L’acquisizione di misure, anche in tempo reale, su parametri idrologici e geologici caratteristici dei fenomeni naturali che possono innescare situazioni di rischio rappresenta sicuramente una delle prime priorità. Una componente rilevante dell’incertezza nella valutazione del rischio, soprattutto di tipo idrologico e idrogeologico, deriva dalla mancanza di dati sufficienti sull’evoluzione nel tempo di elementi dinamici del territorio, quali versanti e corsi d’acqua. Attività di razionalizzazione, coordinamento e potenziamento delle attuali reti di misura (le diverse ARPA regionali , Consorzi, Centri di monitoraggio, ecc.) sarebbero quindi auspicabili, soprattutto in un’ottica di benefici di lungo periodo. 

 

2.     Analisi e mappatura dei rischi naturali

 

L’organizzazione della conoscenza del territorio è il primo strumento operativo per l’analisi e quindi a prevenzione dei rischi naturali. Le iniziative in questa direzione là dove sono state avviate, dovrebbero essere potenziate e coordinate in un programma a lungo termine, in modo da perfezionare la mappatura del rischio di dissesto territoriale. Nell’analisi delle aree di rischio è particolarmente importante l’approfondimento delle possibili interazioni tra i diversi tipi di rischio, in una visione integrata delle problematiche legate sia alla erosione dei versanti e dell’assetto idrogeologico del reticolo idrografico.

 

 

3.     Definizione di piani di gestione delle emergenze in caso di disastri naturali

 

.             I piani di emergenza  rappresentano strumenti nel contempo delicati ed indispensabili per una razionalizzazione  del soccorso qualora dovesse verificarsi una calamità. La normativa vigente in materia definisce quelli che sono gli obiettivi che attraverso questi piani bisogna  raggiungere, ma manca una standardizzazione della loro stesura e dei contenuti che sono indispensabili per attivare la complessa macchina della Protezione Civile in situazioni di emergenza. Pertanto un approfondimento di queste tematiche, nonché la definizione di linee guida  da seguire in tali Piani diviene un obiettivo prioritario in questo settore.

 

 

4.     Definizione di linee guida di intervento mirati alla riduzione dei rischi

 

La definizione di linee guida per la realizzazione di interventi di tipo proattivo per la riduzione dei rischi consente da un lato di controllarne l’efficacia operativa, dall’altra di orientare la loro pianificazione, inserendoli in un contesto razionale e omogeneo a scala di bacino idrografico. In condizioni di risorse limitate, risulta anche importante l’individuazione delle priorità d’intervento, in base sia alla probabilità di accadimento dei vari tipi di eventi disastrosi, sia alle loro conseguenze sul territorio.

 

Credo che, data l’urgenza della situazione italiana,  sarebbe quanto mai opportuno riproporre quelle linee guida ed avviare un grande Piano di Servizio Civile nazionale da coordinare con e nelle diverse realtà regionali, orientato a progetti di riforestazione tanto più urgenti, dopo le sciagurate distruzioni boschive di quest’estate e tuttora in corso, e per la difesa idrogeologica nazionale non più rinviabile.

 

Con una disoccupazione giovanile che sfiora e in talune aree supera il 40%, questo Piano nazionale potrebbe rappresentare un’utile occasione per offrire alle nuove generazioni la possibilità di mettere in campo le diverse attitudini e/o di acquisirne di nuove, in un ambito, la difesa del territorio, di cui l’Italia ha assoluta necessità primaria.

 

Solo così potremo sfatare la diagnosi di Longanesi e far diventare finalmente l’Italia “un paese di manutenzioni e non solo di inaugurazioni”. Certo servirebbe una diversa classe dirigente dedita veramente al bene comune e non alla mera sopravvivenza autoreferenziale nei luoghi privilegiati del potere. Di questa, però, saranno i cittadini elettori a definirne a breve le future identità.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 23 Luglio 2017

 


Dopo il Consiglio nazionale della DC si è aperto un interessante dibattito nell’area cattolica e popolare. Su “ Il Domani d’Italia” www.ildomaniditalia.eu,  replicando al dr Infante sono intervenuti Mauro Carmagnola e Giorgio Merlo.

Pubblichiamo la nota di Giorgio Merlo del movimento “ Rete Bianca”.

 

Dc, adesso si cominci davvero.

 

 

Va dato atto agli amici della neonata Democrazia Cristiana di aver rimesso in circolo, con coraggio e determinazione, un percorso giuridico e politico finalizzato al recupero di un glorioso simbolo e di altrettanta gloriosa, e per nulla fuori tempo, sigla partitica. Certo, i tempi sono radicalmente cambiati e sarebbe ridicolo, nonché ingenuo, pensare di riportare indietro le lancette della storia senza colpo ferire. Ma, come tutti sanno compresi gli amici della neonata Dc, c'è la necessità da un lato di recuperare un patrimonio storico, politico e culturale che non può essere qualunquisticamente archiviato e storicizzato e, dall'altro, c'è l'esigenza di evitare un ripetuto uso maldestro di questo simbolo e di questa sigla. E questo, del resto, e' il punto politico decisivo a cui va data una risposta politica e non personale o di gruppo o di corrente.

Su queste colonne si è avviato un dibattito interessante al riguardo. Il contributo di Giancarlo

Infante e la risposta puntuale e pertinente di Mauro Carmagnola sono stati utili per chiarire il nodo centrale di una eventuale discordia. Ovvero, la neonata Democrazia Cristiana - in attesa di un oggettivo rafforzamento organizzativo e di un affinamento politico e culturale - pensa già disvendere il simbolo al primo offerente? E ciò prima ancora di decollare come soggetto politico? Se così fosse, sarebbe del tutto inutile continuare anche solo questo articolo perché l'avventura nascerebbe già monca, e pertanto politicamente insignificante.

Ecco perché, allora, e' consigliabile - almeno a mio parere - piantare 3 paletti che possono essere utili per orientare questa formazione politica in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali.

Innanzitutto, e soprattutto dopo il profondo cambiamento della geografia politica italiana, e' sempre più indispensabile promuovere una formazione politica che sia in grado di ricomporre il vasto e articolato mondo del cattolicesimo politico italiano. Oggi colpevolmente frammentato, disperso, diviso e politicamente insignificante. Senza questa azione di ricomposizione - a cui Rete Bianca, ad esempio, sta lavorando da mesi - qualunque tentativo di rilanciare la tradizione del cattolicesimo politico italiano italiano e' destinato a frantumarsi contro gli scogli dei partiti personali e dei cartelli elettorali attualmente esistenti. E la Dc, dal suo punto di vista, deve raccogliere sino in fondo questa sfida e impegnarsi per centrare questo obiettivo. E quindi un partito plurale, laico, riformista, di ispirazione cristiano-popolare ma soprattutto autonomo.

In secondo luogo, rimuovere la perfida domanda del "con chi stai". Se la priorità, prima ancora di aver dispiegato compiutamente il proprio progetto progetto politico, e' quello di dichiarare a quale dei due schieramenti si vuole aderire, si avallerebbero i sospetti di chicchessia sulla fretta di collocare questo simbolo in un campo per una logica di convenienza del tutto avulsa da qualsiasi riflessione politica. E' del tutto legittimo che ex democristiani siano accasati da svariati anni a

destra o a sinistra. Ed è altrettanto legittimo che all'interno di quei rispettivi contenitori svolgano un ruolo puramente ornamentale e del tutto ininfluente, avendo come unico obiettivo quello di vedersi rinnovare la propria candidatura blindata ad ogni tornata elettorale. Non ci stupiamo per questa prassi vecchia, antica ma sempre attuale. La priorità di questa nuova formazione politica però, almeno a mio parere, dovrebbe essere quella di riaffermare la propria autonomia politica ed organizzativa, cercando di ricomporre il più possibile la frastagliata area popolare, cattolico democratica e democratico Cristiana italiana e poi, in un secondo momento, costruire una cultura delle alleanze coerente e rispettosa dei propri principali e valori di riferimento. Ma non anteporre l'alleanza alla propria personalità politica.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, dopo aver compiuto questo lungo e travagliato

percorso giuridico e politico, si tratta adesso di uscire dalla propria autoreferenzialita' e di

recuperare una preziosa ed insostituibile ricetta della miglior tradizione democratico cristiana. E cioè, affinare il pensiero, non disperdere la memoria storica e ricostruire una cultura politica che sono e restano tasselli cruciali per ridar vita ad un progetto oggi quanto mai necessario ed indispensabile: e cioè, ad una nuova formazione politica di ispirazione cristiano popolare. A cominciare, per non essere astratti o marziani, dalla ormai prossima consultazione elettale per il rinnovo del Parlamento europeo che assume una importanza, come tutti sappiamo, storica e politica decisiva. Una esigenza, questa, non prorogabile. Altroché il dibattito ridicolo, e lo scontro altrettanto singolare, se fare la stampella di Berlusconi o dell'ex comunista Zingaretti.

Ecco perché sono convinto, grazie anche al dibattito che si è sviluppato su queste colonne, che

non possiamo disperdere il confronto sul futuro dei cattolici in politica lungo sentieri di

 incomprensione e di sospetti reciproci. Tutti sappiamo qual è' la vera priorità: ritornare in campo e ritornarci uniti. Tutto il resto, come si suol dire, e' del tutto indifferente e marginale. Nonché politicamente inutile.

 

Giorgio Merlo

 


Le conclusioni del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana

 

Il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana si è riunito a Roma, Sabato 27 Ottobre 2017 presso l’auditorium della basilica di San Lorenzo in Lucina, dopo lo svolgimento del XIX Congresso nazionale il 14 ottobre scorso.

Gianni Fontana è stato eletto  Presidente del Consiglio Nazionale e il dr. Troisi Nicola , Segretario amministrativo, rappresentante legale del partito.

Il Consiglio  nazionale, udita la relazione del segretario politico nazionale Renato Grassi, l’approva.

Nell’attuale deserto delle culture politiche, la crisi di tutti gli schieramenti tradizionali che hanno caratterizzato la vicenda della seconda repubblica, la guida del paese affidata a una maggioranza trasformistica non votata dagli elettori e frutto del compromesso tra due movimenti espressioni di interessi contrapposti e di valori unificati dalla comune volontà sovranista con tinte di un nazionalismo anacronistico che, con l’isolamento dell’Italia sta portando il Paese in una situazione disastrosa per i ceti medi produttivi e le classi popolari,

la Democrazia Cristiana, erede della cultura dei padri fondatori popolari : Sturzo, Donati, Miglioli e Grandi e dei democratici cristiani: Alcide De Gasperi, La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, intende  ripartire dal codice etico di Guido Gonella aggiornato al nuovo tempo della globalizzazione, avviando da  subito il tesseramento al partito su scala nazionale per ricostruire la presenza politica dei cattolici democratici in Italia.

Tutti i giovani, le donne e gli uomini “liberi e forti” che credono nel valore della libertà e nella necessità di difendere e attuare la Costituzione Repubblicana, nella necessità di adottare politiche economiche e sociali ispirate dai principi della solidarietà e sussidiarietà proprie della dottrina sociale cristiana, potranno partecipare alle attività che la DC intende organizzare in tutti i comuni italiani dei “cenacoli popolari”; luoghi di sperimentazione della partecipazione,aperti al dibattito e deputati alla selezione della nuova classe dirigente locale, regionale e nazionale.

Unanime la volontà di concorrere alla riforma dell’Unione europea per superare i condizionamenti che la finanza internazionale ha sin qui imposto, con l’introduzione di regole inique e illegittime come il fiscal compact, per riportare l’Unione ai principi e ai valori dei padri fondatori democratici cristiani: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman.

L’Europa delle nazioni e dei popoli resta l’obiettivo primario dei democratici cristiani in alternativa a tutti gli elementi di disgregazione che, in tutte le sedi, vengono portati avanti dagli attuali partiti di governo.

Il consiglio nazionale della DC, raccogliendo gli appelli di papa  Benedetto XVI e papa Francesco sulla necessità dell’impegno politico dei cattolici, recentemente ribadito dal presidente della CEI, card Bassetti,  fa appello a tutti i movimenti, le associazioni, ai gruppi di ispirazione cattolica, agli organismi associativi dei corpi intermedi,  affinché concorrano con la DC alla ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, sul piano dell’assoluta autonomia, come componente centrale dello schieramento politico italiano, che intende assumere il lavoro, la partecipazione politica dei lavoratori nella gestione delle imprese, la valorizzazione del lavoro autonomo, dei commercianti, artigiani, agricoltori, liberi professionisti, dei dipendenti di tutti i servizi pubblici e tutta la realtà del terzo stato produttivo,  autentico motore dello sviluppo economico dell’Italia, come l’obiettivo primario della proposta politica della DC.

L’occupazione giovanile e la questione dello sviluppo del Sud saranno assunte come prioritarie e  oggetto speciale della prossima conferenza organizzativa nazionale che si terrà entro il mese di dicembre, alla quale saranno invitate con tutte le associazioni dell’area cattolica e popolare le migliori intelligenze della cultura cattolica e democratica italiana.

Dalla conferenza la DC, come nella sua migliore tradizione,  intende redigere un manifesto politico programmatico interprete dei bisogni della società nell’età della globalizzazione e dell’era digitale, per riportare il Paese al livello garantito dalla DC storica facendola diventare il 6° Paese industriale del mondo.

Primo appuntamento elettorale le imminenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo dove la DC, rivendicando in tutte le sedi istituzionali  l’uso esclusivo dello storico scudo crociato, si batterà per candidati dalla specchiata moralità e seria competenza nelle cinque circoscrizioni elettorali.

Il consiglio nazionale ha eletto la nuova direzione nazionale già convocata per il prossimo 10 Novembre per assumere tutte le iniziative annunciate dal segretario Renato Grassi e per por fine ai contenziosi che hanno colpevolmente sin qui caratterizzato la lunga stagione della diaspora democratico cristiana, alcuni dei quali già positivamente avviati come quelli con gli amici soci del 1992-93.

Avanti dunque da “Liberi e Forti”, un appello che rivolgiamo agli elettori che hanno sin qui disertato le urne, ai tanti stanchi e delusi delle esperienze sin qui vissute negli schieramenti tradizionali della destra e della sinistra in crisi irreversibile.

Una conferenza stampa sarà organizzata entro pochi giorni per la presentazione del nuovo codice etico della democrazia cristiana che ogni iscritto dovrà adottare  con l’impegno sturziano  a “servire la politica e non  servirsi della politica”.

La direzione nazionale del prossimo 10 novembre darà indicazioni precise sulle modalità per avviare la sperimentazione dei “cenacoli popolari” che saranno caratterizzati dalla più ampia autonomia gestionale su base territoriale locale.

 

Roma,27 Ottobre 2018

 

 

 

 

La lezione del Trentino

 

Nel Trentino trionfa il centro destra a trazione turbo leghista e Forza Italia scompare. In Alto Adige è forte il calo della SVP, con la Lega primo partito a Bolzano e crollo del PD. Serve ricostruire un forte centro di ispirazione cattolica popolare perno di una reale alternativa democratica al governo giallo verde. Ho sintetizzato così sul mio profilo di facebook il risultato elettorale del Trentino Alto Adige.

 

Una realtà sin qui dominata a Trento dal centro sinistra e a Bolzano e nell’Alto Adige dalla Volkspartei, ha visto il netto prevalere della Lega a Trento con una valanga di voti e a Bolzano, primo partito; il consistente calo della VSP che, comunque tiene oltre il 40% nel suo feudo altoatesino, e la fine in pratica dell’esperienza di Forza Italia totalmente assorbita dalla Lega. Rilevante, infine, il crollo verticale del PD.

 

Altro elemento da considerare: la dispersione del voto cattolico, in assenza di un contenitore credibile dopo che, per molti anni, la vecchia area DC di sinistra di Lorenzo Dellai, era stata sostenuta alla guida della provincia di Trento dal PD e dalla sinistra.

 

Se, da un lato, il voto consistente alla Lega da parte di una società molto tutelata dalla legislazione speciale, che garantisce a quella regione la più ampia specialità con tutte le competenze statali, tranne quella dell’esercito, è l’espressione di un comun sentire nella difesa egoistica del “particulare” minacciato dai “foresti”, così come rappresentato nella narrazione salviniana; dall’altro, gli elementi rilevanti di quel voto sono: il crollo del PD e lo sfarinamento del voto cattolico.

 

Quanto al M5S nel voto trentino abbiamo assistito alle prime conseguenze della difficoltà di tenuta di un partito-movimento senza regole democratiche interne, etero guidato a livello nazionale. E’ bastata la defezione di un leader naturale e popolare locale, come già accaduto a Parma, per la riduzione del voto al movimento sotto la doppia cifra.

 

Sul crollo del PD riconosciamo il fallimento del progetto originario di unificazione del vecchio troncone comunista con quello che era rimasto della vecchia sinistra DC morotea e basista. Un fallimento che gli amici de “ La rosa bianca” da qualche tempo vanno denunciando, fino ad assumere una posizione autonoma e critica collegata alla necessità di un ritorno ai fondamentali popolari della dottrina scoiale della Chiesa. Tentativo ben presente e interessante per quanti come noi, “DC non pentiti”, sono impegnati nel progetto di ricomposizione dell’area popolare italiana.

 

Un discorso del tutto particolare e speciale va fatto, infine, sulla dispersione del voto cattolico nella patria di uno dei fondatori e padri della DC italiana: Alcide De Gasperi.

 

A parte il lodevole tentativo dell’amico Ivo Tarolli di dar voce a una parte importante dell’area popolare, ahimè senza successo, dal Trentino emerge chiara la necessità di ripensare globalmente a un nuovo soggetto politico “ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE”.

 

Trattasi di quel soggetto che insieme proprio a Tarolli, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Gianni Fontana, Domenico Menorello e altri, avevamo definito a Verona nel seminario dei Popolari il 23 Giugno scorso..

 

Con la DC, dopo la conclusione unitaria del congresso di Domenica 14 ottobre sancita dall’accordo tra Renato Grassi e Gianni Fontana, stiamo costruendo il primo tassello di un mosaico più grande che, con una classe dirigente rinnovata, saprà offrire agli italiani una nuova speranza. Come seppe fare la DC storica, sarà essenziale proporre una forte alleanza tra i ceti medi produttivi e le classi popolari dei "diversamente tutelati", lontani dalla "casta" e dal quarto " non Stato". Un'offerta  politica in grado di corrispondere agli interessi e ai valori del 50% degli elettori sin qui renitenti al voto.

 

Ci auguriamo che, anche sulla base delle indicazioni del voto del Trentino, si ponga fine a ogni altro ostacolo che ha sin qui caratterizzato la lunga stagione della  diaspora democrati co cristiana e dal Nord al Sud dell’Italia si ricomponga l’unità di un’area politico culturale alternativa ai disvalori dei sovranisti-nazionalisti, capace di proporre politiche economiche e sociali ispirate dai principi di solidarietà e sussidiarietà propri della dottrina sociale cristiana.

 

Ettore Bonalberti

Presidente di ALEF ( Associazione dei Liberi e Forti)

Consigliere nazionale DC

 

Venezia, 23 Ottobre 2018

 

 

 

  1. Una fase delicata per l’Italia

     

    Salvini non vuol passare per “fesso” e Di Maio da “bugiardo”. Per interpretare il contratto  giallo verde, più che Giuseppe Conte, “l’avvocato del popolo”, servirebbe un notaio. Si è chiusa così, ieri sera, la disputa tra Lega e M5S sul decreto di condono fiscale. A un passo dalla crisi di governo è intervenuto il premier Conte con la convocazione per oggi di un vertice di maggioranza e del consiglio dei ministri.

     

    In serata poi la mazzata dell’agenzia di rating Moody’s, con un declassamento  dei titoli dell’ Italia a un livello poco superiore a quello di “spazzatura”. Sarebbe il baratro definitivo che impedirebbe ogni ulteriore intervento della BCE nell’acquisto di titoli di Stato del nostro Paese.

     

    Il capo del governo ha commentato col suo solito ottimismo di maniera: “ l’avevamo previsto”. Un giudizio che, pronunciato da un signore che a BXL aveva cercato di convincere i nostri partner europei sulla bontà della manovra di bilancio,  con la semplice definizione che trattasi di una “manovra bella”, lascia basiti più che i mercati finanziari, che si pronunceranno già Lunedì prossimo, tutti noi  disgraziati cittadini di questo povero Paese.

     

    Stanno venendo al pettine i nodi di un’alleanza di governo espressione del peggior trasformismo politico parlamentare, frutto dell’esito del voto ambiguo del 4 marzo scorso e di un sistema elettorale bislacco da rivedere. La ragione di quanto sta accadendo nel rapporto tra grillini e leghisti va ricercata nella diversità di interessi e valori esistente tra i due partiti,  ossia sui fondamentali su cui regge la politica,.

     

    Se sui valori l’accordo è intervenuto sulla base della comune visione sovranista e antieuropea dei due movimenti, su quello degli interessi la divergenza verte su quelli dei diversi blocchi sociali ed economici di riferimento.

     

    Riprendendo la mia “teoria dei quattro stati” che, in maniera euristica, cerca di interpretare, seppur  riduttivamente, la realtà sociale italiana ricorderò in estrema sintesi:

     

    Il primo Stato, quello della casta, è formato da oltre un milione di persone che vivono attorno alla politica e alle istituzioni, con laute prebende e benefits diversi. E’ l’aristocrazia dell’ancien regime trasferita nel XXI secolo.

     

    Il secondo Stato è quello dei diversamente tutelati, che contiene l’intervallo compreso tra le alte gerarchie pubbliche ( magistratura, alta dirigenza burocratica dello Stato e degli enti pubblici statali, parastatali e degli enti locali) sino all’ultimo gradino della scala rappresentato dai cassaintegrati e disoccupati con indennità e a quello dei senza tutela, come gli esodati e i disoccupati senza indennità.

     

    Il terzo stato è quello che produce la parte prevalente del PIL: PMI con i loro dirigenti e dipendenti, agricoltori, commercianti, artigiani, liberi professionisti. La struttura  portante dell’intero sistema.

     

    Con le nuove norme comunitarie si scopre l’esistenza del quarto Stato o, se meglio si vuole definirlo “ il quarto non Stato” , un settore che potremmo qualificare come l’extra o l’anti Stato, rappresentato dal lavoro nero, droga, prostituzione, contrabbando.

     

    Trattasi di un settore il cui valore dell’attività economica è stimato in circa 200 miliardi di euro che, in base alle nuove norme europee, buon per il governo, farebbe calare il rapporto deficit/PIL dello 0,2 %, ancora insufficiente secondo quando concordato con l’Unione europea a fronte dello scostamento indicato nel DEF del 2,4 %. Un settore fuori da ogni regola,  che preleva  ricchezza dal sistema e in larga parte la rimette in circolo sotto forma di consumi, risparmi e investimenti diversi, sottraendosi a ogni controllo e incidendo, comunque, in maniera significativa sul sistema stesso e non solo sul piano economico e sociale, ma anche per le sue nefaste incidenze sul piano politico e dei condizionamenti nelle istituzioni……

     

    Da questa rappresentazione appare evidente che, fatte salve le realtà della casta e del quarto non stato, entrambe in grado di sopravvivere a qualsiasi  mutamento socio politico che non sia tipo rivoluzionario, mentre il Movimento Cinque stelle ha saputo raccogliere il voto di larga parte dei “diversamente tutelati”, soprattutto dalla stragrande maggioranza dei diseredati del nostro meridione attratti dalla promessa del “reddito di cittadinanza”, la Lega ha fatto breccia sul consenso prevalente del “terzo stato produttivo” e una parte dei “diversamente tutelati” i cui interessi, nelle condizioni oggettive di disponibilità finanziarie dell’Italia, non possono che confliggere con le esigenze dei primi.

     

    Milton Friedman ammoniva: “ se tu paghi la gente che non lavora e la tassi  quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione”. E’ un aforisma di base di ogni politica economica, troppo lontano dalle competenze incerte di questi giovani senz’arte né parte catapultati a Palazzo Chigi, che più che la sede di un governo della Repubblica, sembra trasformarsi ogni giorno di più in una gabbia di matti.

     

    In queste  condizioni si potrà anche galleggiare sino al voto delle europee, sperando nel miracolo delle promesse annunciate e obbligatoriamente da soddisfare, seppur parzialmente, ma è evidente che il governo non potrà durare. Sarà molto importante accertare come reagirà quel 50% di elettori che il 4 marzo scorso furono renitenti al voto, ma per questi credo che sarà indispensabile proporre una seria e credibile alternativa democratico popolare fondata su culture politiche forti, come quelle del riformismo cattolico, democratico e liberale.

     

    Ettore  Bonalberti

    Consigliere nazionale DC

    Venezia, 20 Ottobre 2018

     

     

     

     

    Congresso Pd, la sinistra e i cattolici.
  2.  

     

    Il prossimo congresso del Pd assume una importanza non secondaria ai fini della ripartenza di un nuovo e rinnovato centro sinistra italiano. Una coalizione sostanzialmente distrutta dalla stagione del comando renziano dove una maldestra "vocazione maggioritaria" accompagnata da una volontà di onnipotenza del Pd aveva, di fatto, azzerato ogni sorta di alleanza. E, di conseguenza, cancellando un tassello fondamentale della cultura democratica del nostro paese, cioè la cultura delle alleanze appunto.

     

    Ora, pare, si vuole invertire la rotta sin qui intrapresa e condivisa, va pur detto senza la solita

    ipocrisia di rito, dalla stragrande maggioranza di quel partito. Cioè da tutti coloro che sono stati turbo renziani per lunghi 4 anni e poi hanno scoperto, improvvisamente e misteriosamente, la necessità di cambiare pagina arrivando al punto di coltivare l'obiettivo di "derenzizzare" il partito.

     

    La lista di questi personaggi, come sempre capita nella politica italiana, non è lunga ma addirittura lunghissima. Un nome fra tutti: l'ex sindaco di Torino Fassino. Ma, al di là di questo fisiologico malcostume, il prossimo congresso del Pd - almeno stando ai candidati che oggi appaiono più competitivi - rischia anche di essere una contesa tutta proiettata all'interno della sinistra. Ovvero, viene riproposta in termini aggiornati la storica dicotomia tra altri

    due veri leader della sinistra italiana, ovvero Veltroni e D'Alema. Perché l'eventuale contesa tra Zingaretti e Minniti rientra in questa lunga e storica dialettica tra le rispettive posizioni politiche che hanno accompagnato l'evoluzione e il cammino della sinistra post comunista italiana. Un confronto, comunque sia, e seppur arricchito oggi da altre candidature "comparsa" - sempreche' non ci siano altre novità, sempre possibili in un partito dominato da svariate bande interne – che però non cancella, giustamente, la vera posta in gioco per un partito come il Pd, oggetto di ripetute e continue sconfitte elettorali ed incerto sulla stessa prospettiva politica da intraprendere. Ovvero, come rilanciare la sinistra italiana. Oggi. Perché di questo si tratta. Anche perché la stragrande maggioranza di quell'elettorato e' scivolato su altri partiti andando ad ingrossare le fila di partiti antisistema e qualunquisti come i 5 stelle o di partiti sovranisti e populisti come la Lega di Salvini.

     

    Ma quello resta, comunque, l'obiettivo centrale del Pd di oggi, come giustamente sottolineano un po' tutti i principali leader di quel partito. E, nello specifico, i potenziali candidati alla segreteria nazionale del Partito democratico.

     

    Ed è proprio all'interno di questo contesto che si inserisce la necessità di ridare voce e

    rappresentanza anche ad altre culture politiche, altri filoni ideali che possono e devono rafforzare e affinare una coalizione alternativa al blocco sovranista, populista e antisistema. Culture politiche che non sono riconducibili alla storia e all'esperienza della sinistra italiana ma che sono indispensabili e necessarie se si vuole ricostruire una alleanza riformista, democratica, plurale e con una spiccata cultura di governo. Ed è in questo contesto che si inserisce la necessità, ormai non più prorogabile, di dar vita ad un soggetto politico che richiami la tradizione e l'esperienza del cattolicesimo democratico, popolare e sociale nel nostro paese. È perfettamente inutile pensare che il voto del 4 marzo è stato un semplice incidente di occorso.

    No, il voto del 4 marzo ha cambiato profondamente la geografia politica del nostro paese e se si vuole ridare fiato, voce e rappresentanza ad una coalizione che rilancia, seppur con venature e modalità diverse, il tradizionale centro sinistra, occorre prendere atto che un partito da solo, e cioè il Pd, non può certamente essere esaustivo ed esclusivo. Il Pd, appunto, può e deve ritornare ad essere un partito capace di rilanciare e di riattualizzare il pensiero e la cultura della sinistra italiana.

    Sarebbe curioso, al riguardo, se dopo la litania che viene recitata un giorno sì e l'altro pure di

    recuperare l'elettorato della sinistra e una politica di sinistra si pensasse, dopo le ripetute batoste elettorali, di aggirare il nucleo centrale della questione: ovvero, ritornare ad essere un partito autenticamente di sinistra.

    Ecco perché è arrivato il momento per rilanciare, e recuperare, la fecondità e la ricchezza delle

    singole tradizioni e identità politiche e culturali. Non per chiudersi in un recinto identitario ed

    autoreferenziale ma, al contrario, per ricostruire una casa riformista e plurale che, sola, può essere una vera alternativa democratica al blocco politico e sociale che ha vinto legittimamente le elezioni del 4 marzo. Alimentare ulteriori equivoci sarebbe del tutto innaturale e nocivo. A cominciare dal ruolo, dalla identità e dalla prospettiva politica che vuole percorrere il Partito democratico. Non più un partito pigliatutto, ma un partito che sappia qualificarsi per la sua identità e per la sua mission, cioè ricostruire la sinistra italiana.

     

     

    Giorgio Merlo

  3. Torino, 18 Ottobre 2018




  4. Stato dell’arte della DC storica 


  5. Nel 2012 più di 1700 amici DC confermarono, con autocertificazione sottoscritta a norma di legge, la loro adesione al partito di cui erano stati soci sino al 1992-93.

    Con il disposto del giudice dr Romano del tribunale di Roma che autorizzò lo svolgimento dell’assemblea del 26 Febbraio 2017 all’Ergife, nella quale eleggemmo nella carica di Presidente l’amico Gianni Fontana, quei 1750 superstiti sono riconosciuti come gli eredi legittimi della DC storica.

    La DC storica, in base alla sentenza n.25999 del 23.12.2010 della Cassazione assunta a sezioni civili riunite in maniera definitiva e inappellabile,  non è mai stata giuridicamente sciolta” e unici eredi sono i soci che ne hanno confermato e mantenuto  l’iscrizione nel 2012.

    Siamo consapevoli di essere ben poca cosa rispetto alla grande storia del partito, ma anche consapevoli di rappresentare l’ultima fiammella senza la quale la DC, giuridicamente mai defunta, non potrebbe più tornare in campo politicamente.

    Domenica 14 Ottobre abbiamo concordato una soluzione unitaria del congresso nazionale, con cui abbiamo eletto alla segreteria del partito Renato Grassi e Sabato 24 ottobre prossimo eleggeremo Gianni Fontana alla presidenza dl Consiglio nazionale della DC.

    E’ finito il tempo delle divisioni e delle “narrazioni contro qualcuno” e si volta pagina. E’ questo il tempo dei costruttori che intendono concorrere alla ricomposizione politica  dell’area cattolica e popolare.

    Sappiamo che il 50% che è andato a votare il 4 Marzo scorso  ha scelto la strada della protesta su fronti diversi, per trovarsi poi  a Palazzo Chigi il governo trasformista giallo verde che nessuno aveva votato.

    Il restante 50 % renitente al voto non trova più rappresentanza dei propri interessi e valori nel deserto attuale della politica italiana, dove si assiste allo sfascio della sinistra e di ciò che è rimasto della realtà berlusconiana.

    Serve una forte componente di centro democratica e popolare ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano e impegnata nella difesa e nell’ attuazione integrale della Costituzione.

    Con Grassi e Fontana abbiamo avviato un percorso che, attraverso l’incontro con tutte le diverse parti dell’area cattolica e popolare, intende concorrere alla costruzione di un soggetto  nel quale “possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE.”

    Questa è la sfida che democraticamente ci sentiamo di lanciare all’attuale coalizione di governo espressione del peggior trasformismo politico italiano.

    Domenica scorsa abbiamo approvato con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria nazionale il seguente Documento a sostegno della candidatura di Renato Grassi alla segreteria della DC- XIX congresso nazionale-Roma 14 ottobre 2018

     

    L’esperienza democristiana è stata la più straordinaria e significativa avventura politica del secolo scorso.

    Oggi che tale filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici e i laici cattolici, è spento alla camera dei deputati e al senato della repubblica, il paese sente il vuoto senza speranza di tale rappresentanza. Dove sono le nostre intelligenze? Le nostre passioni? Di cosa abbiamo timore?

    Va riproposto un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri.

    Vanno perciò superati le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele.

    E se i democristiani vorranno tornare ad essere protagonisti per il bene del paese, è giusto e necessario che, fin da questo XIX° congresso nazionale, la DC sia una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni. Un luogo politico aperto ai movimenti e alle associazioni di cattolici morali e cattolici sociali, come giustamente ci invita a fare il presidente della CEI, cardinale Bassetti, e aperto  ai movimenti laici di ispirazione cristiana.

     

     Ecco perché va sottoposta a verifica la possibilità di ricostruire-sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana- l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della DC dopo la diaspora del 1994.

    Si tratta di ritornare INSIEME a quell’antico e nobile progetto culturale, sociale, economico politico ed etico dei “Liberi e Forti”.

    Primo frutto del congresso sarà il tesseramento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio “la politica come la più alta forma della carità” (PaoloVI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della DC..

    Coloro che per anni hanno speso con sacrifici tutte le loro energie per tenere in vita una piccola luce che ha illuminato la DC, oggi possono e devono trasformare tale luce in un faro, in modo d rendere visibile e chiaro che i democristiani  accoglieranno tutti coloro che, animati dallo stesso spirito,  vorranno “lavorare INSIEME per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale” (card.Bassetti).

    I delegati eletti dai congressi provinciali  e regionali del partito che rappresentano i soci che nel 2012 decisero di confermare la loro adesione alla DC, sulla base del disposto del giudice Romano  sono i legittimi rappresentanti e continuatori della dc storica.

    Il valore dell’unità raggiunta determinatasi nel congresso sull’inclusione dell’esperienza di Gianni Fontana e con il proposito di svilupparla ed accrescerla costituisce la base per la ripresa di iniziativa politica dei cattolici democratici e per la ricomposizione dell’area popolare italiana. Il principio che ci guiderà, come è stato nella storia della migliore  DC,  è di “ servire all’interesse del Paese” corrispondente alla stessa Democrazia Cristiana.

     

    Noi veneti, delegati della regione al Congresso, siamo stati tutti eletti nel Consiglio nazionale della DC:

    Rovigo. Grazia Maria Panin

    Padova: Mauro De Fecondo

    Rovigo. Grazia Maria Panin

    Treviso: Roberto Zarpellon

    Venezia. Ettore Bonalberti, Luciano Finesso, Piergiovanni Malvestio e Giorgio Zabeo

    Verona: Gianni Fontana, Lia Monopoli, Amedeo Portacci

    Vicenza: Luigi D’Agrò, Stefano Cimatti e Cipriano Rossi

     

    Venezia, 18 Ottobre 2018

     

     

     



Una prima reazione scomposta di  Luigi Intorcia, uno dei fan "esterni alla DC" di Gianni Fontana, all'elezione di Renato Grassi


Carissimi,
 e alla fine, abbiamo completamente disintegrato la vera DC?

La suddivisione, è stata fra 79 delegati intenti a spolpare senza alcun diritto di metterlo in atto,  l'ultima vera DEMOCRAZIA CRISTIANA e  circa 200 persone, imbavagliate a subire passivamente,  tutto quanto è avvenuto.
Essere un vero DC, è ancora un valore e  quel valore  lo rivendichiamo costantemente, ma  fra pochi eroi.
Veder trattare il quel modo Gianni Fontana, è stato penoso, una vergogna indescrivibile e giunga il mio sdegno ai responsabili del vilipendio della NOSTRA VERA istituzione, che resta solo Gianni Fontana e non un manipolo di filibustieri, senza alcun futuro.
Veder tentare di  portare la Dc alla corte di un centro destra  eche fra poco sparirà completamente dalla scena politica italiana, è ancora peggio.
Avverto, ai ben noti figuri, protagonisti delle imboscate e dei tradimenti alle spalle, che non sarà assolutamente lasciato nel silenzio tutto questo, perchè ringraziando DIO, abbiamo la libertà ancora di essere Democristiani.
Pubblicamente, per quanto mi riguarda, sarò  un martello pneumatico atto  a contrattaccare in ogni ambito possibile,  contro la deriva che è stata imposta oggi, in un tranello o meglio una autentica   imboscata da  parte di  impostori e  pseudo amici del nulla, con azioni clamorose e incisive come mai avvenuto.

Siamo una forza popolare e aggiungo sovrana autentica e non sarà ne FI tanto meno PD la locomotiva a chi qualcuno di voi ha tentato maldestramente  di agganciare, come un qualsiasi  vagone merci il partito chiamato DEMOCRAZIA CRISTIANA di rango costituzionale  e che vi significo  è anche la mia CASA.
Mesi e mesi di scritti pubblici, un attacco al massacro, ad alzo zero  contro ogni cosa che nella DC sia stato  autenticamente  etico e morale o che è stato tentato di mettere nella pratica realizzazione, esclusivamente e solo  con il DIRITTO  e la legalità assoluta. Mesi e mesi in cui uscire da sciagurate assemblee della DC, è significato  ingurgitare solo  bocconi amari, dove non entra nessuna luce da ben 26 anni , ma solo  tenebre e in cui si è  radicato,  il senso della pazzia di pochi nonnetti,  abbonati al maligno.
Mi rivolgo ai veri DC, quelli che per sfortuna il 4 marzo, non sono potuti essere candidati, fieri di dare l'impulso, ad una storia mai finita per quelli che siamo  e  che  non è stato realizzato.
Quell'intento che emergeva con forza, delle riunioni a Piazza del Gesù e da via Alberico con Mns Gastone Simoni un altro Eroe,  e quindi, mi rivolgo  non solo al gruppo laziale o romano  pieno di DEGNE persone ad altissimo livello politico ma anche  di altri ancora, che ben saranno i portavoce nei loro ambiti, che la vera Dc non è ancora morta definitivamente.
Ricordatevelo, siamo ancora una forza.
Lasciateli tentare di realizzare  insolenze da parte  di  questi SPELACCHIATI gufi tristi,  che politicamente non valgono un beato accidenti, ancor meno,  come democristiani.
La dimostrazione è purtroppo quella di essere diventati  una barzelletta putrescente, da raschiare e disinfettare  e nella prima occasione, mollarli definitivamente AL LORO INFAUSTO DESTINO  o quando, molto presto,  non potranno più nascondersi dietro  a quel  misero dito e saranno chiamati a fare le figuracce che meritano di ricevere, esattamente le stesse, che hanno ricevuto, cacciati   dalle corti dei re dell'effimero, meno di 6 mesi fa.
La feccia putrescente, sarà schiacciata senza alcun riguardo, così come oggi il nessun riguardo, è stato usato contro il mio fiero e degno presidente Gianni Fontana, per il  chi vuol capire capisca, non  interessa minimamente non urtare le sporche suscettibilità di pochi pazzoidi oggi ghignati vincitori del nulla.
LA DC E' IL CENTRO E PUNTO.
Prima o poi, la giustizia sarà resa davanti a DIO e alle donne e agli uomini democristiani veri, di questa scalcinata nazione Italiana.
Vi allego la registrazione audio, affinché non la possiate mai più  dimenticare, per il dolore che avete causato a tantissime donne e uomini di buona volontà, con il Nostro  DIO nel cuore e la vera libertà nella testa e che nessun viscido verme, sarà mai in grado di cancellare.
Vergogna ai responsabili.
Luigi Intorcia
Candidato DC per il senato al primo uninominale
Lazio 1

A Luigi Intorcia ho risposto con l'allegata nota:

Caro Intorcia alle tue farneticazioni rispondono gli atti e i documenti da Gianni con me  e altri amici sottoscritti.
La soluzione unitaria di ieri al congresso ha impedito un risultato drammatico per la DC e per lo stesso Gianni Fontana.
Quel documento finale, che é la mozione collegata all’elezione di Renato Grassi, è molto chiaro nel merito e sulle prospettive. E’ stata una decisione sofferta, specie da parte mia, che per due volte sono stato il sostenitore di Gianni Fontana alla guida del partito. Troppi errori si erano accumulati dal Febbraio 2017 in poi, creando nella residua pattuglia dei DC una netta maggioranza che chiedeva una forte discontinuità. La mia proposta di soluzione unitaria alla fine é prevalsa e Gianni Fontana a conclusione del suo intervento ha proposto la candidatura di Renato Grassi alla segreteria del partito, così come Grassi nel suo intervento ha indicato Fontana come prossimo presidente del consiglio nazionale, che eleggeremo il 27 ottobre p.v.

Ho appena redatto sul mio profilo di Facebook questa sintetica nota che riassume il senso del nostro attuale procedere:
"il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda alle generazioni future”, così ci ha insegnato De Gasperi. Noi, gli ultimi dei mohicani DC, quei poco più dei 1750 soci che nel 2012 decisero di riconfermare la loro adesione al partito, in base al disposto del giudice Romano, del tribunale di Roma, sono a tutti gli effetti gli eredi della DC storica. Siamo una piccola fiammella, come quella minima dei fornelli a gas che: o riusciremo ad alimentarla, aumentandone l’intensità del fuoco o si spegnerà definitivamente.Oggi il problema in Italia é l’esistenza di un blocco conservatore populista nazionalista al quale i cattolici democratici non possono che assumere una funzione di opposizione e di alternativa.Si tratta di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare come quella che abbiamo individuato a Verona ( documento del 23 Giugno) e che ieri, seppur con qualche sofferenza personale, siamo riusciti a ricomporre nell’unità di quella preziosa fiammella che é ciò che rimane di vitale e con tutti i suoi limiti della DC storica.Noi lavoreremo per la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, senza cedimenti a destra o a sinistra, utilizzando anche alle prossime europee, se ne saremo capaci,  della possibilità offerta dal sistema proporzionale.Qualcuno potrà pure aspirare a un posto alle europee a noi “DC non pentiti”, ultimi dei mohicani DC, spetta il compito di tenere accesa e di rafforzare la fiamma della nostra migliore tradizione politica e di consegnarla alle nuove generazioni.”

Spero che non ci lasciamo trascinare da vecchi polemiche e reiterati pregiudizi. Contro il blocco populista nazionalista, oggi siamo di fronte allo sfascio della sinistra e alla fine dell’esperienza berlusconiana. Si tratta di costruire qualcosa di nuovo e di diverso e il documento di Verona (23 Giugno 2018) votato da me , Ivo Tarolli, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Gianni Fontana, Domenico Menorello e altri è chiaro nell’indicare la prospettiva:

“ ………...Nella grande difficoltà a riconoscere, allo stato, la praticabilità di azioni organizzate su scale nazionale, si devono almeno giudicare negativamente i tratti propri dell’impegno dei popolari nella Seconda Repubblica, in cui è prevalso uno sterile protagonismo individuale rispetto ad una tensione unitaria e pluralista che sapesse reinterpretare, senza inutili e irrealistiche nostalgie, quell’antico, nobile e mai superato progetto culturale, sociale, economico politico, economico e etico dei “Liberi e Forti” di Sturzo e della migliore tradizione politica dei cattolici democratici.

Il passo possibile appare, quindi, la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale,  impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE..

Un progetto che esalti nel suo abbrivio gli ideali e i contenuti che uniscono tante presenze rimaste isolate, disgregate o addirittura inespresse, assumendo l’economia sociale di mercato e l’economia civile quali strumenti essenziali in grado di porre a fondamento della politica la centralità della persona, della famiglia, dell’impresa e dei corpi intermedi;  l’alternativa alle logiche di certo turbo capitalismo finanziario che, subordinando alla finanza l’economia reale, sta distruggendo i ceti medi e le classi popolari, confinando la politica al ruolo subordinato al servizio dei poteri dominanti e riducendo la stessa democrazia a una formula vuota di significato.”

Questo è il più recente documento politico condiviso e sottoscritto con Gianni Fontana. Tutto il resto sono discorsi privi di qualsivoglia fondamento. Ora lavoriamo uniti per perseguire gli obiettivi indicati.

Tutto il resto,comprese le tue farneticazioni, sono espressione di un livore e di un pregiudizio che non fa onore a quella connotazione di “cristiano” che ti permette di chiamare in causa, senza senso, persino Nostro Signore. Vergogna e considera che, forse,  anche per questi tuoi toni   comprenderai il perché delle reazioni che dal Febbraio 2017 sono salite tra quei poveri ultimi mohicani cui è stato riservato il compito di traghettare il partito dal nulla verso una prospettiva nuova e positiva, certo, sin da oggi,  anche con il vostro contributo, sperando che si torni a ragionare senza schemi e pregiudizi deteriori. Rasserenati l’animo e riconduciamo tutti Insieme a razionalità il nostro confronto.

Cordialmente

Ettore Bonalberti
vecchio “ DC non pentito”

v. Documento a sostegno della candidatura di Renato Grassi alla segreteria della DC.doc



Renato Grassi è il nuovo segretario nazionale della DC

 

Si è svolto oggi a Roma presso la Casa delle suore domenicane Santa Maria Santissima il XIX Congresso nazionale della Democrazia Cristiana. I delegati regionali eletti nei precongressi regionali del partito hanno eletto alla segreteria nazionale del partito il dr Renato Grassi che subentra nella guida della DC a Gianni Fontana indicato ad assumere la presidenza del consiglio nazionale del partito.

Si è potuto così garantire una conclusione unitaria di un lungo percorso avviato nel  novembre 2012 che con la  disposizione del giudice Romano del tribunale di Roma ha visto riconoscere ai 1750 soci che nel 2012 confermarono la loro adesione al partito di cui erano stati iscritti nel 1992-93, il ruolo di naturali legittimi continuatori del partito che la sentenza della Cassazione 25999 del 23.12.2010 aveva definitivamente stabilito, senza alcuna possibilità di ulteriori ricorsi, che la DC “non è mai stata giuridicamente sciolta”.

La conclusione unitaria finale è rappresentata nella seguente mozione che accompagna la candidatura di Renato Grassi alla segreteria del partito con la lista degli 80 Consiglieri nazionali che sono stati eletti con 57 voti su 67 votanti, 3 schede bianche e 5 schede nulle.

Questa la mozione finale approvata:

“L’esperienza democristiana è stata la più straordinaria e significativa avventura politica del secolo scorso. Oggi che tale filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici e i laici cattolici, è spento alla camera dei deputati e al senato della repubblica, il paese sente il vuoto senza speranza di tale rappresentanza. Dove sono le nostre intelligenze? Le nostre passioni? Di cosa abbiamo timore?

Va riproposto un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri.

Vanno perciò superati le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele.

E se i democristiani vorranno tornare ad essere protagonisti per il bene del paese, è giusto e necessario che, fin da questo XIX° congresso nazionale, la DC sia una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni. Un luogo politico aperto ai movimenti e alle associazioni di cattolici morali e cattolici sociali, come giustamente ci invita a fare il presidente della CEI, cardinale Bassetti, e aperto  ai movimenti laici di ispirazione cristiana.

 Ecco perché va sottoposta a verifica la possibilità di ricostruire-sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana,  l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della DC dopo la diaspora del 1994.

Si tratta di ritornare INSIEME a quell’antico e nobile progetto culturale, sociale, economico politico ed etico dei “Liberi e Forti”.

Primo frutto del congresso sarà il tesseramento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio “la politica come la più alta forma della carità” (PaoloVI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della DC..

Coloro che per anni hanno speso con sacrifici tutte le loro energie per tenere in vita una piccola luce che ha illuminato la DC, oggi possono e devono trasformare tale luce in un faro, in modo da rendere visibile e chiaro che i democristiani  accoglieranno tutti coloro che, animati dallo stesso spirito,  vorranno “lavorare INSIEME per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale” (card.Bassetti).

I delegati eletti dai congressi provinciali  e regionali del partito che rappresentano i soci che nel 2012 decisero di confermare la loro adesione alla DC, sulla base del disposto del giudice Romano  sono i legittimi rappresentanti e continuatori della DC storicae

Il valore dell’unità raggiunta determinatasi nel congresso sull’inclusione dell’esperienza di Gianni Fontana e con il proposito di svilupparla ed accrescerla, costituisce la base per la ripresa di iniziativa politica dei cattolici democratici e per la ricomposizione dell’area popolare italiana. Il principio che ci guiderà, come è stato nella storia della migliore  DC,  è di “ servire all’interesse del Paese” corrispondente alla stessa Democrazia Cristiana.

Il Consiglio nazionale del partito è già stato convocato per sabato  27 Ottobre per gli adempimenti statutari inerenti all’elezione degli organi dirigenti del partito: presidente del consiglio nazionale, Direzione nazionale, segretario amministrativo.

Partirà così un’importante azione di mobilitazione di quanti nelle diverse realtà territoriali saranno interessati a offrire il loro contributo di impegno politico nel partito dei cattolici democratici e popolari italiani.

 

Roma,14 Ottobre 2018

 

 

 

Prima nota di commento all’esito del Congresso DC di Domenica 14 Ottobre 2018

 

"il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda alle generazioni future”, così ci ha insegnato De Gasperi. Noi, gli ultimi dei mohicani DC, quei poco più dei 1750 soci che nel 2012 decisero di riconfermare la loro adesione al partito, in base al disposto del giudice Romano, del tribunale di Roma, sono a tutti gli effetti gli eredi della DC storica.

Siamo una piccola fiammella, come quella minima dei fornelli a gas che: o riusciremo ad alimentarla, aumentandone l’intensità del fuoco o si spegnerà definitivamente.

Oggi il problema in Italia é l’esistenza di un blocco conservatore populista nazionalista al quale i cattolici democratici non possono che assumere una funzione di opposizione e di alternativa.

Si tratta di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare come quella che abbiamo individuato a Verona ( documento del 23 Giugno) e che ieri, seppur con qualche sofferenza personale, siamo riusciti a ricomporre nell’unità di quella preziosa fiammella che é ciò che rimane di vitale e con tutti i suoi limiti della DC storica.

Noi lavoreremo per la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, senza cedimenti a destra o a sinistra, utilizzando anche alle prossime europee, se ne saremo capaci,  della possibilità offerta dal sistema proporzionale.

Qualcuno potrà pure aspirare a un posto alle europee a noi “DC non pentiti”, ultimi dei mohicani DC, spetta il compito di tenere accesa e di rafforzare la fiamma della nostra migliore tradizione politica e di consegnarla alle nuove generazioni.

Un caro saluto,

 

Ettore Bonalberti

 

Venezia, 15 Ottobre 2018

 





Pubblichiamo un articolo dell'amico  Giorgio Merlo ( " La rete bianca") che condividiamo impegnati come siamo dal seminario di Verona (23 Giugno 2018) organizzato con gli amici di " Costruire Insieme " a costruire il nuovo soggetto politico ispirato ai valori dell'umanesimo cristiano.

Alternativa, parola magica?

In politica l'alternativa non va predicata ma, di norma, va praticata e coltivata. La bella
manifestazione organizzata dal Pd a Piazza del Popolo a Roma, al di là dei numeri annunciati un
po' a caso e come sempre capita, e' stato comunque un momento importante che può invertire la
tendenza politica disastrosa che ha guidato quel partito per oltre 4 anni. Con un accordo politico
quasi unanime, come tutti sanno e come è bene sempre ricordare. Malgrado oggi molti fingano di
non ricordare quello che è capitato concretamente per molto tempo. Ma, memori del vecchio detto
"chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato e scordiamoci il passato", adesso si tratta di capire se
un'alternativa dichiarata ripetutamente dal segretario protempore di quel partito e ripetuta con
forza di fronte agli iscritti accorsi a Roma, diventa la piattaforma concreta per dar vita realmente ad
una alternativa politica, culturale e programmatica.
Ci sono, al riguardo, 2 condizioni decisive per evitare gli errori del passato e, al contempo, per
inaugurare una nuova fase della politica italiana.
Innanzitutto e' tramontata definitamente la cosiddetta "vocazione maggioritaria" del Partito
democratico. Un partito che, al di là della convocazione pubblica degli iscritti, non è più in grado di
porsi come un soggetto egemone e maggioritario nella politica italiana. Dovranno prendere atto, al
di là dei sondaggi terrificanti che li raggiungono, che il Pd non è più quel soggetto politico capace
di rappresentare la stragrande maggioranza dei cittadini italiani sotto le sue bandiere. E tutti sanno
anche, al riguardo, che da quelle parti si confrontano, legittimamente, due strategie politiche
alternative e difficilmente componibili, salvo silenziarne una delle due. E cioè, quella renziana e
quella che va sotto il nome della rinascita della sinistra post comunista. Vedremo.
La seconda considerazione, altrettanto importante e decisiva, riguarda la capacità delle culture
politiche riformiste e costituzionali di dar vita a soggetti politici capaci di contribuire a creare un
'alleanza politica riformista e di governo autenticamente alternativa a chi punta a radicalizzare lo
scontro politico e a dividere il paese. A cominciare dalla tradizione cattolico democratico e cattolico
popolare. Sarà solo il dibattito politico concreto a dirci se questa doppia sfida politica sarà
perseguita sino in fondo o se, invece, prevarranno ancora una volta i vecchi difetti e le ormai
collaudate degenerazioni.
Come sempre, sarà solo la politica a sciogliere i nodi.

Giorgio Merlo

                                                       

 

Agli iscritti alla Democrazia Cristiana negli anni 1992 e/o 1993 componenti la lista indicata nell’atto del Giudice Guido ROMANO emanato il 13 dicembre 2016

 

Roma, 26 Settembre 2018

 

Oggetto:  celebrazione XIX Congresso  della Democrazia Cristiana

 

 

Gentili  amiche e cari amici,

sono lieto di comunicarvi  che il  XIX Congresso  della Democrazia Cristiana avrà luogo in prima convocazione alle ore 19.00 di sabato 13 Ottobre p.v.  e, in seconda  convocazione,             

 

Domenica  14  Ottobre 2018 alle ore 09.30

presso  la Casa Maria Santissima Assunta – Suore Domenicane

Via Casilina, 235  00176 Roma

 

ALCUNE NOTIZIE ORGANIZZATIVE

 

La sede del Congresso è così raggiungibile:

-       con Metro: da Roma Termini, direzione e discesa a San Giovanni, quindi  prendere la Metro C, fermata/uscita  Pigneto;

-       con auto propria:  vista la possibilità di parcheggio. Prendere la Tangenziale est, direzione San Giovanni uscita Piazza Lodi oppure Uscita 18 del Gra – direzione centro

-       con autobus: n.105 dalla stazione Termini (prima fermata dopo il ponte Casilino)

 

Chi desidera pernottare presso la struttura che ci ospita il sabato notte (13-10-2018), è pregato di inviare una mail  di prenotazione al seguente indirizzo: mosti.eleonora@gmail.com   entro il 5 Ottobre p.v. fino ad esaurimento disponibilità:

 

Camera singola con trattamento di pernottamento e prima colazione

Camera doppia con trattamento di pernottamento e colazione

Tassa di soggiorno a notte a persona

Arrivo  entro le ore 23,00

Per motivi organizzativi è necessario, inoltre, che  i soci non delegati che desiderino partecipare al Congresso, ne diano notizia inviando una e-mail a:  gianni.fontana44@gmail.com

Per chi desiderasse partecipare, alle ore 8,30, sarà celebrata la Santa Messa festiva presso la Cappella delle Suore Domenicane, immediatamente prima dell’inizio del Congresso.

 In attesa di incontrarci rivolgo  a tutti voi il mio saluto fraterno e bene augurante.

 

 

 

 

 

 

45,00

70,00

3,50

 

 

 

                                                                                                                                     f.to Gianni Fontana

 

 

Verso il Congresso nazionale della DC

 

In questi giorni si stanno completando tutti i congressi provinciali e regionali della DC per eleggere i delegati che parteciperanno, il prossimo 6 ottobre a Roma, al XIX Congresso nazionale del partito. Completeremo così l’itero indicatoci dal giudice  Romano del tribunale di Roma, il quale autorizzò l’assemblea  dei soci DC che, il 26 Febbraio 2017, elessero alla presidenza del partito, Gianni Fontana.

 

IL 6 Ottobre eleggeremo secondo le norme statutarie tutti gli organi del partito, dando finalmente pratica attuazione alla sentenza della suprema Corte di Cassazione n.25999 del 23.12.2010 con cui, confermando la sentenza della Corte di Appello di Roma, vennero respinte le presunzioni di eredità della DC che i diversi contendenti si attribuivano, per la semplice ragione che “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

 

Molti di quei ricorrenti non si arresero a quella sentenza definitiva e inappellabile, continuando un contenzioso che ci ha trascinato più volte nei tribunali, mentre la nostra rappresentanza istituzionale scompariva o, peggio, si annullava  nella commistione infelice con altri partiti di destra o di sinistra, sostanzialmente ridotta all’irrilevanza.

 

Ora, con la buon volontà di tutti, ci auguriamo che con la conclusione del nostro percorso avviato nel 2012, si possa compiere il miracolo per cui ci battiamo da oltre vent’anni; ossia la ricomposizione dell’area popolare e il ritorno in campo della cultura politica cattolica e popolare nel nostro Paese.

 

Non ci muove un sentimento nostalgico regressivo, come abbiamo scritto più volte, ma la lucida constatazione del deserto delle culture politiche oggi in Italia e in Europa e la necessità di proporre una cultura ispirata ai valori della dottrina sociale cristiana, rivelatasi l’unico serio antidoto alle degenerazioni del turbo capitalismo finanziario dominante. Un dominio che sta riducendo alla miseria progressiva il ceto medio e le classi popolari in tutto il mondo. Serve un serio cambio di passo e la totale disponibilità a mettere da parte ciò che ancora ci divide e valorizzare sino in fondo ciò, ed è assai di più, che ci unisce.

 

Ecco perché ieri a Mestre, celebrando i congressi regionali dei delegati del Collegio del Nord Est( Veneto-Friuli Venezia Giulia- Trentino AA.AA- Emilia e Romagna) ho indicato un possibile percorso, accolto unanimemente dai delegati presenti, che tenga conto di ciò che è stato positivamente seminato  negli ultimi anni.In estrema sintesi:

 

il 6 Ottobre celebrazione del nostro congresso, ossia quello degli iscritti DC 2012-2013 che decisero di riconfermare la loro iscrizione al partito già in essere nel 1992 -93, per l’elezione degli organi dirigenti del partito;

 

subito dopo il nostro congresso ( come per la verità già ci impegniamo da tempo): apertura immediata del collegamento con tutte le altre formazioni che si ispirano alla DC ( UDC-CDU- Rivoluzione Cristiana- nuova Federazione dei DC costituita a Pescara nei giorni scorsi) per celebrare insieme una grande assemblea dell’area cattolico popolare e porre fine alle querelle su nome, simbolo dello scudo crociato e alle divisioni suicide e per definire la proposta politica e programmatica della DC al Paese;

 

apertura, quindi, di un tesseramento  nazionale alla DC con l’invito rivolto  a tutti gli italiani di buona volontà, per celebrare insieme il 18 Gennaio 2019, in occasione del centenario dell’Appello sturziano ai “ Liberi e Forti”, il Congresso nazionale unitario della Democrazia Cristiana italiana.

 

Sarebbe tutto semplice se, come già accadde alla vigilia del 4 Marzo 2018 per le elezioni politiche, non avessimo da affrontare il 23-26 Maggio 2019 le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Una data che ci auguriamo, lungi dal solleticare gli egoismi e le chiusure aprioristiche di pochi, stimoli la più ampia collaborazione e volontà di procedere insieme.

 

Occasione troppo ghiotta per eluderla, essendo vigente la legge a tutti noi cara del proporzionale puro  con preferenze e la possibilità di misurare esattamente il consenso che una rinnovata proposta politico programmatica di ispirazione popolare, è in grado di conquistare in Italia e in Europa.

 

Sarà quello delle prossime elezioni europee il tema dominante del Congresso nazionale di Gennaio 2019. Un tema che avremo modo di approfondire nei prossimi giorni, partendo dalla constatazione che l’Unione europea si è sviluppata e consolidata secondo il prevalere degli orientamenti politico culturali del manifesto di Ventoténe e non secondo quelli dei padri fondatori cristiano democratici: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman .

 

In ogni caso, tuttavia, dovremo tener conto di due condizioni da rispettare:

 

1)                quella di unire tutte le forze che si ispirano ai valori dell’umanesimo                           cristiano;

2)                quella restare inseriti nel PPE da far tornare ai valori dei padri fondatori.

 

Ci aiuteranno in questo percorso le unanimi conclusioni che, con Ivo Tarolli, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Giani Fontana, Gianfranco Rotondi, Domenico Menorello e tanti altri, abbiamo raggiunto nel recente seminario di “ Costruire Insieme” a Verona il 13 Giugno scorso.

 

In Italia tutti i vecchi schemi sono saltati. Noi democratici cristiani condividiamo largamente un giudizio severo contro l’attuale governo giallo-verde, e la necessità di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare.

 

Quanto all’Europa  di una cosa siamo certi: i cattolici democratici e i popolari non possono unirsi al coro dei sovranisti e nazionalisti,  ma restare ben saldi nella difesa della costruzione europea che, come ho ampiamente descritto nel mio ultimo saggio:  Elezioni europee- “La visione dei Liberi e Forti “ (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/), dovrà essere profondamente riformata, con l’impegno di tutti i Popolari e riformisti europei nel segno dei valori dei padri fondatori democratico cristiani.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 24 Settembre 2018

 

 

 

 

Francesco, l'alternativa è la regressione.

 

di Giorgio Merlo

 

Che sia in atto, da tempo, un attacco al magistero di Papa Francesco e' fuor di dubbio. Molti sono gli elementi ormai che raccontano di questi attacchi. Ripetuti e sempre più insistenti. E la recente denuncia di Monsignor Vigano' non è che l'ultimo e più insidioso. Anche se proviene, come tutti sanno, dal fronte reazionario e conservatore della Chiesa cattolica.

Ora, al di là delle singole accuse e degli attacchi mirati o al magistero o alla persona del Papa, e' indubbio che l'obiettivo di questa campagna martellante e quasi ossessiva e' una sola: e cioè, quella di indebolire la figura di Bergoglio. Una voce che, è bene ribadirlo, continua ad essere forte e potente, nonché profetica e carica di speranza. Un magistero, quello di Bergoglio, che ha indubbiamente, almeno sino ad oggi, cercato di rivoltare come un calzino l'immagine e la percezione della Chiesa in Italia e nel mondo. Un magistero che si è contraddistinto a partire dallo stile concreto di vita di Bergoglio.

E la pubblica opinione, credenti o non credenti che siano, si sono immediatamente immedesimati con le parole e il messaggio del Papa al punto che e' stato individuato come un "leader" mondiale non solo per i cattolici ma per tutti coloro che in questa fase storica lavorano per una maggior giustiziata sociale, per un vero riconoscimento del pluralismo culturale, religioso e, soprattutto, per il rispetto rigoroso della centralità della persona. In qualsiasi momento e in qualsiasi contesto storico, culturale e politico.

E forse è proprio questa la ragione centrale dell'attacco spietato contro Francesco e il suo insegnamento. Un insegnamento semplice ma profondo e destinato a segnare il cammino e il viaggio dei credenti in un contesto storico sempre più secolarizzato e scristianizzato.

 È per questa semplice ragione che il suo magistero va difeso senza se e senza ma, come si suol dire. E questo non solo per lo stile di vita sobrio e austero del Papa in un contesto dove, purtroppo, abbondano comportamenti e stili diametralmente opposti rispetto a ciò che si predica quotidianamente nelle chiese. Ma, semmai, per la semplice motivazione che l'insegnamento di Francesco ha colto gli aspetti centrali che caratterizzano la società contemporanea e i grandi temi che sono sul tappeto e che la stessa politica non riesce a dare una risposta convincente se non inseguendo le emergenze e cavalcandole con rabbia e violenza verbale. Certo, da Francesco non arrivano ricette politiche o di governo. Ma l'ispirazione che anima le sue riflessioni, i suoi interventi e i suoi documenti non possono essere sottovalutati dalla politica e dagli stessi governi.

Nessuna inclinazione clericale o confessionale ma la responsabilità e la consapevolezza che le questioni poste sul tappeto da Bergoglio non possono essere semplicisticamente aggirate o nascoste. E questa assunzione di responsabilità deve essere messa in campo soprattutto da quei cattolici che non si rassegnano ad una grigia difesa dell'esistente o alla declinazione stantia ed insignificante del politicamente corretto.

 Lo stesso invito, ripetuto e forte, ad un rinnovato impegno dei cattolici nella politica contemporanea e' la conferma che Francesco non guarda ai "partiti cattolici" ma ad una presenza laica dei credenti nel pubblico che sia in grado, però, di recuperare la cultura e l'insegnamento cattolico. Per non parlare dei profondi cambiamenti che Francesco e' riuscito ad innescare nel campo teologico e del necessario ed indispensabile aggiornamento ed ammodernamento della stessa dottrina della Chiesa.

Dunque, la somma di questi elementi sono la cifra della modernità e soprattutto della attualità del magistero di Francesco. E sono anche all'origine - senza il forse dubitativo - degli attacchi concentrici, e appunto sempre più insistenti, contro la persona di Francesco. Un attacco che va respinto con fermezza e determinazione perché la posta in gioco - seppur altissima - e' una sola. E cioè, preparare un ricambio conservatore, se non reazionario, alla guida  della Chiesa cattolica.

Questa è la vera ragione politica, se la vogliamo definire così, che è in gioco quando si parla di papa Bergoglio, degli attacchi concentrici contro la sua persona e il suo prezioso magistero che ormai è riconosciuto in quasi tutto il mondo. La sua non può ridursi ad una difesa d'ufficio dei cattolici, a cominciare dai cattolici italiani. Ma, al contrario, la consapevolezza che l'alternativa a Francesco, oggi, non può che essere una regressione sul terreno teologico, pastorale, religioso, politico e culturale. Il resto è tutto secondario.

 

Torino, 11 Settembre 2018

 

 

Incontro DC di Bologna 8 Settembre 2018

Nota di commento  con sintesi dell’intervento di Ettore Bonalberti

 

Ho partecipato con interesse all’incontro convocato insieme al Prof Luciani da Alessi, Grassi, Gubert, Lucchese e Napolitano, l’8 Settembre scorso a Bologna, presso l’Istituto del card Lercaro “Veritatis Splendor”.

Obiettivo dell’incontro: esame delle procedure a sostegno del congresso della DC convocato dall’assemblea dei soci per Sabato 29 Settembre e in vista del tesseramento da parte della direzione nazionale.

Coordinatore e moderatore dell’incontro, il Prof Nino Luciani che ha suddiviso il dibattito in tre momenti:

1)             comunicazione di Mauro Carmagnola, coordinatore delle operazioni pre-congressuali nel collegio del Nord-Ovest;

2)             comunicazione di Ettore Bonalberti sul tema: “Obiettivi politici nazionali ed europei”;

3)             comunicazione del prof Antonino Giannone sul tema: “Documento dell’ Assemblea dei soci del 16 giugno 2018”. Ricostruzione giuridica della DC e abbraccio politico di tutte le DC.

All’incontro è intervenuto, tra gli altri, l’avv. Cerenza a nome degli amici della neonata Federazione dei DC guidata da Gianfranco Rotondi.

 

Ottimo il lavoro svolto dall’amico Carmagnola che, con il congresso provinciale della provincia di Milano da           tenersi  nella stessa serata di Sabato 8 Settembre, sta per concludere le operazioni congressuali del collegio del Nord-Ovest .

Ottima anche la relazione del prof Antonino Giannone di cui alleghiamo scheda di sintesi.

Da parte mia ho svolto la seguente riflessione:

 

In una nota sul mio profilo facebook il 2 settembre scorso avevo scritto:

 

Dopo l’8 Settembre 2018 si profila uno tsunami nella politica italiana. Il governo giallo verde alle prese con scelte di politica economica incompatibili è a rischio di implosione; ciò che accadrà nella Lega, con la sentenza di Genova e l’annuncio del nuovo partito della destra, e nel PD, da cui non è irragionevole ipotizzare la nascita di un partito della sinistra e una spaccatura con la componente moderata renziana, sono elementi propri di una fase che Aldo Moro definirebbe di “ scomposizione e ricomposizione”.
Con la probabile rottura di Forza Italia, una parte della quale attratta dalla sirena leghista salviniana e quella possibile del PD, si aprirà uno spazio grande al centro dove sarà indispensabile la presenza di una vasta area unitaria di ispirazione cattolica e popolare. Le prossime elezioni regionali e quelle europee del Maggio 2019 saranno il banco di prova del nuovo assetto politico dell’Italia dopo quanto è accaduto col voto spartiacque del 4 Marzo 2018
.”

 

Staremo a vedere, anche se ogni giorno e addirittura ad horas cambiano le dichiarazioni degli esponenti del governo, sempre più necessitati a fare i conti con la dura e irrevocabile prova della realtà effettuale, contro la propaganda su cui hanno sin qui basato, riuscendoci, le loro fortune elettorali.

 

Probabilmente le ragioni del potere e della sua sistematica occupazione finiranno col prevalere su quelle del rispetto delle promesse elettorali, ma attendiamo di conoscere la realtà dei conti scritta nei documenti di programmazione economica e di bilancio che dovrebbero essere presentati quanto prima e i contraccolpi che si determineranno a livello esterno, dove permane e si rafforza il potere dei gruppi finanziari dominanti. Quei poteri che dopo la riunione sul panfilo Britannia dell’estate 1992, si è reso esplicito come dominino con la finanza, l’economia e la stessa politica, ridotta ad ancella subalterna e, in molti casi con suoi esponenti più illustri al loro libro paga ……

 

Da lì, come mi ricordò il compianto amico Marcello Di Tondo in una lettera di molti anni fa , dobbiamo ripartire:

“In quell’ occasione, scriveva Di Tondo,   (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che Giulio Tremonti rilasciò a Maria Latella del  Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post comunisti, eredi diretti del Pci, sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese ed alla massoneria il controllo economico e finanziario.

Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via  in pochi mesi la DC ed i suoi alleati (Psi, Psdi,  Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti limiti a partire dalla seconda metà degli anni ’80, riuscendo nell'incredibile impresa di portare l'Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra, al 5° posto tra le maggiori economie mondiali.

Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico ed istituzionale per la realizzazione di quel progetto.

Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato, nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato.

La variabile non prevista, fu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia.

Da quel momento, prosegue Di Tondo, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi.

Ricorderò in proposito come proprio il duo Barucci-Amato nel 1992, con un decreto legislativo, pose fine alla legge bancaria del 1936 che, come la Glass Steagall americana del 1932, aveva sancito il controllo pubblico di Banca d’Italia e la separazione tra banche di prestito e banche d’affari (legge sempre difesa gelosamente dalla DC e dal governatore Guido Carli), dando così libertà assoluta al potere degli hedge fund anglo-caucasici (kazari) che, de facto, controllano le banche nazionali dell’Unione e la stessa Banca centrale europea.

Consiglio al riguardo la lettura di alcuni saggi quali:

 

1)             Daniel Estulin: “ Il club Bilderberg-La storia segreta dei padroni del mondo-Arianna editrice

2)             Pietro Ratto: “ Rothschild e gli altri- Dal governo del mondo all’indebitamento delle nazioni: i segreti delle famiglie più potenti”- Arianna editrice

3)             Ettore Bonalberti:  “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti”

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/

Il voto del 4 Marzo 2018 ha segnato, in ogni caso,  la fine della Seconda Repubblica e l’avvio di una confusa fase politica che,  salvo eventi speciali prossimi, ci accompagnerà sino alle prossime elezioni europee (23-26 Maggio 2019). Una fase caratterizzata in Italia e in Europa dallo scontro tra “sovranisti” e “europeisti” di diversa sensibilità politico culturale.

 

 

 

Come è potuto accadere tutto ciò?

 

La lunga stagione del berlusconismo e dell’anti berlusconismo che ha caratterizzato quella fase che è schematicamente connotata come “seconda repubblica” ( 1994-2018) conclusasi con i governi tecnici di Monti, Letta e Renzi (questi ultimi sostenuti dalla centinaia di mercenari transumanti parlamentari) celebra il uso epilogo il 4 Marzo scorso, col voto di appena il 50% degli elettori aventi diritto e con una innovativa formula all’interno del tradizionale trasformismo politico italico.

E’ successo, infatti, che la Lega, presentatasi in alleanza del centro destra con Forza Italia e Fratelli d’Italia, raggiunge come coalizione la maggioranza relativa dei voti, ma, alla fine, autorizzata obtorto collo dal Cavaliere e con l’ondivaga benedizione della Meloni, compie la “fuitina” con il M5S, dando vita al governo giallo-verde a guida dell’ennesimo presidente non eletto, il prof Conte. Un governo espressione di un’aggiornata versione del trasformismo politico che, in questo caso, si realizza prima ancora che le due Camere siano insediate.

Di qui la formazione di un nuovo e anomalo sistema bipolare che si caratterizza nello scontro suddetto tra “sovranisti”- nazionalisti e europeisti di diversa provenienza politico culturale.

La saldatura tra il malessere sociale del meridione, rappresentato dal voto largamente maggioritario al M5S e quello del ceto medio, in crisi profonda al Nord come nel resto del Paese, avviene, alimentata anche dalla diffusione di un “sentimento comune” di frustrazione e di rabbia collegato, da un lato, alla condizione di anomia complessiva vissuta dagli italiani, e, dall’altro, dall’amplificazione del disagio e insofferenza prodotti da un’immigrazione senza controlli e soluzioni di integrazione efficienti ed efficaci.

Di qui il prevalere di una condizione che ricorda quella citata da Alessandro Manzoni nel capitolo  XXXIL de “ I Promessi Sposi” nel quale, riferendosi al caso delle ragioni della peste, don Lisander scriveva: “ il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.

 

Una cosa, però, è certa: difficile per Salvini conservare il ruolo di partner di un governo dove dai grillini ogni giorno di più sembrano emergere soggetti “pieni di presunzione e di vuota arroganza senza intelletto”, con proposte altalenanti e ondivaghe sempre più contrastanti con gli interessi e i valori di una base elettorale leghista lontana mille miglia da quelli espressi dai parlamentari pentastellati. E’ altrettanto difficile che possa durare una situazione nella quale il ministro degli interni, che dovrebbe essere il garante della legge per tutti i cittadini, trasforma la sua sede e funzione istituzionale nel pulpito di propaganda permanente per il suo partito di cui è il leader, sino ad utilizzare per un incontro definito solo “politico” e non istituzionale,  quello con il capo del governo ungherese Orban , alla prefettura di Milano.

 

Situazione, infine, aggravata dal conflitto apertosi con la magistratura, sia sul versante del blocco e ristorno dei 49 miliardi di finanziamento pubblico alla Lega di Bossi e Belsito, che sull’avviso di garanzia per “sequestro di persona” ricevuto dalla procura di Agrigento per il caso della nave Diciotti della Guardia costiera italiana bloccata al porto di Catania  per cinque giorni.

Una situazione di conflitto istituzionale tra Magistratura e Governo, unica nella sua gravità nella storia della Repubblica italiana.

Il presidente Ciriaco De Mita alcuni giorni or sono, il 29 agosto, in un’intervista al Corsera così titolata : «M5S e Lega sono solo azione e il Pd è fermo». L’identità democristiana: